In India già nell’ottocento si era diffuso un forte movimento nazionalista che nel 1885 ha portato alla fondazione del partito del congresso.
Questo ha favorito la formazione di una coscienza nazionale che ha trovato in Gandhi la sua figura più celebre e rappresentativa.
Gandhi, dopo gli studi in Inghilterra, lavorò come avvocato in Sudafrica dove elaborò il suo metodo di lotta non violenta in difesa degli indiani là immigrati che erano discriminati rispetto ai bianchi.
Nel 1915 rientra in India e promuove un’alleanza tra il partito del congresso, a maggioranza indù, e la Lega Mussulmana.
Dal 1919 comincia una campagna basata sulla disobbedienza civile che scatenò la repressione inglese.
Messo in prigione nel 1924 inaugurò il digiuno come metodo di lotta.
Intanto, nel 1923, si afferma come segretario del partito del congresso Nehru che sarà l’altro grande protagonista dell’indipendenza indiana.
Egli era convinto che occorresse utilizzare metodi di lotta più duri e fece propri alcuni aspetti del marxismo, rifiutando i metodi rivoluzionari di Lenin.
Nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza e un anno dopo Gandhi venne ucciso da un fanatico indù. L’India venne guidata dal 1947 sino al 1964 da Nehru che la condusse a un lento sviluppo.
Nel 1947 si separò dall’India il Pakistan che era di religione islamica ed era suddiviso in due parti separate il Pakistan occidentale, l’attuale Pakistan, e quello orientale, l’attuale Bangladesh.
Quest’ultimo nel 1971 ottenne l’indipendenza dopo una dura guerra civile contro il governo pakistano.
Questo nuovo stato occupa la regione del Bengala, parla una lingua diversa dal restante Pakistan e ha al suo interno anche una consistente minoranza indù.
L’attuale Pakistan dopo l’indipendenza procedette a una progressiva islamizzazione sino alla proclamazione della repubblica islamica nel 1956.
La decolonizzazione in realtà non è stata capace di risolvere i gravi problemi dell’area che erano indipendenti dalla presenza inglese, primo fra tutti la difficile convivenza tra diverse comunità religiose e le difficoltà economiche prodotte soprattutto dalla notevole sovrappopolazione.
Lo sviluppo dell’indipendenza nei paesi africani dopo la seconda guerra mondiale dipende da alcune discussioni precedenti.
Prima di tutto le affermazioni del presidente Wilson alla fine della prima guerra mondiale nel 1918 nei suoi 14 punti presentati in vista delle trattative di pace.
Wilson aveva scritto al quinto punto che le popolazioni soggette ai domini coloniali dovevano avere la possibilità di far valere i propri interessi nel governo dei loro stati.
Inoltre l’ideologia panafricana, sviluppata negli anni venti da alcuni intellettuali neri negli Stati Uniti, che auspicava governi con il consenso degli stessi popoli africani.
Infine, l’Unione Sovietica che, assieme a Cuba, aveva dato sostegno alla causa di liberazione dei popoli africani dal colonialismo capitalistico.
Su questa base inizia la decolonizzazione soprattutto nell’Africa centrale dove alcune esperienze significative mostrano le difficoltà di realizzazione di nazioni indipendenti, a causa del forte tribalismo imperante nell’area.
In Kenya l’indipendenza è stata raggiunta definitivamente nel 1962 ed è stata guidata dai Kikuyu, principale etnia della regione.
Il nuovo stato ha creato un sistema politico a partito unico nel quale sono stai invitati tutti i rappresentati delle diverse tribù anche se i Kikuyu sono in maggioranza.
In Congo invece la situazione ha assunto toni drammatici.
Indipendente dal 1959, ha vissuto una sanguinosa guerra civile con la rivolta del Katanga, spinto anche dalle compagnie minerarie occidentali che sfruttavano da tempo i giacimenti del paese e volevano mantenere il controllo della ricca regione mineraria.
La decolonizzazione dell’Africa mediterranea francese è stata più difficile e complessa.
Il Marocco ha raggiunto l’indipendenza nel 1955 quando la Francia abbandona il paese dopo una lunga guerriglia, fatta anche di azioni terroristiche, da parte dei nazionalisti marocchini.
Gli stessi metodi terroristici sono stati usati dagli indipendentisti in Tunisia, dove però i coloni reagirono utilizzando a loro volta metodi violenti sino al raggiungimento dell’indipendenza nel 1956.
La situazione dell’Algeria era diversa dalle altre due nazioni.
Qui esisteva una forte minoranza di bianchi, nati e vissuti nel paese, che si considerava a pieno titolo algerina.
Pertanto la nascita del Fronte di Liberazione Nazionale nel 1954 porta alla lotta armata contro i coloni e da inizio alla guerra d’Algeria che si conclude solo nel 1962 con l’intervento del presidente francese De Gaulle che concesse agli algerini un referendum per decidere dell’indipendenza.
Gli sviluppi africani negli anni settanta sono stati preparati da una particolare ideologia socialista che è partita dalle prime originali elaborazioni politiche degli anni sessanta, in particolare in Tanzania, Zambia e Ghana.
I vari esperimenti, in effetti, si risolsero normalmente nella costruzione di regimi con a capo una figura carismatica che poggiava spesso il suo prestigio sulla forza militare.
Più equilibrato nella sua attuazione il modello di Senghor, nativo del Senegal, che è stato deputato socialista nel 1946 all’assemblea nazionale francese e si è battuto, in nome delle specificità della cultura africana, per l’indipendenza della sua terra.
Diventato nel 1960 il primo presidente dopo l’indipendenza, egli cercò di attuare la sua idea di africanità richiamandosi ad alcune esperienze culturali occidentali e applicando un socialismo moderato.
Negli anni settanta le esperienze di socialismo africano prendono piede nelle ex colonie portoghesi in Angola e Mozambico, dove l’indipendenza è sta raggiunta nel 1975 con governi di forte ispirazione marxista sotto la protezione dell’Unione Sovietica.
Entrambi i governi trovarono una forte opposizione interna con movimenti che avevano aiuti da stati filo occidentali innescando una guerra civile che ha aggravato la situazione economica e sanitaria in entrambi i paesi e ha portato a regimi più democratici agli inizi degli anni novanta.
La stessa situazione di dittatura si è creata in Etiopia dove il regime marxista ha retto sino a quando sono giunti aiuti finanziari e militari dall’Unione Sovietica.
Diversa da questi modelli è la realtà del Sudafrica dove il governo boero aveva adottato misure razziali molto forti con una rigida separazione tra bianchi e neri che sono aumentate nel 1948 con l’adozione dell’apartheid.
L’African National Congress, il partito che dagli anni venti lottava per i diritti dei neri, minaccia agli inizi degli anni sessanta di abbandonare la non violenza e di passare a forme più aspre di lotta.
Per tutta risposta il governo, nel 1962, fece incarcerare il suo leader Nelson Mandela.
La svolta comincia nel 1986 quando la condanna internazionale mise in atto un embargo al quale parteciparono anche gli Stati Uniti isolando completamente il paese e costringendo alle dimissioni Botha, capo del partito nazionalista.
Il suo successore inaugura una politica di pacificazione nazionale che condurrà nel 1990 alla liberazione di Mandela e all’abrogazione delle leggi razziali.
Le successive elezioni del 1994 sono state vinte dal partito di Mandela che è diventato il Presidente del Sudafrica.
Durante la seconda guerra mondiale, la strategia militare giapponese prevedeva l’occupazione del sud-est asiatico.
La Birmania, l’attuale Myanmar, allora colonia inglese, nel 1943 è stata conquistata dai Giapponesi che ne proclamano l’indipendenza.
In realtà i Giapponesi volevano sostituirsi agli Inglesi nel domino del territorio.
In seguito gli Inglesi riconquistano la colonia e la Birmania diventa indipendente nel 1948.
Il regime parlamentare ispirato a idee socialdemocratiche venne reso difficile dalla corruzione e da diverse rivolte nate da questioni sociali ed etniche.
Nel 1962, dopo un colpo di stato, una giunta militare ha instaurato un regime dittatoriale.
Anche l’Indonesia, colonia olandese, è stata occupata dai giapponesi con i quali collaborarono i nazionalisti guidati da Sukarno.
Nel 1945, anticipando la liberazione del paese, Sukarno fissò il suo programma di governo che dal 1948 attuò in modo paternalistico sul nuovo stato formato da diverse isole tra le quali Giava, Sumatra e il Borneo meridionale.
Anche la Malaysia ha costruito uno stato indipendente a maggioranza malese che nel 1957, dopo un prolungato scontro con la minoranza cinese, ha ottenuto l’indipendenza.
Nel 1963 vengono annessi anche Singapore e la parte settentrionale del Borneo, fatto quest’ultimo che scatena la reazione dell’Indonesia, già presente nel Borneo, e una forte tensione tra i due paesi.
Singapore, a maggioranza cinese, si separa poco dopo nel 1965 dalla Malaysia e crea uno stato in grande sviluppo economico con un’industria avanzata,
così come Taiwan, colonia giapponese dal 1895 ceduta nel 1947 alla Cina, che diventa dopo la rivoluzione maoista l’unica realtà cinese non comunista.
In Indocina la tradizione nazionalista si è sviluppata assieme al movimento comunista soprattutto in Vietnam.
Dopo il ritiro dei giapponesi i Francesi hanno tentato di riprendere la loro presenza coloniale occupando il Vietnam meridionale ma hanno dovuto subire una pesante sconfitta nel1954 che li ha portati a d abbandonare l’Indocina.
Il Vietnam resta diviso in due parti e saranno gli Stati Uniti a prendere l’iniziativa politica di finanziare il governo del Vietnam del sud che stava combattendo una guerra civile contro il Fronte di Liberazione legato al Vietnam del nord.
Dopo l’attacco di alcune navi americane da parte del Vietnam del nord nel 1964 si apre una lunga guerra che si conclude nel 1975 con l’unificazione del paese sotto un governo comunista.
Tra le conseguenze dello scontro, nello stesso anno inizia nella vicina Cambogia il regime comunista estremo di Pol Pot che costruisce un regime di vita durissimo, massacrando brutalmente milioni di cambogiani.
In Africa la fine del ventesimo secolo è legata alle contraddizioni che hanno segnato la fase di decolonizzazione.
Innanzitutto in Nigeria, il più grande e popoloso paese africano dove è stato scoperto il petrolio nel 1956.
La sua popolazione supera i 100 milioni di abitanti divisi in 250 gruppi etnici che parlano circa 400 lingue differenti.
Negli anni sessanta è stata attraversata da una guerra civile tra i separatisti del Biafra, ricco di petrolio, e lo stato centrale Nigeriano.
Dietro la guerra che ha lasciato sul terreno un milione e mezzo di morti c’erano in realtà grandi interessi internazionali sul petrolio.
La conclusione del conflitto nel 1970 ha mostrato tutte le contraddizioni del paese, diviso non solo tra le varie etnie ma anche tra un nord più povero, a maggioranza mussulmana, e un sud più ricco, a maggioranza cristiana.
Le spinte separatistiche sono state attutite dalla costituzione federalista del 1989 ma i problemi del paese hanno rallentato la modernizzazione dell’economia.
Nel complesso la situazione africana resta profondamente segnata dalle drammatiche emergenze economiche e dalle questioni etniche e tribali che fanno prevedere situazioni esplosive.
L’esempio del Ruanda e del Burundi coinvolge due paesi poverissimi che già dalla fine degli anni cinquanta erano divisi tra le due etnie maggioritarie dei Tutsi nel Burundi e degli Hutu in Ruanda.
Gli Hutu hanno attuato in Ruanda un massacro verso la minoranza Tutsi del paese innescando una guerra tribale che ha avuto come apice il vero e proprio genocidio del 1994 con centinaia di migliaia di morti.
Al contrario in Asia si è creata una situazione del tutto inattesa che ha dato il via a un impressionante sviluppo in tutto il sud-est asiatico ed ha avviato tutta l’area verso il benessere economico.
Le ragioni di questo sviluppo sono da cercare inizialmente nel costo del lavoro più basso rispetto ai paesi già sviluppati.
Ma il processo di crescita è proseguito anche quando i salari sono aumentati perché nel frattempo sono cresciuti settori a tecnologia avanzata capaci di fare concorrenza ai paesi più industrializzati.
La politica commerciale molto aggressiva di questi paesi dimostrava che stava cambiando la politica internazionale.
Il loro sviluppo e i loro investimenti sono stati un elemento trainante nel cambiamento ancora in atto in Asia dove stanno emergendo con forza la Cina e l’India, l’altra grande realtà ex-coloniale.