UN EPISODIO DI BRIGANTAGGIO COMPIUTO IN TERRITORIO DI RUVIANO DALLE BANDE DI COSIMO GIORDANO E LIBERATO DE LELLIS.
DI MICHELE RUSSO
La battaglia del Volturno dei giorni 1 e 2 ottobre 1860 segnò di fatto la sconfitta dell’esercito borbonico e l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello d’Italia. Dopo la resa di Gaeta e la capitolazione della cittadella di Messina e di Civitella del Tronto, Francesco II si era rifugiato a Roma e da lì imbastiva una vasta e organizzata congiura che coinvolse tutto il Mezzogiorno.
L’obiettivo era quello di riportare i Borboni sul trono di Napoli; furono costituite segrete formazioni militari, composte da renitenti alla leva, disertori, uomini appartenenti al disciolto esercito borbonico, evasi dalle carceri, reazionari e scontenti; essi facevano capo al Comitato centrale di Napoli che teneva segreta corrispondenza con Roma e con un focolaio borbonico a Marsiglia ed avevano il compito di far scoppiare ovunque sommosse e rivolte contro il nuovo Stato.
Di fatto le insurrezioni scoppiarono nella primavera del ‘61 in Basilicata cui seguirono azioni in Puglia, Campania e Abruzzo. Lo stabilizzarsi della situazione internazionale vanificò il sogno borbonico di rientrare nei domini meridionali ma non pose fine agli atti di guerriglia contro lo Stato che durarono nelle nostre contrade per circa un decennio producendo quei fatti che la storiografia filo borbonica ha tramandato come episodi di patriottismo, volti a restaurare la legittima monarchia, mentre quella liberale, più copiosa, li ha definiti “episodi di brigantaggio”.
Gli studi condotti sugli avvenimenti a nord di Terra di Lavoro, e precisamente intorno al Matese, fulcro dell’attività realista, consentono di discriminare quelli che realmente possono considerarsi fatti di guerriglia filo borbonica, compiuti nei primi due o tre anni del ’60, dagli episodi di banditismo, o come suol dirsi brigantaggio, che poco hanno a che vedere con la guerra legittimista, non fosse altro che per la matrice di grassazione, rapimento, furto e omicidio a carico di singole persone, anche se eseguite con il dichiarato motivo di sovvenzionare la lotta partigiana ; ma appare palesemente che servivano a dare il sostentamento alle piccole bande di briganti .
Dalle accuse volte ai vari individui arrestati emerge che già dal 1862 il brigantaggio si presentò prevalentemente come la manifestazione di una lotta di classe condotta da contadini in rivolta contro i loro padroni e contro lo Stato unitario nel quale vedevano l’incarnazione dei galantuomini che li avevano taglieggiati ed angustiati per tanti anni. Queste fonti vanno però lette dando il giusto peso alle accuse volte a tali uomini da chi aveva tutto l’interesse per sminuire la matrice politica e far passare questi episodi per pura criminalità.
È comunque noto l’attaccamento ai Borboni delle genti delle nostre contrade, quelle nella parte nord di Terra di Lavoro, data la vicinanza di Caserta e la presenza di numerose Reali Cacce; la popolazione vedeva materialmente la presenza dei Sovrani che amavano trascorrere i momenti di svago proprio in queste zone. E questa presenza dava sostentamento alla gente; si ricordano i maestosi lavori per la costruzione della Reggia casertana che occuparono numerose maestranze per l’estrazione delle materie prime, per il trasporto e per la manovalanza nella realizzazione dell’opera; quel sostentamento che consentiva alla gente di sopravvivere in quello scorcio di secolo in cui l’arretratezza dell’agricoltura e l’assenza di possibilità di sviluppo alternativo produssero una crisi destinata a perdurare fino al nostro . La battaglia di Caiazzo del 19 e 21 settembre del ‘60, poi, mette completamente in evidenza di cosa erano capaci i realisti del caiatino per difendere il loro Stato e forse anche il loro status.
Dal plebiscito del 1860 in Terra di Lavoro tutti i comuni al di qua del Volturno furono esclusi perché non ancora conquistati dai piemontesi; non sappiamo, quindi, come si sarebbe espressa la popolazione circa la volontà di annessione al Regno d’Italia. Anche sulla bontà dei risultati nei comuni votanti restano ombre di dubbio; chissà cosa sarebbe venuto fuori se la gente fosse stata veramente libera di votare senza avere sul collo il fiato dei garibaldini.
Certo di liberali nel Regno ce ne erano. Ci riferiamo però a persone colte e di norma borghesi, non alla massa che notoriamente era ignorante e nemmeno alla nobiltà cui conveniva la fedeltà al monarca borbonico. Una ristretta elites, dunque, quella che favoriva l’unità d’Italia e l’avvento della Casa Sabauda; i più erano per i Borboni non fosse altro, ed è naturale, che da quando erano nati quelli erano i loro Sovrani e quello delle Due Sicilie il loro Regno.
LA NASCITA DEL BRIGANTAGGIO NEL TERRITORIO MATESINO
Comunque, Garibaldi con la sua impresa riuscì a consegnare l’intero Stato al monarca sabaudo e quindi all’Italia. La fine della campagna dei Mille fece sì che circa settantamila soldati borbonici e ventimila volontari garibaldini rimanessero disoccupati e tornassero alle loro case.
Qui essi trovarono la povertà che avevano lasciato arruolandosi, nessuna possibilità di reinserimento nel ciclo produttivo, che si era ulteriormente assottigliato, e in più una Guardia Nazionale, voluta dai Savoia, che li guardava come possibili legittimisti, giacché subito dopo la resa dell’esercito borbonico la guerra si trasformò in guerriglia sovvenzionata dalla Casa Reale, e combattuta da nuclei del disciolto esercito con al comando ufficiali che ancora non avevano perso le speranze di riportare sul trono il loro Re .
Per molti di essi, i combattenti di tante battaglie, temuti e stimati fino alla resa di Capua, fu quasi naturale rispondere a provocazioni di liberali o a maltrattamenti del governo costituito e a darsi alla macchia, sui monti, dove ritrovarono vecchi compagni d’arme e nuovi commilitoni insieme a cui tentare di modificare lo stato delle cose che per loro, così, non poteva proprio andare. Questi, in sintesi, gli avvenimenti che portarono alla nascita del brigantaggio.
Tra il 1861 e il 1862 vengono registrati nel medio Volturno numerosi episodi di guerriglia portati a compimento di bande ben organizzate, collegate tra di loro, tanto da rendere palese la presenza di un unico grosso esercito, adattatosi alla lotta partigiana, che eseguiva ordini venuti direttamente dagli ambienti vicini a Francesco II da Roma. Oggetto delle rappresaglie furono i corpi della Guardia Nazionale, i liberali di spicco ed anche l’esercito Italiano che fu inviato in zona per sedare la rivolta. Questi fatti sono stati abbondantemente narrati e rimandiamo ai già citati studi specifici per i necessari approfondimenti.
L’ATTIVITÀ BRIGANTESCA NEL MEDIO VOLTURNO ALL'INIZIO DEL 1863
Il territorio del Medio Volturno, nei primi mesi del ‘63 era infestato da numerose bande di briganti che, come si vedrà di seguito, a volte agivano da sole ed a volte riunite tra di loro. Ognuna di esse operava in un territorio più o meno esteso ma non c’era la suddivisione dei territori tra bande, anzi in ogni zona del Medio Volturno e del Matese rileviamo la presenza stabile di più bande.
La banda di Cosimo Giordano, operava nei territori di Cerreto, Cusano, Pietraroia, Gioia, Faicchio, Piedimonte, il Molise e la montagna del Matese. Dai capi d’imputazione rileviamo in data 9 gennaio l’assassinio commesso in persona di V. D’Andrea e il mancato omicidio di G. D’andrea; il 23 gennaio, in Ruviano la grassazione ed estorsione a carico di Luigi Mastroianni e Colomba Franco e rapimento di Giuseppe Mastroianni e Giuseppe Franco che approfondiremo di seguito; il 13 marzo, in San Potito, il sequestro del sacerdote Ascanio Amato; il 18 marzo, sul Matese, lo scontro a fuoco con la Guardia Nazionale di Piedimonte in cui restarono uccisi 5 briganti e 2 militi .
La banda di Salvatore Dell’Ungaro operava nei territori di Gioia, Calvisi, Faicchio e montagna del Matese e di Piedimonte. Si rileva in data 5 gennaio, in Carattano di Gioia, l’omicidio nella persona di G. Di Chello; nel febbraio, in Caselle di Gioia, la tentata estorsione per mezzo di minacce di morte, con incendio e grassazione, nella casa di A. La Vecchia; l’8 marzo, in San Potito, la grassazione con percosse, estorsione, minacce di morte e maltrattamenti in persona del sacerdote Ascanio Amato; il 18 marzo, sul Matese in località Vallone Cusanaro, lo scontro a fuoco e omicidio di due militi della Guardia Nazionale di Piedimonte e la ribellione contro la forza pubblica incaricata per l’arresto della banda.
La banda di Liberato De Lellis operava nei territori di Gioia, Calvisi, Faicchio, la montagna del Matese e di Piedimonte. Il 5 gennaio, in Carattano di Gioia, partecipò all’omicidio di Giovanni di Chello; il 22 gennaio, in Ruviano, alla grassazione ed estorsione a carico di Luigi Mastroianni e Colomba Franco e al rapimento di Giuseppe Mastroianni e Giuseppe Franco; l’8 marzo, in San Potito, alla grassazione con percosse, estorsione, minacce di morte e maltrattamenti in persona del sacerdote Ascanio Amato; il 21 marzo, vi fu la ribellione contro la forza pubblica incaricata dell’arresto dei malfattori, mediante attacco, resistenza, violenza e vie di fatto; il 22 marzo, in Casella di Gioia, compì la tentata estorsione per mezzo di minacce di morte, con incendio e grassazione, nella casa di A. La Vecchia; il 24 marzo, la tentata estorsione a danno di D. Mennone.
La banda di Vincenzo Arcieri operava nei territori di San Potito, Piedimonte, Cusano, Alife e sul Matese. L’8 marzo, in San Potito, partecipò alla grassazione con percosse, estorsione, minacce di morte e maltrattamenti in persona del sacerdote Ascanio Amato; il 18 marzo, sul Matese alla località Vallone Cusanaro, partecipò allo scontro a fuoco e omicidio di due militi della Guardia Nazionale di Piedimonte e fu imputata di ribellione contro la forza pubblica incaricata per l’arresto della banda.
La banda di Antonio Sartore operava nel circondario di Piedimonte, tenimento di Baia e Latina e montagna del Matese. Sartore si costituì il 7.10.63 insieme a due dei tre componenti la banda. L’ultimo fu arrestato.
La banda di Libero Albanese operava sul Matese e nei Circondari di Piedimonte, Cerreto e Isernia. Il 12 marzo fu predisposto un piano per la cattura di della banda di A. attuato dal sindaco di San Potito dal sotto prefetto di Piedimonte fallito per l’intervento anticipato dei Carabinieri.
La banda di Domenico Fuoco operava sui monti di Presenzano, nelle adiacenze di Roccapipirozzi, lungo la linea delle Mainarde, nel demanio di Pozzilli, in Terra di Lavoro e nell'estate, sulla montagna del Matese. Il 23 luglio fu affisso l’avviso di Taglia per la cattura di D. Fuoco; il 29 luglio l’autorità fu avvertita circa l’intenzione di assalire Roccamonfina dalle bande riunite di D. Fuoco e di Maccarone.
La banda di Francesco Guerra operava sulla linea delle Mainarde, nelle adiacenze di Roccapipirozzi, del demanio di Pozzilli e sul Matese, con preferenza il tenimento di Letino. Il 25 luglio fu affisso un avviso di taglia per la cattura di F. Guerra.
La banda di Alessandro Pace operava sui monti di Presenzano, nelle adiacenze di Roccapipirozzi, lungo la linea delle Mainarde, nel demanio di Pozzilli e nell’estate, talvolta, sul Matese. Il 25 luglio fu affisso un avviso di taglia per la cattura di A. Pace.
L’EPISODIO DI BRIGANTAGGIO AVVENUTO A RUVIANO
In un episodio di brigantaggio avvenuto a Ruviano nel 1863 furono coinvolti i briganti Cosimo Giordano, Liberato de Lellis e Raffaele Pascale.
La sera del 22 gennaio 1863 quaranta individui, tutti armati, appartenenti alla banda del Giordano, penetrarono nella casina di Luigi Mastroianni e di Colomba Franco, posta nella campagna di Ruviano, e depredarono costoro di fucili, biancheria, un orologio a catena, salami e 400 ducati. Poi sequestrarono Giuseppe Mastroianni e Giuseppe Franco e li portarono con loro sulle montagne.
Furono inviati alle famiglie biglietti in nome di Cosimo Giordano e Liberato de Lellis per la richiesta di riscatto: per il Mastroianni furono ottenuti 120 ducati mentre per il Franco ne furono ottenuti 1000. I prigionieri non furono poi rilasciati e si salvarono qualche giorno dopo con la fuga. Una storiola tramandatasi a Ruviano dice che il padre di uno dei due dopo aver saputo della fuga del figlio si precipitò per fermare l’emissario che stava portando il riscatto al Giordano e nel tentativo di raggiungerlo verso Piedimonte fece morire il cavallo di stanchezza.
In questa vicenda fu coinvolto anche un ruvianese arrestato nel 1863 proprio per tal reato. Si trattava di Raffaele Riccio fu Cristoforo, nato intorno al 1830, denunciato dal citato Luigi Mastroianni e accusato di complicità nei reati sopra descritti.
Il Mastroianni, durante il processo, raccontò che il Riccio qualche giorno prima dell’accaduto gli aveva esternato che era giunto il momento di togliersi delle soddisfazioni. All’affermazione del primo di non aver paura perché non aveva fatto male a nessuno questi avrebbe ribattuto che se l’interlocutore fosse stato assalito da un certo numero di briganti si sarebbe visto se avesse avuto paura.
In più l’accusatore aggiunse che Riccio avrebbe inviato un messo a Cosimo Giordano, in persona di tal Domenico Torelli, per richiedergli i cento ducati a lui promessi dal brigante e per avvertirlo di trattenere Giuseppe Mastroianni in quanto la famiglia di questi si accingeva a spedire il riscatto richiesto.
In base alla denuncia del Mastroianni, il Riccio fu arrestato e subì il processo la cui sentenza fu emessa il 12 novembre 1863. Il giudice istruttore non ritenne dover procedere a carico del Riccio e ordinò che questi fosse rimesso in libertà. Dall'istruttoria erano emersi malumori preesistenti al reato tra il Riccio e il Mastroianni che a questo punto non fu considerato un teste attendibile e siccome il detenuto non risultava iscritto nelle liste dei manutengoli, i sostenitori materiali dei briganti, fu prosciolto dall’accusa in quanto dall'istruttoria non erano emersi sufficienti indizi di reato. Non fu così per gli altri tre imputati, assenti, per i quali furono inviati gli atti alla Corte di Assise competente per questo genere di reato.
CONSIDERAZIONI SULLA MATRICE DEL REATO
Volendo analizzare ora la matrice dell’accaduto bisogna verificare chi fossero Luigi Mastroianni, Colomba Franco e Raffaele Riccio.
Il primo risulta consigliere comunale nel 1862, così come lo risulta un Nicola Franco parente di Colomba; nessuno dei due è tra i componenti del decurionato negli anni precedenti. Ritroviamo però membri delle due famiglie tra i componenti dei decurionati di vari anni addietro e sappiamo bene come l’inserimento nelle liste degli eleggibili era consentita solo ai benestanti. Nel 1863, Nicola Franco era capitano della Guardia Nazionale di Ruviano mentre Luigi Mastroianni ne era Luogotenente, carica che deteneva anche nel 1864.
Il Riccio, figlio del medico Cristoforo, apparteneva ad una delle famiglia più in vista del paese, spesso presente nei decurionati o tra gli ufficiali amministrativi del comune sotto la dinastia borbonica.
Gli indizi lasciano supporre che i defraudati fossero di idee liberali mentre l’accusato fosse filo borbonico; ciò spiegherebbe l’intervento dei briganti e avvalorerebbe l’accusa del Mastroianni. Quanto ai dissapori tra i due non è dato sapere se fossero di natura privata o politica. Certo è che questo fu l’unico episodio di brigantaggio che vide coinvolti personaggi di Ruviano.
Altra nota da mettere in evidenza è l’associazione di Cosimo Giordano con Liberato de Lellis. Dal processo si evince che i biglietti di riscatto furono firmati dai due capi e che tra gli accusati risulta Pascale il quale apparteneva alla banda di Giordano. Ciò confermerebbe la partecipazione al fatto di entrambe le bande, anche perché come detto la banda de Lellis comprendeva una decina di persone mentre al fatto ne parteciparono quaranta. Questo consente di stabilire che quella di Liberato de Lellis era collegata alla banda di Cosimo Giordano, fatto non ancora emerso dagli studi compiuti sul brigantaggio nel distretto di Piedimonte. Evidentemente in quel periodo de Lellis collaborava con Giordano, ma manteneva il comando sulla sua banda e proprio per tal motivo entrambi firmarono le richieste di riscatto.
In conclusione appare lecito affermare che l’episodio di Ruviano non fu un fatto di brigantaggio ma rientra tra quelli di guerriglia compiuti dai realisti contro i liberali e la Guardia Nazionale, nel nostro caso in persona di due ufficiali del corpo di Ruviano. Sia i realisti che i liberali lottavano per le loro idee e per la loro patria, entrambe le fazioni meritano riconoscimento e rispetto per il loro operato che andava ben oltre gli scopi personali ma interessava il futuro della loro terra e della loro gente.
Appendice