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La trappola dei troppi indicatori (strategie di evitamento)
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Un indicatore è una variabile quantitativa e/o qualitativa ad alto contenuto informativo utilizzato per rappresentare un fenomeno (112).
Quelli di genere, chiamati anche gender-sensitive, tendono a misurare le disuguaglianze tra donne e uomini in diversi ambiti della vita sociale, economica e politica. In un intervento servono a descrivere la realtà in cui si inserisce e a tradurre in termini misurabili gli Obiettivi ed esiti.
Nel quadro della programmazione sociale questi indicatori sono trasversali: non costituiscono una categoria autonoma separata dalla logica generale degli indicatori, ma una prospettiva che attraversa: contesto, condizioni abilitanti (struttura e capacità operativa), risorse, attività, produzione e costo, processo, appropriatezza ed esito (vedi Indicatori di progetto).
È il significato del gender mainstreaming: la (ri)organizzazione, il miglioramento, lo sviluppo e la valutazione dei processi di policy, in modo che la prospettiva dell’uguaglianza di genere sia incorporata in tutte le politiche, a tutti i livelli e in tutte le fasi (Council of Europe 1998; vedi Standpoint). Nel nostro campo significa integrare la prospettiva di genere in tutte le fasi: analisi del bisogno, progettazione, attuazione, monitoraggio e valutazione.
Il principio è divenuto vincolante nella programmazione finanziata con fondi europei. Nella politica di coesione 2021-2027 il Regolamento (UE) 2021/1060 (art. 9) impone che la parità tra uomini e donne e l’integrazione della prospettiva di genere siano considerate e promosse in tutte le fasi dei programmi, dalla preparazione alla valutazione. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) la parità di genere è una delle tre priorità trasversali: gli Indicatori Comuni RRF (piattaforma ReGiS) in alcuni casi richiedono la disaggregazione per genere ed età (MEF-RGS 2022) e l’art. 47 del D.L. 77/2021 introduce clausole per l’occupazione femminile e giovanile negli appalti. Si passa così da strumento di analisi volontaria a requisito di rendicontazione.
Pertanto, non servono soltanto a descrivere differenze statistiche, ma a verificare se una iniziativa intercetta bisogni differenziati, raggiunge in modo equo i destinatari e produce effetti diversi o diseguali su donne e uomini, se innesca reali meccanismi di equità quando le condizioni di partenza non siano paritarie.
La prospettiva di genere agisce su due livelli: rende visibile chi viene raggiunto dall’intervento e fa emergere ciò che gli indicatori standard non misurano: cioè gli indicatori sommersi.
La società, quindi anche le politiche sociali e i servizi alla persona, operano in contesti strutturalmente segnati da disuguaglianze di genere. Ignorarle significa progettare interventi neutrali solo in apparenza, che di fatto possono riprodurre o accentuare le disparità esistenti. È la critica all’universalismo neutro della Standpoint theory (Teoria del posizionamento): strumenti di misura costruiti su un soggetto «universale», storicamente modellato sul maschile, non vedono una parte dei bisogni.
Esempio. Un progetto di inserimento lavorativo che non disaggreghi per genere i propri risultati non può sapere se sta riducendo o ampliando il divario occupazionale tra uomini e donne. Un Piano di Zona che non analizzi la distribuzione per genere del lavoro di cura (retribuito o non) non può progettare servizi di conciliazione adeguati.Lavorare sugli indicatori di genere significa quindi operare su due livelli: disaggregare gli indicatori esistenti, per vedere chi viene raggiunto, e ridefinirli, per far emergere ciò che non viene misurato.
Prima ancora di utilizzare indici compositi, la condizione minima per introdurre una prospettiva di genere nella programmazione è la disaggregazione per genere di tutti i dati raccolti, come: numero di beneficiari, tipologia di bisogno, condizioni di partenza, servizi erogati, esiti raggiunti. Senza questa disaggregazione di base, qualsiasi indicatore risulta privo di fondamento empirico.
Nota: la disaggregazione dei dati avviene tecnicamente per "sesso" (dato biologico), mentre gli indicatori dovrebbero misurare il "genere" (costruzione sociale e disuguaglianze di potere).Disaggregare, però, lascia invariato che cosa si misura: dice se un indicatore standard si distribuisce in modo diverso tra donne e uomini, non se è l’indicatore giusto.
È il livello in cui la prospettiva di genere produce conoscenza nuova. Molte dimensioni rilevanti restano invisibili per due ragioni diverse. Alcune sono misurate, ma spesso non usate. Ad esemio l’Istat, con l’indagine sull’Uso del tempo, rileva le ore dedicate al lavoro di cura non retribuito, da cui si ricavano anche misure di povertà di tempo, ma questi dati entrano raramente nella programmazione e nella valutazione degli interventi.
Altre spesso non vengono misurate affatto: ad esempio il carico mentale, l’autonomia economica effettiva, la libertà dal controllo coercitivo. Sono indicatori sommersi, e la loro «scoperta» si deve alla prospettiva di genere con la Standpoint theory: partire dalle vite di chi sta ai margini, secondo il principio dell’oggettività forte (Harding 1991), rende visibile ciò che lo sguardo «neutro» non coglie. Il passaggio non è dalla misura al racconto, ma da una misura parziale a una più completa (per un confronto tra indicatori standard e situati in diversi ambiti, vedi Indicatori di progetto, §11).
Esempio: in un progetto di inserimento lavorativo l’indicatore standard è «occupata a 6 mesi: sì/no». Una donna con un genitore non autosufficiente che accetta un lavoro a turni risulta un successo. L’indicatore però non vede che cosa è successo al carico di cura: se è stato preso in carico da un servizio, ridistribuito nel nucleo familiare o semplicemente trasferito su un’altra donna della famiglia, una figlia o una sorella. Nel terzo caso il «successo» ha spostato la disuguaglianza, non l’ha ridotta. Un indicatore situato può essere allora la quota di beneficiarie per cui l’avvio al lavoro è accompagnato da una soluzione per il carico di cura, anziché dal suo trasferimento su un’altra donna.Due cautele. La prima: la posizione di chi vive il problema rende visibili aspetti nascosti, ma non garantisce di per sé che la sua lettura sia corretta. Gli indicatori sommersi vanno quindi costruiti con chi vive il problema, senza delegarli a chi lo vive; tuttavia la sua esperienza indica che cosa guardare, ma la scelta dell’indicatore, il modo di rilevarlo e la lettura dei risultati vanno discussi insieme a operatori e programmatori, nella co-progettazione e nella valutazione partecipativa. Un questionario di gradimento o un’intervista una tantum raccolgono opinioni, non costruiscono un indicatore.
La seconda: gli indicatori sommersi sono spesso qualitativi e costosi da rilevare; per questo devono essere pochi e prendere il posto di indicatori standard, non aggiungersi a essi (vedi La trappola dei troppi indicatori, §3.2).
Anche così, gli indicatori di genere rischiano di restare formali se non sono accompagnati da una capacità effettiva di leggere e interpretare i dati disaggregati. La sfida non è solo raccogliere il dato, ma costruire nella programmazione la domanda: «quali esiti differenti produce questo intervento su uomini e donne? E perché?»
Senza questa capacità il mainstreaming rischia di ridursi ad adempimento (es. checklist, valutazioni di impatto formali): è l’approccio che la letteratura chiama integrazionista, distinto da quello di agenda setting, che riorienta le politiche partendo dall’esperienza di chi vive il problema (Jahan 1995, cit. in Walby 2005). Fermarsi al primo livello, la sola disaggregazione, è la forma tipica di questo rischio.
I due livelli (disaggregare, ridefinire) vanno applicati tenendo conto che il genere non agisce da solo: si intreccia con altri fattori di disuguaglianza (es. età, origine, condizione occupazionale, disabilità, carichi familiari) che ne modificano intensità e natura. Ne derivano due conseguenze. Nel primo livello la disaggregazione per sesso va incrociata con il fattore che l’intervento ritiene decisivo (Logica dell'intervento). Nel secondo, gli indicatori sommersi rilevanti non sono gli stessi per tutte le donne.
Esempi. In un progetto di inserimento lavorativo il tasso di occupazione delle donne a 6 mesi può risultare in linea con quello degli uomini; calcolato a parte per le madri sole con figli piccoli, può invece risultare molto più basso: la media femminile nasconde proprio il gruppo che l’intervento fatica a raggiungere. E per quel gruppo l’indicatore sommerso decisivo non è tanto lo spostamento della cura su un’altra donna, quanto la compatibilità effettiva tra orari di lavoro e orari dei servizi per l’infanzia (non il numero di posti disponibili).Nel Quadro logico di un intervento per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità l’incrocio del primo livello è applicato (tasso di occupazione femminile con disabilità, bisogni specifici delle donne con disabilità), ma il secondo no: nessun indicatore rileva ciò che per questo gruppo resta sommerso, ad esempio la compatibilità tra percorso di inserimento e carichi di cura.Non tutti gli incroci sono utili: vanno scelti quelli che le ipotesi dell’intervento indicano come rilevanti (vedi Teoria del cambiamento, Logica dell’intervento). Incrociare il genere con troppe variabili frammenta i dati in gruppi troppo piccoli per essere letti. Lo stesso criterio vale per gli indicatori in generale: la prospettiva di genere non ne aumenta il numero, cambia quali si scelgono (vedi le strategie di evitamento della Trappola dei troppi indicatori).
Nella scheda Indicatori di progetto gli indicatori sono classificati in categorie, dalle condizioni esterne (contesto) fino all’esito, e ogni categoria è illustrata con tabelle ed esempi. La tabella Ind. 2 Genere riprende tale classificazione e indica, per ciascuna categoria, come disaggregare e come ridefinire gli indicatori in una prospettiva di genere. Le categorie 1 (contesto) e 3 (struttura) descrivono premesse, da rilevare e dichiarare all’avvio; il monitoraggio si concentra su pochi indicatori di esito, processo e costo.
Non esiste un unico modello universale. Gli strumenti disponibili differiscono per scala geografica, domini misurati e finalità d’uso. La scelta dipende dal livello dell’intervento e dalle fonti di dati disponibili al livello operativo. Si tratta per lo più di indici compositi riferiti a paesi o regioni: servono a descrivere il contesto (categoria 1, Condizioni esterne) e a confrontare territori, non a monitorare un singolo intervento, dove l’aggregazione nasconderebbe proprio le informazioni utili.
Il loro uso nella programmazione è quindi a monte: nell’analisi del contesto indicano dove il divario territoriale è più marcato rispetto alla media regionale o nazionale (es. lavoro, tempo, reddito) e orientano la scelta degli obiettivi. Da lì il lavoro passa agli indicatori dell’intervento, costruiti sui due livelli: dati disaggregati e indicatori sommersi riferiti alle persone effettivamente raggiunte. L’indice di contesto resta la cornice con cui argomentare, ex post, se l’intervento ha agito su un divario reale.
Avvertenza: l’aumento dei casi registrati (accessi ai centri antiviolenza, denunce) può indicare il successo di un intervento, perché fa emergere violenza prima sommersa, e non il suo fallimento. Per questo gli indicatori di esito vanno costruiti sull’autonomia e sulla sicurezza delle donne seguite più che sul numero di episodi (vedi Indicatori di progetto, §11).Per la violenza di genere gli indici compositi spesso non bastano neppure a descrivere il contesto: il Gender Equality Index (GEI), ad esempio, la considera un dominio satellite, escluso dal punteggio. Il contesto va quindi ricostruito con fonti dedicate, ad esempio l’indagine ISTAT sulla sicurezza delle donne (Istat 2025) e i rapporti GREVIO sull’attuazione della Convenzione di Istanbul.
Documenti strategici e metodologici nazionali
Dipartimento per le Pari Opportunità (2021), Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, Roma
Dipartimento per le Pari Opportunità (2025), Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica 2025-2027, Roma
Istat (s.d.), BES. Benessere equo e sostenibile in Italia
Italia (2009), Legge 31 dicembre 2009, n. 196, art. 38-septies (bilancio di genere dello Stato), e circolari annuali della Ragioneria Generale dello Stato.
Italia (2021), Decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, art. 47 (pari opportunità e inclusione lavorativa nei contratti pubblici PNRR e PNC).
MEF – Ragioneria Generale dello Stato (2022), Circolare 17 ottobre 2022, n. 34, Linee guida metodologiche per la rendicontazione degli indicatori comuni per il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
UNI (2022), UNI/PdR 125:2022. Linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere, Milano, UNI
UNI (2026a), UNI/PdR 180:2026. Valutazione di impatto di genere delle misure legislative e dei programmi di investimento ex-ante ed ex-post, Milano, UNI
UNI (2026b), UNI/PdR 192:2026. Sistema di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro – Requisiti per il benessere delle famiglie, Milano, UNI
Unione europea (2021), Regolamento (UE) 2021/1060 del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 giugno 2021 (disposizioni comuni sui fondi), art. 9 (principi orizzontali)
Quadri di riferimento europei e internazionali
Commissione europea (2026), Strategia per la parità di genere 2026-2030, COM(2026) 113 final, 5 marzo 2026
Council of Europe (1998), Gender mainstreaming: Conceptual framework, methodology and presentation of good practices, EG-S-MS (98) 2 rev., Strasbourg.
EIGE – European Institute for Gender Equality (s.d.), Gender Equality Index
Equal Measures 2030 (s.d.), SDG Gender Index
Harding S. (1991), Whose Science? Whose Knowledge? Thinking from Women’s Lives, Ithaca, Cornell University Press.
UNDP (s.d.), Gender Inequality Index
Walby S. (2005), «Gender Mainstreaming: Productive Tensions in Theory and Practice», Social Politics, 12(3), pp. 321-343.
World Economic Forum (s.d.), Global Gender Gap Report
Protocolli, normative e valutazione della violenza
Consiglio d’Europa (2011), Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), Istanbul, 11 maggio 2011
Consiglio d’Europa – GREVIO (s.d.), Annual reports
Istat (2025), La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Primi risultati 2025, 21 novembre 2025
Presidenza del Consiglio dei Ministri (2017), D.P.C.M. 24 novembre 2017, Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza, G.U. n. 24 del 30 gennaio 2018
Giorgio Merlo ottobre 2026