Welfare fiscale

INDICE ANALITICO GENERALE

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Concettualmente si contrappone al welfare universalistico pubblico che si basa sulla tassazione generale con funzione redistributiva (attivare flussi di tipo verticale dalle fasce di reddito più elevate ai gruppi sociali svantaggiati).

Operativamente si basa su forme diverse di agevolazioni a sostegno della domanda privata di beni e servizi di welfare. Può assumere una molteplicità di configurazioni, definite dalla Legge, come deducibilità fiscale, detassazioni, incentivi[1].

È attivo in diversi ambiti, tra cui si possono ricordare: il welfare aziendale, l’assistenza integrativa, il mutualismo, il Terzo settore, le Imprese sociali, le donazioni.

Pone alcuni problemi in quanto, pur gravando comunque sulla fiscalità generale, va a favore solo di alcuni: introdotte in ambito aziendale e occupazionale, per chi ha la fortuna di essere occupato in imprese e/o in settori che offrono tutele addizionali; in generale, per chi ha risorse sufficienti a acquistare tutele aggiuntive rispetto a quelle universalmente disponibili

Il campo delle agevolazioni fiscali (tax expenditures, ovvero l’insieme di tutti i bonus, agevolazioni, aliquote ridotte, sconti, deducibilità, detassazioni, incentivi, etc.) è molto ampio e riguarda settori eterogenei con interventi diversi ed affastellati nel tempo: dall’agricoltura, all’editoria, al Mezzogiorno, all’edilizia e la casa (bonus ristrutturazioni, mobili ed elettrodomestici, detrazioni interessi passivi mutui, deduzioni per l'acquisto della prima casa, etc), alle imprese (sussidi a fondo perduto, prestiti a tasso agevolato, investimenti partecipativi nel capitale, accisa sul gasolio agricolo e per i trasporti, estrazione del sale dal magnesio, etc), fino a spese relative agli enti ecclesiastici ed a quelle più specificamente sociali (funerali, badanti, sanitarie, previdenziali, istruzione, cultura, etc).

Agevolazioni che hanno continuato ad aumentare nel tempo per passare da un totale di 282 del 2015 a 296 del 2016 (tabelle allegate alle leggi finanziarie) con un’erosione annuale del gettito valutata fino a a 253 miliardi di euro, tanto da diventare un tratto distintivo del sistema fiscale italiano che da un lato si caratterizza per l’elevato livello di tassazione, ma dall’altro prevede un numero altrettanto elevato di agevolazioni (in moltissimi casi frutto di micro concessioni).

Per questo da alcuni anni, nel quadro della cosiddetta revisione della spesa pubblica (spending review), se ne ipotizza una strutturale ridefinizione.

Nel nostro campo l’attuale sistema di welfare di carattere universalista si basa sulla assunzione da parte dello Stato di responsabilità primarie per il benessere sociale e individuale di ogni cittadino e, pertanto, sulla fiscalità generale.

Attraverso i doveri di contribuzione finanziaria e la tassazione gli Stati moderni hanno finanziato le due basilari funzioni che hanno caratterizzato la storia delle democrazie nel ’900: l’erogazione di servizi e la redistribuzione del reddito attraverso il principio della progressività.

In particolare la spesa del welfare, proprio per la sua entità complessiva, assolve a funzioni di redistribuzione dei redditi, spostando risorse da aree geografiche ad altre e da gruppi sociali ad altri.

Negli anni, con numerose e differenti disposizioni di legge (nonché modifiche ai Regolamenti del Testo Unico delle Entrate), a fianco di questo impianto di base, progressivamente, in Italia sono state introdotte forme di agevolazioni a sostegno della domanda privata di beni e servizi di welfare ed a promozione delle organizzazioni che si occupano di welfare.

L’obiettivo di fondo è quello di incentivare economicamente interventi collaterali, integrativi, aggiuntivi, all’azione del pubblico che potrebbero anche innescare un effetto leva: cioè che si instauri un circuito virtuoso di ulteriori investimenti privati nella produzione di nuovi prodotti e servizi e di conseguente occupazione.

A questo approccio non è estraneo anche un pensiero più politico: cioè che si debba sostenere, anche economicamente, la libertà dei cittadini nella privata costruzione di sistemi di protezione sociale.

Questi particolari regimi riguardano: alcuni players finanziari (es. banche etiche, fondazioni), la formula del cinque per mille, della sponsorizzazione, della donazione, di attività connesse alla Responsabilità Sociale di Impresa, il welfare aziendale, l’assistenza integrativa oltre che, come appena accennato, alcuni specifici interventi (badanti, funerali, etc).

Per quanto riguarda lo specifico del Terzo Settore abbiamo poi visto che la legge di riforma, tra le altre cose, pur prevedendo il riordino e l'armonizzazione della disciplina e delle diverse forme di fiscalita' di vantaggio, aggiunge contemporaneamente Social bonus, Titoli di solidarietà, Social lending, istituzionalizzazione del fundraising, misure per chi dona denaro e beni, abolizione della tassa di registro per la transazione di immobili.

Siamo pertanto di fronte ad un sistema che prefigura un superamento del principio di universalità e solidarietà con la commistione di sistemi di (quasi?) mercato (per alcuni soggetti economici, alcune branche di prestazioni sociali e/o sanitarie, alcuni gruppi di cittadini) finanziati da risorse fiscali alternative a quelle della fiscalità generale.

In questo senso si può parlare di Welfare Fiscale che concettualmente si contrappone al welfare universalistico pubblico che si basa sulla tassazione generale con funzione redistributiva (attivare flussi economici dalle fasce di reddito più avvantaggiate ai gruppi sociali svantaggiati).

L’uso della leva fiscale ai fini del sostegno del welfare introduce inevitabilmente un ragionamento i cui elementi non sono ancora pienamente chiari, ma di cui proviamo a delinearne i contorni.

Un primo elemento ha a che vedere con il fatto che le agevolazioni sono presentate, percepite e contabilizzate come riduzione della pressione fiscale anziché come spesa, nonostante ne siano l’equivalente. Nei fatti riducono le entrate complessive dello Stato che, a parità di spesa, dovranno essere coperte in altra maniera e “pare farlo senza un reale coerenza con i principi di giustizia e equità. Inoltre è evidente la difficile sostenibilità di un impianto di finanza pubblica dove la copertura di larga parte del welfare state grava sulle spalle di una fascia molto ridotta di contribuenti.”[2]

In generale si può dire che caricano sulla collettività il costo di interventi che ne riguardano solo una parte.

Infatti, pur assumendo che le agevolazioni verso il Terzo Settore (no profit) siano indirettamente connesse ad un interesse generale (?), abbiamo visto come le opportune distinzioni tra questo mondo e quello profit spesso si scontrano con varie forme di ibridazione.

Alcune agevolazioni presentano, poi, alcuni aspetti ulteriormente problematici in termini di equità distributiva.

Secondo il pensiero di Granaglia[3], che si chiede se il valore impiegato nelle agevolazioni non potrebbe essere speso nei servizi pubblici, molti sono gli aspetti di iniquità:

· Se a favore di chi acquista servizi aggiuntivi vuol dire che ne beneficia chi ha già risorse sufficienti rispetto a quelle universalmente disponibili ed i contribuenti, nel complesso, finanziano prestazioni a favore di chi è meno bisognoso.

· Se introdotte in ambito aziendale e occupazionale ne beneficiano unicamente un gruppo di lavoratori: chi ha la fortuna di essere occupato in imprese e/o in settori che offrono tutele addizionali. Gli altri restano scoperti.

· Se assumono la forma di deduzioni fisse dal reddito hanno addirittura un valore crescente in quanto il risparmio d’imposta è correlato all’aliquota marginale (in altri termini, maggiore l’aliquota che si sarebbe dovuta pagare sulle somme deducibili, maggiore il valore della deduzione). È il trionfo della regressività. Non molto diverso è se si adotta la forma delle detrazioni.

Sarebbe a dire che, con il passare degli anni, progressivamente, ci troviamo di fronte al superamento di modelli di welfare che facevano riferimento alla centralità dello Stato (finanziatrice, erogatrice, regolatrice), ad un’erosione delle sue fondamenta politico-istituzionali verso una frammentazione[4] che qualcuno ha chiamato “spezzatino”[5] ed uno slittamento dal modello universalistico a quello occupazionale.



[1] Agevolazioni fiscali e tributari: concetti generali, http://www.handylex.org/schede/agevgenerale.shtml [2] Volpi A., Welfare State, il miraggio italiano dell’equità sociale, AltraEconomia 2017https://altreconomia.it/welfare-state-miraggio-italiano-dellequita-sociale/
[3] Granaglia E., Il welfare fiscale. Alcuni limiti etici, EticaEconomia 2016 https://www.eticaeconomia.it/il-welfare-fiscale-alcuni-limiti-etici/
[4] Kazepov Y., Barberis E., Il welfare frammentato, Carocci 2013
[5] Verrini B., Dalla Cattolica un sos: attenti al welfare spezzatino, Vita 2005



Approfondimenti

Elefante C., Enti ecclesiastici ospedalieri, sanità pubblica e spending review, Giappichelli 2014

Granaglia E., Il welfare fiscale. Alcuni limiti etici, EticaEconomia 2016

https://www.eticaeconomia.it/il-welfare-fiscale-alcuni-limiti-etici/

Kazepov Y., Barberis E., Il welfare frammentato, Carocci 2013

La rivista delle politiche sociali, Welfare: finanziamento e capacità redistributiva, 2/2004

http://www.ediesseonline.it/riviste/rps/welfare-finanziamento-e-capacita-redistributiva

Salerno N., Quale welfare fiscale è migliore alleato del pubblico? EticaEconomia 2016

https://www.eticaeconomia.it/quale-welfare-fiscale-e-migliore-alleato-del-pubblico/

Verrini B., Dalla Cattolica un sos: attenti al welfare spezzatino, Vita 2005

Volpi A., Welfare State, il miraggio italiano dell’equità sociale, AltraEconomia 2017

https://altreconomia.it/welfare-state-miraggio-italiano-dellequita-sociale/

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Giorgio Merlo, gennaio 2018