Mentre si avviava verso il suo dorato tramonto politico e militare, Venezia visse una straordinaria fioritura delle arti, della letteratura, della musica e del teatro.
In un’atmosfera di provvisorietà, i veneziani furono accomunati nell’intento di dare alla loro città un volto ricco e fastoso: in laguna si susseguirono cerimonie ufficiali, parate sul mare, ricevimenti e spettacoli, giungendoci descritti con minuzia dai grandi pittori dell’epoca, cronisti fedeli della vita cittadina.
In un’atmosfera calda e dorata, Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto, ritrae angoli più o meno noti di Venezia; suo nipote e allievo Bernardo Bellotto, che si fregiò dello stesso appellativo, commenta con luce fredda e tagliente e con realismo obiettivo; Francesco Guardi diluisce la "veduta" in un tripudio di luci balenanti e di pennellate grondanti di colore dall’esito preromantico.
Appunti di vita veneziana ci giungono anche dai ritratti di Rosalba Carriera, che introdusse a Venezia il gusto della ritrattistica resa con la pasta morbida e vaporosa dei pastelli, e dai dipinti di Pietro Longhi, fedele cronista delle mode e dei vezzi del tempo nelle sue celebri scene di interno.
Sino dalla fine del Seicento la pittura veneta aveva raggiunto esiti straordinari, grazie ad artisti quali Sebastiano Ricci che, riunendo stimoli provenienti dalla pittura veneziana, romana, napoletana e genovese, seppe dipingere visioni chiare e lievi con colori vibranti e luminosi.
Padrone assoluto dei mezzi tecnici fu il Piazzetta, presso il quale si formò Giambattista Tiepolo, considerato, a ragione, il genio pittorico del secolo, che nei suoi dipinti sacri e profani seppe ricreare splendidi incanti con fantasia inesauribile, luci abbacinanti e colori smaglianti.
Sulla fine del secolo ci conduce infine suo figlio Giandomenico Tiepolo, che nella produzione pittorica e grafica approda ad esiti fortemente ironici. È la fine di un’epoca descritta con umanità divertita e gusto corrosivo.
Sebastiano Ricci
Considerato il caposcuola del rinnovamento della pittura veneta; l'attività del Ricci, che si situa a cavallo tra Seicento e Settecento, svolse un ruolo di enorme rilievo nel passaggio tra tardo barocco e rococò.
La sua pittura chiara e luminosa suggestionò l'opera di tutti gli artisti che si trovarono a operare all' inizio del XVIII secolo, dai veneziani ai romani, dai fiorentini agli emiliani, ai lombardi.
Le sue peregrinazioni in giro per l'Italia, le importanti commissioni che egli ricevette in ogni città dove soggiornò fornirono un utile materiale di studio per i giovani pittori che all'aprirsi del secolo si affacciavano alla professione, contribuendo altresì al diffondersi della sua fama oltralpe.
Nato a Belluno nel 1659, all' età di quattordici anni si trasferì a Venezia, città nella quale si svolse la sua iniziale formazione. Successivamente soggiornò a Bologna, a Parma, e a Piacenza, dove lavorò per la famiglia regnante dei Farnese. Stabilitosi a Roma nel 1691, continuò a beneficiare del mecenatismo dei Farnese, presso i quali fissò la sua dimora.
In questo decennio lasciò opere a Roma, a Milano, a Venezia, prima di trasferirsi nel 1702 a Vienna, dove affrescò alcuni ambienti del castello di Schönbrunn.
Dopo un breve soggiorno a Firenze, in cui lasciò elegantissime decorazioni di preludio al rococò, andò in Inghilterra, ove rimase dal 1712 al 1716 affrescando la Burlington House a Piccadilly e altre celebri dimore.
Prima di rientrare in Italia, sostò a Parigi, come nel viaggio di andata, e vi dipinse una Allegoria della Francia, oggi al Louvre.
Morì a Venezia nel 1734, città nella quale, negli ultimi anni, l'attività pittorica sia su tela che su muro fu intensissima.
Giovanni Battista Piazzetta
Dopo una giovanile esperienza veneziana, il Piazzetta (1682-1754) passò nella bottega bolognese di Giuseppe Maria Crespi, ai cui modi rimase fortemente legato nel corso di tutta la sua carriera.
Fatto ritorno a Venezia nel 1711, città che non lascerà più, vi aprì una bottega molto attiva. Nel corso degli anni, la sua pittura mostra un alleggerimento della tavolozza, mentre le composizioni risentono sempre più degli artifici prospettici della scuola bolognese, frequentata all’inizio della sua carriera.
Questa tendenza, sostanziata dallo studio dell’opera di Sebastiano Ricci, ben si evidenzia nelle pala per la chiesa di Santa Maria del Rosario dei gesuati a Venezia raffigurante San Vincenzo Ferrer, San Ludovico Bertrando e San Giacinto.
Accanto a pale d’altare, egli eseguì numerosi dipinti con mezze figure, che affrontano scene di vita quotidiana e scene bibliche, interpretate come idilli pastorali e sempre definite attraverso un disegno incisivo e una luce cristallina ispiratagli dalle moderne composizioni di Giovanni Battista Tiepolo.
Nel 1750 fondò una scuola di pittura dalla quale nacque poi l’Accademia e, in questi ultimi anni di vita, si dedicò sempre di più all’editoria, fornendo disegni ed elaborando composizioni per illustrare importanti volumi. Fra i massimi esponenti della cultura figurativa tardo-barocca, che raggiunse poi i più alti livelli con il suo allievo Giovanni Battista Tiepolo, il Piazzetta ebbe una enorme importanza nella storia della pittura veneziana del Settecento.
Insuperabile maestro nelle composizioni religiose e chiesastiche, fu una fonte inesauribile di spunti per i giovani pittori attraverso la sua opera di insegnamento accademico. I colori dei suoi esordi, dai toni cupi, fortemente chiaroscurati, di stretto rimando al suo maestro Crespi, si schiariscono a partire dagli anni trenta per l’influenza di Sebastiano Ricci e dello stesso Tiepolo, col quale si instaurò un vicendevole, quanto proficuo, scambio di esperienze.
Il nuovo cromatismo luminosissimo, impiantato su un corretto disegno e sull’abilità tecnica dell’impaginazione delle composizioni, caratterizzerà la sua produzione matura. I quadri del Piazzetta ci presentano un campionario quanto mai vario di tipologie umane, rese vive e intensamente espressive da un colore imbevuto di luce.
La lentezza nel dipingere, segno di profonda meditazione su ogni opera, lo portò negli ultimi anni ad una minore produzione artistica, sempre tuttavia caratterizzata da un attento studio del vero.
La diminuzione dei dipinti si deve, oltre che all’impegno dell’insegnamento, pure alla sua attività illustrativa nel campo dell’editoria, della quale restano importanti contributi in originali volumi dell’epoca.
Giovan Battista Pittoni
La cultura artistica del Pittoni, nato a Venezia nel 1687, si formò a contatto della pittura del giovane Gian Battista Piazzetta. Improntate a questa temperie culturale sono le sue prime opere, note a partire dal 1710 circa, nelle quali il pittore, accanto a soggetti religiosi, si cimenta in temi storici che nella sua produzione successiva rivestiranno una grande importanza.
Conclusa la fase formativa, a partire dal terzo decennio del secolo, il suo stile raggiunse la piena maturità, orientandosi verso composizioni mosse e scenografiche, dai colori intonati su gamme chiare. Il suo linguaggio è ormai personalissimo e preannuncia, nelle tonalità spumeggianti dei colori schiariti, l'avvio del rococò. Paradossalmente, pur non essendosi mai spostato da Venezia, il Pittoni è uno degli artisti più importanti per lo sviluppo dello stile rococò in Europa.
Partito dagli esempi del Piazzetta, il suo linguaggio si mostra sempre più orientato verso la pittura chiara e ariosa di Giambattista Tiepolo, con scenografie spettacolari, atteggiamenti ricercati e flessuosi. Il carattere rococò della pittura del Pittoni ammaliò artisti e committenti.
Piacquero il forte decorativismo e la spettacolarità delle sue immagini profane e il tono contrito e assieme mondano col quale affrontava i temi sacri.
La sua opera, oltre a essere sollecitata dalla committenza ecclesiastica e nobiliare veneta e lombarda, fu particolarmente richiesta dalle corti tedesche e spagnole. Numerosissimi dipinti si conservano sparsi tra la Baviera, l'Assia, la Polonia.
Tra i fondatori della nuova Accademia di Pittura veneziana, dal 1758 ne divenne direttore. Fu il riconoscimento ufficiale di Venezia a una delle sue massime voci artistiche. Nonostante gli impegni didattici, continuò a dipingere sino alla fine della sua vita, sopraggiunta nel 1767.
Giovanni Battista Tiepolo
L’affermazione del genio pittorico di Giovanni Battista Tiepolo nella Venezia del Settecento e ben presto in tutta l’Italia del Nord e in Europa fu rapida quanto lo sviluppo della sua originalissima espressione pittorica, che, da un avvio legato all’ascendente del Piazzetta, attraverso il rapporto con l’opera di Sebastiano Ricci, sfociò ben presto nella rivelazione del suo personalissimo genio artistico.
Attraverso la sua pittura fastosa e decorativa, egli divenne l’ultimo interprete dei fasti di Venezia, una città che concludeva il Settecento con la fine della sua secolare storia di libera repubblica (1797).
La formazione giovanile del Tiepolo si svolse a Venezia, in stretto rapporto con Giovanni Battista Piazzetta, ma anche studiando la grande pittura veneta del Cinquecento, fondamentale per l’intonazione chiara e smagliante della sua pittura.
Nato nel 1696, a soli diciannove anni dipinse la lunetta con il Sacrificio di Isacco nell’Ospedaletto di Venezia; nel 1722 alcune sovrapporte su tela in Palazzo Cornaro e, tra il 1726 ed il 1727, gli affreschi in Palazzo Sandi. Successivamente si portò ad Udine, dove, oltre alla decorazione di una cappella nel Duomo, realizzò gli affreschi nel Palazzo dei Patriarchi, ora sede dell’Arcivescovado.
Le scene bibliche dipinte nella galleria, fra le quali si impone per potenza visiva Rachele che nasconde al padre gli idoli rubati, sono considerate il suo capolavoro dell’età giovanile.
Nel 1731 egli era a Milano, dove lasciò affreschi nei palazzi Archinto e Casati; qui ritornerà nel 1740 per lavorare in Palazzo Clerici. Fra il 1732 ed il 1733 fu impegnato a Bergamo nella Cappella Colleoni. La sua fiorente attività lo vede in questo decennio impegnato in numerose chiese e palazzi veneziani.
Alla fine del 1750, col figlio Giovanni Domenico, si recò a Würzburg in Germania, ove restò per tre anni, dipingendo la residenza dei principi. Sono del 1757 gli affreschi nella Villa Valmarana a Vicenza, realizzati con il figlio, assieme al quale, nel 1762, partirà per la Spagna, non prima però di avere affrescato Villa Pisani a Stra.
Il Tiepolo lavora per antiche famiglie aristocratiche e per nobili di fresca data che, in ossequio ad esigenze di fasto e di prestigio della loro casata, si rivolgono al massimo interprete della pittura dell’epoca. Egli però non fu soltanto pittore dell’aristocrazia.
Magistrali restano le sue prove in dipinti religiosi, che a brani di sentita commozione per il dolore umano unisce la spettacolarità dell’apparizione divine. L’artista morì a Madrid nel 1770, città nella quale aveva trascorso gli ultimi otto anni della sua vita.
La chiesa dei Gesuati
La chiesa veneziana dei domenicani riformati, dedicata alla Madonna del Rosario e detta dei gesuati, sorge sul luogo occupato fin dal XIV sec. dal convento della "Compagnia dei poveri gesuati".
La congregazione fu soppressa nel 1668 e al suo posto subentrarono i domenicani, i quali decisero, nel 1726, di edificare una chiesa di maggiori dimensioni di quella consacrata alla Visitazione, di epoca rinascimentale, che potesse accogliere un numero sempre crescente di fedeli.
La devozione del Rosario aveva avuto tra i domenicani i maggiori propagatori: istituita nel 1572 dal pontefice Pio V, era stata eletta a festività ufficiale dalla Chiesa nel 1714 da Clemente XI Albani.
Il progetto della costruzione dell’edificio fu realizzato da Giorgio Massari (1686 ca.-1766), il quale portò a compimento l’opera nel 1748, riprendendo elementi architettonici ispirati alle chiese del Redentore e di San Giorgio di Andrea Palladio (1508-1580), che sorgevano proprio di fronte, sulla riva opposta del canale della Giudecca.
La facciata classicheggiante, suddivisa da quattro semicolonne culminanti in capitelli compositi e completata ai lati da fasci di paraste che creano il collegamento coi fianchi dell’edificio, è abbellita dalle quattro statue di Virtù cardinali inserite entro nicchie, opera di altrettanti scultori veneti: Gaetano Fusali, Giuseppe Torretti, Giovanni Francesco Bonazza e Alvise Tagliapietra.
L’interno presenta un’unica navata dagli angoli smussati, con tre cappelle laterali collegate da un corridoio interno e separate da coppie di semicolonne; negli intercolumni sono collocate sei statue raffiguranti santi, profeti e patriarchi di Giovanni Maria Morlaiter (1699-1781).
Le decorazioni pittoriche celebrano tutte il culto del Rosario. Nel soffitto della navata Giovanni Battista Tiepolo affrescò la Gloria dell’ordine domenicano, l’Istituzione del Rosario e la Gloria di San Domenico; fu la prima illustre commissione veneziana per l’artista, che lo consacrò come l’indiscusso protagonista dell’ambiente artistico lagunare.
A lui fu affidata pure la decorazione dei pennacchi della cupola del presbiterio coi Quattro Evangelisti e l’abside, con la Santissima Trinità. Il vasto lavoro lo impegnò per un anno e mezzo, dal maggio 1737 all’ottobre 1739.
Lo stesso Tiepolo dipinse qualche anno più tardi la Pala delle Tre Sante, mentre già avevano compiuto le loro tele Sebastiano Ricci e Giovanni Battista Piazzetta, autori rispettivamente di San Pio V, San Tommaso d’Aquino e San Pietro martire (1730) e di San Vincenzo Ferreri, San Lodovico Bertrando e San Giacinto (1738)
Canaletto
Il Canaletto, l’autentico creatore della grande fortuna del vedutismo veneziano del Settecento, fu immediatamente riconosciuto dai contemporanei come uno dei massimi artisti del suo tempo.
L’artista, che in realtà si chiamava Giovan Antonio Canal, nacque a Venezia nel 1697.
Figlio di Bernardo Canal, a quel tempo uno dei più noti pittori di teatro, egli iniziò il suo percorso artistico a fianco del padre, esperienza che non mancò certo di influenzare la sua attività di vedutista.
I suoi esordi di pittore di vedute mostrano infatti un gusto scenografico ed un interesse per una gamma cromatica giocata su tonalità scure, fortemente chiaroscurate.
Successivamente la sua pittura si schiarisce, i colori diventano sempre più tenui, immersi in un’atmosfera solare e cristallina, in linea con gli esiti della contemporanea pittura veneziana di Giambattista Tiepolo.
Nel 1719 i Canal erano a Roma impegnati in allestimenti teatrali, ma l’anno successivo il giovane Giovan Antonio si iscrisse alla Fraglia di Venezia, la locale corporazione dei pittori.
È da ascrivere a quest’epoca l’inizio della sua attività di vedutista ormai indipendente dalla bottega paterna. All’inizio del quinto decennio risale il viaggio del Canaletto lungo le rive del Brenta, durante il quale eseguì numerosi disegni, incisioni e dipinti.
Lo accompagnava il nipote Bernardo Bellotto, anch’egli pittore di vedute. Nel 1746 partì per l’Inghilterra, dove soggiornò quasi senza interruzioni fino al 1756 ca. In questi anni eseguì una serie di straordinarie vedute del fiume Tamigi e di ville inglesi per i prestigiosi committenti dell’aristocrazia inglese.
Scarse sono le notizie sull’attività del pittore sino al 1760, anno in cui si stabilì nuovamente a Venezia.
Nel 1763 fu ammesso all’Accademia veneziana di pittura come pittore "prospettico" e donò all’istituzione un Capriccio con colonnato (Venezia, Gallerie dell’Accademia), vero esercizio di virtuosismo prospettico ed oggetto di innumerevoli repliche.
Il pittore morì nella città natale pochi anni più tardi, nel 1768.