L’Italia dopo i tentativi degli anni ’20 continua ad essere divisa tra due stati più grandi, il Regno di Sardegna e il Regno delle due Sicilie, due stati regionali, Granducato di Toscana e Stato della Chiesa, e due stati cittadini, Ducato di Parma e ducato di Modena.
Il Regno Lombardo-Veneto appartiene all'Austria e dunque non può essere considerato un stato italiano.
Nel regno delle due Sicilie, Ferdinando II adottò un modello politico-economico di tipo protezionistico con un intervento diretto dello Stato ma con un processo di sviluppo lento che limitava gli investimenti utilizzando solo le somme presenti nelle casse dello stato, senza prestiti bancari e senza tasse pesanti per pagare i debiti.
In pratica lo sviluppo era un po’ più lento ma era finanziato con gli introiti del commercio e della produzione agricola piuttosto che con le tasse.
Il Regno, infatti, aveva circa un terzo della popolazione italiana, ma più del 50% dell’intera produzione agricola e la flotta commerciale napoletana arriva ad essere la terza d’Europa.
Nel regno sono nate le prime industrie italiane nel settore tessile e metallurgico.
L’agricoltura e l’allevamento vengono sviluppate attraverso la creazione di appositi centri studi statali e con i Monti Frumentari un sistema di finanziamento alla piccola proprietà.
Il modello di governo del sovrano non concedeva spazio alle richieste dei liberali presenti soprattutto nella borghesia professionale.
Un fatto che creerà le difficoltà politiche che si mostreranno durante tutta la prima parte del secolo e, particolarmente, nel 1848.
Nello Stato della Chiesa il papa Gregorio XVI cominciò a varare le prime riforme, spinto anche dalle potenze europee.
Ma l’arretratezza dello stato e la mancanza di una borghesia interessata ad approfittare dei cambiamenti o a richiederli, per poter avviare delle attività produttive moderne, rendeva molto scarsi i risultati raggiunti.
Alla morte di Gregorio XVI venne eletto papa Pio IX che era considerato un liberale.
I suoi primi atti di governo in effetti andavano in questa direzione: concesse un’amnistia ai condannati, tollerò una maggiore libertà di stampa e permise ai laici di partecipare al governo che sin qua era stato solo del clero.
La situazione del Granducato di Toscana era caratterizzata da una politica di tolleranza da parte dei granduchi Ferdinando III e, successivamente, Leopoldo II.
Questa tolleranza fece si che in Toscana trovassero asilo diversi liberali fuggiti, in particolare, dal Regno delle due Sicilie.
Infatti proprio a Firenze nasce la principale rivista dell’epoca l’«Antologia» fondata da Vieusseux.
La rivista aveva come collaboratori intellettuali di tutte le parti d’Italia: Gino Caponi, Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo.
Ci furono anche provvedimenti economici ma non modificarono di fatto la situazione sociale.
Tra i due ducati cittadini si distingue il Ducato di Modena per il tentativo del suo sovrano di appoggiare un’insurrezione in Italia centrale per fondare un regno unitario con Roma capitale.
Ma quando l’insurrezione, nel 1831, è ormai pronta il sovrano fa arrestare i congiurati, anche se le insurrezioni scoppiano ugualmente formando dei governi provvisori che verranno sconfitti dall'intervento degli Austriaci. Ciro Menotti, ideatore dell’insurrezione, viene condannato a morte.
Lo stato Piemontese è caratterizzato dalla monarchia di Carlo alberto che sale al trono nel 1831.
Il governo del Piemonte era in mano alla nobiltà che era tradizionalmente contraria a ogni innovazione.
Il principale uomo politico della nobiltà piemontese era Solaro della Margarita che aveva una linea politica favorevole agli austriaci ed era contrario ad ogni innovazione anche tecnica che vedeva come pericolosa per i cambiamenti sociali che avrebbe potuto portare.
Carlo Alberto cerca di avviare una politica economica di rinnovamento senza fare particolari concessioni politiche.
Abroga i diritti feudali in Sardegna, ultima regione rimasta bloccata dal feudalesimo. Inoltre cerca di sviluppare le attività commerciali.
Ma la vera novità è data dallo sviluppo di una coscienza politica della borghesia agraria che si opponeva alla chiusura conservatrice di Solaro della Margarita e voleva favorire il progresso dell’agricoltura.
Nel 1842 vien fondata l’Associazione Agraria da un gruppo di imprenditori agricoli che voleva rinnovare l’economia piemontese.
Tra costoro spicca il nome di Camillo Benso conte di Cavour.
Dopo aver viaggiato in vari paesi europei più evoluti in campo agricolo e industriale, come Svizzera Francia e Inghilterra, torna in Piemonte e cerca di attuare gli stessi ammodernamenti agricoli che ha potuto vedere all’estero nella sua azienda agricola di Leri.
Egli riteneva che fosse necessaria una nuova politica di governo che favorisse lo sviluppo agricolo e industriale.
Soprattutto la manifattura tessile, dopo la rivoluzione industriale, aveva fatto grandi progressi favorita da legislazioni adeguate che la vecchia nobiltà piemontese non sembrava in grado di proporre.
Nel 1847 le posizioni conservatrici cominciano a perdere consenso con le dimissioni di Solaro della Margarita.
Cavour, già sindaco di Grinzane, nello stesso anno aveva deciso di dedicarsi ala vita politica e fonda il giornale «Il Risorgimento».
Sul primo numero del giornale Cavour spiega come non ci possono essere cambiamenti economici senza progresso anche politico.
E spiega la sua tesi affermando che il progresso politico è fatto da una vita pubblica partecipata e aperta alle innovazioni e da un sentimento nazionale forte.
Praticamente questo articolo rappresentava in sintesi l’intero programma politico che Cavour porterà avanti quando, qualche anno dopo, sarà chiamato agli incarichi politici che hanno segnato la storia del Piemonte e dell’unità d’Italia.
Le teorie mazziniane avevano trovano un forte consenso tra i giovani ma le sue azioni politiche mostrano anche la fragilità pratica del suo pensiero che rischiava di essere inconcludente.
La violenza rivoluzionaria predicata da Mazzini vede l'opposizione dei cattolici italiani più aperti che si riconoscono nel pensiero politico di Gioberti.
Il suo pensiero politico aveva alla base i valori religiosi cristiani che erano da sempre comuni a tutti gli italiani.
Gioberti pensava a un programma di riforme e voleva la creazione di una federazione nazionale dei vari stati italiani sotto la presidenza del papa.
Per ottenere questo risultato egli pensava alla formazione di un partito cattolico italiano, nazionale e moderno.
L'opera ispirò il cosiddetto partito neoguelfo che favorirà poi la partecipazione di vari stati italiani alla prima guerra d'indipendenza.
Molto vicino al pensiero di Gioberti era anche Cesare Balbo che però riteneva il federalismo di Gioberti praticabile solo se a capo della confederazione vi fossero stati i Savoia, i monarchi piemontesi del Regno di Sardegna.
Inoltre, riteneva fondamentale per l’attuazione del programma d’indipendenza delle condizioni favorevoli in Europa.
Si aspettava di fatto che l'espansione dell'Impero asburgico spingesse gli interessi austriaci verso l'area dei Balcani in modo tale da occuparsi meno delle questioni italiane.
Senza questa condizione secondo lui non sarebbe stato possibile raggiungere l’indipendenza della confederazione italiana.
Massimo d'Azeglio, cugino di Balbo, scrisse anche lui un’opera nel 1846 nella quale scriveva che per ottenere l’indipendenza era necessario creare una forte opinione pubblica moderata che premesse sui governi per realizzare gli ideali dei patrioti.
Queste idee ovviamente prendevano le distanze dalle proposte rivoluzionarie di Mazzini il quale, dal suo punto di vista, contestava loro l’idea di confederazione degli stati italiani.
I federalisti inoltre giustificavano la loro proposta per l’esistenza di profonde differenze tra i diversi stati italiani.
Davanti a queste proposte Mazzini rispondeva polemicamente confermando la sua idea di una repubblica unitaria e considerava le varie proposte confederali come forme di particolarismo che non rispondevano a quel disegno che, secondo lui, Dio aveva affidato a ciascun popolo e che non poteva essere attuato da un popolo diviso in più stati particolari.
Tra i protagonisti del risorgimento Mazzini merita un posto speciale.
La sua attività e soprattutto il suo pensiero sono stati un punto di riferimento per la maturazione della linea politica che ha condotto all’unificazione italiana.
Mazzini da giovane aveva fatto parte della Carboneria e ne era uscito insoddisfatto perché riteneva che i metodi carbonari non fossero adatti allo scopo che i patrioti si prefiggevano.
In primo luogo Mazzini rimproverava alla Carboneria l’eccessiva segretezza che le impediva di diffondere gli ideali di indipendenza nazionale oltre una stretta cerchia di aderenti.
Con i suoi metodi impediva al popolo di prendere coscienza dei valori nazionali e restringeva il suo campo d’azione a una minoranza.
Per Mazzini era fondamentale che la società patriottica fosse si clandestina, per evitare di essere scoperta dalla polizia austriaca che controllava quasi tutta l’Italia, ma che unisse necessariamente alla clandestinità una forte opera di propaganda degli ideali patriottici.
Per mettere in pratica le sue idee Mazzini fonda la Giovine Italia. L’ideologia di Mazzini è piuttosto particolare e si differenzia da quelle comuni del primo ‘800.
Pur essendo repubblicano Mazzini non approva le visioni che negano il valore della religiosità.
Egli infatti crede che la democrazia abbia un significato religioso che tutti devono rispettare.
Allo stesso tempo vede Roma come capitale della nuova repubblica ma libera dal dominio dei papi.
Per Mazzini la rivoluzione che conduce all’unificazione nazionale può nascere solo se c’è una forte spinta popolare.
Secondo lui è l’oppressione a spinger i popoli alla rivoluzione.
Dunque, siccome per lui il popolo italiano è uno dei più oppressi doveva aver il compito di iniziare la rivoluzione per raggiungere l’indipendenza e l’unità nazionale.
Per coordinare il popolo occorreva formare delle bande armate di rivoluzionari che spingessero alla rivolta le popolazioni.
Mazzini però non spiega con chiarezza come questa fase sarebbe potuta iniziare e trovò molte difficoltà a passare all’azione effettiva.
Difficoltà che hanno contrassegnato anche le attività dei suoi affiliati come i fratelli Bandiera che, contro la volontà di Mazzini, cercarono di suscitare la rivolta in Calabria.
Ma, appena sbarcati, trovarono l’ostilità dei contadini e furono catturati dai Borboni e fucilati.
Proprio per queste difficoltà Mazzini in vari momenti sembrò propenso a cercare un accordo col Piemonte per un’azione comune, come effettivamente accadde prima della II guerra d’indipendenza.
La concezione politica di Carlo Cattaneo è rappresenta dal federalismo.
Cattaneo è un repubblicano come Mazzini ma si riconosce nelle concezioni illuministiche che vedono la politica separata dalla religione e considerano lo stato laico, cioè non condizionato da nessuna concezione religiosa particolare.
Per Cattaneo la scienza e la giustizia devono guidare il progresso della società.
Il progresso umano non deve essere individuale ma collettivo.
La partecipazione alla vita della società è un fattore fondamentale per lo sviluppo.
Il progresso non deve avvenire per forza ma compatibilmente con i tempi di maturazione di ogni società: sono gli uomini che scandiscono le tappe del progresso.
Questa sua formazione illuministica, secondo la tradizione lombarda, porta Cattaneo a fondare nel 1839 la rivista Il Politecnico una rassegna di studi originali e recensioni approfondite su vari argomenti, dalle scienze alla critica letteraria, con l’obiettivo di favorire il progresso tecnico, scientifico e civile dei suoi lettori.
Queste sue idee non solo si collegano a una coerente visione del federalismo ma Cattaneo le praticava senza compromessi.
Quando dopo l’unità d’Italia è stato ripetutamente eletto al parlamento, Cattaneo ha sempre rifiutato la nomina a parlamentare perché non voleva prestare giuramento davanti al re d’Italia.
Nei primi anni del suo impegno politico Cattaneo si fece promotore di una riorganizzazione dell’Impero austriaco in senso federalista, con la concessione di ampie autonomie alle sue varie componenti.
Quando capì che l’Austria non avrebbe concesso una riforma di questo tipo cominciò a pensare a una federazione di stati italiani che avessero avuto Milano come capitale.
La ragione di questa richiesta era nel fatto che Cattaneo considerava più progredita la Lombardia del Piemonte e perché non si fidava dei Piemontesi che dimostravano di essere dei cattivi governanti nei confronti della Sardegna.
Cattaneo comunque temeva soprattutto uno stato centrale che schiacciasse le diverse regioni e culture presenti in Italia.
Lo stato non avrebbe mai dovuto cercare di limitare la società e i cittadini.
Per lui le due parole d’ordine del federalismo erano capitalismo e liberalismo.
Il capitalismo, cioè lo sviluppo delle imprese private in economia era l’ unica forma di reale sviluppo della ricchezza della società.
Solo le imprese potevano garantire la crescita della produzione e della ricchezza.
Il liberalismo era invece la dottrina politica democratica che Cattaneo vedeva non solo nell’esistenza del parlamento e delle discussione parlamentare ma anche nella forma di organizzazione federalista che dava appunto voce a tutte le regioni e alle loro diversità economiche, civili e culturali.
Per questa ragione è sempre stato un grande ammiratore dell’organizzazione federalista della vicina Svizzera.
Quando si parla del 1848 si pensa immediatamente al mese di Febbraio quando insorge Parigi e subito dopo quasi tutte le capitali europee.
Il ’48 è stato un anno burrascoso in giro per l’Europa ma lo è stato altrettanto anche in Italia.
Per capire con esattezza gli avvenimenti bisogna partire proprio dall'Italia e precisamente dalla città di Palermo.
Infatti, con netto anticipo rispetto al resto dell’Europa, il 12 gennaio la città insorge e chiede al re la costituzione.
Ferdinando II da Napoli annuncia il 29 gennaio la costituzione e l’11 febbraio viene promulgata.
La rapidità con cui il Regno delle due Sicilie portò sino in fondo il cambiamento spinge subito dopo anche Leopoldo II nel Granducato di Toscana e Carlo Alberto nel Regno di Sardegna a concedere la costituzione.
In particolare, quella concessa da Carlo Alberto è nota come Statuto Albertino ed è molto importante per la storia dell’Italia perché è rimasta in vigore nel Regno di Sardegna sino a quando è diventato, nel 1861, Regno d’Italia.
Nel nuovo Regno è rimasta in vigore sino al 1948 quando l’Italia è diventata una repubblica, ed è stata varata l’attuale Costituzione italiana.
Anche lo stato della Chiesa con Pio IX concede la costituzione inaugurando un’epoca di grandi riforme: la libertà di stampa, i diritti civili agli Ebrei, la Guardia Civica, l'inizio delle ferrovie e la costituzione del Municipio di Roma.
Sembrava aprirsi una nuova stagione politica: senza alcuna forma di violenza nei principali stati italiani erano state raggiunte le libertà politiche fondamentali.
Questo dava un forte consenso ai moderati che avevano spinto in questa direzione i diversi governi e sembrava vicino l’obiettivo della confederazione italiana.
Ben diverso era il clima che si respirava in quegli stessi mesi nel Regno del Lombardo-Veneto, soggetto agli Austriaci.
Alcun patrioti veneziani, con a capo Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, avevano chiesto in gennaio al governo austriaco, alcuni giorni prima dell’insurrezione di Palermo, di rispettare le diverse nazionalità presenti nell'Impero.
Per tutta risposta alcuni giorni dopo vennero arrestati.
Questi atti mettevano in condizione i patrioti del Lombardo-Veneto di considerare fondamentale l’indipendenza dall'Austria come premessa per ottenere quelle libertà che il resto d’Italia, in questo momento, aveva ottenuto senza alcuna violenza.
Infatti, quando l’insurrezione esplode nella stessa Vienna, costringendo il primo ministro Metternich il 14 marzo a dimettersi, tre soli giorni dopo, il 17 marzo, l’insurrezione scoppia a Venezia che proclama la restaurazione della repubblica veneta.
Il giorno dopo, il 18 marzo, insorge anche Milano dando vita alle Cinque giornate durante le quali gli insorti liberano la città dagli austriaci.
Il giorno dopo la conclusione delle cinque giornate di Milano, 18-22 marzo 1848, il re di Sardegna Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria ed ebbe inizio la prima guerra di indipendenza.
La guerra era stata il risultato degli avvenimenti precedenti di questi primi mesi del ’48.
Gli stati italiani che avevano dato le costituzioni nei mesi precedenti mandarono anch'essi contingenti militari per affiancare Carlo Alberto.
Soprattutto la situazione di Milano aveva determinato l’intervento di Carlo Alberto contro l’Austria.
Consigliato dai moderati piemontesi egli rispose alla fine alla richiesta di aiuto del governo moderato di Milano, capeggiato da Casati, mentre i repubblicani federalisti, guidati da Cattaneo, e i repubblicani mazziniani volevano attuare la repubblica.
L’intervento militare non fu però molto efficace perché Carlo Alberto si era mosso all'inizio con prudenza per paura di dare aiuto alla costituzione di una repubblica lombarda che non avrebbe dato nessun vantaggio al suo regno.
Gli austriaci, anche se in ritirata, riuscirono a difendersi in attesa di altre truppe che, in questo momento, non potevano arrivare perché in Austria erano in atto le insurrezioni a Vienna e Budapest molto più pericolose e preoccupanti per l’Impero austriaco.
Ma sulla guerra pesò anche il ripensamento di Pio IX che aveva mandato un contingente militare ad affiancare Carlo Alberto.
Il papa si trovava in grande imbarazzo per aver mandato in guerra i suoi soldati contro l’Austria, il più importante impero cattolico.
Decise dunque di ritirare le sue truppe.
Il suo esempio fu seguito anche dalla Toscana e dal regno delle due Sicilie.
Dopo questi avvenimenti Carlo Alberto fu sconfitto a Custoza dagli austriaci e chiese l’armistizio.
Allora i democratici, che avevano predicato l’esigenza di una rivoluzione, presero di nuovo l’iniziativa a Firenze e a Roma, nel 1849, dove proclamarono la repubblica, costringendo alla fuga il papa Pio IX e il Granduca di Toscana Leopoldo II.
Ma ben presto tutte e tre le repubbliche proclamate tra il ‘48 e il ‘49 furono riportate ai loro sovrani precedenti.
Il papa e il granduca rientrano a Roma e Firenze e anche Venezia, che aveva resistito sin qua, viene riconquistata dall'Austria.
Intanto Carlo Alberto aveva tentato di approfittare degli avvenimenti per riprendere la guerra ma venne definitivamente sconfitto a Novara e abdicò lasciando il regno al figlio Vittorio Emanuele II.