La campanella dell’elevazione squilla nell’immensità di Santa Maria del Fiore. È il segnale: lampeggiano i pugnali. Franceschino de’ Pazzi e Bernardo Bandini si gettano su Giuliano, sgozzandolo. Due preti, Stefano di Bagnone e Antonio da Volterra, assalgono Lorenzo: sguainata la spada, il primogenito di Piero de’ Medici, ferito al collo, indietreggia verso la sagrestia, sospinto dal fido Poliziano. Ad armare la mano dei sicari è l’odio dei Pazzi e di altre famiglie, tra cui i Salviati, verso i nipoti di Cosimo il Vecchio, meno prudenti del nonno nell’esercitare il potere, ma anche l’ostilità di papa Sisto IV. Nei suoi disegni territoriali, i Medici, cui ha tolto la tesoreria pontificia in favore dei Pazzi, sono d’ostacolo: così, il 26 aprile 1478, in tempo di Pasqua, il sangue di Giuliano e di Francesco Nori, caduto per proteggere Lorenzo, arrossa il pavimento della cattedrale fiorentina. Fuori, Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, penetra in Palazzo Vecchio, sede del potere: nelle strade Iacopo de’ Pazzi, capo della famiglia, fomenta la sollevazione del popolo. I fiorentini però, al grido di "Palle, palle!", si rivoltano contro i facinorosi. Entro un’ora Francesco Salviati e Franceschino de’ Pazzi pendono impiccati: li raggiungerà il vecchio Iacopo, catturato a Castagno, con i due maldestri preti; qualche tempo dopo sarà il turno del Bandini, fuggito invano a Costantinopoli. La vendetta è compiuta. Firenze è con Lorenzo, ma la scomunica papale e la guerra portata in Toscana da Ferrante d’Aragona, re di Napoli, e Federigo da Montefeltro ne fanno vacillare il potere: per recuperare la situazione sarà necessaria tutta la sua abilità diplomatica.
Intorno al 1489, la fama di Girolamo Savonarola (1452-1498), domenicano ferrarese, predicatore infervorato, fustigatore dei costumi, riformatore e soprattutto profeta, oltrepassa le mura del convento di San Marco, caro a Cosimo il Vecchio de’ Medici e al Beato Angelico. Colto, formatosi in solidi studi medici e umanistici, ha preso i voti in odio alla corruzione del mondo. Priore di San Marco dal 1491, è amico e talvolta confessore di alcuni umanisti, quali Pico della Mirandola e lo stesso Lorenzo de’ Medici: coniuga il neoplatonismo imperante nella cultura fiorentina al proprio rigore teologico, condannando il lusso terreno, la depravazione dei principi e la decadenza della Chiesa. Ferrato nelle Scritture e nella tomistica, sta ben attento a non cadere nell’eresia, pur attaccando la corte pontificale e la sua dissolutezza, massima sotto Alessandro VI Borgia. Non discute l’autorità del papa, ma ne denuncia senza mezzi termini l’indegnità: la sua fama di profeta gli vale la cieca e assoluta devozione del popolo fiorentino, che gli tributerà unanime sostegno allorché, nel 1495, rifiuterà d’obbedire alla convocazione a Roma dinanzi ad Alessandro VI, suo nemico giurato, e all’ordine d’interrompere la predicazione. I suoi sermoni dai toni apocalittici sono infiammati, veementi: predice sciagure e castighi di Dio su Firenze, se la città non si redime, e il suo uditorio cresce a dismisura. Col declinare della signoria medicea, già percepibile negli ultimi anni di vita di Lorenzo, Firenze è preda d’una grave crisi politica ed economica. Savonarola rompe col neoplatonismo, ritenuto un compromesso fra mistica cristiana e paganesimo: denuncia il lusso dei magnati e condanna l’arte, anche se religiosa. Ammonisce Lorenzo, scomparso nel 1492, poi suo figlio Piero: accoglie Carlo VIII, entrato in Firenze il 17 novembre 1494, come il flagello di Dio che rimetterà in riga i principi italiani, ma ne rimarrà deluso.
Dopo la cacciata dei Medici, la proclamazione d’una repubblica cristiana a base democratica è il segno dell’avverarsi delle sue profezie e dell’inizio d’una nuova era: il Savonarola è padrone della città. Cristo re è proclamato sovrano di Firenze, novella Gerusalemme, in contrapposizione alla curia pontificia, raffigurata come Babilonia: i fiorentini sono il popolo eletto chiamato ad eseguire il disegno divino del quale il frate è il demiurgo. La repubblica fiorentina deve proporsi come modello morale e spirituale agli stati italiani: il frate riforma il fisco e la giustizia in favore dei meno abbienti.
La predicazione del Savonarola conquista sempre di più il suo popolo. Il 7 febbraio 1497, nel corso della penitenza collettiva che ha sostituito le sfrenatezze del Carnevale, un gigantesco rogo arde gioie e tesori, quadri pagani e libri licenziosi.
I contravventori alle rigide prescrizioni savonaroliane vengono denunziati dai "piagnoni" che, organizzati in bande, rastrellano la città, instaurando un regime di terrore. Tuttavia la fortuna del domenicano è al declino: la sua violenza verbale gli aliena i moderati, inimicando a Firenze le potenze straniere e soprattutto papa Alessandro VI, del quale Girolamo invoca la deposizione come ateo e simoniaco. Savonarola è scomunicato il 12 maggio del 1497, ma continua imperterrito a dir messa, a comunicare e soprattutto a predicare. Il 26 febbraio del 1498 il pontefice minaccia Firenze d’interdetto e chiede la consegna di Savonarola. Il destino del domenicano è segnato: troppi interessi, materiali e spirituali, convergono contro di lui. Persino i suoi più fedeli sostenitori pensano di poter salvare la repubblica e le riforme sociali sacrificandolo, perché temono, in caso contrario, il ritorno dei Medici.
I francescani fiorentini, rimasti fino a quel momento nell’ombra, iniziano un’opera sistematica di denunzia degli eccessi e degli errori del domenicano, esprimendo forti dubbi sulla sua ortodossia nella Quaresima del 1498. Il francescano Francesco da Puglia, rispolverando una pratica medievale, sfida Girolamo o un suo campione al giudizio di Dio, la prova del fuoco. La prova è organizzata dai fiorentini, malgrado la proibizione papale, alla vigilia della Domenica delle Palme, ma il "campione" di Savonarola vi si sottrae.
Esplode il malcontento dei fiorentini, in particolare del popolino: Savonarola è bandito, poi arrestato e consegnato all’Inquisizione. Il processo, iniziato il 19 maggio alla presenza del generale dei domenicani e d’un nunzio apostolico, vede Girolamo ammettere, sotto tortura, tutto ciò di cui lo si accusa. Il 23 Savonarola è condannato a morte con due discepoli, impiccato e bruciato sulla piazza della Signoria.
Le ceneri sono sparse in Arno: cala il silenzio sull’avventura del riformatore veemente e del moralista rigoroso, dedicatosi ad unire, ma vissuto e morto per dividere.