ROSARIO DI LELLO
IL VINO CAMPANO NELLA MEDICINA DI SCRIBONIO LARGO
SUMMARY After a biographical reference to Scribonio Largo, the author points out his works and the use of Campania wines in the preperation of therapeutical cures. Moreover, in the two final appendixes, he reports the weights and measures used by Sorbonio and recipes relating to the wines of Campania.
Ai vini della Campania e, in essa, a quelli del Medio Volturno, s’era fatto cenno in termini elogiativi, già prima dell’Era Volgare. Nei secoli successivi, la bontà delle uve coltivate nella regione e le caratteristiche del prodotto furono oggetto di dotte disquisizioni, al pari delle turpitudini commesse dai bevitori dissennati e dei danni cagionati dal consumo inconsiderato della bevanda. (1)
Al riguardo, però, occorre correggere subito una opinione ancor oggi comune: il vino campano -e con esso si intende anche quello prodotto nella Valle del Volturno- non fu soltanto apprezzato dai buongustai e dagli ubriaconi; godette altresì della stima di medici e demoiatri, nazionali e stranieri, a motivo delle qualità che in taluni casi ne fecero preferire l’uso e lo resero ricercato nella pratica sanitaria. Tanto emerge, in buona misura, dalle Compositiones di Scribonio Largo. (2)
Questo illustre medico, attivo nel I secolo d.C., era greco o del Mezzogiorno d’Italia. Il Bücheler, basandosi su due riferimenti circa lo “zafferano siculo”, sostenne che fosse siciliano; (3) ne consegue che i richiami di gran lunga più numerosi -si vedrà in seguito- al vino e all’olio della Campania ci autorizzano, quantomeno, a ipotizzarlo di questa regione e più in particolare della Valle del Volturno dal territorio venafrano all’agro falerno.
In ogni caso, liberto egli stesso o discendente di liberto o cittadino romano, il certo è che apprese l’arte del curare da Apuleio Celso medico, originario di Centuripae (4) e da Trifone chirurgo, di origini greche. (5) A differenza di tanti suoi colleghi, non si occupò o di questa o di quella branca della medicina, ma, giudicandone le diverse parti “implicite e connesse tanto da non poter essere separate in alcun modo senza detrimento di tutta la professione”, prese in considerazione, insieme alle altre, anche la branca che , quanto mai utile, “mostra(va) la sua virtù attraverso l’impiego dei farmaci”. (6)
Scribonio esercitò a Roma e fu medico dell’alta società. (7) Fu professionista e uomo esemplare: oltretutto non mai si ritenne né mai si mostrò depositario di dottrina, ma, a differenza di tanti suoi contemporanei, (8) trasmise le proprie conoscenze e non per fini di lucro; (9) condannò la gelosia di mestiere; consigliò lo studio costante; rispettò l’umiltà, l’esperienza e il lavoro dei medici pratici e dei demoiatri, ancorché donne e schiave; comprese l’angoscia degli infermi; predicò e praticò la pietà, la misericordia e la deferenza per il Paziente; si dichiarò contro l’aborto; sostenne la gradualità della terapia, dalla dietetica alla farmaceutica alla chirurgica; (10) sperimentò su se stesso i farmaci inusitati; (11) e tutto questo, per onorare il Giuramento d’Ippocrate che rendeva sacra la figura di chi professava l’arte del curare. (12)
Nel 43 d.C., seguì da medico e forse anche da naturalista (13) una spedizione militare in Britannia; in quella circostanza, (14) scrisse un libro di “ricette”, Compositiones, su commissione dell’amico Giulio Callisto, potente liberto nelle grazie dell’Imperatore Claudio. (15)
Il ricettario di Scribonio si apre con l’Epistola dedicatoria a Callisto e, di seguito, presenta un numero considerevole di medicine, tra semplici e composte, indicate contro un numero altrettanto o più considerevole di condizioni morbose; le une e le altre sono state esposte in ben 271 capitoli e secondo il consueto ordine topografico a capite ad calcem, dalla testa ai piedi. Molte composizioni risultano ideate dall’Autore, altre mutuate da scrittori di cose mediche, altre ancora trasmesse da persone estranee all’arte sanitaria. L’epilogo non è a se stante, ma è breve e connesso all’ultimo capitolo.
Tra i primi pubblicisti, medici e no, i quali nell’Era Volgare hanno trattato dell’utilizzo terapeutico del vino, Scribonio ha descritto un numero considerevole di rimedi preparati con questo prodotto e, in particolare, con quello campano a denominazione d’origine, se così si può dire; inoltre, lo ha fatto in modo sintetico, dettagliato, ordinato e completo, rispetto ai tempi, comprendendone altresì, storia, composizione, confezione, indicazione, via di somministrazione e dosaggio.
Novello o invecchiato, schietto o diluito, aspro o abboccato, robusto o delicato, semplice o aromatizzato, cotto o crudo, nazionale o di importazione, il vino è presente, come ingrediente o come veicolo, in 128 medicamenti. Il prodotto anonimo compare in 89 prescrizioni: il mosto in due; il vino semplice in 56; il mielato in sette; il passito in 30; quello di mirto in una; quello di palma in tre.
I vini stranieri a denominazione d’origine sono tutti greci: al vino di Lesbo l’Autore fa riferimento in una sola composizione; a quello di Chio in cinque; al passito di Creta in quattro; al mosto di Creta, varietà di passito, in una. Del prodotto nazionale menziona il vino Marsicano, l’Amineo, il succo di uva Aminea acerba, il mosto e il vino di Sorrento, ciascuno una sola volta e in differenti ricette; il vino di Segni in tre; il Falerno in undici.
Se si prescinde dai vini anonimi, si registra, dunque, prevalenza dei nazionali sui greci; dei campani sui restanti nazionali; del Falerno su tutti, presi singolarmente. Circa il prodotto campano anonimo, si deduce che, tra mosti, vini usuali e mielati, esso poteva essere usato in non meno di 60 preparazioni.
Per quanto concerne la terapia di pertinenza medica e procedendo, come s’è detto, dalle malattie della testa, si nota che un farmaco composto da miele attico e succo di uva Aminea acerba era impiegato contro le infiammazioni e il gonfiore dell’ugola e della gola. Il vino di Aminea matura veniva prescritto, invece, in un calmante contro il dolore di petto, segnatamente se da raffreddamento. (16)
Anche il Sorrentino trovò posto nel ricettario di Scribonio, appunto nella preparazione di una pasticca, contro la dissenteria, da somministrare in mosto di vino di Sorrento, agli apirettici e in acqua ai febbricitanti. (17)
Il Falerno serviva per produrre: un collirio color cenere, detto spodiacòn dai Greci; una sorta di unguento convertibile in collirio mediante l’aggiunta di vino passito; una crema oftalmica prescritta, nientemeno, all’Imperatore Augusto. Il primo dei tre rimedi trovava applicazione nella epifora, nelle ipersecrezioni purulente, nelle ferite, nelle piaghe, nelle pustole e nelle ulcere; gli altri due rivelavano effetti sorprendenti nell’epifora degli adulti e, specialmente, in quella dei bambini. (18)
L’Autore indicò l’uso del Falerno pure in una pomata efficace nelle riniti ulcerose; (19) nonché in delle pastiglie oltremodo benefiche, se prese di notte e con due, tre bicchieri d’acqua calda, nella epifora, nella tosse, nel catarro di petto, nell’asma, nella tisi, nella toracalgia, nelle sofferenze di reni e vescica, nell’ematuria, nella stranguria e in ogni tipo di dolore (20) non escluso quello degli arti.
La validità di quel vino venne sfruttata pure per allestire un farmaco a dir poco prodigioso contro una sindrome colitica assai comune, ma ribelle a ogni differente terapia. Scribonio ricorda che con la detta medicina una donnetta venuta dall’Africa a Roma aveva guarito un gran numero di plebei; lui, per non esser da meno nella cura dei patrizi, aveva acquistato la formula al prezzo di richieste assillanti e di sacrifici pecuniari considerevoli. (21)
L’elencazione secondo il metodo topografico si conclude allorquando l’Autore segnala il Falerno in uno sciroppo salutare nell’idropisia, in particolare se allo stato incipiente. (22)
Per quanto attiene alla tossicologia, v’è da dire che la disciplina, ritenuta di pertinenza medica, contemplava tanto le intossicazioni da ingestione di sostanze presenti nei regni animale, vegetale e minerale, quanto gli avvelenamenti e le infezioni da punture e morsi. Gli antidoti, numerosi e più o meno elaborati, venivano designati, di solito, col nome dell’inventore.
A motivo della provata versatilità, il Falerno non poté non essere preso in considerazione nella preparazione di “contravveleni”. Scribonio riferisce che, a causa dell’elevato numero dei cani rabbiosi in Sicilia, Apuleio Celso aveva ideato e ogni anno spediva nell’isola, quasi a spese dello Stato, una medicina -l’antidoto di Apuleio-, contenente Falerno. (23)
Sebbene la sostanza non assicurasse la guarigione a quanti avevano già contratto l’idrofobia, pure, somministrata subito e per trenta giorni, almeno liberava gli infermi dai tormenti della malattia. In assenza di rabbia, la si sarebbe sempre potuto prescrivere nell’immancabile epifora, nei dolori di petto e nella tosse, nel mal di stomaco, nei premiti, nel meteorismo, nel mal di fegato e, per rimanere in tema di antidoti, contro tutte le sostanze tossiche, le punture velenose e il morso dei rettili. (24)
Circa la terapia chirurgica, essa, secondo Scribonio, avrebbe dovuto far ricorso alla dieta e a tutta una varietà di medicamenti, prima di adoperare, semmai, le mani del chirurgo, i ferri del mestiere e il fuoco del cauterio. Non solo: per essere coerente, egli suggerì numerosi presidi semplici e composti, tra i quali un empiastro contenente Falerno, denominato dià cadmìas dai Greci. Il farmaco s’era guadagnato un posto di rilievo, come cicatrizzante, nel trattamento di ferite, piaghe, ulcere e fistole, (25) ossia in quelle lesioni che, per diffusione e frequenza, più di altre tenevano occupato il chirurgo.
Il Falerno, infine, non poteva mancare nella preparazione di antalgici, di miorilassanti e di decontratturanti per uso locale. A questo proposito, l’Autore menziona un malagma, ovvero un unguento lenitivo, indicato in ogni dolore e, in particolare, nelle tensioni epatiche, precordiali e vescicali; (26) e v’è di più: ricorda un acopo o balsamo aromatico, del quale si serviva la nobiltà muliebre per mitigare la stanchezza, ridurre la tensione nervosa e rilassare le membra rattrappite dai freddi invernali. (27)
Anche se, quando illustra le differenti ricette, si mostra attento nell’indicarne i componenti, Scribonio non sembra altrettanto accorto nel distinguere le varietà di Falerno, (28) nel precisarne il colore, (29) nel puntualizzarne l’età e il gusto. (30) Pur tuttavia, il rigore espositivo presente nell’opera e il fatto che alla stessa si sia rifatto in seguito Galeno (31) legittimano l’ipotesi secondo cui, dicendo Falerno, Scribonio alludesse, in ogni caso, al Falerno propriamente detto, cioè al tipo usato appunto da Galeno e da questi definito “secco rispetto al Faustiniano, ma dolce in confronto al vino di Segni e dei Marsi”, di colore ambrato (32) e, quando “non filtrato”, (33) decantato ovvero invecchiato al punto giusto.
In conclusione, a emine, a ciati, a sestari, a congi (34) e a “quanto basta”, in più, “denominato” o meno, il vino campano servì da ingrediente, da veicolo o da sostanza utile per spegnere, triturare, raffinare, pestare, rimescolare, ammollare e sciogliere componenti diversi nella preparazione di colliri, unguenti, pomate, pastiglie, sciroppi, empiastri, balsami, e altri intrugli indicati in una varietà notevole di sintomi e di malattie.
Il numero delle ricette e delle situazioni patologiche o ai limiti del patologico in cui il vino campano trovava utilizzo non risulta esiguo, come già si deduce dal numero tanto delle preparazioni nelle quali il prodotto viene nominato espressamente quanto di quelle in cui se ne sarebbe potuto far uso pur non essendone stata indicata l’origine. (35) Inoltre se si tien conto che Scribonio, avendo giudicato limitata la raccolta, progettò di scrivere riguardo ad altre numerose infermità e di riportare più composizioni per ciascuna malattia, (36) si arguisce che avremmo conosciuto nuovi rimedi a base di vino campano se la collezione fosse stata realizzata e trasmessa fino a noi. La lista si allungherebbe se venissero prese in considerazione anche le prescrizioni di altri Autori del tempo; (37) ma non è questa la sede pertinente.
In breve, il consumo terapeutico di vino campano non fu trascurabile nel I secolo d.C.
In merito, giova ricordare che, quantunque Scribonio ed altri medici dessero per scontato l’utilizzo di vino genuino, se non altro in medicina, già cento anni prima produttori astuti mettevano in commercio vino adulterato, ad esempio Sorrentino miscelato con feccia di Falerno. (38) Più tardi, negli anni di Scribonio, l’adulterazione era pratica ancor più diffusa. (39) Cento anni dopo, le cose non erano mutate, tutt’altro: emblematico è che “il Falerno, prodotto in quantità limitata in una piccola area della Campania ed esportato per tutto il mondo romano”, altro non era, per la maggior parte, che vino di origini diverse e più o meno umili, lavorato, “per imitarlo artificialmente”, da abili manipolatori. (40)
Così stando le cose e ponendo mente alla considerevole richiesta dei bevitori, alla quantità limitata dei vini garantiti autentici e alla concorrenza proficua di altri, nazionali e di importazione, c’è da domandarsi se il prodotto locale a denominazione d’origine, quello al quale faceva espresso riferimento Scribonio, fosse genuino, almeno qualche volta, cioè quando era destinato agli infermi.
Verosimilmente, lo sarà stato di più il vino campano anonimo.
1- Cfr. Strabone, Geo., V, 3, 6 e 4, 3; R. Di Lello, Il vino nella storia della medicina campana, in “Annuario 2002”, Piedimonte Matese, ASMV, (2003), pp. 103-128.
2- Cfr. Scribonio Largo, Compositiones, a cura di A. Marsili, Pisa, Omnia Medica, 1956. Cfr. altresì Scribonio Largo, Compositiones, Helmreich, Leipzig, Teubner, MDCCCLXXXVII e 1935, a c. d. S. Sconocchia, Leipzig, Teubner, 1983.
3- Scrib., Comp. XXIX e XXX nonché A. Marsili, in op. cit., Prefazione e nt. 2.
4- Centorbi, in Sicilia, cfr. Scrib., Comp., LXXXXIIII; CLXXI.
5- Scrib., Comp., CLXXV.
6- Scrib., Comp., Epistola dedicatoria e CC.
7- Scrib., Comp., CXXII.
8- Scrib., Comp., LXXXXIV; LXXXXVII.
9- Scrib., Comp., CXXII.
10- Scrib., Comp., Ep. ded.
11- Scrib., Comp., XL.
12- Scrib., Comp., Ep.
13- Scrib., Comp., CLXIII.
14- All’amico Callisto scrisse, infatti, in Ep.: “Ignosces autem si paucae visae tibi fuerint compositiones (…) sumus enim, ut scis, peregre, nec sequitur nos nisi necessarius admodum numerus libellorum”, e aggiunse, in comp. CLXIII: “cum Britanniam pateremus cum deo nostro Caesare”.
15- Scrib., Comp., Ep.,
16- Scrib., Comp., LXIIII; CCLVII.
17- Scrib., Comp., CXV.
18- Scrib., Comp., XXIII; XXIV; XXX; XXXI.
19- Scrib., Comp., XLIX.
20- Scrib., Comp., LXXXXIII.
21- Scrib., Comp., CXXII.
22- Scrib., Comp., CXXXIIII
23- Scrib., Comp., CLXXI.
24- Scrib., Comp., CLXXIII
25- Scrib., Comp., CCXLII.
26- Scrib., Comp., CCLVIII.
27- Scrib., Comp., CCLXVIII.
28- Ossia: il Falerno propriamente detto, il Faustiniano e il Caucino, prodotti, rispettivamente in pianura e sulle fasce collinari media e alta del Massico, cfr. Plinio., Naturalis Historia, XIV, 63.
29- Ambra o nero del Falerno più o, rispettivamente, meno invecchiato, cfr. C.F. Weber, Dissertatio de Agro et vino Falerno, Marburgi, MDCCCLV, pp. 47-53.
30- C.F. Weber, Dissertatio (…), cit, pp. 47-53.
31- A. Marsili, Prefazione cit., p. 8.
32- Galeno, cit. in C.F. Weber, Dissertatio(…), cit., p. 48.
33- Scrib., Comp., CXXII. Sulla filtrazione, cfr. Plin., Nat., XIV, 137; XV, 124; XXIII, 45.
34- Circa le misure e i pesi utilizzati da Scribonio, cfr. Appendice I.
35- Per esempio, dell’ottimo vino mielato si produceva col Falerno, cfr. Orazio., Sat., II, 2, 15; II, 4, 24.
36- Scrib., Comp., Ep.
37- R. Di Lello, Il vino nella storia (…), cit. C.F. Weber, Dissertatio (…), cit., pp. 54-55.
38- Hor., Sat., II, 4, 55-56.
39- Plin., Nat., XIV, 64; XXIII, 32-34.
40- Gal. cit. in G. Guadagno, L’Ager Falerno in Età Romana, In AA.VV., Storia, economia e architettura nell’ Ager Falernus, Minturno, 1987, p. 39.
APPENDICE I
Per una più agevole lettura dei testi vengono riportati gli equivalenti delle misure e dei pesi usati da Scribonio .
MISURE.
Congius = 6 sextarii = 3600 g.
Sextarius =1/6 congius = 600 o 480 g.
Hemina =1/2 sextarius = 300 o 240 g.
Cyathus =1/12 sextarius = 50 g.
PESI.
Libra = 12 once = 360 g.
Sextans = 1/6 di libbra =2 once =60 g.
Uncia =7 dramme =26,25 g.
Denarius = drachma =1,75 g.
Victoriatus = 1/2 denarius
Scripulum = 1 obolus = 1,25 g.
APPENDICE II
In considerazione della importanza e della non facile reperibilità, vengono riportati brani completi di quelle Compositiones che attengono ai vini campani a denominazione di origine. L’abbreviazione p.d. significa pondus denarii.
Cadmiae botrytidos ustae super testam, donec incandescat, et vino Falerno extinctae p.d. XL, cretae Samiae, quam vocant astera, p.d. LXXX, stibi cocti p.d. XX, opi p.d. X, commis Alexandrini p.d. XX. Teruntur haec omnia aqua pluviatili, commi ultimum dicitur; ante hoc cum cetera levia sunt facta, opium miscetur maceratum pridie aqua. Facit hoc per se etiam initio, cum tenuis abundansque fluit lacrima et pustulae molestae sunt, aut cum prima tunica oculi exesa est aliave exulcerata. Cum purum ulcus est, diluitur fere ovi albore, quod est tenuissimum.
(Comp. XXIV).
Est et hoc medicamentum satis efficax, quo ita oportet palpebras perungere, ne quid intra oculum fluat. Recipit autem haec:Croci Siculi p.d. III, crocomagmatis p.d. XII, turis p.d. III, aluminis rotundi p.d. VI, opii p.d. I, murrae p.d. II, commis p.d. III. Vino Falerno teruntur; cum levia facta sunt et crassitudinem habent mellis spissi, adicitur passi Cretici pondo sextans; reponitur pyxide stagnea; si passum adiectum fuerit, collirium erit.
(Comp. XXX).
Bene facit et hoc medicamentum, quo Augustus usus est, et recipit haec: Aluminis fissi p.d. XL, turis candidi p.d. X, aloes p.d. XV, croci p.d. XV, opii p.d. II, gallae p.d. X rosae foliorum aridorum p.d. X, plantaginis suci vel seminis p.d. X. Vino Falerno teruntur; cum levia facta sunt et spissitudinem mellis habent, adicitur passi sextarius aut hemina et rursus commiscetur. Reponitur vase stagneo vel argenteo.
(Comp. XXXI).
Ad ulcera in naribus (…) Facit et hoc medicamentum bene: pompholygis p.d. IIII, cerussae p.d. XII, hysopi p.d. III, VinoFalerno et rosa vicibus adiecta teritur, donec mellis habeat temperaturam.
(Comp. XLVIII-XLVIIII).
Ad faucium uvaeque tumorem stomatice, hac fere utuntur, quia nullam aspritudinem habet et satis efficax est: Uvae Amineae acerbae, cum primum granum incipiet perlucere, suci sextarios quattuor, mellis Attici sextarium commisceto in unum atque in aereo vaso coquito subinde movens, donec mellis spissitudinem habeat.
(Comp. LXIIII).
Pastillus ex odoribus bene facit ad omnem dolorem, proprie autem ad tussim, item ad pectoris destillationem et oculorum epiphoras, facit et ad suspirum et ad lateris dolorem et ad phthisicos et vesica renibusque laborantes vel sanguinem ad urinam reddentes cum dolore: Casiae, cinnami, croci, singulorum p.d. III, alterci seminis, Apollinaris herbae radicis, singulorum p.d. IIII, piperis p.d. II, opii p.d. IIII, turis p.d. III, nardi spicae p.d. II. Vino Falerno contusa et trita utraque, ut debent, consperguntur, fiunt pastilli victoriati pondere, alii parte tertia detracta. Dantur in noctem, prout vires sunt, cum aquae calidae cyathis duobus aut tribus.
(Comp. LXXXXIII).
Pastillus item qui clysterio inmittitur torminosis per anum (efficax est). Potio autem cum immissum fuerit medicamentum, sic convenit in noctem: Murrae p.d. II, lycii p.d. III, turis p.d. I, opi p.d. II, aloes p.d. II, acaciae p.d. IIII, murti bacarum nigrarum p.d. XVI, ovorum ex aceto coctorum vitelli duo. Haec trita vino Surrentino consperguntur et fiunt pastilli pondere X I. dantur febricitantibus ex aquae cyathis quattuor (sine febre) ex musti Surrentini cyathis duobus.
(Comp. CXIV-CXV).
Ad coli dolorem (…) raro enim quis iterum vel ad summum tertio hoc accepto medicamento vexatus est. (…) Constat autem medicamentum ex his rebus: Cervi cornua sumuntur, dum tenera sunt, quasi in taleas breves divisa olia fictili componuntur operculosque superosito et argilla undique circumdata fornace uruntur, donec in cinerem candidissimum redigantur atque ita in vaso vitreo mundo reponuntur. Cum dolorem habet aliquis, pridie quam poturus est meedicamentum, debet abstinere ab omni re atque ita postero die sumuntur ex cornibus coclearia tria cumulata satis ampla, quibus miscentur piperis albi grana novem trita et murrae exignum, quod odorem tantummodo praestare possit. Haec cum in unum commixta sunt mortario diligenter, coclea vera Africana, id est inde adlata, sumitur quam potest amplissima et viva mortario cum sua testa contunditur atque ut est teritur, donec nullum vestigium appareat testularum. Postea vini Falerni non saccati cyathus adicitur et nihilo minus rursus teritur: magis enim tunc apparent residuo aspritudines, si quae reliquae sunt; quibus levatis iterum adiciuntur cyathi duo eiusdem vini atque ita prioribus bene admiscentur, trasfundunturque cum his, quae sunt in mortario, calice novo et super carbones imponitur, movente aliquo cocleario liquorem, ne quid subsidat et peroratur. At ubi bene incaluerit, iniciuntur in eundem calicem quae supra dixi coclearia tria et parmovetur. Cum autem calore temperata est potio, datur obducenda: Statim dolorem levat (…).
(Comp. CXXII).
Bene facit ad hidropicos haec compositio (…): Vitis albae radicis p.d. XX, cocci Cnidii p.d. IIII, scillae bulbi cocti detracta exteriore parte p.d. X, murrae p.d. VIII, cumini cyathis tribus, anesi cyathis tribus, vini Falerni sextariis duobus, passi sextario uno. Praeter murram omnia contusa, non cribrata, macerantur passo et vino nocte et die; postridie colatur liquor, cui murra trita admiscetur. Ex quo cyathus datur a balneo altrnis diebus singulis adiectis cyathis, donec profectus intellegatur. (…).
(Comp. CXXXIIII).
Emplastrum “dià cadmìas” Graeci dicunt, quod cicatricem ducit: Cadmiae pondo libra, chalcitidis ustae pondo libra. Haec teruntur ex vini Falerni heminis tribus, donec liquefacta mellis habeant spissitudinem. Postea fit ceratum ex cerae pondo quattuor, resinae frictae pondo quattuor, olei murtei pondo quattuor. Cum refrigeratum est, raditur et miscetur his, quae in mortario sunt. Sunt qui liquefacta haec ipsa, dum calent, mortario superfundunt et ita subigunt.
(Comp. CCXLII).
Malagma pectoris et lateris (ad) dolorem et quidquid ex perfrixione est, bene calefacit; idem ad omnem dolorem prodest; Samsuci contusi sextarius unus, iris contusae sextarii XV, cyperi contusi sextarius unus, resinae terebinthinae podo bes, cerae pondo quadrans, olei ciprey pondo selibra, vini Aminei sextarius unus. In vino arida contusa macerantur una nocte et die; oleo cera et resina liquefiunt, deinde superfundumtur vino, miscentur manibus .(…).
(Comp. CCLVII).
Malagma ad omnem dolorem praecipue iocineris: spicae nardi p.d. V, Celticae, id est saliuncae p.d. X, iris p.d. VIII, meliloti quod a nobis sertula Campana dicitur, p.d. XXXV, cyperi p.d. VIII, ammoniaci thymiamatis p.d. VIII, cardamomi p.d. VII, croci p.d. II, Vini Falerni sextarius unus. In hoc omnia supra scripta contusa uno die et nocte macerantur praeter ammoniacum: hoc enim aceto diluere oportet et quasi ceratum facere; postea cerae pondo dua et bes, resinae frictae pondo quattuor, rosae pondo libra, que fiunt et refrigerata atque rasa ceteris miscentur. Hoc et ad praecordiorum tensionem bene facitet vesicae dolorem.
(Comp. CCLVIII).
Acopum ad perfrictionem, lassitudinem, tensionem nervorum; idem hieme non patitur perftigescere artus; hoc Augusta utebatur: samsuci floris sextarium unum, faeni greci sextarium unum, rosmarini foliorum sextarium unum, vini Falerni cungium, olei Venafri sextarios quinque. Praeter oleum, omnia in vino triduo macerare oportebit, quarto die oleum adicere et coquere in pruna non acri medicamentum donec vinum consumatum, postea percolare per linteum duplex oleoque adhuc calenti cerae Ponticae bessem miscere. Reponitur medicamentum fictili vel stagneo vase.
(Comp. CCLXVIII).