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Merlo G., Bordone G., “Guida alla programmazione sociale. Teorie, pratiche, contesti”, Carocci faber 2025
Definizione. Approccio epistemologico e metodologico secondo cui ogni conoscenza è situata: dipende dal punto di vista, dalla posizione sociale e dall'esperienza concreta di chi osserva. Non esiste uno sguardo neutrale. Applicata alla programmazione sociale, rompe con l'universalismo astratto e impone di riconoscere da dove si guarda un problema prima ancora di definirlo.
La Standpoint Theory nasce nell'ambito del femminismo accademico anglosassone tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Novecento, con i contributi fondativi di Nancy Hartsock (1983), Donna Haraway (1988) e Sandra Harding (1991). Il suo nucleo teorico è la scoperta della prospettiva applicata alla produzione di conoscenza: così come in pittura l'introduzione della prospettiva ha rivoluzionato la rappresentazione dello spazio, questa teoria rivela che ogni sapere dipende inesorabilmente dal punto di osservazione di chi lo produce (Haraway, 1988; Merlo e Bordone, 2025, pp. 232-234).
Il punto di partenza è la critica all'universalismo neutro: la convinzione, storicamente dominante, che esista un soggetto umano astratto e universale, i cui bisogni, diritti e comportamenti siano validi per chiunque. La Standpoint Theory dimostra come ciò che viene spacciato per "neutrale" sia, in realtà, un modello parziale, prevalentemente modellato sull'esperienza maschile e occidentale (Scott, 1986). Il posizionamento si realizza quando soggetti marginalizzati decodificano la propria esperienza non come un fatto privato o biologico, ma come l'effetto di rapporti di potere strutturali. (Hartsock, 1983)
1. La conoscenza situata (Situated Knowledge)
Non esiste conoscenza oggettiva prodotta da nessun luogo. Ogni osservazione è sempre condotta da qualche parte: da una posizione sociale, culturale, biografica. Haraway (1988) parla esplicitamente di saperi situati: la parzialità del punto di vista non è un limite da correggere, ma la condizione stessa di ogni conoscenza onesta e rigorosa. Negare il proprio posizionamento non produce oggettività, produce cecità.
2. Il punto di vista privilegiato dei margini
Paradossalmente, chi vive nelle posizioni marginali della struttura sociale ha accesso a una visione più completa dei meccanismi di potere di chi ne occupa il centro. Chi subisce le disuguaglianze le vede in modo diretto e strutturale; chi le esercita tende a non percepirle. Questo non significa che ogni esperienza soggettiva sia automaticamente "vera", ma che i margini offrono un punto di osservazione epistemicamente privilegiato per comprendere come funzionano le strutture sociali.
3. L'oggettività forte (Strong Objectivity)
Sandra Harding (1991) introduce il concetto di oggettività forte in opposizione all'oggettività debole praticata dalla scienza tradizionale: l'osservazione apparentemente "neutrale" è in realtà debole, perché ignora i propri pregiudizi e i propri assunti impliciti, storicamente modellati sull'esperienza dominante. Al contrario, l'oggettività diventa forte quando assume come punto di partenza le vite e i bisogni di chi si trova ai margini. Il paradosso dell'oggettività: più ci si dichiara neutrali e distanti, tanto più si è parziali (oggettività debole); al contrario, più si esplicita il proprio posizionamento nella realtà, tanto più il processo diventa rigoroso e scientifico (oggettività forte).
La programmazione tradizionale, tipicamente quella pubblica, si fonda su una catena logica apparentemente universale: valori → diritti → obiettivi → azioni. (Merlo G., Bordone G., 2025). La Standpoint Theory mette in discussione il primo anello di questa catena: di chi sono i valori? Chi ha definito quali diritti contano e per chi?
L'individuazione dei bisogni e la costruzione degli interventi non possono essere affidate esclusivamente allo sguardo delle istituzioni o degli esperti: occorre interrogarsi su quali punti di vista partecipano alla definizione della realtà e quali, invece, rimangono sistematicamente esclusi. In questa prospettiva, l'attenzione ai punti di osservazione non rappresenta una forma di soggettivismo, ma un tentativo di costruire rappresentazioni della realtà più complete e quindi, sotto il profilo conoscitivo, più rigorose.
Applicare la teoria del posizionamento alla programmazione significa rinunciare alla pretesa di una risposta standardizzata valida per tutti e riconoscere che l'efficacia di un intervento dipende dalla sua capacità di aderire ai contesti reali e ai saperi di chi li abita. Il successo di una politica non si misura più su indicatori astratti, ma sulla capacità di far emergere e rispondere ai bisogni sommersi, normalmente invisibili nelle statistiche tradizionali. Questo non significa rinunciare all'universalismo dei diritti, ma chiedersi a ogni livello su chi è modellata la risposta: nel macro, dove si definiscono diritti e standard; nel meso, dove la programmazione territoriale legge i bisogni e sceglie le priorità; nel micro, dove il progetto individuale si costruisce con la persona e non su di lei.
Mobilità urbana. Un sistema di trasporto pubblico progettato con un approccio neutro viene disegnato sul pendolarismo lineare (andata/ritorno negli orari di punta), assunto come standard universale. Un approccio situato, invece, riconosce che i percorsi reali — in particolare quelli delle donne e dei caregiver — sono caratterizzati da catene di spostamenti multipli e policentrici legati al lavoro di cura, alla scuola, agli acquisti, all'assistenza agli anziani: percorsi normalmente invisibili nelle statistiche tradizionali e quindi ignorati dalla progettazione dei servizi (Sánchez de Madariaga, 2013).
Sistema dei servizi. Un sistema di servizi per le persone senza dimora progettato con un approccio neutro viene disegnato su chi dorme in strada o nei dormitori, secondo una definizione costruita sull'esperienza di uomini adulti soli e assunta come standard universale. Un approccio situato riconosce invece che le donne che perdono la casa tendono a ricorrere prima a parenti, amici e conoscenti, rivolgendosi ai servizi solo quando questi appoggi si esauriscono, e che quelle accolte nelle case rifugio dopo una violenza domestica non vengono contate tra i senza dimora: condizioni che sfuggono alle rilevazioni condotte in strada e quindi alla programmazione dei servizi (Bretherton, 2017).
Sul piano delle politiche, il passaggio da una programmazione "neutra" a una "situata" trova un corrispettivo istituzionale nel mainstreaming di genere: la (ri)organizzazione, il miglioramento, lo sviluppo e la valutazione dei processi di policy, in modo che la prospettiva dell'uguaglianza di genere sia incorporata in tutte le politiche, a tutti i livelli e in tutte le fasi, dagli attori normalmente coinvolti nella loro definizione (Council of Europe, 1998). La premessa è comune alla Standpoint Theory: nessuna politica è neutra rispetto al genere.
La Standpoint Theory offre però anche un criterio per valutarne l'attuazione. La letteratura distingue un approccio integrazionista, che introduce la prospettiva di genere senza mettere in discussione il paradigma delle politiche esistenti, da uno di agenda setting, che ne comporta la trasformazione e il riorientamento (Jahan, 1995, cit. in Walby, 2005). Nel primo caso il mainstreaming rischia di ridursi ad adempimento (checklist, valutazioni di impatto formali) e di riproporre un'oggettività debole; nel secondo assume come punto di partenza l'esperienza di chi vive il problema, in coerenza con un'oggettività forte.
La Standpoint Theory si connette direttamente a tre pilastri metodologici della programmazione e della valutazione:
● Theory of Change (ToC) / Logica dell'Intervento: il posizionamento definisce la "lente" con cui si guarda il problema e si costruisce la catena causale del cambiamento. Una Logica dell'Intervento costruita senza prospettiva situata rischia di attribuire problemi sociali a deficit individuali anziché a strutture di potere.
● Theory Based Evaluation (TBE): la valutazione serve a verificare se gli assunti impliciti della Logica dell'Intervento reggono alla prova dei fatti. Il posizionamento suggerisce quali indicatori guardare e, soprattutto, quali sono stati ignorati.
● Intersezionalità: sviluppa il posizionamento riconoscendo che il "punto di vista dei margini" non è un blocco unico, ma si articola lungo più assi di identità sociale simultanei (genere, etnia, classe, disabilità, età).
L'adozione della Standpoint Theory nella programmazione produce un cambiamento di paradigma che va oltre le politiche di genere in senso stretto e può essere applicata anche ad altri ambiti (es. handicap, anziani, immigrazione):
● Impone di rendere espliciti gli assunti impliciti su cui si fondano le scelte di policy, spesso carichi di stereotipi e visioni del mondo non dichiarate.
● Trasforma la programmazione in un processo di democrazia epistemica, in cui il rigore della tecnica si unisce alla conoscenza dei saperi situati.
● Sposta il criterio di qualità: non più la sola efficienza funzionale o l'adempimento burocratico, ma la capacità reale di aderire e rispondere alla complessità dei contesti sociali.
● Orienta verso indicatori sommersi (es. carico mentale, povertà di tempo, autonomia reale, libertà dal controllo coercitivo) che un universalismo neutro sistematicamente ignora.
● Interpella direttamente l'intelligenza artificiale: i modelli algoritmici, per loro natura statistica, tendono a codificare lo standard dominante come unica risposta corretta, amplificando i bias sistemici. Un utilizzo critico dell'IA richiede l'integrazione consapevole di una visione situata sia nella fase di sviluppo dei software (ex ante) sia nella decostruzione delle risposte prodotte (ex post) (O'Neil, 2016; D'Ignazio e Klein, 2020; Crawford, 2021).
Approfondimenti
Council of Europe (1998). Gender mainstreaming: Conceptual framework, methodology and presentation of good practices. Final report of activities of the Group of Specialists on Mainstreaming, EG-S-MS (98) 2 rev. Strasbourg (ristampa 2004).
Crawford, K. (2021). Atlas of AI: Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence. Yale University Press.
D'Ignazio, C., & Klein, L. F. (2020). Data Feminism. MIT Press.
Haraway, D. (1988). Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective. Feminist Studies, 14(3), 575-599.
Harding, S. (1991). Whose Science? Whose Knowledge? Thinking from Women's Lives. Cornell University Press.
Hartsock, N. (1983). The Feminist Standpoint: Developing the Ground for a Specifically Feminist Historical Materialism. In S. Harding & M. B. Hintikka (a cura di), Discovering Reality (pp. 283-310). D. Reidel.
Merlo, G., & Bordone, G. (2025). Guida alla programmazione sociale. Teorie, pratiche, contesti. Carocci, pp. 232-234.
O'Neil, C. (2016). Weapons of Math Destruction: How Big Data Increases Inequality and Threatens Democracy. Crown Publishing.
Sánchez de Madariaga, I. (2013). From Women in Transport to Gender in Transport: Challenging Conceptual Frameworks for Improved Policymaking. Journal of International Affairs, 67(1), 43-65.
Scott, J. W. (1986). Gender: A Useful Category of Historical Analysis. The American Historical Review, 91(5), 1053-1075.
Walby, S. (2005). Gender Mainstreaming: Productive Tensions in Theory and Practice. Social Politics, 12(3), 321-343.
Come citare questa scheda:
Merlo G., Bordone G., Pianificazione, programmazione sociale [sito web], scheda "Teoria del posizionamento" disponibile su: https://sites.google.com/site/programmazionesociale/home/box-di-approfondimento/standpoint