Sì: Sonja, Adriano, Pierpaolo, Alberto, Agnese, Gabriella, Oscar, Marinella
Nì: Leopoldo
Sonja (sì, proponente): L'anarchismo materialista e rivoluzionario di Bakunin, che vede la libertà individuale e sociale come fine ultimo, ottenibile solo attraverso la distruzione dello Stato e di ogni autorità sia essa religiosa, politica o economica, viste come radici della schiavitù e della miseria, trova una sua espressione poetica in questo breve racconto che è considerato uno dei capolavori di Ivan Cankar. Il rivoluzionario servo Jernej si convince che la terra deve essere di chi la lavora e non di chi la possiede e cerca in tutti i modi di affermare questo diritto. L'opera culmina con un personalissimo e un po' anche blasfemo Padre nostro che è considerato una delle pagine liriche più belle della letteratura slovena.
Adriano (sì): Ho letto il racconto con grande interesse. La prima ragione di interesse è stilistica. Una struttura delle frasi e un vocabolario che definirei astorico. Non desueto perché significherebbe trovare rimandi a specifiche temperie. Alcune frasi hanno stile e contenuto del libro dei salmi. Altre, più rare, dell’ecclesiaste. Il racconto stesso sembra assumere la struttura, la retorica e l’intenzione della parabola. Il servo un mistico che con ogni mistico condivide il raffronto con l’assoluto e la cifra della follia. Avendo letto una traduzione non so dire quanto del testo originale sia trasmigrato nella traduzione. Altra ragione di interesse è il messaggio scandalosamente provocatorio. Ogni appello del servo trova scherno e dileggio. Ma anche il lettore pensa intimamente che la richiesta del servo sia folle e quindi anche il lettore è tra quelli a cui la domanda è posta suscitando al più compassione. Il racconto è una efficace parabola e come le parabole efficaci ammette un ampio registro di letture e interpretazioni: l’annullarsi dell’esistenza quando viene meno la capacità di produrre, l’assenza di diritti e la sola possibilità di ricorrere a una indignitosa pietà, l’impossibilità di mettere in discussione i cardini accettati ma non assoluti del contratto sociale, etc. Il messaggio politico è forte e provocatorio. Di questi libri io ho oggi bisogno.
Pierpaolo (sì): Ho letto con interesse e piacere questo racconto, nella traduzione dello slavista Arnaldo Bressan, che ha curato anche una lunga e approfondita introduzione. In questa, scritta nel 1977, Bressan sottolinea la polemica di Cankar nei confronti della religione. Certamente, il parroco di campagna non ci fa una bella figura, però io ho trovato nel racconto i toni del Libro di Giobbe della Bibbia, e questo mi fatto riflettere sul profondo parallelismo utopistico del Socialismo e del Cristianesimo e su quel che una volta veniva chiamato Cattocomunismo. Ringrazio molto Sonja per la buona "testardaggine" con cui ha riproposto questo libro, portandomi finalmente a leggerlo.
Alberto (sì): Sono molto legato a questo libro, perché è stato uno dei primi che ho acquistato dopo il mio arrivo a Trieste, il 6 marzo 2022. Come hanno osservato Adriano e Pierpaolo, l'opera possiede una forte carica metafisica ricollegabile a quella della Bibbia e propone un interessante connubio tra cristianesimo e socialismo, narrando quella che può essere definita "l’avventura di un povero Cristo". L’autore era un laburista, candidato al Parlamento di Vienna per il Partito Socialdemocratico Austro-Ungarico. Oltre a questo lavoro, ha scritto una raccolta di racconti onirici, una cifra stilistica che emerge chiaramente anche in queste pagine attraverso una profonda pietà umana per il protagonista, un povero derelitto. La trama segue le vicende di quest'uomo che, inizialmente trattato con un minimo di dignità dal vecchio padrone, viene poi scacciato crudelmente dal figlio di quest'ultimo. Questo trauma scatena in lui una sorta di follia e un girovagare alla ricerca di un proprio diritto, in un percorso descritto con grande sensibilità poetica.
Agnese (sì): Anche a me il libro è piaciuto moltissimo. Il tema centrale è quello universale del dolore umano che si scontra con l'ingiustizia, evidenziando come la vera giustizia spesso non coincida con il diritto. Si tratta di una giustizia puramente umana, talvolta in controtendenza rispetto alle leggi vigenti, ma che rappresenta un anelito profondo presente in ognuno di noi, poiché tutti sperimentiamo l'ingiustizia del vivere. In questa narrazione emerge una forte componente anarchica: il protagonista, il servo Jernej, giunge a una conclusione di stampo anarchico nel momento in cui realizza che né l'ideologia politica né quella religiosa possono offrirgli conforto o sollievo. Non sembra esserci alcuno spazio per la giustizia per questo "povero Cristo". Un aspetto particolarmente affascinante è il ritmo narrativo, che richiama le ballate di Fabrizio De André e l’atmosfera dell’Antologia di Spoon River. Ogni capitolo scandisce una tappa del cammino del protagonista alla ricerca di una giustizia che, forse, non appartiene alla dimensione umana. Per questo motivo, l'opera risulta essere contemporaneamente provocatoria e consolatoria: provocatoria nella sua denuncia e consolatoria perché permette di riconoscersi in quel sentimento di ricerca.
Leopoldo (nì): Nonostante i temi trattati, non sono riuscito a entrare pienamente in sintonia con questo racconto, che ho trovato distante dalla mia sensibilità di persona concreta e razionale. Una delle riflessioni centrali riguarda la distinzione tra giustizia e diritto: credo che uno dei traguardi fondamentali di una società complessa sia proprio la capacità di porre limiti alla libertà individuale attraverso il diritto, piuttosto che affidarsi a un concetto astratto di giustizia. Nel testo, il momento di rottura avviene quando il protagonista rivendica la proprietà della dimora dicendo "questa è casa mia", accendendo la pipa davanti al fuoco; è solo in seguito a questa provocazione che il figlio decide di scacciarlo. Questa pretesa di giustizia mi appare quasi anarchica, proprio perché non si basa sulle regole necessarie alla convivenza in un sistema sociale articolato. Inoltre, trovo che il parallelismo con la figura biblica di Giobbe sia fuori luogo, poiché Giobbe appartiene a un contesto etico e narrativo completamente diverso. Anche se l'autore potrebbe aver forzato questi concetti per esasperare un messaggio specifico, resta una scelta che fatico a condividere sul piano logico.
Gabriella (sì): Il libro mi è piaciuto molto e ho provato una profonda empatia per il protagonista, soffrendo insieme a lui senza riuscire a mantenere alcun distacco emotivo. La narrazione mette in luce l'amara realtà dell'ingiustizia della giustizia umana, che tende a privilegiare i ricchi mentre i poveri finiscono inevitabilmente per pagare il prezzo più alto. Un elemento centrale dell'opera è la fede granitica del protagonista. Attraverso un crescendo di incontri, dalle persone più umili a quelle più altolocate, egli cerca costantemente di giustificare il silenzio di Dio di fronte alle sue sventure, ripetendo a se stesso di voler continuare a credere. Tuttavia, dopo essere stato maltrattato e umiliato in ogni modo, anche la sua fede incrollabile finisce per crollare. La sua tragica "vittoria" consiste nel dare fuoco alla casa per sottrarla a chi lo ha tormentato, un gesto estremo che lo conduce però a una fine terribile tra le fiamme. È una storia profondamente triste che obbliga il lettore a riflettere sul complesso rapporto tra fede religiosa e giustizia terrena.
Oscar (sì): La mia opinione sul raconto di Ivan Cankar è a metà tra l'entusiasmo di Agnese e le perplessità di Leopoldo. La tensione narrativa è una caratteristica che ti spinge a proseguire nella lettura, in attesa del destino finale di Jernej. Ma la mia parte razionale faticava a entrare in sintonia col protagonista che, seppur trattato in maniera ingiusta, accampava richieste di proprietà su una casa e un terreno che non gli spettavano. Indubbiamente i cento e più anni che ci separano da questo racconto hanno colmato diverse ingiustizie e disparità. Oggi molti lavoratori possono contare su strumenti di tutela, sia durante che dopo il loro percorso lavorativo, ma è anche vero che rimangono contesti in cui rimangono ingiustizie simili a quelle patite dal povero Jernej.
Marinella (sì): Il fulcro della discussione ruota attorno alla netta distinzione tra diritto positivo e diritto naturale. Mentre il diritto positivo rappresenta la legge codificata, alla quale Jernej non può aggrapparsi perché legalmente non possiede nulla, il diritto naturale incarna quell'aspirazione alla giustizia che tutti sentiamo come innata, ma che spesso non trova riscontro nella realtà. Jernej, nella sua "ignoranza" di uomo umile, è convinto di aver maturato dei diritti attraverso decenni di duro lavoro, ma si scontra con una realtà dove la legge non riconosce il valore morale del suo sacrificio. Emerge inoltre il conflitto generazionale tra il vecchio proprietario e suo figlio. Se il padre, legato a una vecchia concezione di accoglienza e compromesso, avrebbe probabilmente permesso a Jernej di concludere i suoi giorni con dignità, il figlio applica rigidamente la legge per escluderlo.
Prossimo libro: "A ciascuno il suo" di Leonardo Sciascia (preferito a "Storia di una capinera" di Giovanni Verga e a "Il fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello)
Prossima proponente: Marinella
Prossimo incontro: 27 marzo