Sì: Adriano, Alberto, Sonja, Gabriella, Pierpaolo, Marinella
Nì: Katia, Luisella
Adriano (sì, proponente): Ho sempre avuto un forte interesse per i grandi autori russi, da Bulgakov e Tolstoj fino a Gogol'. Quando vivevo a Napoli e frequentavo assiduamente i teatri, in particolare durante il Festival del Teatro tra maggio e giugno, mi capitò tra le mani un biglietto per l'adattamento di Padri e figli di Turgenev. All'inizio ero un po' perplesso perché, per usare un'espressione tipica del gergo triestino, temevo potesse rivelarsi un vero e proprio "cugno", ossia uno spettacolo di estrema pesantezza. Si trattava infatti di un'opera imponente di otto ore complessive, divise in due giornate da quattro ore ciascuna, un impegno persino superiore a quello di un'opera di Wagner. Più che di una semplice riduzione teatrale, si trattava di un'autentica espansione che portava in scena il testo nella sua integrale completezza. Eppure, con mia grande sorpresa, la rappresentazione mi piacque moltissimo. Gli attori sul palco non erano grandi nomi di cassetta, ma la messa in scena fu talmente riuscita che, nonostante la lunghezza, mi lasciò il forte desiderio di leggere il romanzo originale. Così l'ho letto e la lettura mi è piaciuta davvero tanto. Avendolo letto anni fa, non ricordo nel dettaglio ogni singolo passaggio della trama, ma ne conservo un ricordo estremamente piacevole e nitido su alcuni punti chiave. Mi aveva colpito in modo particolare la figura del padre del protagonista e l'amore straordinario che nutriva nei confronti del figlio. In quel rapporto si avvertiva una frattura completa tra generazioni che andava di pari passo con una frattura storica concreta e inconciliabile, vissuta proprio in quel momento della storia. Ho trovato bellissima anche la figura del figlio idealista. Ciò che mi è rimasto impresso più di tutto è una delle pagine più emblematiche e toccanti del libro, la pagina finale in cui i due anziani genitori si recano al cimitero. Quella scena mi ha toccato profondamente perché mi riportava direttamente a un fatto personale, legato ai miei zii che avevano subito la perdita di un figlio in giovane età. Anche loro facevano esattamente la stessa cosa: ogni singolo giorno andavano in quel cimitero desolato a visitare la tomba curatissima del figlio. Rivedere nei genitori del romanzo quel medesimo gesto quotidiano mi ha ricordato la loro storia.
Alberto (sì): Tra tutti i romanzi che abbiamo letto, devo dire che Padri e figli è uno di quelli che mi è rimasto di più nel cuore, insieme a "Il nipote di Wittgenstein" e "Maria Zef". Per una curiosa coincidenza, avevo iniziato a leggerlo da solo proprio qualche giorno prima che venisse scelto dal nostro gruppo. Durante le vacanze sono riuscito a proseguire la lettura a tarda notte e la storia mi è piaciuta in modo straordinario. Ho acquistato il libro nella traduzione di Paolo Nori, uno scrittore di cui avevo già letto un'opera sulla letteratura russa dopo aver ascoltato un suo podcast. Mi era rimasto impresso il suo discorso su come in Russia le persone semplici leggano i classici, all'interno di una tradizione narrativa legata a Puškin e ai racconti della sua tata. La sua traduzione si è rivelata bellissima e godibilissima, capace di rendere al meglio quel tono un po' colloquiale usato da questi grandi autori. Nel corso della lettura, ho trovato il personaggio di Bazarov davvero insopportabile per lunghi tratti: è un nichilista antipatico che a un certo punto avrei preso volentieri a schiaffi. Tuttavia, come ricorda Nori nella presentazione citando un famoso autore russo, Turgenev è letteralmente diabolico: se decide di farti ridere o di farti piangere, non puoi evitare di farlo. Mi hanno colpito tantissimo le figure dei due padri profondamente innamorati dei propri figli, così come ho trovato affascinante il personaggio un po' donchisciottesco dello zio. Fa riflettere anche il fatto che questi padri avessero meno di cinquant'anni, un'età che all'epoca era già vista come molto avanzata. Anche la figura della signora Odincova mi si è impressa come quella di una donna di grande fascino. Riguardo al finale, di cui già Adriano aveva accennato tempo fa, mi sono fatto la ferma convinzione che Bazarov si sia suicidato. Secondo me si è procurato apposta quel taglio durante l'autopsia per farsi infettare dalla cosiddetta "cadaverina", cercando consapevolmente la morte. La scena finale del romanzo rimane in ogni caso un passaggio estremamente struggente e toccante.
Sonja (sì): Ciò che mi ha colpito fin da subito in questo libro sono le straordinarie descrizioni della natura e del paesaggio: per come Turgenev scrive, in certi momenti mi sembrava di essere davvero lì, confermando quanto sia un narratore incredibile. Avevo già letto questo romanzo quando avevo quindici o sedici anni, ma rileggerlo oggi è stata un'esperienza del tutto diversa. Per quanto sia un capolavoro scritto meravigliosamente, l'ho avvertito come un testo un po' fuori tempo massimo, difficile da paragonare alla vita che viviamo oggi e vissuto quasi come una sorta di amarcord. Ho incontrato anche qualche piccola difficoltà nella lettura a causa dell'edizione utilizzata, che rendeva la grafia dei nomi russi in modo insolito, come per il personaggio di Fenička. A ogni modo, la lettura è risultata molto scorrevole e fortemente romantica. Per la nostra sensibilità attuale, la figura di Bazarov si rivela particolare: il suo nichilismo sembra essere più una posa che un'attitudine reale, dato che alla fine non riesce a rinnegare i sentimenti verso i genitori né l'amore per la Odincova. Proprio per bilanciare questa sensazione di lontananza nel tempo, ho sentito la necessità di affiancare alla lettura classica un libro recente, un romanzo di Cristina Rava legato a temi attuali come l'antisemitismo. Tutti i personaggi sono approfonditi con grande cura e ciascuno di loro ha un ruolo ben definito, persino le figure più marginali come il contadino morto di tifo. È stato sicuramente un grande piacere rileggere questo testo, ma la storia dimostra che non è possibile negare tutto, perché i sentimenti e la realtà finiscono sempre per riemergere.
Gabriella (sì): Anche a me il libro è piaciuto molto, pur avendolo trovato in effetti un po' datato come ha osservato Sonja, ma d'altra parte si tratta di un testo scritto nel 1850. All'inizio mi ha fatto sorridere il modo in cui venivano descritti come "anziani" i genitori del protagonista: ho pensato tra me e me che, se loro erano considerati vecchi, allora io dovrei sentirmi un Matusalemme. I personaggi sono tratteggiati in maniera davvero splendida. Come dicevo a Sonja quando ha iniziato a leggerlo, capita raramente con un libro di riuscire a entrare così a fondo nella storia e sentirsi letteralmente presenti sulla scena. L'immaginazione ti trasporta proprio lì, dandoti la sensazione di essere in mezzo a loro. Devo ammettere che raramente mi è capitato di odiare un personaggio quanto Bazarov: per gran parte del tempo non lo sopportavo affatto e mi faceva venire voglia di prenderlo a sberle per quanto fosse supponente. Eppure, verso la fine, quando va incontro alla morte, mi sono persino impietosita nei suoi confronti. In realtà tutto quel suo atteggiamento era soltanto una postura, come si comprende quando professa il suo amore per la Odincova. Anche lei era una donna incapace di amare, pur avendone forse bisogno, e infatti alla fine sceglie di risposarsi con un altro uomo per pura convenienza. Ho trovato dolcissimi i genitori di Bazarov, sia la madre che il padre, con tutte quelle attenzioni premurose e il timore costante di disturbarlo, anche se forse avrebbero potuto essere un po' più incisivi. La famiglia di Arcadi, al contrario, mi è sembrata molto più equilibrata. Arcadi è un personaggio decisamente più positivo e insieme a Bazarov rappresenta quasi il bianco e il nero, prima di arrivare a sposare Katia. Nel complesso si tratta di un romanzo scritto benissimo, per il quale bisogna davvero dare a Cesare quel che è di Cesare.
Katia (nì): All'inizio ho fatto un po' di fatica ad entrare nel libro a causa del suo ritmo piuttosto alternato, che oscillava tra momenti più lenti e altri più veloci. Nonostante questo avvio incerto, la descrizione dei due padri mi ha conquistato: l'ho trovata poesia pura, davvero splendida. Su questo forse ha ragione Sonja nel notare come vengano presentati come anziani quando in realtà non lo erano affatto (basti pensare a Nikolaj Petrovič che ha quarantaquattr'anni e ha appena avuto un bambino piccolo), ma nell'insieme io non ho vissuto questo aspetto come un anacronismo. Ho notato invece che la descrizione delle donne è meno dettagliata e le figure femminili restano un po' più in secondo piano rispetto ai ritratti paterni. Il tema del confronto generazionale, tuttavia, è qualcosa di molto reale e concreto che continuiamo a vivere anche noi oggi. Per quanto riguarda la questione del nichilismo, l'ho trovata a tratti un po' forzata: Bazarov rifiuta qualsiasi imposizione e sentimento, ma alla fine la storia dimostra chiaramente come le emozioni e gli affetti finiscano comunque per avere la meglio. La scena finale del cimitero è poesia allo stato puro, un passaggio davvero bellissimo. La letteratura russa possiede la straordinaria capacità di farti immedesimare nei personaggi, e le descrizioni dei paesaggi erano talmente meravigliose da sembrare veri e propri dipinti. Non conoscevo nulla di Turgenev prima di questa lettura e avevo acquistato il libro d'impulso ancora prima che venisse scelto dal gruppo. Il mio giudizio complessivo è senz'altro tendente al positivo, consapevole che in certi momenti potevo essere io a non essere del tutto predisposta per un testo di questo tipo.
Luisella (nì): L'unica cosa che mi ha lasciato un po' perplessa è una certa discontinuità del testo, perché accanto a pagine straordinarie, felici e con descrizioni di personaggi perfette, ne ho trovate altre decisamente meno fortunate. Ho apprezzato tantissimo i personaggi più maturi, come Nikolaj Petrovič e i genitori di Bazarov: non solo sono teneri, ma sono descritti così bene che sembra davvero di vederli e di sentirli. I genitori di Bazarov, in particolare, sono estremamente commoventi. Al di là dei temi sociali, dell'economia e dei contadini, ho percepito il grande conflitto generazionale soprattutto nelle piccole cose e nei gesti quotidiani. Si nota benissimo in quella madre che prova quasi soggezione verso il figlio: lo considera un grande uomo destinato a un futuro straordinario e lo ama di una tenerezza infinita, al punto da non osare nemmeno chiedergli cosa desideri per pranzo o per cena per timore di disturbarlo nella sua grandezza. Questa dinamica mostra la distanza eterna tra padri e figli, una frattura che si rinnova ad ogni generazione: basta che un figlio abbia studiato un po' di più o parli meglio perché il genitore inizi a guardarlo dal basso verso l'alto con ammirazione, perfino quando si tratta di un padre che non era affatto ignorante, dato che faceva il medico e aveva studiato il latino. Ho trovato la scena finale al cimitero estremamente straziante e commovente, mentre ho fatto più fatica a sintonizzarmi sui personaggi giovani. Bazarov è una figura che non sono riuscita a comprendere fino in fondo, la questione del nichilismo mi ha un po' annoiata e ho trovato certi dialoghi e discorsi fin troppo lunghi. Mi è piaciuta molto, invece, la scelta dell'autore di fare capolino nel racconto e mostrare la propria voce narrativa, come nel bellissimo passaggio del colloquio tra Anna Sergeevna e Bazarov in cui osserva che ciascuno credeva di dire la verità, ma nessuno dei due lo sapeva con certezza, e tantomeno lo sapeva l'autore. Ho trovato splendide anche le descrizioni della natura. Non avevo mai letto nulla di Turgenev prima d'ora, a parte un paio di racconti in audiolibro, e questa lettura mi ha confermato l'idea che sia uno straordinario autore di racconti, capace con due sole pennellate di tratteggiare in modo perfetto e ironico persino i personaggi minori, come la zia principessa. Nel complesso, pur con questa discontinuità nella riuscita dei vari personaggi, è un libro che mi è piaciuto moltissimo.
Pierpaolo (sì): Leggendo Turgenev mi sono confortato nel vedere che molti di voi hanno provato le mie stesse sensazioni. È uno scrittore che mi è diventato subito molto simpatico, anche perché rispetto ai grandissimi giganti della letteratura russa occupa oggi una posizione un po' secondaria. Mi sono dato una mia spiegazione di questo fatto: secondo me è il meno russo tra gli autori russi che ho letto, privo sia della volontà di quel respiro colossale tipico di Tolstoj sia dello scavo psicologico di Dostoevskij. Se guardiamo alle cronologie, Gogol', che Turgenev considerava un maestro e che cita anche in questo romanzo con "Le anime morte", appartiene a una generazione di poco precedente, mentre Dostoevskij e Tolstoj avevano rispettivamente qualche anno e dieci anni meno di lui, con Čechov che arriverà circa cinquant'anni dopo. Turgenev è rimasto un po' schiacciato da questi giganti, ma trovo che assomigli molto di più agli scrittori francesi, dato che in Francia ha vissuto per gran parte della vita e vi è anche morto. La sua passione per gli intrighi amorosi e le descrizioni dei balli in società richiamano proprio la letteratura francese, mentre la sua vena umoristica fortissima (un umorismo sociale e di costume presente nei ritratti dello zio Pavel Petrovič, della principessa e persino del padre) si avvicina forse di più a un approccio di stampo inglese. Un elemento che ho apprezzato in modo straordinario è la descrizione della natura, caratterizzata da una precisione quasi tecnico-scientifica nel citare i tipi di alberi e i terreni più adatti, frutto della sua profonda conoscenza della materia legata all'esperienza da cacciatore. Avendo letto da ragazzino "Memorie di un cacciaore", ritrovo questa sua grande capacità di tratteggiare in pochissime parole ritratti indimenticabili degli animali. Nessuno ha citato il personaggio del levriero Fifi, ma per me è indimenticabile per la nitidezza con cui ne descrive i movimenti, il colore e il modo di stare seduto. Questa sua eccezionale laconicità, insolita nei grandi autori russi, gli permette di rendere memorabile qualsiasi personaggio, persino quelli apparentemente più marginali. Ho notato inoltre un atteggiamento di grande equidistanza verso i suoi personaggi. Pur appartenendo alla generazione dei padri, Turgenev si mostra ugualmente severo nel far emergere l'incapacità di agire sia dei genitori sia dei figli, senza risparmiare né l'ideologia romantico-liberale né la nuova visione emergente. Per me Bazarov è una figura inizialmente insopportabile, che diventa comprensibile solo quando la sventura lo travolge e lo umanizza attraverso una duplice sconfitta. Egli basava tutto sull'antiromanticismo, sulla scienza e sulla cieca fiducia in se stesso. Invece, innamorandosi e venendo respinto, si scopre un romantico, per giunta poco fortunato. Inoltre, è proprio con la scienza e a causa di una propria imperizia che si condanna a morte. A differenza dell'interpretazione di Alberto, io non vedo nella sua fine un suicidio, quanto piuttosto un amaro rovesciamento della fiducia che riponeva in se stesso, e quando si trova sul letto di morte con il suo solo spirito stoico è impossibile non provare pena per lui. Trovo che i due personaggi principali del romanzo siano lo zio Pavel Petrovič e Bazarov, e il loro duello rappresenta il punto culminante della vicenda, sapientemente bilanciato tra il ridicolo e il drammatico. Infine, la conclusione è davvero magistrale, con l'autore che torna a rivolgersi direttamente al lettore per raccontare il destino dei vari personaggi. È una scena che definirei di puro cinema, quasi una sequenza di montaggio in dissolvenza che mostra i matrimoni e i trasferimenti prima di avviarsi verso i titoli di coda. Da lì si scivola nel finale sui due anziani genitori e sulla natura che si riprende il corpo di Bazarov, con i fiori che nascono sulla tomba e una pace finalmente conquistata.
Marinella (sì): Anch'io, mentre leggevo, avevo la sensazione di guardare un film: nei paesaggi meravigliosi vedevo proprio la dimensione cinematografica e immaginavo persino gli attori, arrivando ad associare alla figura della bellissima donna un'attrice come Michelle Pfeiffer. Ho letto questo romanzo per la prima volta quando avevo quindici o sedici anni, ovvero circa sessant'anni fa, proprio come è accaduto a Sonja. Stranamente, a differenza di molti altri classici che quando si rileggono a distanza di tempo appaiono differenti, per me questa rilettura è stata del tutto identica alla prima. Ho ritrovato esattamente gli stessi sentimenti, le medesime emozioni e la stessa identica simpatia o antipatia per i vari personaggi, che ricordavo perfettamente. Avete già riassunto benissimo tutti i temi fondamentali: i conflitti d'età e di generazione, lo scontro tra tradizione e innovazione e le diverse visioni del mondo. Ciò che mi colpisce in modo straordinario è la scrittura di Turgenev, caratterizzata da un linguaggio semplicissimo, limpido e di estrema chiarezza. I personaggi sono tratteggiati in maniera splendida e risultano incredibilmente vivi per noi, proprio come se li osservassimo sul grande schermo. È davvero un romanzo bellissimo ed è doveroso ringraziare Adriano per avercelo consigliato.
Prossimo libro: "Nemici: Una storia d'amore" di Isaac Bashevis Singer (preferito a "Danny l'eletto" di Chaim Potok e a "Che succede a Baum?" di Woody Allen)
Prossimo proponente: Oscar
Prossimo incontro: 30 ottobre