Sì: Agnese, Leopoldo
Nì: Luisella, Sonja, Adriano, Oscar
No: Marinella, Alberto, Pierpaolo, Gabriella
Luisella (nì, proponente): La mia terna proposta prevedeva opere di Deledda, Pirandello e Pavese. Nonostante la mia speranza personale ricadesse su "Canne al vento" della Deledda, alla fine ha prevalso Pirandello. Rileggendolo oggi, con una consapevolezza diversa rispetto a quando l'ho letto da giovane, ho provato sentimenti contrastanti. Rispetto alla musicalità assoluta che avremmo trovato in Deledda, in Pirandello mi è mancata quella dimensione evocativa e quel "godimento" tipico di una lettura ricca di slancio lirico e descrizioni ampie. Sebbene "Uno, nessuno e centomila" sia un libro dirompente ed esplosivo, capace di scardinare le convenzioni della scrittura e dei personaggi, l'ho trovato privo di quella gratificazione puramente narrativa. Emerge con forza la figura del Pirandello drammaturgo. È stato spesso osservato come la sua narrativa fungesse da "serbatoio" per il teatro, e in questo romanzo la teatralità è onnipresente. Molti passaggi sembrano vere e proprie indicazioni di regia: gesti come il girare sul calcagno sfregandosi le mani o certi movimenti fisici restituiscono il sentimento del personaggio in modo visivo e scenico, più che letterario. Un esempio emblematico di questa "ironia tragica" è la scena in cui il protagonista calcola il numero di persone presenti in una stanza: sebbene fisicamente siano in tre, matematicamente diventano otto, a causa delle diverse percezioni che ognuno ha di se stesso e degli altri. In questo gioco, il protagonista si percepisce ormai come "nessuno", rendendo la conversazione un paradosso surreale. L'opera si colloca in un periodo cruciale (pubblicata tra il 1925 e il 1926, pochi anni dopo "La coscienza di Zeno"), in cui la psicanalisi entra con forza nella letteratura, scompigliando le strutture narrative tradizionali. È un libro estremamente interessante per come mette in moto concetti nuovi, pur risultando ostico da "assaporare". Il momento più poetico si ritrova probabilmente nelle ultime pagine, dove si affrontano i temi dell'isolamento e della morte civile. Il protagonista non è più vivo per se stesso, ma si sente vivo in tutte le altre cose. Questa condizione può essere interpretata come una forma di morte fisica trascesa: non essere più in sé, ma essere ovunque. In conclusione, il mio giudizio resta sospeso (un "nì"): pur riconoscendo la grandezza e l'ironia di Pirandello, mi è mancato quel piacere profondo che solo una narrazione più lirica sa offrire.
Pierpaolo (no): Mi sono approcciato per la prima volta alla lettura di Pirandello dopo averne conosciuto, in passato, solo l'opera teatrale. L'impatto con questo romanzo, tuttavia, è stato spiazzante: l'impressione è quella di un "motore che gira in folle", dove la narrazione fatica a decollare. Sebbene vi siano brevi passaggi più distesi (i ricordi della giovinezza, la famiglia, il paesino), questi restano frammenti isolati. Rispetto alla godibilità delle sue novelle (ricchezza descrittiva di testi come "La Giara"), qui la componente narrativa appare sacrificata. Il testo si trasforma in un monologo continuo, una sorta di opera teatrale per una sola persona, diventando una spirale riflessiva che si avvita su se stessa senza lasciare al lettore la libertà di godere della storia. L'opera mi è parsa più programmatica che realizzativa, quasi un "libro manifesto" in cui l'autore espone le proprie tesi piuttosto che tradurle in un romanzo compiuto. Trattandosi del suo ultimo romanzo, scritto quando Pirandello era ormai una celebrità mondiale del teatro, si percepisce la sensazione che potesse permettersi qualunque audacia stilistica, anche a rischio di risultare ostico o, in alcuni tratti, noioso. In definitiva, la lettura è stata per me una delusione, tanto da non essere riuscito a portarla a termine: un esperimento intellettuale che sembra aver smarrito la forza della narrazione pura.
Alberto (no): Il mio rapporto con l'opera di Pirandello è segnato da un profondo contrasto tra l'apprezzamento per la sua produzione breve e la fatica riscontrata nei suoi lavori più complessi. Ho letto e gradito diverse sue novelle, tra cui "Giufà e la Luna" e "La patente", trovandole piacevoli. In particolare, conservo un ottimo ricordo di una novella divertente ma malinconica ispirata a Baldassarre Labanca, un filosofo della religione originario del mio stesso paese, che considero una lettura molto valida. Tuttavia, l'approccio ai suoi testi più celebri è stato estremamente difficoltoso: ho terminato "Il fu Mattia Pascal" con gran fatica, mentre ho dovuto abbandonare quasi subito il saggio sull'umorismo a causa della sua incredibile tristezza. Nel 2007, il mio tentativo di leggere "Uno, nessuno e centomila" si è scontrato con un muro insuperabile a pagina 31. Nonostante io sia tornato con piacere su autori come Deledda e Pavese, con Pirandello non sono mai riuscito a superare quel blocco. Recentemente, durante una consistente riduzione della mia biblioteca personale che ha coinvolto circa 400 volumi, ho deciso di includere anche questo libro, preferendo separarmene definitivamente invece di tentare una rilettura. Pur amando molto la lettura dei testi teatrali e avendo apprezzato i principali drammi di Cechov, la struttura quasi drammaturgica di questo romanzo non è bastata a vincere la mia resistenza. Alla fine, ho preferito optare per una vera e propria epurazione, ammettendo che, per me, quel testo rimane uno scoglio che non ho più la forza di affrontare.
Leopoldo (sì): Ho molto apprezzato la struttura dell'opera, che integra l'analisi psicanalitica e la dimensione scenografica (uno degli aspetti più riusciti). La narrazione parte da una fase iniziale intimistica, centrata sullo studio della psiche del personaggio (la psicanalisi mi appassiona profondamente). L'opera non rimane confinata in un ambito puramente scientifico, ma evolve progressivamente verso un finale sorprendente e quasi scenografico. Questo mutamento di tono conferisce al libro un ritmo incalzante, simile a quello di un romanzo giallo, rendendolo estremamente godibile. Questo equilibrio tra l'approfondimento interiore e la teatralità della messa in scena è ciò che definisce la qualità della scrittura, trasformando quella che potrebbe essere una semplice analisi in un'esperienza narrativa vivace e coinvolgente.
Agnese (sì): Il mio legame con Pirandello affonda le radici nei diciotto anni, un’epoca di turbolenze esistenziali in cui l’incontro con la sua opera e quella di Leopardi mi offrì un prezioso sollievo dalla solitudine. Nel corso della mia vita, anche per motivi professionali, ho sempre guardato a Pirandello come a una rivelazione, capace di smascherare le ipocrisie della mentalità borghese e il dramma costante di chi cerca un’identità fissa, sospeso tra il dovere di essere fedeli a se stessi e l’impossibilità di riconoscersi nello sguardo degli altri. In passato, mi sono sentita profondamente vicina alla figura di Vitangelo Moscarda, vedendo in lui un riflesso delle mie stesse fatiche identitarie. Rileggendo oggi quelle pagine con la consapevolezza della maturità, il mio approccio è cambiato: mi percepisco come una versione adulta di Moscarda che, pur avendo attraversato le stesse difficoltà, non ha ceduto alla follia. Questa nuova prospettiva mi ha portato a interrogarmi su cosa si salvi davvero in quell'umanità così dolente. La risposta risiede, a mio avviso, nel finale del romanzo, caratterizzato da uno spirito quasi francescano. Il protagonista sceglie di liberarsi delle etichette imposte dalla società, come quella di usuraio, e rinuncia ai propri beni materiali per abbracciare una povertà che si rivela essere la sua vera forma di libertà. In questa spoliazione, Moscarda trova finalmente la felicità, riscoprendo se stesso nella natura, nel mondo e nel contatto con gli altri uomini. Con il senno di poi, credo che la vera salvezza per chi vive il dramma dell'identità consista proprio nel superare il proprio egocentrismo per approdare a una sorta di empatia, seppur folle, capace di ricomporre i frammenti dell'esistenza e donare un nuovo senso di appartenenza e di unità.
Marinella (no): Il mio legame con il teatro di Pirandello non è mai stato felice: fin da quando le sue opere venivano rappresentate abitualmente insieme a quelle di Goldoni, non sono mai riuscita ad apprezzarle. Ho deciso di affrontare nuovamente la lettura di questo libro, convinta che il passare del tempo e una maggiore maturità potessero aiutarmi a comprenderne meglio la poetica e il valore. Tuttavia, l'esperienza si è rivelata deludente. Mi trovo pienamente d'accordo con il giudizio espresso da Pierpaolo: ho trovato il testo assolutamente noioso, confermando quella sensazione di estraneità che ho sempre provato verso l'autore, sia nella dimensione letteraria che su quella scenica. Nonostante il tentativo di approcciarmi all'opera con occhi nuovi, il mio giudizio non è cambiato nel tempo.
Sonja (nì): Il mio rapporto con Pirandello è iniziato al liceo in modo molto positivo: amavo moltissimo "Il fu Mattia Pascal", così come le sue novelle e la sua produzione teatrale. Ricordo ancora quando la mia professoressa mi mise in mano "Uno, nessuno e centomila": l'entusiasmo iniziale svanì presto di fronte a una lettura che trovai incredibilmente noiosa. A distanza di cinquant’anni, ho voluto concedere al romanzo una seconda possibilità, convinta che la maturità avrebbe cambiato la mia percezione, come spesso accade con i grandi classici quali "I Promessi Sposi" o "La Divina Commedia". Tuttavia, la rilettura in età adulta non ha fatto che confermare la mia opinione giovanile: trovo che sia un libro scritto in maniera talmente ripetitiva da risultare quasi unico nel suo genere. Per fare un paragone, mi ha ricordato il "Panegirico di Traiano" di Plinio il Giovane: 106 capitoli in cui l’autore ripete costantemente quanto Traiano sia bravo e bello. Ma Plinio ha un grande pregio che a Pirandello manca in quest'opera: pur ribadendo lo stesso concetto per oltre cento volte, utilizza vocaboli sempre diversi, mentre Pirandello torna ossessivamente sulle stesse identiche frasi. Oltre alla noia, il libro mi ha trasmesso un profondo senso di angoscia, legato alla presenza delle teorie freudiane e all'idea che l'uomo non abbia controllo nemmeno su se stesso, figuriamoci sugli altri. Questa riflessione mi ha riportato alla mente un seminario di psicologia frequentato anni fa, dove una relatrice illustrò, attraverso lo schema di un quadrato e tanti piccoli quadratini, l'impossibilità di una comunicazione autentica: ciò che diciamo non viene mai recepito dagli altri come noi vorremmo, e viceversa. Questo senso di incomprensione totale, unito a una scrittura che ho trovato fastidiosa anche per certe scelte grafiche ormai datate, come l'uso della "j" in parole come "gioia", mi ha spinto a interrompere la lettura al 70%.
Adriano (nì): Rileggendo Pirandello a distanza di un’epoca che definirei "geologica", mi sono approcciato a "Uno, nessuno e centomila" senza alcun preconcetto, sentendo anzi l’esigenza di riscoprire un autore così fondamentale per la nostra cultura. Sebbene le prime pagine mi abbiano inizialmente convinto, il mio giudizio è presto mutato a causa della ripetizione continua ed estenuante dello stesso concetto. Esistono autori, come ad esempio Thomas Bernhard, capaci di fare della reiterazione un’arte raffinata che quasi non si percepisce o che si arriva persino ad attendere con piacere; in Pirandello, invece, il meccanismo appare grezzo, con le stesse parole e frasi rigirate in modo tale da spingere il lettore a dire "basta". Nonostante la fatica, ho portato a termine la lettura, riscontrando che la seconda parte del romanzo è decisamente superiore alla prima. Il passaggio dal monologo ossessivo al dialogo, con l’ingresso di altri personaggi, rende la narrazione più dinamica, arricchendosi di rari ma bellissimi sprazzi lirici, come le descrizioni del cortile di casa o l’odore dei panni sporchi delle lavandaie. Tuttavia, questi momenti restano limitati rispetto all'economia complessiva di un'opera che percepisco come un fallimento squisitamente letterario, pur riconoscendone il successo storico e culturale che l'ha resa parte del nostro modo di dire comune. La potenza di Pirandello emerge probabilmente con più forza a teatro, dove i tempi sono ridotti e la ripetizione, sentita per tre volte anziché venticinque, acquista un senso scenico che nella lettura solitaria finisce per diventare insopportabile. Mi sono ritrovato a dare ragione a chi, come il mio amico Alberto, sostiene posizioni estreme sull'autore: ci si sente quasi in soggezione davanti a un "mostro sacro", ma la verità è che, pur avendo avuto un'idea fortissima, Pirandello non è riuscito a realizzarla pienamente sul piano poetico e letterario. Forse, forte di una fama ormai consolidata, si è sentito libero di scrivere ciò che voleva, trascurando quella cura della variazione che rende un tema unico una vera opera d'arte.
Oscar (nì): Se nelle prime pagine il romanzo mi ha dato qualche spunto di riflessione, nel proseguire dei capitoli le numerose ripetizioni mi hanno progressivamente annoiato. In fin dei conti non trovo interessante parlare di qualcosa di ovvio: alle persone che conosciamo concediamo per forza di cose sfaccettature diverse di noi stessi, decidiamo in base al nostro interlocutore quanta parte di noi rivelare, e va da se che con queste premesse ci saranno visioni di noi diverse in ognuna delle persone con cui abbiamo interagito. Il protagonista del romanzo mi è parso diventare "vero" solo nello scatto di rabbia durante la conversazione con sua moglie e il suo collega; per il resto del romanzo alternava l'atteggiamento di portatore di verità (mansplaining) a quello di uomo sul baratro della follia.
Gabriella (no): Dopo l'entusiastica lettura de "Il fu Mattia Pascal", conclusa solo pochi mesi fa, mi sono approcciata a "Uno, nessuno e centomila" con grandi aspettative. Avevo trovato la precedente esperienza di lettura straordinaria, quasi una vera e propria scoperta, e speravo di ritrovare lo stesso coinvolgimento. Inizialmente, l'idea di fondo del romanzo mi ha incuriosito: la riflessione sull'essere prigionieri della propria interiorità e sull'impossibilità di vedersi dall'esterno, così come ci percepiscono gli altri, mi era sembrata molto stimolante. Tuttavia, questo interesse iniziale si è trasformato rapidamente in una sensazione di paranoia insostenibile. Nonostante i miei sforzi per proseguire e i ripetuti tentativi di riprendere il filo del discorso, la lettura si è rivelata per me impossibile. Mi sono fermata quasi subito, intorno a pagina 30, un record di brevità che mi accomuna ad Alberto. Per quanto ci abbia provato, la narrazione è diventata un'esperienza talmente opprimente da costringermi ad arrendermi.
Prossimo libro: "Verde acqua" di Marisa Madieri (preferito a "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo e a "A perdifiato" di Mauro Covacich)
Prossimo proponente: Alessandro
Prossimo incontro: 26 giugno