Dopo la prima guerra mondiale, negli anni venti, tutti i processi economico sociali che si erano messi in movimento negli ultimi decenni del XIX secolo con la seconda rivoluzione industriale, trovano una forte accelerazione. Il risultato è stato la creazione di una società di massa contraddistinta dallo sviluppo dell'industria rispetto all'agricoltura e da una spettacolare crescita del settore terziario (commercio, servizi ecc.). La crescita del terziario unita all'ampliamento della burocrazia statale, produce anche una forte crescita quantitativa dei ceti medi. In questo modo le divisioni interne alla società diventano meno nette che in passato perché la crescita dei ceti medi modifica la tradizionale divisione in operai, contadini e borghesia.
Gli uomini entrano in rapporto tra loro con maggior frequenza. La maggior parte dei cittadini vive in città medie o grandi e si accentua il fenomeno di spopolamento delle campagne.
Le nuove figure professionali emergenti ingegneri, tecnici, impiegati, segretarie e centraliniste diventano sempre più necessarie al funzionamento delle aziende, così come direttori di negozio e commessi nel mondo del commercio. Anche le professioni liberali (avvocati, medici, insegnanti, ecc.) cambiano la loro collocazione borghese tradizionale. Tra un dirigente d'azienda e una centralinista, tra l’impiegato e il primario di una clinica c'erano naturalmente enormi differenze. Ma tutti avevano una spiccata tendenza a distinguersi dai lavoratori manuali, operai e contadini.
Questa esigenza di distinguersi è stata la molla fondamentale dei ceti medi che hanno raggiunto un ruolo centrale nella società, condizionandone i valori e i modelli di comportamento. Il veicolo più potente di tale unificazione è stato l'imporsi di un modello produttivo basato sui consumi. Il grosso della popolazione, infatti, è entrato nel circolo dell’economia di mercato come produttore o come consumatore di beni e di servizi. Un ruolo fondamentale nel plasmare i lineamenti della nuova società fu svolto dalla scuola che costituiva un’opportunità da cui nessuno doveva essere escluso, un servizio reso alla collettività. Nella maggioranza dei paesi europei si introduce l’obbligo scolastico e si assiste a un calo dell’analfabetismo. Legato ai progressi dell’istruzione si registra l’incremento della diffusione della stampa e lo sviluppo dei mass-media come la radio, il cinema e, in seguito, la televisione. La "cultura media di massa" dell'Occidente capitalistico è dunque tipica di questi strati sociali medi ed è qui che può essere individuato il loro specifico contributo alla modernizzazione della società.
Nei paesi più avanzati la crescita economica nel ‘900 si è realizzata all'insegna di profonde trasformazioni.
C’è una vera e propria svolta dell'economia capitalistica caratterizzata da una produzione industriale standardizzata. L'aumento della produttività del lavoro era necessaria per abbassare i costi di produzione: occorreva produrre di più in tempi più ristretti per far calare il costo del prodotto. Alla base di queste realizzazioni c’era il taylorismo, un sistema di organizzazione scientifica del lavoro creato dall'ingegnere statunitense Taylor. Secondo lui bisognava partire da una fabbrica fondata sulla riduzione delle attività lavorative a operazioni fisse ed elementari rese più efficaci dalle catene di montaggio. La catena di montaggio è la linea di lavorazione semovente che sposta il materiale in fabbricazione nelle varie stazioni di lavoro, dove operai poco qualificati montano le varie parti componenti. È stata introdotta nel 1913-1914 da Ford che si ispirò al sistema di convogliatori da tempo in uso nella lavorazione della carne nel gigantesco macello della sua città. Con questi convogliatori era possibile spostare rapidamente, con dei nastri trasportatori, gli animali macellati da un settore all’altro. Ford, ispirandosi al taylorismo, applicò la stesso criterio alla fabbricazione della sua auto innovativa la “Model T”. Ma, allo stesso tempo, i costi di produzione non dovevano far diminuire i salari ma piuttosto farli crescere per far accedere anche l'operaio ai beni-simbolo di una società del benessere. Un fenomeno che cambia profondamente lo stile di vita del novecento rispetto al passato, con la diminuzione delle diseguaglianze economiche che fece raggiungere ai paesi occidentali un grado di prosperità fino ad allora sconosciuto. Si è creato un graduale processo di arricchimento generale, testimoniato dall'aumento della domanda di generi alimentari e dei beni di consumo (automobili, elettrodomestici). Ma il mantenimento di questa prosperità era strettamente legato alla continua espansione della domanda di beni, vale a dire al loro consumo. Perciò i cittadini cominciarono a essere indotti, in primo luogo dalla pubblicità, ad acquistare sempre di più, innescando quel processo che si definisce appunto consumismo. Questo processo comporta una forzatura nei reali bisogni che vengono distorti verso l’acquisto di beni superflui o, addirittura, inutili.
Il termine globalizzazione, è stato utilizzato dagli economisti a partire dal 1981 per riferirsi prevalentemente agli aspetti economici delle relazioni fra popoli e grandi aziende. Il fenomeno invece va inquadrato anche nel contesto dei cambiamenti sociali, tecnologici e politici, e delle complesse interazioni su scala mondiale che, soprattutto a partire dagli anni ottanta, hanno subito una sensibile accelerazione. In realtà anche se con globalizzazione ci si riferisce ad un fenomeno specifico degli ultimi decenni, scientificamente il concetto è tutt'altro che consolidato. Per quanto riguarda l'economia, per esempio, diversi autori sottolineano che il sistema degli scambi internazionali era già globalizzato negli anni precedenti il 1914 per l’interdipendenza tra paesi industrializzati e paesi coloniali in Africa e Asia. I paesi industrializzati sfruttavano le loro materie prime e vendevano sui loro mercati i prodotti industriali. Ma negli ultimi decenni l'economia ha registrato un abbattimento delle barriere doganali tra gli stati che ha facilitato processi di integrazione internazionale, portando a una espansione senza precedenti degli scambi commerciali. Lo sviluppo delle reti di comunicazione e di trasporto ha reso molto più facili e rapidi gli spostamenti delle persone e delle merci. L'ammodernamento tecnologico delle imprese porta con sé un generalizzato risparmio di lavoro umano, aumentando i livelli di disoccupazione che hanno minacciato non solo gli strati operai ma anche i ceti impiegatizi, tecnici e manageriali. La mancanza di lavoro non è più, come in passato, un fatto congiunturale legato agli andamenti ciclici dell'economia, ma rappresenta un processo per molti aspetti irreversibile. Inoltre, le tecnologie informatiche hanno potenziato le possibilità di movimento dei capitali finanziari e la trasmissione dei dati in tempo reale ha reso più conveniente l'apertura di nuovi reparti industriali in paesi a basso costo del lavoro (come in buona parte dell'Africa e dell'Asia) e quindi l'impiego di una manodopera nazionale meno protetta e meno sindacalizzata: cioè più elastica e ricattabile. In molti paesi sottosviluppati retti da regimi poco democratici le industrie multinazionali occidentali hanno aperto stabilimenti che non esitavano a ricorrere alla manodopera infantile, come nell'Europa del secolo scorso. Si è così ulteriormente allargata la forbice di sviluppo tra nord e sud del mondo. Rispetto alla realtà delle relazioni economiche tra paesi industrializzati e colonie c’è una forte differenza sul ruolo dell’attività industriale. Oggi l’attività produttiva concentra le sua attività nei paesi ex-colonie ma la gestione della ricchezza resta in gran parte appannaggio dei paesi ricchi.
Oggi meno di un quarto della popolazione mondiale controlla i quattro quinti del reddito prodotto sulla terra. Questo livello estremo di concentrazione della ricchezza rappresenta un dato nuovo della storia mondiale. Nelle epoche precedenti alla nostra la differenza che divide il sud dal nord è sempre stata meno ampia di adesso. Stime calcolano che nella seconda metà del Settecento il prodotto nazionale lordo di quelli che oggi chiamiamo paesi sviluppati fosse sostanzialmente pari a quello dell'odierno Terzo Mondo. È stata dunque la rivoluzione industriale sopravvenuta nel corso del XIX secolo ad avviare una divaricazione crescente, rivelatasi poi irreversibile, tra le diverse zone della terra. Indubbiamente il vertiginoso aumento demografico verificatosi nei paesi ha fatto aumentare il consumo delle risorse prodotte e quindi ha neutralizzato le potenzialità dello sviluppo industriale in queste aree. L’esplosione demografica del Terzo Mondo è innanzitutto legata alla veloce riduzione della mortalità dovuta alla diffusione della medicina. Attualmente il ritmo di crescita delle popolazioni povere è quindi il triplo di quello delle popolazioni ricche. In definitiva Asia, Africa e America latina ospitano all'incirca il 75% della popolazione mondiale ma solo il 50% delle terre coltivabili. Alla scarsità di superficie agricola coltivabile si aggiunge anche la qualità delle tecnologie utilizzate che rende la produttività di un agricoltore statunitense circa 80 volte superiore a quella di un contadino asiatico. Questa situazione ha dato l'avvio a nuovi flussi migratori che dai paesi poveri si sono indirizzati sia verso mete tradizionali (Stati Uniti, Canada, Australia) sia verso nazioni che in passato erano state a loro volta terre di emigrazione come Italia e Grecia. Alle migrazioni internazionali si accompagnano i forti flussi di urbanizzazione nelle metropoli del Terzo Mondo, richiamando il fenomeno dell’inurbamento suscitato nei paesi ricchi dalla rivoluzione industriale. Alla fine del XX secolo esistono nel mondo 20 megalopoli con più di 11 milioni di abitanti. Di esse ben 17 si trovano nei paesi del Terzo Mondo.
Circa la metà degli abitanti delle grandi città del Terzo Mondo vivono in bidonvilles (cioè in agglomerati formati da ripari di fortuna) cresciute caoticamente nei sobborghi delle periferie e sprovviste delle più elementari strutture igieniche e sanitarie.
Tra il 1960 e il 1980 la produzione industriale dei paesi del Terzo Mondo risulta più che triplicata, anche se questa crescita è in realtà ristretta a un pugno di paesi che ancora una volta esclude l'Africa e comprende Brasile, Messico, Egitto, India, Filippine, oltre ai cosiddetti "quattro dragoni" dell'Asia: Taiwan, Hong Kong, Corea del sud, Singapore. Ognuno di questi stati è riuscito a muovere passi importanti sulla via dell'industrializzazione anche se nel loro complesso comprendono solo l'11% della popolazione dell'intero Terzo Mondo. Grazie alla svalutazione delle monete nazionali e al basso costo della manodopera, i loro prodotti hanno preso la via delle esportazioni, facendo il loro ingresso sui mercati occidentali a prezzi molto competitivi. Il vantaggio offerto dal basso costo del lavoro è stato sfruttato dalle stesse compagnie private dei paesi ricchi che hanno destinato a questi paesi reparti produttivi o intere linee di produzione ormai diventate troppo costose (o troppo nocive) per il mondo occidentale.
Ma la vera svolta nell’industrializzazione asiatica è data dalla Cina che ha attirato sul proprio territorio le industrie dei paesi più ricchi, diventando l'officina manifatturiera del mondo. Durante il corso del novecento la Cina è passata da una fase precomunista di economia semifeudale a un'economia comunista pianificata e centralizzata. Questa fase è stata superata con il programma delle "quattro modernizzazioni" (agricoltura, industria, scienza e tecnica, forze armate), durato fino alla metà degli anni Novanta, e coincide con l'apertura a un'economia socialista "quasi di mercato". Infine, la quarta fase attuale definita come "economia socialista di mercato" ha portato la Cina ai vertici dell’economia mondiale. Oggi in Cina sono presenti tutte le maggiori produzioni industriali. Attualmente le industrie cinesi, dove sono presenti tutte le maggiori produzioni industriali, sono in mano a grandi aziende private, sia locali che straniere. L’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nel 2001, ha sancito un’accelerazione nelle riforme politiche necessarie per uscire dall’apparato burocratico comunista.
La situazione del terzo mondo va quindi differenziandosi in diversi gruppi di nazioni caratterizzati da diverse vie di sviluppo: i paesi ad alto reddito esportatori di petrolio che fanno parte dell'Opec, i paesi in via di industrializzazione con basso debito estero come i paesi asiatici, i paesi in via di industrializzazione fortemente indebitati come l'Argentina o il Messico e i paesi produttori di materie prime come quelli dell'Africa subsahariana. Per questi ultimi è stata anche coniata la definizione di "quarto mondo", per indicare l'assenza in gran parte della popolazione di quei requisiti - istruzione superiore, stabilità politica, omogeneità etnica, controllo demografico - che hanno reso possibile l'uscita almeno tendenziale di altre nazioni dalla zona d'ombra del sottosviluppo.