Nel 1917 la Russia bolscevica firmò l'armistizio uscendo dalla guerra e gli Stati Uniti intervennero a fianco dell'Intesa. Prima di questi fatti, che si riveleranno decisivi per la conclusione del conflitto, tra il 1916 e il 1917 sul fronte orientale gli eserciti erano ormai esausti e stremati tanto da essere incapaci di compiere mosse offensive risolutrici. Divennero frequenti gli episodi di insubordinazione che palesavano sempre più la debolezza degli antichi imperi. Nel mese di dicembre, sul fronte egiziano, l'esercito inglese riusciva a spingersi oltre Gaza, a conquistare Gerusalemme e ad avanzare verso Damasco. Il luogotenente del generale Edmund Allenby, Thomas Edward Lawrence, detto Lawrence d'Arabia, fu capace di suscitare una serie di rivolte degli Arabi contro i Turchi. Le sue gesta rimangono immortalate nel suo diario-romanzo I sette pilastri della saggezza.
In questa cornice si inserisce il crollo dell'impero russo nel quale le sconfitte subite e le rivoluzioni di febbraio e di ottobre fecero cadere lo zar e instaurare il governo bolscevico. Le trattative di pace condussero, nel 1918, alla pace di Brest-Litovsk con la quale la Russia perse Finlandia, Polonia, stati baltici e Ucraina. La Romania capitolò nel maggio successivo. Per l'Italia il 1917 fu l'emblema della sua fragilità interna, evidenziata da scioperi e rivolte contro il caroviveri e la guerra, dalla Nota contro il conflitto scritta da papa Benedetto XV, e dalla disfatta di Caporetto che rappresentò la “miopia strategica”. Da quel momento si riorganizzò la propaganda, si accolsero gli aiuti degli alleati e sul Piave e a Monte Grappa gli eserciti dimostrarono capacità di resistenza. A Vittorio Veneto, tornando all'offensiva, gli austriaci furono invece sconfitti definitivamente. La superiorità delle forze alleate con l'Intesa si rivelò decisiva per le sorti della guerra poiché fu possibile chiudere gli imperi centrali in un blocco economico e commerciale, costringendoli alla resa.
La “spedizione punitiva” austriaca contro l'ex-alleato italiano, sferrata nel maggio 1916, vide l'esercito italiano
capace di fermare l'avanzata nemica e di riconquistare l'altopiano della Bainsizza e del Monte Santo. Ma, a partire dal 1917, man mano che diminuiva la pressione sul fronte orientale a seguito dell'indebolirsi dell'esercito russo, gli austriaci poterono spostare maggiori contingenti sul fronte italiano, “sfondando” a Caporetto nell'ottobre del 1917. La battaglia rappresentò inizialmente una semplice breccia nella linea difensiva italiana, ma a causa dell'incapacità dei vertici militari, si trasformò in una gigantesca disfatta. L'esercito si diede alla fuga e gli austriaci penetrarono per oltre 150 km nel territorio italiano occupando intere province venete. I morti furono 400.000, cui si devono aggiungere prigionieri e feriti: i vertici militari, veri responsabili della disfatta, l'attribuirono invece alla codardia dei soldati. Alla crisi militare seguì una crisi politica, che portò alla formazione di un governo di unità nazionale, guidato da V. E. Orlando e appoggiato dai socialisti neutralisti. Inoltre il generale Cadorna venne destituito e il comando passò al generale Armando Diaz, il quale, coi giovanissimi “Ragazzi del ‘99” riuscì a fermare l'avanzata austro-tedesca nella pianura padana.
Nel 1917 il papa Benedetto XV inviò una Nota di pace ai governanti dei paesi impegnati nella guerra; la stessa
venne pubblicata anche su Civiltà cattolica del settembre 1917. La guerra era cominciata proprio nell'anno del suo pontificato e nel suo testo, che si rivolge "Ai Capi dei popoli belligeranti" Benedetto XV afferma di avere voluto mantenere fin dall'inizio la "perfetta imparzialità" ma allo stesso tempo di avere voluto fare, fin dall'inizio, tutto quello che era possibile per mettere fine, al più presto, a questa calamità "inducendo i popoli e i loro capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una pace giusta e duratura". In tre anni il papato aveva compiuto ogni sforzo in questa direzione ma i ripetuti appelli non furono ascoltati. Al terzo anno di guerra il papato rinnovò l'appello a porre termine alla guerra e anziché lasciare che fosse un appello al buon senso definì i punti intorno ai quali i belligeranti avrebbero potuto trovare accordo. "E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo le norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione. Stabilito così l'impero del diritto si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari; il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso. Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai benefici immensi del disarmo; tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico. Che se in qualche caso vi si oppongano ragioni particolari, queste si ponderino con giustizia ed equità. Ma questi accordi pacifici, con gli immensi vantaggi che ne derivano, non sono possibili senza la reciproca restituzione dei territori attualmente occupati. Quindi da parte della Germania evacuazione totale sia del Belgio, con la garanzia della sua piena indipendenza politica, militare ed economica di fronte a qualsiasi Potenza, sia del territorio francese: dalla parte avversaria pari restituzione delle colonie tedesche. Per ciò che riguarda le questioni territoriali, come quelle ad esempio che si agitano fra l'Italia e l'Austria, fra la Germania e la Francia, giova sperare che, di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo, le Parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, come abbiamo detto altre volte, delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del gran consorzio umano. Lo stesso spirito di equità e di giustizia dovrà dirigere l'esame di tutte le altre questioni territoriali e politiche, nominatamente quelle relative all'assetto dell'Armenia, degli Stati Balcanici e dei paesi formanti parte dell'antico Regno di Polonia, al quale in particolare le sue nobili tradizioni storiche e le sofferenze sopportate specialmente durante l'attuale guerra debbono giustamente conciliare le simpatie delle nazioni. Sono queste le precipue basi, sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. Esse sono tali da rendere impossibile il ripetersi di simili conflitti, e preparano la soluzione della questione economica, così importante per l'avvenire e pel benessere materiale di tutti gli Stati belligeranti". Conclude rinnovando la speranza di pace e richiamando i governanti alle loro responsabilità di fronte a Dio.
La necessità di materie prime dei paesi belligeranti incise notevolmente sulle relazioni economiche tra i paesi occidentali, le proprie colonie e, più in generale, le ex colonie già indipendenti. I blocchi navali e la guerra commerciale che tenne impegnati i paesi belligeranti nel tentativo di ostacolarsi reciprocamente nell'approvvigionamento di materie prime fece sì che l'America latina diventasse la principale esportatrice di prodotti verso l'occidente. Essi riuscirono così ad aumentare notevolmente i propri introiti commerciando con gli USA e con l'Europa ma per far ciò dovettero far largo uso della monocoltura sui propri territori. Lo sfruttamento non si limitò alle risorse materiali; infatti nelle zone dell'Oceano Indiano e del Pacifico le potenze europee reclutarono addirittura reparti indigeni da mandare a combattere sui fronti.