Sì: Pierpaolo, Katia, Adriano, Sonja, Gabriella, Luisella, Marinella, Agnese
Nì: Alessandro
Pierpaolo (sì, proponente): Ho un rapporto speciale con questo libro, visto che l’autrice, la professoressa Madieri, è stata la mia insegnante di inglese e suo figlio è stato mio compagno di classe. La conoscenza diretta della famiglia e delle vicende narrate mi permette di condividere quei ricordi in modo quasi personale, seppur indiretto. Un altro elemento di vicinanza è l'esperienza dei miei genitori, che, pur venendo da Marghera e non essendo esuli, hanno vissuto nel Silos di Trieste tra la fine degli anni '50 e il 1966. In quel periodo la struttura, svuotata dai profughi istriani e dalmati, ospitava i dipendenti delle Ferrovie dello Stato. I racconti familiari su quel luogo, fatti di piazze e vie interne dove le persone socializzavano, ricalcano le atmosfere descritte nel libro. Al di là del valore storiografico o documentale, l'opera emerge come una profonda riflessione sul tempo e sulle sue diverse velocità nel corso dell'esistenza. L'autrice descrive magistralmente il tempo infinito dell'infanzia a Fiume, che improvvisamente accelera sotto la spinta della Storia, trasformando una bambina in una ragazza durante il trasferimento verso Venezia. A questo si contrappone il tempo mitico e sospeso delle estati a Cherso, dove i protagonisti sembrano vivere come semidei destinati a non invecchiare mai, in un dialogo costante con una natura che diventa un vero e proprio personaggio del racconto. La narrazione non appare come il resoconto di una lacerazione, ma piuttosto come una storia pacificata, forse grazie alla solida fede dell'autrice che infonde un senso di serenità. L'interesse principale non risiede nei grandi eventi, ma nella "storia piccola" della gente comune e nella memoria che, tramandandosi di generazione in generazione, assume una dimensione sacrale. Attraverso questo diario, la scrittrice ricostruisce la propria identità per poi quasi discioglierla nelle esperienze di comunanza vissute con gli altri. Anche quando emergono posizioni etiche o politiche personali e divisive, come quelle sull'aborto o sull'eutanasia, la forza della scrittura resta universale. È proprio questa capacità di parlare al lettore al di là delle singole biografie o ideologie a rendere questo lavoro un esempio di grande letteratura.
Katia (sì): Ho trovato questo libro davvero piacevole, una lettura che ha risposto perfettamente ai miei criteri di ciò che rende bella un'opera, anche grazie alla sua struttura a piccoli racconti che lo rende molto scorrevole. Considero quella dell'autrice una scrittura splendida, poetica e profondamente emotiva; in particolare, c'è una descrizione del mare a pagina 130 che mi è piaciuta così tanto che l'ho letta e riletta moltissime volte. Mi ha molto colpito il suo percorso di reminiscenza, questo modo di intrecciare i ricordi di quando era piccola o ragazza (come il periodo trascorso a Venezia con la zia Ada) con la realtà della sua vita nel momento in cui scriveva il libro. Mi è parsa molto bella anche la descrizione delle sue origini familiari così semplici, legata all'immagine del vestito verde acqua. Tutta la storia del Silos è per me estremamente intrigante; avevo iniziato a conoscerla attraverso "La veglia di Ljuba", ma qui la descrizione di quel posto è resa benissimo, con i dettagli sulla luce che filtrava solo all'ultimo piano, i bagni in comune e quel miscuglio di persone che condividevano spazi angusti. Penso che quel luogo abbia un valore incredibile e che meriterebbe di essere valorizzato molto di più, magari trasformandolo in un museo. Mi ha emozionato molto anche il racconto di quell'amicizia nata sotto il Monte Nevoso. Il fatto è che lei non si limita a descrizioni oggettive, ma mette in ciò che scrive tutto il suo vissuto emotivo. Questo mi ha permesso di ritrovarmi in tante cose che racconta, dalle passeggiate ai sentimenti provati. Persino la figura di Claudio Magris, che di solito percepisco come un "personaggione" quando lo incontro al San Marco, viene restituita nella sua dimensione quotidiana, dandomi un'impressione di grande simpatia. È stata una lettura che mi ha dato molto piacere e, dopo aver chiuso il libro, ho sentito il desiderio di aver potuto conoscere personalmente l'autrice.
Adriano (sì): Ho trovato lo stile di questo libro davvero straordinario, caratterizzato da una scrittura spesso lirica e a tratti persino epigrammatica. Più che un racconto lineare, mi è sembrato una sequenza di frammenti che galleggiano come ricordi per poi affiorare e comporre un mosaico fatto di tante tessere diverse. Anche se l'opera presenta una struttura che richiama il diario, non ho colto un vero intento diaristico nel senso tradizionale. L'aspetto del quotidiano mi è parso offuscato dal recupero della memoria, come se l'autrice montasse frammenti del passato all'interno di giornate diverse, invece di limitarsi a riferire ciò che accadeva giorno per giorno. Ciò che mi ha colpito di più, oltre alla storia in sé, è stato il modo in cui vengono tratteggiati i personaggi, come i suoi familiari, descritti con pennellate rapide ma estremamente efficaci, capaci di delinearli con pochi tratti decisi. Inizialmente non sapevo nemmeno che lei fosse la moglie di Claudio Magris, e credo che sia stato meglio così: questo mi ha permesso di percepire "Claudio" non come un personaggio mitico o una figura distante, ma come un uomo inserito nella quotidianità, alla pari di tutti gli altri personaggi. Penso ad esempio alla figura del padre, descritto come un uomo instancabile nel lavoro ma propenso a lanciarsi in affari sconsiderati. Complessivamente, ho trovato l'opera estremamente compiuta nella sua brevità, dotata di una forza che risiede tutta nella precisione della parola e in uno scandaglio emotivo profondo, che è esattamente il modo di scrivere che più mi affascina.
Sonja (sì): Mi ha colpito molto questa scrittura che, pur apparendo semplice, rivela una bellezza elaborata che a tratti sfiora un vero e proprio lirismo onirico. Ho riflettuto a lungo sul significato di quelle date inserite nel testo in modo apparentemente casuale, che saltano dai ricordi degli antenati alla cronaca del presente, e mi sono convinta che non si tratti di un classico diario. Piuttosto, mi sembra il tentativo dell'autrice di fissare sulla carta i ricordi di famiglia per i propri figli, un'urgenza nata forse dopo aver affrontato la malattia, per lasciare traccia di ciò che temeva di non poter più raccontare a voce. Ogni data rappresenta quindi il momento preciso in cui un pensiero le è affiorato alla mente, diventando un punto di ancoraggio per la memoria. C'è una tale tenerezza in questi racconti che ormai, ogni mattina, quando bagno il mio piccolo glicine, non posso fare a meno di pensare al suo, che dopo dodici anni ha finalmente mostrato i primi segni di fioritura; mi ritrovo a chiedermi con speranza se anche il mio, che ne ha solo quattro, fiorirà mai. Attraverso queste pagine, lei ha voluto lasciare una testimonianza non solo di sé, ma degli eventi storici vissuti e delle figure straordinarie della sua famiglia, come la nonna Anka. È un personaggio incredibile: pur non essendo tecnicamente la nonna di nessuno, aveva un rispetto sacro per la memoria di tutti e scelse di non sposare il padre dell'autrice per non perdere la sua pensione precedente. Accanto a lei emerge la figura "tremenda" della nonna Quarantotto, che ebbe ben quattro mariti. Credo che il valore di questo libro sia anche profondamente storico, specialmente per le descrizioni del Silos e delle vicissitudini umane che vi sono racchiuse. È un'opera che sento molto vicina, un mosaico di pensieri e vissuti che l'autrice ha voluto proteggere dall'oblio per consegnarli a chi resta.
Gabriella (sì): Questo libro mi è piaciuto moltissimo e la sua scrittura mi ha trasmesso una sensazione simile a quella di una carezza, proprio per la dolcezza che ho percepito durante la lettura. Immergermi in queste pagine mi ha permesso di rivivere dei ricordi legati alla storia della mia famiglia materna: mia madre, nata in Istria, si era trasferita a Trieste a vent'anni, poco prima dell'inizio della guerra, mentre i suoi genitori arrivarono solo in seguito come profughi. Sebbene loro non fossero stati ospitati al Silos, ma nel campo profughi di San Giovanni, quel luogo appartiene comunque ai miei orizzonti familiari perché mia sorella mi raccontava spesso di un'amichetta che viveva proprio lì, dove lei andava regolarmente a giocare. All'interno del racconto ho sentito forse un po' la mancanza di discorsi diretti e di dialoghi tra i vari personaggi, che mi avrebbero permesso di percepire ancora meglio le loro interazioni, ma ho apprezzato enormemente l'intento di lasciare queste memorie a chi verrà dopo. Proprio pochi giorni fa riflettevo con mia sorella su quanto sia un peccato avere ormai solo dei frammenti confusi delle storie che i nostri genitori ci narravano sui loro avi o sulle nostre bisnonne; purtroppo molto è andato perduto perché non è stato fissato sulla carta. Scrivere rende invece il ricordo qualcosa di imperituro e di eterno, ed è per questo che trovo ammirevole la scelta dell'autrice: sarebbe davvero meraviglioso se ognuno di noi potesse avere e conservare dei ricordi scritti della propria famiglia e dei propri avi, sottraendoli così all'oblio.
Luisella (sì): Ho trovato questo libro incredibilmente emozionante e toccante, capace di commuovermi nel profondo. Leggerlo ad alta voce assieme a Pierpaolo è stata un'esperienza intensa: spesso la sua voce si spezzava per la commozione, specialmente quando emergevano i ricordi legati al Silos e ai genitori. Ciò che mi ha colpita di più è la straordinaria capacità dell'autrice di strappare all'oblio persone ed episodi, rendendoli di nuovo vivi; è una dote che ammiro immensamente e che vorrei tanto possedere anch'io per riuscire a restituire memoria alle vicende della mia famiglia, cosa che trovo sempre difficilissima da fare. Mi affascina questo senso di tempo sospeso e l'alternanza continua tra presente e passato: è un movimento che sento molto vicino, perché riflette il modo naturale in cui i ricordi affiorano nel quotidiano, ma qui è organizzato con una disinvoltura che lo rende spontaneo e mai forzato. Ho sorriso con tenerezza leggendo del personaggio della nonna Quarantotto, così teatrale e desiderosa di protagonismo, perché il suo carattere mi ha ricordato moltissimo mia madre: anche lei aveva un temperamento non facile con cui convivere, ma oggi che non c'è più riguardo a quegli aspetti con grande dolcezza. Le descrizioni del mare e dell'isola di Cherso sono per me poesia pura, passaggi di una bellezza tale che sembrano già versi pronti per essere declamati. Mi piace molto anche la semplicità con cui l'autrice parla della sua dimensione privata, citando Claudio, Paolo e Francesco. Riflettendo su un'opera così intima e diaristica, mi sono chiesta, senza alcuna ombra di cattiveria, se avrebbe trovato la via della pubblicazione se l'autrice non fosse stata la moglie di Claudio Magris. È un dubbio che viene spontaneo, come è accaduto per altri libri meritevoli, ad esempio quelli di Fleur Jaeggy, ma sono assolutamente convinta che si tratti di un testo di altissimo valore che meritava di essere conosciuto da tutti. Nonostante ora non ricordi ogni singolo passaggio che mi ha colpita, porto con me una profonda gratitudine verso Pierpaolo che ha proposto questa lettura.
Alessandro (nì): Devo fare una premessa sul motivo per cui il mio giudizio su questo libro è un "ni", pur riconoscendone molti aspetti pregevoli. In questo particolare momento della mia vita sento il bisogno di storie che mi catturino totalmente, mentre questo testo mi ha coinvolto solo a tratti, proprio per il suo carattere frammentato e questo continuo andare e tornare tra passato e presente. Non segue un vero filo narrativo, ma procede piuttosto per temi e suggestioni nate dal ricordo di singole giornate, il che a volte mi ha fatto sentire come se mi trovassi nelle "sabbie mobili" della memoria, rendendomi difficile andare avanti. Tuttavia, ho sottolineato diversi passaggi che mi hanno colpito molto, specialmente quelli più lirici in cui la vita viene descritta come una promessa e una scelta. Mi è rimasta impressa, ad esempio, l'immagine del riverbero del mare, in cui l'autrice riconosce una promessa per il futuro; è una descrizione di una bellezza particolare che mi ha davvero toccato. Ho trovato molto interessanti anche le parti iniziali dedicate ai suoi ricordi d'infanzia e alla forza della sua immaginazione di bambina, così come il modo in cui affronta il tema della perdita della propria terra. Ne parla senza alcuna rivalsa, con una naturalezza quasi sorprendente, pur ricordando il disagio della sistemazione al Silos e il sospetto con cui i profughi venivano guardati dalla gente, accusati allora come oggi di "rubare i posti di lavoro". C'è poi una frase sul tempo che mi è piaciuta moltissimo: "Vorrei un tempo che non passa". Mi sembra che esprima un desiderio di recuperare il passato non tanto per nostalgia, quanto per un senso di profonda gratitudine verso ciò che è stato. Emerge anche una fede cattolica un po' tradizionale, evidente quando parla di Dio come della "grande memoria" o quando tocca temi etici complessi come l'aborto e l'eutanasia. Proprio la conclusione del libro è ciò che mi ha permesso di apprezzarlo maggiormente, portandomi a superare quella mancanza di narrazione che inizialmente cercavo. Quando l'autrice afferma di non provare tristezza ma solo gratitudine verso la folla di persone che l'hanno aiutata a vivere, identificandole con la sua vita stessa, ho sentito un legame più forte con il testo. Alla fine, quindi, il mio "ni" è quasi un "sì", o meglio, una gradazione molto vicina al "sì" in una scala di sfumature diverse.
Marinella (sì): Il libro mi è piaciuto molto. La scrittrice racconta il suo esodo da Fiume, il disagio e la vergogna ma senza astio e rancore, senza ideologia bensì con intelligente accettazione. Così ci è capitato... Racconta con calma e serenità, intrecciando il passato con il suo presente, il marito, Claudio Magris, i due figli. Sono pagine semplici, scritte con grazia, frutto, a mio parere, del carattere buono della scrittrice. Come scrive Magris «Una volta guardato in faccia il lato oscuro delle cose, si possono amare...(ometto)... e l'amabile teatro del mondo, cui lei mi ha insegnato giosamente andare...». Un libro che mi ha fatto bene al cuore. Bravo Pier.
Agnese (sì): Più che la storia dal predominante carattere autobiografico ho apprezzato lo stile narrativo e la prosa dal sapore poetico. Interessante per me l’occasione di approfondire una storia che mi è estranea. Grazie al proponente.
Prossimo libro: "Dona Flor e i suoi due mariti" di Jorge Amado (preferito a "Il corvo" di Kader Abdolah e a "Cinema love" di Jiaming Tang)
Prossima proponente: Katia
Prossimo incontro: 31 luglio