Torino: capitali e vocazioni territoriali

G. Merlo, La programmazione sociale: principi, metodi e strumenti, Carocci 2014

Capitolo: 3.1. Capitali ed infrastrutture sociali territoriali

BOX DI APPROFONDIMENTO n.19

N.B. I riferimenti bibliografici si riferiscono alla sito bibliografia del testo. Nel caso di citazione si consiglia la seguente notazione: “Merlo G., La programmazione sociale: principi, metodi e strumenti”, allegato web n.19, Carocci, 2014

INDICE ANALITICO GENERALE

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"È anche un tema che si collega strettamente al concetto di «vocazione del territorio» o anche «identità» intesa come “la risultante sviluppata nel tempo di fattori diversi: la particolare composizione delle risorse materiali ed immateriali del territorio; gli indirizzi culturali ed ideologici consolidati; la struttura istituzionale, sociale ed economico produttiva; l’impatto di eventi rilevanti accaduti nella storia del luogo; l’immagine del territorio percepita dagli stessi attori che ne fanno parte e da quelli esterni (Caroli M. G., 2006, p.143)” su cui si innestano processi di scelta politica ed anche, conseguentemente, le politiche intenzionali di immagine." (Merlo G., 2014, p. 78)

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1. “Un anno dopo il trasferimento della capitale del nuovo Regno d'Italia da Torino a Firenze, il 20 ottobre del 1865 il Municipio lanciava «un appello diretto agli industriali esteri e nazionali», invitandoli a investire i loro capitali nella città subalpina «per promuovere su vasta scala lo sviluppo dell'industria, poiché essi avrebbero un impiego lautamente remunerativo».

In un intervento in Consiglio Comunale il sindaco dell'epoca, il marchese Luserna di Rorà, indicava le linee su cui si sarebbe dovuto orientare il futuro sviluppo di Torino dopo la perdita del ruolo di capitale: «Industria, istruzione, commercio, cultura e turismo».

Una solo delle linee strategiche indicate dal sindaco Rorà venne davvero sviluppata fino a farla diventare il monopolio della vita torinese: quella relativa all'industria manifatturiera che di fatto, in modo particolare quella dell'automobile, impedì un'armonica distribuzione della crescita degli altri settori.

Ma torniamo all'appello dell'ottobre 1865, elaborato nei dettagli da una commissione presieduta dall'ingegner Germano Sommeiller, il progettista del traforo del Frejus.

Nel documento sono indicati con chiarezza quattro incentivi che vengono offerti per attrarre investimenti.

Il primo è quello relativo alla qualità degli operai torinesi: «sono per natura sobrii, laboriosi, intelligenti. Dediti all'ordine e alla economia operano moltissimi versamenti alle casse di risparmio, le quali ebbero e hanno tuttora eccellente riuscita; dicasi altrettanto delle associazioni operaie, le quali sempre rimasero estranee alle questioni politiche, né mai furono causa di disturbi e di inquietudini al governo».

In altre parole si tratta di "ouvriers" che «non hanno grilli per la testa» e che non si fanno «irretire» dai politici, mentre i sindacati sono moderati a differenza di ciò che accade in altri Paesi europei, in particolare in Germania, in Francia e in Gran Bretagna.

Dopo aver ricordato nell'appello i vantaggi per gli investitori derivanti dal costo della manodopera torinese che «sta su basi molto ragionevoli e più moderate di quella della maggior parte degli altri gran centri di popolazione» (oggi si direbbe "modello Detroit"): viene assicurato il ribasso se non addirittura la soppressione dei dazi in entrata.

Ma l'asso nella manica degli amministratori torinesi è l'impegno per la realizzazione «di un'opera grandiosa di derivazione di un canale d'acqua del Po per provvedere Torino di una considerevole forza motrice (energia idraulica, ndr) in surrogazione del combustibile di costo molto più elevato».

Il costo dell'opera «di cui gli studi già si ponno dire compiuti, ascende alla cospicua somma di circa dieci milioni».

Da quest'opera nasceranno tutte le "bealere" (canali) che per decenni hanno attraversato la città.

Infine nel documento viene esaltata la facilità dei trasporti rappresentata «dalle numerose linee ferroviarie che da Torino si dirigono verso l'Italia»: (l'unità nazionale è di pochi anni prima, 1861) per Novara e Milano, per Alessandria e Piacenza, transitando per Bologna fino ad Ancona, quella della Porretta che attraverso l'Appennino si congiunge con le ferrovie romane e alle parti orientali della Penisola.

L'appello così si conclude: «È per tutte queste considerazione che la città di Torino ha fondata ragione di confidare che ai capitali nazionali anche gli esteri vengano ad aggiungersi per promuovere su vasta scale lo sviluppo della industria, poiché essi avrebbero un impiego lautamente rimunerato».

E gli investimenti arrivarono. Tra gli altri, basta citare tre nomi: Abbeg, De Angeli, Frua, Leuman.”[1]

2. Torino esce dalla seconda guerra mondiale in condizioni estreme: il 6,8% dei vani d’abitazione risulta distrutto e il 30,9% danneggiato dai bombardamenti; analoghi danni avevano subito le fabbriche, la produzione di energia elettrica ed il sistema dei trasporti, con meno della metà dei mezzi funzionante e linee e depositi in larga parte inutilizzabili. Intanto il costo della vita continua ad aumentare e gli approvvigionamenti alimentari e del carbone per il riscaldamento sono molto difficili.

In questo quadro il Comune, primo in Italia, alienando parti del proprio demanio, avvia la costruzione di case di edilizia popolare e ripristina trasporti e servizi pubblici.

Ma la differenza la fanno i capitali dell'ERP (European Recovery Program), anche detto "Piano Marshall"[2], che prevede per l’Italia un miliardo e mezzo di milioni di dollari dei quali beneficia largamente la FIAT. Le fabbriche torinesi ricominciano a produrre: in Italia nel 1949 c'è una vettura ogni 96 abitanti, che diventa una ogni 11 nel ’63 ed in Fiat la produzione cresce di sei volte (da 71.000 a 425.000 unità l’anno), mentre in dieci anni (1949-1959) i dipendenti dell’azienda crescono fino ad arrivare a 85.000.

La grande fabbrica, e tutto l’indotto, attrae, provocando un imponente flusso migratorio, prevalentemente dal sud. Si calcola che alla fine degli anni ’50 si rendano disponibili 30.000 posti di lavoro nella sola industria. Il bisogno di nuovi lavoratori nell’area é tale che gli industriali prendono a reclutare la manodopera direttamente nelle regioni d’origine, così che negli stessi anni la popolazione della città aumenta del 50% (arrivando a superare il milione di abitanti), mentre alla Fiat in alcuni reparti più dell'80% degli operai é di origine meridionale.

La massiccia immigrazione non fu solo un fenomeno numerico, ma anche e soprattutto sociale, con gravi problemi di integrazione. Più della metà degli immigrati proveniva infatti dal Sud e dalle isole (alla fine degli anni ‘60 Torino era diventata la terza più grande città “meridionale” d’Italia dopo Napoli e Palermo), circa il 60% non aveva neppure la licenza media. Fu un periodo di condizioni abitative precarie e di difficile integrazione: i nuovi arrivati, prevalentemente giovani senza famiglia, andavano spesso a vivere in pensioni in cui si dormiva a turno nello stesso letto, in baracche, soffitte, scantinati, ricoveri organizzati dall'assistenza pubblica e da istituzioni religiose, fatiscenti case di ringhiera, ex caserme abbandonate, case destinate alla demolizione. (Levi 1999, Musso 1999).

3. Nel 1999 la Motorola, multinazionale dell’elettronica produttrice di di microprocessori e telefoni cellulari, è alla ricerca della migliore localizzazione del proprio nuovo centro studi e ricerca europeo. L’investimento iniziale prevede circa 80 milioni di euro, con la previsione della creazione di circa 350 posti di lavoro con alti profili in ricerca e sviluppo. Molto elevato dunque il potenziale di incidere in termini di risorse mobili, come l’attrazione di personale umano qualificato, ma anche di rafforzare le risorse immobili, come ad esempio la capacità di ricerca applicata dei laboratori delle università locali.

A contendersi l’insediamento sono, in fase avanzata di negoziazione, la città di Torino e quella di Cesena. La scelta della Motorola ricade su Torino, non solo per la presenza del Politecnico (Cesena metteva in campo la propria neonata facoltà di informatica) con cui già collaborava, ma soprattutto per un pacchetto di politiche intenzionali delle autorità locali torinesi che produssero un progetto complessivo incentrato su investimenti in ricerca ed innovazione.

Torino fu meglio preparata in quella fase ad offrire alle imprese esterne beni collettivi locali per la competitività, ovvero l’insieme di fattori tangibili (infrastrutture di insediamento e di ricerca, ad esempio) e intangibili (ovvero la conoscenza depositata nei laboratori dell’Università locale e la capacità di proporre un progetto complessivo di sviluppo della città).

Torino aveva, infatti, iniziato proprio sulla fine degli anni ’90 un processo strategico di sviluppo fortemente basato su politiche intenzionali orientate alla salvaguardia della specializzazione produttiva locale, investendo al contempo su risorse latenti (come la specializzazione del terziario avanzato, le risorse culturali, etc. ) e puntando su di un grande evento internazionale come le Olimpiadi (capitale economico, ma anche simbolico).

Motorola ha chiuso il proprio centro nel 2008 a seguito di un piano di ristrutturazione complessivo. Purtroppo ciò insegna che in un contesto globale le risorse acquisite possono essere anche perdute e che lo scatto in avanti compiuto dagli attori locali non è compiuto per sempre, ma va alimentato e adattato costantemente alla realtà globale. (liberamente sintetizzato da Ciapetti 2010, p. 23-24)

4. Nel 2000, Torino è la prima città italiana ad adottare un Piano Strategico, imboccando una strada che negli anni successivi è stata seguita da molte altre città. Il primo Piano per la promozione della città nasce in un momento in cui si percepiva già acutamente la crisi dell’industria manifatturiera e della società fordista, dovuta al cambiamento socio-economico in atto nei paesi occidentali. Lavorando al Piano Strategico, Torino si è impegnata a elaborare un progetto per mantenere la propria capacità di produrre ricchezza e innovazione attraverso la diversificazione del sistema produttivo e il rinnovamento dell’immagine internazionale della città, il cui punto culminante è stato l’organizzazione delle Olimpiadi Invernali. Un secondo Piano, elaborato nel 2006, ha concentrato l’attenzione sul tema dell’economia della conoscenza.

Torino Internazionale, http://www.torinostrategica.it/

Attualmente la Città è impegnata a progettare il terzo piano strategico Torino Metropoli 2025 che delinea tre settori di sviluppo prioritari: l’imprenditorialità diffusa e diffusione d’impresa, il welfare come motore di sviluppo, un’offerta partecipata per un’industria produttiva. Fra le vocazioni del territorio si individuano la mobilità, la meccatronica, l’industria aerospaziale, la manifattura per cui da città dell’automotive Torino deve diventare città della mobilità intelligente, per la ricerca applicata al veicolo, alle infrastrutture e ai sistemi di trasporto intelligente. La qualità della vita, utile come fattore di attrazione, dà a Torino anche opportunità produttive, legate ad esempio al cibo e ai prodotti agroalimentari. Lo stesso fanno economie come il turismo, o perfino la movida.

Relativamente al welfare si ritiene che da peso sul bilancio possa diventare fonte di valore. “Il welfare va capovolto: per garantire servizi di qualità economicamente sostenibili è necessario adottare modelli imprenditoriali anche in questo settore. Immaginiamo una collaborazione tra pubblico e privato in cui l’assistenza diventi fattore di sviluppo. Non significherà avere meno welfare, ma un welfare diverso. Un sistema di servizi che coinvolge direttamente i cittadini, attento alla complessità sociale ed al valore delle relazioni per combinare centralità della persona e dimensione del profitto.”

Associazione Torino internazionale, 2012, Torino, la città delle opportunità, p. 79 http://www.torinostrategica.it/wp-content/uploads/2013/04/Task_Force.pdf

3. Nel 2013 Torino ospita una comunità universitaria di circa 100.000 persone (studenti, insegnanti, docenti, ricercatori, visiting professors) che in pratica rappresenta più del 10% della sua popolazione. Gli studenti fuori sede sono il 20% e di questi il 7% sono stranieri, con un trend costantemente in ascesa negli ultimi anni.

Con il Progetto “Torino Città Universitaria” il Comune, unitamente agli Atenei Torinesi e all’Edisu, riconosce questa situazione come asset territoriale e lo inserisce tra i suoi assi strategici di sviluppo territoriale verso la creazione di un polo di formazione e cultura attraverso l’offerta di maggiori opportunità e servizi per facilitare lo studio e la permanenza nella città agli studenti universitari.

Le aree di intervento riguardano: le residenze universitarie (attraverso la concessione a privati di aree ed edifici dismessi per essere riqualificati e trasformati in residenze universitarie, o la raccolta di un’adeguata offerta di alloggi dal libero mercato prevedendo sgravi fiscali e garanzie per i proprietari che affittano a studenti); l’organizzazione dei trasporti pubblici in funzione della mobilità studentesca che osservi tempi e orari più lunghi nei weekend o contempli la possibilità di incrementare il servizio di noleggio bici; servizi culturali scontati per gli studenti; percorsi facilitati per l’assistenza sanitaria.

Il progetto si sviluppa attraverso le direttrici dell’internazionalizzazione, dell’orientamento in ingresso e in uscita dai percorsi universitari, della creazione di un sistema articolato tra Università, mondo imprenditoriale e lavoro e della sostenibilità attraverso l’iniziativa Torino Smart City che propone stili di vita e di consumo ecocompatibili.

Il luogo simbolo di Torino Città Universitaria é la struttura Murazzi Student Zone: spazio di studio, di aggregazione e di attività culturali con postazioni informatiche e connessioni wireles .






[1] Novelli D., 2012, Splendore e decadenza di Torino: 1865, un appello agli imprenditori, NUOVA SOCIETA’ , Giovedì, 04 Ottobre 2012, (Il documento originale è riportato da Caroli M. G., 2006, p. 43-44).http://archivio.nuovasocieta.it/editoriali/splendore-e-decadenza-di-torino-1865-un-appello-agli-imprenditori.html
[2] Dal nome del Segretario di Stato americano George C. Marshall. Gigantesco piano quinquennale (1947-52) degli Stati Uniti per la ricostruzione economica e riconversione dell’economia di guerra dei paesi colpiti dal secondo conflitto mondiale attraverso aiuti finanziari (in beni e servizi) e scambi commerciali. Prevedeva uno stanziamento iniziale di 5 miliardi di dollari cui sarebbe seguita la donazione a fondo perduto di altri 12,4 miliardi di dollari. Al termine del piano gli Stati Uniti avevano speso complessivamente 13,2 miliardi di dollari, dei quali, 3.2 andarono alla Gran Bretagna, 2.7 alla Francia, 1.5 all'Italia 1.4 alla Germania.

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