Nella prima parte dell’Ottocento risultarono evidenti gli effetti della rivoluzione industriale e della crescita, nonché della transizione, demografica dell’Europa e degli Stati Uniti. Si trattò di due fenomeni aventi in parte origini diverse, ma che assieme trasformarono il volto dell’Europa e, poi, del mondo.
A metà del Settecento, c’erano all’incirca 13 città ospitanti da 100.000 a 200.000 abitanti, 5 da 200.000 a 500.000 e solo 3 da mezzo ad un milione.
A metà dell’Ottocento, le prime erano diventate 35, le seconde 18 e, se le terze erano rimaste sempre tre, ce n’erano ora due che ospitavano più di un milione di abitanti: Londra, infatti, nel 1860 aveva più di tre milioni di abitanti.
La crescita era stata quindi notevole. La crescita demografica europea, sostenuta dalla rivoluzione industriale, incideva sul rapporto fra Vecchio Continente e resto del mondo.
Nell Seicento 10 delle 12 più grandi città del mondo erano ubicate in Asia, una in Africa (il Cairo) e una in Europa (Parigi). Verso il Settecento a Parigi si era aggiunta Londra: oltre ad esse Napoli, Lisbona e Madrid stavano nella graduatoria delle grandi città, ma solo a patto di conteggiare tutte le prime trenta del mondo.
In una parola, fra le più grandi città del mondo erano europee solo cinque su trenta. Tutto ciò sarebbe stato sovvertito dall’Ottocento della Rivoluzione industriale. Le grandi città euro-nordamericane iniziarono a divenire degli agglomerati di dimensione e forma assolutamente nuovi.
La questione urbana e le sue forme, come ad esempio la questione delle abitazioni, interessò osservatori di ogni orientamento. Fra coloro che scrissero trattati od opuscoli sulla crisi abitativa, ad esempio, troviamo il riformatore Henri Roberts (The dwellings of the labouring classes, 1850), il conservatore Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III (Extinction du pauperisme, 1844) e il rivoluzionario Friedrich Engels (Zur Wohnungsfrage, 1872).
Ad affollare le città concorsero tanto l’afflusso dalla campagna quanto l’industrializzazione, che offriva, direttamente ed indirettamente, la possibilità di sostenere un numero maggiore di abitanti.
Un vecchio proverbio britannico dice "la città è il cimitero dei contadini" ed in effetti, a chi idealizzava una bucolica vita rurale le condizioni di vita urbana delle città sconvolte dall’industrializzazione non dovettero, a ragione, apparire invitanti: sovraffollamento abitativo, inquinamento legato alla mancanza di regole per i processi produttivi industriali, mancanza di reti e di servizi, crisi sanitarie.
A ciò si aggiunga che tutto ciò avveniva, dentro le mura urbane, senza quel tessuto connettivo e protettivo delle antiche reti di protezione comunitarie della società rurale.
Tuttavia, sul medio periodo, l’azione filantropica, quella dei riformatori sociali, l’auto-organizzazione degli stessi cittadini-operai e i benefici apportati dalla modernizzazione e dall’industrializzazione alleviarono le pesanti condizioni della nuova vita urbana.
Una tale situazione si rese evidente soprattutto in Inghilterra, ma presto anche in Germania e Francia, dove il processo di industrializzazione mise radici più rapidamente che altrove. Questo però non significa che il processo di urbanizzazione fosse uniforme.
A metà dell’Ottocento, ad esempio, in Gran Bretagna, a livello nazionale era addetto alle attività agricole il 22 per cento della forza lavoro, il 48 a quelle industriali, l’1 alle commerciali-finanziarie, il 6 a quelle legate al mondo dei trasporti e il 18 ai servizi.
Più o meno negli stessi anni, le percentuali per le stesse attività produttive erano per la Francia 51, 26, 5, 2 e 14 (percentuali molto simili avrebbe avuto l’Italia unita nel 1881, cioè trent’anni più tardi) e per il più industrializzato Belgio 46, 37, 3, 1 e 10.
Pur nel variare delle percentuali, la dimensione delle vita urbana divenne presto comune.
Governare una città divenne sempre più complesso.
L’aumento della popolazione, l’afflusso immigratorio dalle campagne, le nuove esigenze infrastrutturali e le profonde ferite legate all’insediamento di attività industriali resero - agli occhi degli osservatori più illuminati - sempre più difficile, ma anche sempre più necessario un governo di questa travolgente crescita.
La stessa esigenza sanitaria rese spesso urgenti, agli occhi dei riformatori, interventi radicali di risanamento urbano.
D’altro canto, le nuove attività industriali si erano insediate ormai dentro le mura urbane, o nelle loro vicinanze.
L’aumento demografico, la necessità di nuovi alloggi, le sempre maggiori attività industriali, la spinta per la riallocazione delle funzioni del territorio urbano resero spesso inevitabile rompere le vecchie cinte murate che da secoli attorniavano le città.
Peraltro, i nuovi terreni che l’abbattimento delle mura rendeva disponibili diventavano appetibili per la rendita fondiaria e per nuovi investimenti immobiliari.
Con il passare dei decenni, inoltre, alle esigenze di risanamento e agli intenti speculativi si aggiunsero le sempre più sentite, da parte di diversi ambienti, necessità di miglioramento delle infrastrutture urbane. Introduzione e generalizzazione di acquedotti, di fognature, di reti di comunicazioni antiche e più recenti (reti di metropolitane sotterranee, reti di omnibus, presto a rotaia) aggiunsero così nuovi compiti ai vecchi.
Oltre al miglioramento dell’ambiente degradato e alla realizzazione di nuovi affari, anche dal punto di vista dell’ordine pubblico ci furono spinte importanti in direzione di una migliore governabilità del territorio urbano. La città, abitata da classi ritenute "pericolose" non meno che da classi laboriose, appariva ai governi sempre più fragile.
Gli antichi centri delle città, con il loro dedalo di viuzze medievali, rendevano difficile il pronto intervento delle truppe chiamate a ristabilire l’ordine, qualora esso venisse turbato.
D’altro canto, anche le periferie operaie, assiepate attorno alle nuove industrie, erano difficili da raggiungere in fretta, qualora uno sciopero o una agitazione minacciassero l’ordine.
Inoltre le maggiori vie di comunicazione fra il centro e le periferie, soprattutto se non sufficientemente larghe e spaziose, potevano essere facilmente interrotte dalle barricate dei dimostranti.
La rivoluzione del 1848 aveva offerto con chiarezza ai governanti, ai ministri dell’interno e ai vertici militari e di polizia dell’ordine pubblico una prova dell’indebolito controllo sociale causato dall’intrecciarsi di trasformazioni urbane e sociali.
Le esigenze che spinsero verso interventi di riassetto del territorio urbano furono quindi numerose. L’urbanistica come scienza, però, non esisteva ancora.
A sollecitarne la nascita furono vari fattori.
Nella prima parte del secolo, l’accorata preoccupazione per le sorti operaie e in genere delle vittime dell’industrializzazione (e dell’urbanizzazione) aveva mosso alcuni utopisti, o riformatori estremi, a disegnare città del tutto nuove (Owen con Lanark, ad esempio) o ad immaginare rivoluzionarie trasformazioni urbane, che però non si verificarono.
Attorno al 1848 e nel decennio successivo, furono invece alcuni ambienti di riformatori più moderati o, più spesso, gli stessi centri del potere politico e amministrativo a sentire la necessità di intervenire al fine di gestire una situazione urbana che rischiava di divenire esplosiva o ingovernabile.
I principi ispiratori di questo approccio alla questione urbana si possono ritrovare nel testo del bando dell’imperatore austriaco che, nel dicembre 1857, convocava una commissione di esperti incaricata di bandire un concorso per nuovi progetti sul riassetto della capitale.
"Ampliamento del nucleo interno della città di Vienna, allo scopo di una opportuna connessione con i sobborghi", "trasformazione ed abbellimento della città capitale e residenza di corte", "soppressione delle cinte delle fortificazioni" allo scopo di avere "terreno fabbricabile", costruzione di altre caserme, erezione di un "teatro d’opera" e di mercati: questi erano gli scopi che a corte ci si proponeva.
Della commissione selezionatrice avrebbero fatto parte il ministro dell’interno, quello del commercio, quello della guerra, il capo della polizia e il borgomastro di Vienna: nessun tecnico, quindi.
I "piani" e gli interventi che riformularono l’assetto urbano trasformato dalla crescita demografica e dalla prima industrializzazione (dagli interventi di Haussmann a Parigi a questi di Vienna, a quelli di Poggi nella Firenze postunitaria) risposero in buona parte a questo bisogno d’ordine circolante nei governi del tempo.
La rivoluzione del 1848 affrettò la necessità, già sentita, di riformare l’assetto urbano delle grandi capitali e città europee.
Crescita demografica, urbanizzazione e ormai mezzo secolo di industrializzazione avevano reso pericolosa per l’ordine la situazione abitativa dei quartieri poveri ed operai. Nel decennio successivo al 1848, l’Europa diventa un cantiere di profonde innovazioni urbanistiche.
Napoleone III dà il via ai grands travaux a Parigi (1853). A Vienna vengono aperti grandi viali circolari, i ring (1857). Barcellona viene ampliata (1859).
Londra, la città forse più industriale, inizia a conoscere importanti opere di risanamento, nonché l’avvio dei lavori per la metropolitana (1863). Firenze, un anno prima di diventare per un breve periodo capitale d’Italia, conosce sventramenti e viali di circonvallazione (1864).
Lo stesso avverrà a Bruxelles (1867). I lavori parigini dell’ingegnere Haussmann sono esemplari.
Grandi e larghi viali di attraversamento urbano (boulevards), "bonifica" del centro della città con allontanamento dei ceti più popolari, separazione nelle periferie fra quartieri residenziali e nuovi quartieri operai.
La prevenzione del conflitto sociale passava anche dai boulevards, così larghi da rendere difficile, se non impossibile, bloccarli con barricate.
Le trasformazioni urbane e sociali delle città della prima metà dell’Ottocento posero, oltre che ai primi "urbanisti", ad architetti ed ingegneri nuovi problemi anche tecnici, cui le nuove tecnologie cercarono di rispondere.
Le immense e per quel tempo ardite coperture che le grandi stazioni ferroviarie andavano richiedendo sono un esempio delle nuove esigenze delle città ottocentesche.
Un altro esempio delle necessità connesse con la modernità delle città è dato dai nuovi, grandi, talora effimeri, ma sempre attraenti, ambienti progettati per ospitare le Grandi Esposizioni industriali e commerciali internazionali: il caso più noto fu il Crystal Palace preparato per l’Expo di Londra del 1851.
Per ferrovie ed expo si ricorse spesso a costruzioni in ferro e vetro, di cui gli architetti andavano sondando le nuove possibilità architettoniche: coperture o pareti trasparenti, sostegni esili ma resistentissimi, strutture sospese o a sbalzo, impensabili con le tradizionali tecniche di costruzione.
Il ferro permetteva inoltre costruzioni tecnicamente ardite, come il ponte di Clifton, vicino a Bristol, progettato fra 1829 e 1831 e avviato nel 1836.
Per costruzioni più "ordinarie", o comunque più frequenti e diffuse, dagli edifici amministrativi a quelli residenziali della nuova borghesia, gli architetti e gli ingegneri ottocenteschi poterono disporre di nuove e rivoluzionarie tecniche, fra cui il cemento e poi il cemento armato.
Dal 1860 circa il cemento Portland (come venne denominato per le sue somiglianze con le polvere di pietra calcarea delle isole Portland, britanniche) rese disponibile un legante idraulico resistente e duraturo, capace di sostituire l’antica pietra.
Quando ad esso si aggiunse l’armatura in ferro, metallo simbolo dell’industrializzazione, le possibilità edificatorie furono di fatto rivoluzionate.
Anche se l’introduzione e la diffusione di queste tecniche necessitò di non poco tempo, con esse si posero le fondamenta della nuova architettura moderna.
Nuove tecniche edificatorie, nuove esigenze legate alla trasformazione delle città e soprattutto nuovi gusti e mode culturali trasformarono gli stili architettonici.
Il "trionfo della borghesia" voleva trovare espressione anche a livello di architettura. Non vi fu un unico stile, ma - all’interno di uno scenario in rapida trasformazione e fortemente segnato dai movimenti e dalle richieste nazionalistiche - si differenziarono più stili nazionali, anche diversi nel passare dei decenni.
Comune però fu la reazione alla grazia frivola del barocco e al razionalismo dell’illuminismo: un certo spirito romantico e nazionalista aleggiò dovunque.
Nella prima metà dell’Ottocento si valorizzò l’eredità settecentesca della riscoperta delle antichità greche e romane (Winckelmann) e di quelle che si credevano le diverse radici nazionali.
Un neo-ellenismo ispirò così la costruzione del British Museum a Londra (avviata nel 1813) come della Schauspielhaus (1818), dell’Hauptwache Unter den Linten (1826) e dell’Altes Museum (1826-30) a Berlino. Una certa influenza ebbe il neo-gotico, che rimase incastonato fra l’altro negli interni dell’House of Parliament londinese (1836) o nel riavvio della ricostruzione del duomo di Colonia (1842).
La volontà di riallacciarsi al rinascimento ispirò invece, con sapori appunto neo-rinascimentali, chi pose mano al palazzo Beauharnais di Monaco (1816) e ci fu chi parlò di neo-barocco per l’Opera di Parigi (1861-74).
Da paese a paese, insomma, o da decennio a decennio, si andava alla ricerca delle proprie (ipotetiche) radici nazionali cercando di collegarsi ad un lontano passato storico: anche per questo, dai critici inglesi, questo complesso insieme di gusti e di richiami è stato definito historicism.
Per quanto molte di queste opere fossero commissionate dagli stati e dalle corone, è difficile non vedere in esso il riflesso di un’età ricca e borghese, ma priva di radici proprie e alla ricerca di una legittimazione.
L’Italia era ancora un paese dalle molte città, alcune delle quali anche di grandi dimensioni. Poche di queste potevano dirsi, prima ed immediatamente dopo l’unità, tanto moderne da potersi considerare già trasformate dai processi di industrializzazione.
In ogni caso, per motivi diversi, in alcune città italiane si pose il problema della necessità di interventi di tipo urbanistico.
Al momento dell’unità undici città avevano più di centomila abitanti: tra di esse, Milano, Torino, Genova e Venezia al nord, Bologna, Firenze, Roma al centro e Napoli, Palermo e Messina al sud.
Nei primi anni postunitari, un problema si pose per Firenze quando da piccola capitale dell’ex Granducato di Toscana fu designata a divenire capitale del Regno d’Italia, trasferita lì da Torino, in simbolico avvicinamento a Roma.
La città toscana era però del tutto impreparata ad accogliere tutti i centri e le funzioni amministrative del nuovo stato.
Inoltre, il centro della città presentava caratteristiche tali da rendere necessario un risanamento.
Nel 1865 fu così dato il via al piano Poggi, dal nome del suo autore (un architetto senza precedenti esperienze di tipo urbanistico), che avrebbe ridisegnato la conformazione e l’immagine della città, con abbattimento delle mura e grandi viali di circonvallazione, come Haussmann aveva già fatto per Parigi.
Il piano Poggi però, come altri piani italiani, non contemplava alcun intervento di tipo "statalista" nel prevedere le funzioni che il territorio, ridisegnato, avrebbe dovuto ospitare.
Inoltre, con il 1870, la presa di Roma e il conseguente spostamento della capitale, la sua rilevanza andò ulteriormente diminuendo. In questo periodo anche altre città si dotarono di piani urbanistici o comunque effettuarono primissimi interventi.
La città che forse ne avrebbe avuto più bisogno era Napoli, la più grande e popolosa città italiana.
Lo stesso Garibaldi ne aveva sentito l’esigenza quando, entrato in città nel corso della sua campagna dei Mille ai primi di settembre 1860, già alla metà di ottobre decideva alcuni primi interventi a livello urbanistico.
La questione di Napoli era però ben più grave di ciò che un governo provvisorio poteva affrontare.
Una vera e propria legge di risanamento fu votata dal parlamento solo nel 1885: ed anche quella fu lungi dall’essere risolutiva.