Nato a Roma nel 1407 e morto a Roma il I agosto del 1457. Compì i suoi primi studi con Giovanni Aurispa e Ranuccio da Castiglion Fiorentino. Dopo un tentativo di sistemarsi in curia a Roma comincia a insegnare in varie parti d'Italia fino al 1435 quando viene chiamato da Alfonso d'Aragona. Nel 1448 è di nuovo a Roma sotto Niccolò V. Le sue opere principali sono: De voluptate (1430-31), rielaborato nel 1433 a Milano nel De vero bono, e poi ancora fra il 1434 e il 1441 nel De vero falsoque bono, De libero arbitrio (1439), Repastinatio dialectice et philosophie,(1440) (entrambe contro l'aristotelismo tradizionale), Elegantiae latinae linguae (1440), De falso credita et ementita Constantini donatione, Apologia (a Eugenio IV, stesa nel 1444 per difendersi dalle accuse di scarsa ortodossia trinitaria che gli suscitarono contro un procedimento inquisitoriale), De professione religiosorum, Defensio quaestionum in philosophia, In novum Testamentum ex diversorum in utriusque linguae codicum collatione adnotationes (riviste dal Cusano e dal Bessarione), Opuscula tria, De reciprocatione sui et suus; De mysterio Eucharistiae, Encomium s. Thomae Aquinatis, Oratio in principio sui studii (1455); si è occupato anche di storia ed ha tradotto ed emendato diversi classici greci e latini. La sua opera di filologo ed erudito riveste un'eccezionale importanza per le idee del quattrocento. Il primo punto, anche sul piano dello sviluppo biografico delle idee, è la sua critica della concezione stoicheggiante delle virtù invalsa nell'uso di molta teologia medievale. A essa il Valla, grazie alla miglior conoscenza del pensiero greco determinata dalla traduzione di Diogene Laerzio fatta dal Traversari, contrappone la più equilibrata analisi delle virtù fatta da Epicuro che non demonizza il piacere ma lo considera un bene fruibile. È noto come Epicuro distinguesse tra due tipi di piaceri, piaceri in quiete e piacere in movimento, e ritenesse i piaceri in quiete gli unici da perseguire perché danno felicità e serenità; e come al culmine del piacere in quiete Epicuro ponesse l'amicizia. Valla riprendendo le dottrine epicuree, malamente intese nel medioevo come una forma superficiale di edonismo, ne giustifica il valore richiamandosi a una retta interpretazione della virtù cristiana che non può prescindere dalla bontà e bellezza del creato e non può considerare il piacere come una forma di perversione perché il piacere a cui egli si riferisce non è una forma di edonismo ma la soddisfazione che nasce dall'impegno di rendere più vivibile, e quindi più ricca e piacevole, la vita umana, senza che ciò debba essere considerato in contrasto con la fede e l'esercizio della suprema carità. Valla afferma che la stessa fruizione di Dio nella vita eterna, essendo il massimo di aspirazione dell'uomo e ciò che pienamente può soddisfare la sua aspirazione autentica, è il massimo piacere fruibile. Un massimo incommensurabile con i piaceri onesti della vita ma nel quale questi ultimi trovano la loro giustificazione. In tal senso si comprende la sua polemica contro un mal interpretato ascetismo. Ma la sua polemica ha una precisa valenza di ordine metodologico che avrà conseguenze fondamentali per l'esegesi biblica e la teologia. Il problema per Valla è comprendere perché la teologia e filosofia scolastica hanno snaturato sia i classici greci sia certi elementi della tradizione cristiana antica rappresentati dalla Parola di Dio e dai Padri. Così come è accaduto per il concetto di piacere si può mostrare, secondo lui, quanto gravi siano stati i fraintendimenti presenti nell'interpretazione della Bibbia e dei Padri nel Medioevo. Il punto centrale è dato da una coerente teoria del linguaggio che fonda e giustifica una corretta esegesi a partire dall'analisi filologica dei testi. La parola è lo strumento principale della conoscenza dei testi e della formazione stessa del pensiero. In tal senso è necessario accompagnare lo studio dei testi con una precisa analisi filologica volta a determinare il corretto significato dei termini del testo, nel contesto storico culturale nel quale sono stati utilizzati. Perciò ogni comprensione testuale è prima di tutto una corretta filologia anche in ambito teologico, dove il Valla si impegna nella ricerca di un testo critico meno deteriorato della Vulgata e nell'analisi dei termini trinitari alla base della polemica con gli orientali, mostrando quanto l'approccio filologico fosse determinante per una corretta teologia più delle dottrine “moderne” degli scolastici.
Studi: C. VASOLI, L'umanesimo italiano da Salutati a Valla, in M. DAL PRA (a cura di) Storia della filosofia, Milano 1975-'76, vol. VII pp. 48-56, bibliografia pp. 796-798; ID., La teologia dell'umanesimo italiano nel primo quattrocento, in Storia della Teologia, Casale Monferrato 1995, vol. III, L'età della rinascita, pp 55-65, bibliografia p.76-79.
FRANCESCO FRANCO