Sì: Luisella, Sonja, Marinella, Gabriella, Oscar
Nì: Leopoldo, Agnese
Luisella (sì): Questo libro mi è piaciuto tantissimo, mi ha commosso e scossa profondamente. Trovo straordinaria la presenza della natura fin dalle prime battute: l'inizio con il fiume visto dall'alto, la collina, per poi passare ai dettagli più piccoli, come il rumore di una lucertolina tra le foglie, prima che cali il silenzio e, all'improvviso, faccia la sua comparsa l'elemento umano. Steinbeck ha una capacità unica di creare questi momenti di silenzio assoluto, come accade subito dopo l'uccisione della moglie di Curley: in quel passaggio la vanità e la rabbia svaniscono dal suo viso, le labbra rimangono dischiuse e il silenzio e l'immobilità sembrano durare molto più di un attimo, prima che il tempo si ridesti gradualmente con lo scalpitio dei cavalli e le voci che si avvicinano. Per me questo testo, più che un romanzo, è un racconto lungo con una struttura tipicamente anglosassone che apprezzo moltissimo. Inoltre, il solo fatto di avere in mano la traduzione di Cesare Pavese mi ha profondamente commosso, anche se non conosco l'altra versione. Mi sono soffermata a riflettere sul titolo "Uomini e topi", una scelta che inverte l'originale "Of Mice and Men" mettendo gli uomini prima dei topi e togliendo il "di" di specificazione, a differenza di quanto fatto in francese o in tedesco. Non sappiamo se sia stata un'idea di Pavese o della casa editrice Bompiani, ma l'Italia è stata l'unica in Europa a fare questa variazione. Sappiamo però che l'espressione originale deriva da una poesia di Robert Burns, un poeta scozzese del Settecento di origini contadine e poverissime. Lavorando nei campi da ragazzo, Burns distrusse col vomere dell'aratro il nido di un topo, un evento che gli lasciò un forte rammarico e lo spinse a scrivere un'ode dedicata proprio a quel piccolo animale. Personalmente interpreto questa scelta di Steinbeck come una metafora potente: così come casualmente si rovina il nido di un topo con l'aratro in mezzo al campo, allo stesso modo il destino, con altrettanta casualità, distrugge i piccoli o grandi sogni degli uomini. Anche se in certi momenti ho trovato la traduzione di Pavese un po' datata o vecchia, riconosco che tradurre sia un lavoro difficilissimo, una questione di millimetrico bilanciamento. Altri traduttori, come Michele Mari, hanno tentato strade diverse per rendere la parlata della California del Sud, ricorrendo a espressioni dialettali italiane. Pavese, lavorando nel 1938, dovette fare i conti con i limiti e la censura dell'epoca: non potendo usare "Gesù Cristo", inventò l'esclamazione "sangue di Dio" al posto di "Jesus Christ", e scelse "ragazza così così" per edulcorare un termine più esplicito come "sgualdrina". Ma al di là delle scelte linguistiche, ciò che mi ha commosso profondamente è l'incredibile amicizia tra questi uomini così diversi. Lennie sembra davvero un bambino che chiede continuamente a George di raccontargli la loro favola, esigendo sempre le stesse identiche parole per trovare stabilità e sicurezza, senza che venga cambiata una virgola: il sogno di avere un pezzetto di terra e di accudire i conigli. Anche se Crooks, il bracciante nero, fa notare con amarezza di aver visto passare tantissimi uomini con lo stesso desiderio senza che nessuno vi sia mai riuscito, il loro rimane un sogno modesto, privo di avidità. Non cercano una ricchezza enorme o di vincere alla lotteria, vogliono solo qualcosa di proprio, faticoso ma loro, per non essere più sfruttati o lasciati ai margini in quegli anni di miseria nera. È questa dimensione che rende il racconto eterno e universale, capace di parlare a ogni epoca e paese, perché gli emarginati e le ingiustizie sociali esistono ancora oggi. Ed è qui che ritrovo la perfetta sintonia con Burns, un autore che non dimenticò mai le sue umili origini contadine e che scrisse pagine importanti sull'uguaglianza sociale.
Sonja (sì): Questo libro mi è piaciuto moltissimo. Mi ha ricordato fin da subito i racconti di Cankar, tutti ambientati in un mondo contadino, popolato da braccianti e da poveracci, che per me hanno un sapore estremamente familiare. Sono storie che si muovono sempre su un registro tragico e terribile, molto simile a questo, anche se purtroppo di Cankar di solito si conosce soltanto il racconto del servo Jernej, mentre in realtà ne ha scritti moltissimi, anche molto brevi. Leggendo le vicende di George e Lennie, mi è tornata in mente una massima di Robert Burns che mi ha sempre colpito profondamente e che dice: "Se la vostra felicità non sarà radicata in fondo al vostro cuore, potrete essere ricchi, saggi e potenti, ma non sarete mai felici". È una frase che descrive perfettamente questi due ragazzi, che avrebbero bisogno di pochissimo per essere felici, eppure la vita nega loro anche quel minimo. Davanti al loro destino, non so davvero dire se mi faccia più pena l'uno o l'altro. La conclusione della vicenda mi tormenta: George si trova costretto a uccidere il povero Lennie per non farlo linciare dalla folla, per sottrarlo a una fine ancora più orribile. E quel "Vieni, vieni, andiamo via" sussurrato alla fine risuona dentro come un addio straziante. Questo dramma mi riporta con la mente a una mostra bellissima che ho visitato un paio d'anni fa a Bassano, dedicata alla fotografa Dorothea Lange. Lei era stata pagata dallo Stato americano, attraverso la Farm Security Administration, proprio per documentare la disperazione delle campagne negli anni Trenta. In quelle immagini indimenticabili c'era l'incarnazione visiva di George: tantissimi poveracci che vivevano in baracche miserabili e si spostavano costantemente, inseguendo la fame e la speranza di un tozzo di pane. Purtroppo, questa non è solo storia passata. Se oggi andiamo nella Capitanata, in Puglia, troviamo esattamente gli stessi personaggi, e forse oggi per loro la situazione è persino peggiore. Negli anni Trenta, in America, c'era il contesto drammatico della Grande Depressione. Forse oggi è ancora più grave perché noi abbiamo imparato a girare la testa dall'altra parte. Certamente anche allora in America c'era chi preferiva non vedere, ma ciò che fa davvero male è constatare che non impariamo mai nulla, né dalla storia, né dai libri. Trovo che questo sia un libro di una vicinanza e di un'attualità sconcertanti. Mi è rimasto dentro moltissimo, arricchito dal lirismo di Burns e dalla forza visiva di Dorothea Lange. Del resto, persino il nome del luogo in cui tutto comincia, Soledad, che significa solitudine, ci svela fin dall'inizio il destino profondo e inevitabile di questa storia.
Marinella (sì): Questo racconto breve, o forse sarebbe meglio definirlo un racconto lungo, mi è decisamente piaciuto, anche se devo ammettere di non averlo letto del tutto volentieri perché è davvero tristissimo. Ricordo di aver letto tantissimi anni fa la storica traduzione di Cesare Pavese; all'epoca avevo circa vent'anni e non facevo certo caso alle sfumature di traduzione, per cui non saprei dire se fosse migliore o peggiore. Questa volta ho affrontato il testo in formato Kindle, dove ho trovato una bellissima introduzione, se non ricordo male di un certo Silvestri, che parla proprio delle complessità e delle difficoltà intrinseche alla traduzione. La versione che ho letto questa volta è quella curata da Michele Mari, un autore verso il quale, lo confesso, ho una forte antipatia di partenza. Non riesco a sopportare quel suo commento su Michela Murgia, quando ha detto che era cattiva perché era brutta: trovo insopportabile che un intellettuale si lasci andare alla solita retorica degli uomini che giudicano la bontà di una donna dal suo aspetto fisico. Al di là dei miei pregiudizi personali, sono rimasta profondamente perplessa davanti ad alcune sue scelte di traduzione. Mi riferisco in particolare al modo in cui ha caratterizzato Lennie, facendolo parlare come la "Mammy" di Via col vento, con espressioni all'infinito come "andare, venire, mangiato". Certo, Lennie è un personaggio con un ritardo mentale e si potrebbe presumere che si esprimesse in modo elementare, ma nella traduzione di Pavese non parlava affatto così. Questo dubbio mi ha fatto quasi rimpiangere di non aver provato a leggere il testo direttamente in inglese, che immagino essere molto semplice e accessibile, con dialoghi diretti che mi avrebbero permesso di tagliare la testa al toro. Nonostante queste riserve sulla traduzione, l'opera rimane un capolavoro assoluto, che ho tradotto immediatamente in immagini nella mia mente. La scrittura ha una forza visiva straordinaria, una sceneggiatura perfetta e già pronta per il cinema, dove si percepiscono chiaramente la regia, il montaggio, le inquadrature e le prospettive. È tutto descritto con una precisione cinematografica impeccabile.
Gabriella (sì): Questo libro mi è piaciuto, ma leggerlo è stato davvero faticoso per quanto mi ha coinvolto emotivamente e rattristato. Fin dalle prime battute si avverte la sensazione opprimente di una catastrofe incombente, un destino tragico che si preannuncia già con la morte di quel primo topo e che poi prosegue, inesorabile, con la fine del cane e delle persone. Spero sempre, durante la lettura, che certe scene dolorose ci vengano risparmiate, ma la tensione e la durezza degli eventi restano altissime. È un'opera incredibilmente intensa che, pur nella sua brevità, racchiude un'infinità di vicende umane pesanti, un intero pantheon di situazioni disastrose in cui ognuno sembra portare la propria croce. Alla fine mi sono resa conto che in questa storia sono tutti vittime, nessuno escluso. Lo è la moglie di Curley, intrappolata nel rapporto infelice con suo marito, e lo è Lennie. Lo è persino Crooks, che nonostante sia riuscito a mettere da parte un po' di soldi, vive prigioniero di una solitudine totale a causa del colore della sua pelle. Ma è proprio Lennie a ispirarmi una tenerezza infinita. In lui c'era una bontà d'animo immensa, una purezza d'intenti che purtroppo faceva a pugni con una disabilità intellettiva e una forza fisica straordinaria e incontrollabile, con cui finiva inevitabilmente per fare del male senza volerlo. Il legame affettivo tra George e Lennie è il cuore pulsante di questo libro, una costellazione di emozioni, sensazioni e sentimenti enorme se si pensa a quanto sia breve il racconto. È la storia di due compagni che desideravano pochissimo dalla vita, eppure anche quel poco è stato negato loro in modo sistematico. E la fine della loro vicenda mi strazia: George che decide di uccidere il suo stesso amico non per crudeltà, ma per sottrarlo a un destino ancora peggiore, salvandolo dal linciaggio degli altri. È proprio questa tragica intensità a rendere il libro un'esperienza così densa e profondamente toccante.
Leopoldo (nì): A mio parere, il libro ha diversi aspetti interessanti, anche se non lo definirei un capolavoro. Devo premettere che la mia conoscenza della letteratura americana è piuttosto limitata: ho letto solamente un libro di Philip Roth, che invece mi era piaciuto moltissimo. Trovo che il tipo di scrittura e di descrizione utilizzato in quest'opera sia fin troppo immediato e semplice, anche se mi rendo conto che si tratta di una valutazione del tutto personale. Durante la lettura non ho potuto fare a meno di pensare a un altro libro, "Fontamara", che affronta essenzialmente gli stessi temi. Entrambe le opere, infatti, mettono al centro le vicende degli ultimi e quel senso di destino inevitabile che grava costantemente sulle loro esistenze.
Agnese (nì): Dal mio punto di vista, questo racconto breve è costruito in modo davvero impeccabile, quasi come se fosse una scena teatrale, e da questo lato non ho nulla da eccepire. Tuttavia, ho il forte rammarico che la traduzione non mi sia piaciuta molto, poiché ho l'impressione che non riesca a rendere appieno ciò che Steinbeck voleva trasmettere, facendomi perdere qualcosa di prezioso lungo la strada. La mia riserva principale, però, è di natura prettamente emotiva: mentre voi vi siete emozionati, io non sono riuscita a provare la stessa emozione, e questo mi ha quasi fatto arrabbiare. Leggere un'opera del genere rappresenta sicuramente una grande ricchezza che costringe a riflettere sul realismo della narrativa dei primi anni del Novecento. Se nel nostro dialogo è stata citata l'opera Fontamara, a me è venuta subito in mente Gente in Aspromonte. Eppure, in questa descrizione degli ultimi e dei diseredati, ciò che mi ha bloccata ed emotivamente respinta è la rassegnazione di fondo che si respira. La storia appare purtroppo già scritta fin dalla prima pagina. Per quanto la narrazione sia poetica ed estremamente efficace nel presagire un finale triste, si avverte una totale mancanza di riscatto per questi personaggi, che sembrano quasi dei dannati senza alcuna via di fuga. Persino il titolo mi lasciava perplessa, dato che il topo in fondo è un animale di fogna, ma l'interpretazione legata alla poesia che è stata condivisa nel nostro incontro ha finalmente dato un senso profondo alla mia lettura. Come lettrice, mi porto dentro il dolore per questa assenza di una reale speranza. Se penso al servo Jernej, alla fine lui trova una sua forma di ribellione e brucia tutto, mentre qui ci si rassegna all'idea di uccidere il protagonista reputandolo inadatto a vivere. Capisco e concordo sul fatto che l'uccisione avvenga per sottrarlo a torture peggiori e al linciaggio, conscia che altrimenti la sua fine sarebbe stata quella, e che l'altro andrà poi a spendere i suoi soldi nei bordelli e nel gioco. Ma io avevo un bisogno assoluto di riscatto. Forse si tratta di un mio limite ideologico, di una mia sovrastruttura o semplicemente di un'ingenuità che mi porta a desiderare un finale diverso, ma questa rassegnazione mi ha lasciato un forte amaro in bocca.
Oscar (sì): «I migliori piani dei topi e degli uomini van spesso di traverso e non ci lascian che dolore e pena, invece della gioia promessa!» Questi sono i versi della poesia di Robert Burns che ha ispirato il titolo del romanzo di Steinbeck. E infatti i piani di George e Lennie naufragano inesorabilmente: nella grande depressione degli anni '30 il sogno americano era un miraggio e la classe lavoratrice non aveva certezza di nulla se non della propria miseria. Ho letto "Uomini e topi" nella versione illustrata da Rébecca Dautremer, un'abile artista che è riuscita ad amplificarne la forza narrativa. Tutti i personaggi del romanzo sono perdenti destinati alla sconfitta: Lennie, per la sua disabilità mentale, Crooks per il colore della sua pelle, la moglie di Curley (a cui Steinbeck nemmeno dà un nome) per via di una società estremamente maschilista e patriarcale.
Prossimo libro: "Padri e figli" di Ivan Turgenev (preferito a "Scritto sul corpo" di Jeanette Winterson e a "Seminario sulla gioventù" di Aldo Busi)
Prossimo proponente: Alberto
Prossimo incontro: 25 settembre