Finita la seconda guerra mondiale, gli italiani si trovarono di fronte al compito di ricostruire materialmente e moralmente il Paese. I bombardamenti avevano distrutto le città e reso inservibili ferrovie, strade, porti; la situazione del settore agricolo era disastrosa e le industrie, pur in gran parte salvate dai bombardamenti, dovevano riconvertirsi dalla produzione militare a quella civile. La disoccupazione era quindi alta, il potere di acquisto della lira assai debole. I beni di consumo alimentare erano insufficienti e continuava il fenomeno del mercato nero. La scarsità di lavoro spingeva ad attività e traffici illegali; gli odi che avevano diviso gli italiani nella guerra civile avevano lasciato uno strascico di vendette contro i "repubblichini". Vi era insomma anche un clima morale da ricostruire. In Valle d’Aosta e Sicilia si organizzavano movimenti separatisti, mentre in Istria gruppi di partigiani jugoslavi erano avanzati sino a Trieste uccidendo numerosi italiani. La città alla fine della guerra fu divisa in due zone di occupazione, americana e jugoslava. Il 2 giugno 1946 si svolse il referendum per scegliere se mantenere la monarchia o istituire la repubblica. Alla votazione parteciparono per la prima volta nella storia del paese anche le donne. La popolarità dei Savoia era stata compromessa dall’appoggio al fascismo e dalla fuga dell’8 settembre: i voti a favore della repubblica furono 12.700.000, in prevalenza al Centro-Nord; quelli per la monarchia 10.700.000. Venne quindi proclamata la Repubblica, mentre re Umberto II andò in esilio in Portogallo.
Insieme al referendum si tenne l’elezione di un’Assemblea Costituente, che doveva preparare la nuova Costituzione. Le votazioni per la Costituente confermarono, come già nel primo dopoguerra, la forza dei partiti di massa: la Democrazia cristiana (DC) ottenne il 35% dei voti, il Partito socialista di unità proletaria (PSIUP) il 20,7 e il Partito comunista (PCI) il 19. Il Partito d’Azione ebbe pochissimi voti e si sciolse: una parte dei suoi dirigenti si unì ai socialisti, un’altra al piccolo Partito repubblicano. La Costituente elesse presidente provvisorio della Repubblica il liberale Enrico De Nicola. La DC aveva ricevuto il consenso dei cattolici e dei moderati, schierandosi in politica estera su posizioni filoamericane. Tra i socialisti del PSIUP la maggioranza guidata da Pietro Nenni era per una stretta alleanza con i comunisti; la minoranza riformista di Giuseppe Saragat nel 1947 decise la scissione e fondò il Partito socialdemocratico (PSDI) i socialisti rimasti con Nenni cambiarono il nome in Partito socialista italiano (PSI). I comunisti, fedeli alle posizioni dell’Unione Sovietica, parteciparono ai primi governi di coalizione. Nel primo governo guidato dal democristiano Alcide De Gasperi, il segretario del PCI Palmiro Togliatti ricoprì la carica di ministro della Giustizia e firmò l’amnistia per i reati commessi durante la guerra civile: una decisione che contribuì a pacificare gli animi chiudendo la porta del recente e doloroso passato. Nel 1947 De Gasperi, con la garanzia di ottenere ingenti prestiti del piano Marshall ruppe l’alleanza con le sinistre e si schierò decisamente con gli USA.
Sempre nel 1947 firmò i trattati di pace di Parigi, dove l’Italia subì perdite territoriali ma riuscì a conservare Trieste. Nel gennaio 1948 entrò in vigore la nuova Costituzione, caratterizzata da una forte impronta democratica e antifascista. Pochi mesi dopo si svolsero le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana.
L’Italia si presentò spaccata in due alle prime elezioni politiche della Repubblica, svoltesi il 18 aprile 1948. Da una parte vi era la Democrazia cristiana con i piccoli partiti suoi alleati, liberali, socialdemocratici e repubblicani; dall’altra socialisti e comunisti che si presentarono in una lista unica, il "Fronte popolare", con il simbolo di Garibaldi. Scegliendo uno dei due schieramenti gli elettori avrebbero deciso anche le alleanze in politica estera del nostro Paese in pieno clima di guerra fredda. In caso di vittoria della DC, avvertivano i comunisti, l’Italia sarebbe stata alle dipendenze degli americani. Il successo delle sinistre invece, secondo i moderati, avrebbe gettato l’Italia nella sfera sovietica e abolito ogni libertà, di cui la DC, che nel proprio simbolo aveva lo scudo con la scritta "libertas", si faceva paladina. Dalla sua parte si mobilitarono gli industriali, timorosi delle agitazioni sociali promosse dalla sinistra, gli americani, che avrebbero sospeso gli aiuti del piano Marshall al nostro Paese in caso di vittoria del Fronte popolare, e la Chiesa. Vescovi e sacerdoti presentarono i comunisti come atei che in caso di vittoria avrebbero impedito le libertà religiose, come era avvenuto in URSS. Inoltre, poco prima del voto, grande eco ebbero le notizie provenienti dalla Cecoslovacchia, dove i comunisti si erano impadroniti del potere con la forza. La Democrazia cristiana ottenne così il 48% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento; al Fronte popolare andò il 31% dei suffragi, molti meno di quelli ottenuti da PCI e PSI per l’Assemblea Costituente. Dopo la vittoria del 1948 si delineò in Italia la fase politica del "centrismo": le sinistre ridotte a minoranza iniziarono una dura opposizione, mentre la DC, che avrebbe potuto governare da sola, volle allearsi con socialdemocratici, liberali e repubblicani. Il Paese era diviso in due politicamente, e le proteste per un attentato a Togliatti nel luglio 1948 rischiarono di degenerare in lotta armata. Lo stesso Togliatti operò per riportare la calma. Le divisioni della guerra fredda poi si fecero sentire anche con la scissione sindacale del 1948: i cattolici, i socialdemocratici e i repubblicani lasciarono la CGIL; i primi fondarono la CISL, gli altri la UIL. I governi di centro, guidati da Alcide De Gasperi, strinsero una salda alleanza economica e politica con gli USA e dimostrarono un orientamento europeista. All’opposizione, oltre alle sinistre, vi erano due formazioni di destra "nostalgiche" del passato, con un buon consenso elettorale soprattutto al Sud: il Movimento sociale italiano (MSI) di ispirazione neofascista e il Partito monarchico.
Nei primi anni Cinquanta l’Italia riuscì a riattivare la macchina produttiva e l’economia cominciò a risollevarsi grazie agli aiuti del piano Marshall e allo sforzo collettivo della nazione. Tuttavia l’economia italiana continuò a presentare due volti differenti: il Sud rimase arretrato e povero, con un’agricoltura ancora in gran parte latifondistica, senza infrastrutture (strade, centrali elettriche, porti ecc.) in grado di consentire l’insediamento di industrie, che invece rimasero concentrate al Nord, nel "triangolo industriale" Milano-Torino-Genova. I governi di centro tentarono di cambiare questa realtà con due strumenti: la riforma agraria e la Cassa per il mezzogiorno. La prima fu voluta dal ministro Segni con una legge che espropriò 700 000 ettari di terre quasi abbandonate e incolte e le fece assegnare a chi era in grado di lavorarle e renderle produttive. Purtroppo non bastarono buona volontà e manodopera: la produzione non aumentò e l’agricoltura italiana subì la concorrenza di Paesi stranieri, dove si facevano anche forti investimenti e si specializzavano le colture. La Cassa per il Mezzogiorno era invece un istituto che doveva fornire fondi e finanziamenti per creare le infrastrutture. I fondi spesi furono ingenti ma non raggiunsero il risultato sperato, anzi a volte furono usati in modo clientelare e suscitarono aspre critiche da parte delle sinistre. La conseguenza del divario di sviluppo tra le "due Italie" fu l’emigrazione: negli anni Cinquanta milioni di persone si trasferirono dal Sud in cerca di lavoro: in parte all’estero, la maggioranza verso le grandi città del nord. Dal punto di vista morale e materiale queste persone dovettero affrontare disagi e sacrifici: bassi salari, alloggi inesistenti o insufficienti per le famiglie, mancanza di scuole, ospedali, trasporti. Non ultimo problema, la diffidenza degli abitanti del Nord impreparati ad accoglierli. La situazione socio-economica, con immigrazione al Nord, povertà e bassi salari, richiese cambiamenti forti. Si trattava di regolare la crescita definita "selvaggia" della produzione e di pianificare lo sviluppo accelerato e fuori dalle regole che sarebbe durato sino ai primi anni Sessanta. Un periodo che fu ricordato come il boom o miracolo economico. Con il nuovo segretario Amintore Fanfani, eletto nel 1954, la DC cercò di attenuare il liberismo e di attuare una programmazione con il Piano decennale di incremento e di sviluppo proposto dal ministro Vanoni: il piano restò sulla carta perché prevalsero gli interessi dei grandi gruppi dell’industria privata. Lo sviluppo rimase caratterizzato da alti profitti e bassi salari, per la strategia antisindacale degli imprenditori con l’appoggio delle forze politiche moderate. Sul piano economico la linea di Fanfani riuscì a dare grande impulso agli enti economici di Stato: l'IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) e l'ENI (Ente nazionale idrocarburi). Le vicende della politica mondiale contribuirono a una svolta politica in Italia. La denuncia dei crimini di Stalin con il rapporto Krusciov del 1956 e la successiva repressione della rivolta ungherese avevano indebolito il Partito comunista: dal PCI uscirono numerosi militanti e intellettuali in segno di protesta e i socialisti ruppero definitivamente l’alleanza che era proseguita anche dopo la sconfitta del 1948. Questa spaccatura rendeva il PSI un possibile alleato della Democrazia cristiana. Per arrivare a un governo di centrosinistra, l’obiettivo di Fanfani, occorreva vincere molte resistenze: quella del mondo della finanza e dell’industria, che temeva la sinistra in genere e il suo intervento regolatore nell’economia; quella interna al PSI che aveva una forte anima classista più vicina al PCI; quella della Chiesa e dei conservatori democristiani, contrari ad una apertura politica a sinistra. Tutte queste opposizioni nel 1959 fecero cadere il governo guidato da Fanfani, che si dimise anche dalla segreteria del partito. La situazione politica precipitò nel luglio 1960: contro il governo del democristiano Tambroni, appoggiato dal MSI, scesero in piazza migliaia di giovani e operai, vi furono scontri con la polizia e anche numerosi morti.
Era necessaria una svolta che placasse il clima sociale. Dopo lunghi preparativi nel 1962 si formò il primo governo con l’appoggio esterno, cioè senza ministri, dei socialisti e guidato da Fanfani.La formula fu perfezionata nel 1963: i socialisti entrarono nel governo guidato dal democristiano Aldo Moro. Il centrosinistra governò l’Italia fino al 1968 e riuscì a realizzare alcune importanti riforme: nazionalizzazione dell’industria elettrica, riforma della scuola media, con obbligo scolastico fino a 14 anni. Tuttavia questa nuova formula di governo, faticosamente costruita e a lungo discussa, non realizzò cambiamenti radicali. I veri mutamenti avvennero nelle abitudini della gente: aumentarono i consumi stimolati dalla televisione, lo status-symbol del periodo insieme alla Vespa della Piaggio e alla 600 della FIAT, e si crearono nuove abitudini come le vacanze di massa. L’altra grande novità dei primi anni Sessanta fu il profondo rinnovamento della Chiesa cattolica.
Papa Pio XII si era adoperato prima per scongiurare la guerra e poi per alleviare le sofferenze di chi ne era stato coinvolto. Egli denunciò con fermezza i mali dei regimi totalitari e si schierò per la democrazia. Nel dopoguerra operò contro la diffusione del comunismo e nel 1949 arrivò a pronunciare la scomunica di quanti aderivano o collaboravano ai partiti comunisti. Questa dura presa di posizione suscitò delicati casi di coscienza tra quei cristiani che, pur non condividendo la dottrina comunista, partecipavano a lotte e movimenti con socialisti e comunisti, vedendo nell’azione politica o sindacale la via per il riscatto delle classi povere. Pio XII denunciò l’altro grande male della società contemporanea: l’ideologia del successo, del consumo, la preminenza dei valori materiali, come la ricchezza, su quelli spirituali. Nel 1958 gli successe Angelo Roncalli, patriarca di Venezia, con il nome di papa Giovanni XXIII. Fu un pontificato di svolta che ridisegnò il profilo della Chiesa contemporanea: non pronunciò condanne ma cercò i punti di convergenza di "tutti gli uomini di buona volontà" perché nel mondo prevalesse la pace e fossero sconfitte la povertà e la sofferenza. Nella lettera enciclica Mater et magistra Giovanni XXIII chiari la linea dei cattolici in ambito sociale ed economico sottolineando la necessità di giustizia ed equità nelle relazioni tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Nella Pacem in Terris precisò che la ricerca della pace e della convivenza tra esseri umani non ha etichette religiose e ideologiche. Pace e convivenza devono essere cercate insieme da cristiani e non cristiani, da tutti gli uomini di buona volontà, sulla base dei principi della giustizia e dell’amore. Giovanni XXIII si adoperò anche per la conciliazione tra cattolici e cristiani non cattolici, incoraggio la distensione tra Est e Ovest, non fu estraneo al clima che favori l’avvento del centrosinistra in Italia. Ma l’evento cruciale del pontificato di Giovanni XXIII fu lo svolgimento del Concilio ecumenico Vaticano Il, solennemente inaugurato nel 1962. Fu un evento che ridefinì i compiti della Chiesa e aggiornò il modo di proporre il Vangelo ai popoli. Papa Roncalli si spense l’anno successivo l’inizio del Concilio che fu portato a termine nel 1965 dal suo successore Paolo VI.