Il concetto di barocco in ambito musicale è di natura essenzialmente storica indicando un indirizzo artistico che racchiude il periodo compreso fra il Rinascimento e l'Illuminismo, collocato cronologicamente fra il 1600 e il 1750 circa.
In questo campo l'influenza italiana fu fondamentale per tutto il corso del '600 e i centri propulsori furono soprattutto le realtà urbane di Venezia, Firenze e Roma dove le maggiori novità dell'epoca furono perfezionate per poi diffondersi nel resto dell'Italia e del continente europeo.
I generi che si affermarono furono soprattutto il melodramma, il balletto, la cantata, l'oratorio e la musica strumentale (dalla sonata al concerto).
Furono autori italiani a produrre importanti innovazioni, come ad esempio Giuseppe Torelli (1658-1709), ritenuto il creatore del concerto per violino solo ed orchestra, oppure il famoso Arcangelo Corelli (1653-1713), considerato il padre della musica strumentale classica. Proprio in questo settore la produzione italiana da Alessandro Stradella (Roma, 1644 - Genova, 1682) ad Alessandro Scarlatti (Napoli, 1685 - Madrid 1757) per giungere ad Antonio Vivaldi (Venezia 1678 - Vienna 1741) avrebbe definito le forme di concerto e di sonata poi sublimate nel sinfonismo classico da Johann Sebastian Bach (1685-1750).
Sia nella musica sacra che in quella profana le maggiori svolte furono concepite in Italia; i maggiori musicisti europei dell'epoca, che si affermarono anche nelle aree culturali protestanti, si ispirarono in maniera diretta alla lezione italiana.
L'organista e compositore fiammingo Jan Sweelinck (1562-1621) fu allievo del veneziano Giovanni Gabrieli (1557-1612); il compositore religioso tedesco Heinrich Schütz (1585-1671) si ispirò largamente a Claudio Monteverdi così come l'inglese Henry Purcell amalgamò con originalità le lezioni dello stesso Monteverdi e del franco-italiano Lully.
Anche nel settore della fabbricazione degli strumenti musicali l'Italia raggiunse il primato, soprattutto con i suoi famosi liutai che fabbricavano strumenti a corda ricercati in tutta Europa (basterà citare nel campo dei violini i nomi dei vari Guarneri, Amati e Stradivari). Anche nella fabbricazione dei maestosi organi da chiesa l'Italia poteva vantare solide tradizioni d'avanguardia (ad esempio a Lucca).
Arcangelo Corelli nacque a Fusignano, in Romagna, nel 1653, in una famiglia di possidenti terrieri, dotati di buone relazioni. Crebbe e si formò nel vivace ambiente musicale di Bologna, dove trovò maestri che ne risvegliarono la vocazione per il violino.
L'influenza di questo insegnamento fu sottolineata in seguito dallo stesso Corelli che amava definirsi "il Bolognese". Di lui si perdono le tracce per qualche anno, finché si stabilì definitivamente a Roma. Qualcuno, soprattutto da parte francese, ipotizza in quel periodo un suo viaggio oltralpe per attingere agli insegnamenti della scuola francese.
La sua presenza a Roma è documentata a partire dal 1675, ma solo nel 1689 egli viene accolto nel palazzo del Cardinale Ottoboni, nipote di papa Alessandro VIII. La protezione della potente casata gli assicurò, oltre agli onori, la tranquillità e la sicurezza di cui aveva bisogno per dedicarsi interamente alla composizione.
Nel 1700 il musicista fu nominato direttore della Congregazione dei Musici di Roma sotto l'invocazione di Santa Cecilia, un'istituzione tanto antica quanto prestigiosa.
Ai suoi onori si aggiunse anche l'invito a entrare nella famosa Accademia dell'Arcadia. Un anno prima della morte, avvenuta nel 1713, si ritirò in un piccolo alloggio dove passò serenamente gli ultimi momenti della sua vita insieme al fratello e al nipote. Il cardinale Ottoboni volle che venisse sepolto nel Pantheon, un onore riservato ad una stretta cerchia di artisti.
Il cantore fiorentino Iacopo Peri (1561-1633) ebbe l’idea di mettere in musica la leggenda di Apollo che lotta con il serpente accompagnandosi con il liuto, secondo i principi fissati dall’ellenista Vincenzo Galilei, padre del famoso scienziato e matematico Galileo Galilei, per riesumare il teatro dell’antica Grecia.
Successivamente, nell’anno 1600, lo stesso Peri, assieme al poeta Rinuccini, compose Euridice, spettacolo di parole e musica con personaggi inseriti in un allestimento scenico. È la data che segna l’inizio dell’opera lirica. L’ambiente era quello del palazzo fiorentino del conte Giovanni Bardi di Vernio (1534-1612) ed il cenacolo di letterati e musicisti promotore di quest’iniziativa, che dissertava dottamente su quale fosse la musica degli antichi greci per tentare di farla rinascere, poi conosciuto come la Camerata fiorentina dei Bardi, dette vita ad una nuova forma musicale.
Spettò ad un uomo di genio come Claudio Monteverdi (1567-1643) raccogliere questi stimoli e sublimare le idee che erano state elaborate nei circoli fiorentini. Nel 1607, egli rappresentava nel teatro di Mantova l’Orfeo, su libretto di Alessandro Striggio, con recitativi di straordinaria risonanza espressiva cui il musicista accostò tutte le risorse dell'orchestra, dei cori, del balletto; seppe contrapporre canti di pacifica serenità a slanci di perturbante tragicità.
Lasciata la corte dei Gonzaga, Monteverdi si portò a Venezia, dove divenne maestro di musica della repubblica. Di questo periodo ci restano solo due opere, Il ritorno di Ulisse in patria (1641) e L’Incoronazione di Poppea (1642), dove l’efficacia dei testi si combina a una musicalità ricca e drammatica. La realtà veneziana fu in effetti fondamentale per lo sviluppo dell'Opera; nel 1637 fu aperto il primo teatro pubblico specializzato che in poco tempo guadagnò una vastissima fama (furono oltre 300 le opere realizzate entro la fine del secolo).
Uscendo dall'ambiente di Corte, il melodramma perse ogni rigidità erudita e aristocratica per affermarsi - in sintonia con il gusto barocco - come spettacolo elaborato e fastoso che mirava a catturare l'attenzione degli spettatori con soggetti complessi, con abili realizzazioni sceniche, con virtuosismi strumentali e vocali.
L’arte della musica, fino ad allora quasi interamente vocale e altamente contrappuntistica, così complessa da non far comprendere le parole dei cantori, mutò dando vita a una nuova forma musicale, in grado d’infiammare il pubblico delle future generazioni.
Da queste esperienze, la cui influenza giunse sino a Roma grazie al mecenatismo di papa Urbano VIII Barberini, prese vita la via italiana al melodramma, una forma d’arte che accostava la musica al teatro e che ebbe una straordinaria fortuna in tutta Europa con la sua magnificenza di costumi e di scenografie.
La creazione monteverdiana, proseguita dall'allievo Pierfrancesco Cavalli (1602-1676), si perfezionò col palermitano Alessandro Scarlatti (1660-1725), il cui interesse fu principalmente concentrato sulla parte vocale.
Ricercatissimo presso tutte le corti italiane, con la sua genialità musicale egli si impose per originalità ed espressività. Il melodramma italiano trionfò anche a livello europeo, imponendosi come il genere musicale più in voga nelle principali capitali. La sua influenza fu decisiva in Francia, dove venne rielaborata da Lully, e in Inghilterra da Henry Purcell (1658-1695).
Palermitano d’origine, Alessandro Scarlatti respirò per poco l’aria della sua città. Già a dodici anni era a Roma, con al suo attivo ben due fratelli studenti di musica a Napoli.
Dal 1678 si afferma come compositore di musica sacra e dall’anno successivo come compositore di melodrammi (Gli equivoci del sembiante), gode dell’apprezzamento di Cristina di Svezia e ne diventa maestro di cappella, per poi passare nel 1683 con la stessa mansione alla chiesa di San Girolamo della Carità.
Una sorella particolarmente intima del segretario di giustizia borbonico gli guadagnò la convocazione a Napoli (1684) da parte del viceré, dove in qualità di maestro di cappella si trovò a lavorare col fratello Francesco, violinista.
Passa un certo periodo alla corte dei Medici a Firenze e quando nel 1703 lascia Napoli per trasferirsi a Roma ha ormai maturato uno stile compositivo personale e si è affermato come una delle figure di spicco del panorama musicale italiano.
A Roma incrementa ovviamente la composizione di musica sacra e dal 1704 al 1706 fu al servizio del cardinale Ottoboni. Nel 1707 è a Venezia, l’anno successivo è richiamato a Napoli ma vi trova un panorama musicale assai diverso da quello che aveva lasciato e la sua musica sembra un po’ fuori moda.
Dopo ulteriori soggiorni a Roma e Loreto, il Cavalier Scarlatti (il titolo lo aveva ricevuto dal papa in premio della Missa Clementina II a lui dedicata) morirà isolato a Napoli nel 1725.
Nato a Firenze nel 1632 (il nome originale è Giovanni Battista Lulli), a tredici anni fu a Parigi, valletto di camera di M.lle de Montpensier, membro della famiglia reale. Qui poté coltivare la sua inclinazione musicale approfondendo gli studi con Michel Lambert (1613-1696) e altri.
Nel 1652 passò al servizio di Luigi XIV. Il giovane re gli mostrò grande stima e lo incaricò di comporre i balletti per la corte. Nel 1660 Lully diventò compositore della camera del re ma, poco soddisfatto dell’orchestra di corte ("La bande des vingt-quatre violon du roi"), costituì un complesso più piccolo, più agile ed efficiente ("Les Petits violons").
Dal 1664 al 1671 scrisse le musiche per gli spettacoli di corte (ballets, comédies-ballet e pastorales), i cui testi furono approntati da Corneille, Racine, La Fontaine e soprattutto da Molière.
Riuscì abilmente ad accrescere la sua influenza tanto da ottenere la carica di "sovrintendente della musica francese" (1672), che detenne fermamente fino alla morte. Morì a Parigi nel 1687.
Tra le sue composizioni: 31 ballet (Les Saisons, 1661; La Naissance de Venus, 1665); 16 comédies-ballet (L’amour medecin, 1665; Le bourgeois gentilomme, 1670); 13 tragédies lyriques (Cadmus et Armonie, 1673; Alceste, 1674; Roland, 1685; Armide, il suo capolavoro, 1686).