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Merlo G., Bordone G., “Guida alla programmazione sociale. Teorie, pratiche, contesti”, Carocci faber 2025
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DEFINIZIONE: paradigma teorico e metodologico che permette di comprendere come le diverse identità sociali (genere, etnia, classe sociale, orientamento sessuale, disabilità, età, etc.) non agiscano come compartimenti stagni, ma si intreccino influenzandosi a vicenda.
L'intersezionalità nasce come sviluppo della Standpoint Theory (Hartsock, 1983; Haraway, 1988, si veda la scheda relativa): se il posizionamento teorizza che ogni conoscenza dipende dal punto di osservazione di chi la produce, l'intersezionalità mostra che quel punto di osservazione non è mai unico né omogeneo neppure all'interno dello stesso gruppo sociale, perché si articola simultaneamente lungo più assi di identità. Kimberlé Crenshaw (1989) e Patricia Hill Collins (1990) mostrano come i soggetti collocati all'incrocio di più assi di appartenenza sociale (l'esempio storico è quello delle donne afroamericane) restino sotto-rappresentati nelle analisi costruite attorno a un'unica dimensione (solo genere, o sola origine etnica).
Questo approccio si collega strettamente:
ai determinanti sociali della salute, dove le disuguaglianze sono il risultato di fattori tra loro intrecciati (sociali, economici, psicologici, territoriali, relazionali, ambientali);
alla causalità multifattoriale probabilistica, vista come risultante dell'interazione di diverse cause (fattori) che agiscono trasversalmente e longitudinalmente; le previsioni sono espresse in termini di probabilità o rischio di un evento, cioè un insieme di probabilità associate a tutti i possibili risultati futuri.
Nella programmazione sociale, l'intersezionalità viene assunta come strumento tecnico di indagine e rappresentazione della variabilità interna alla stessa condizione di genere (ad es. la differenziazione degli impatti tra donne occupate e disoccupate, o madri e non madri, giovani e anziane). Essa evita che, ad esempio, la categoria "genere" venga trattata come un blocco monolitico e standardizzato, riconoscendo che i diversi fattori strutturali non sono compartimenti stagni, ma vettori che si intersecano e si combinano tra loro, modificando l'intensità e la natura delle disuguaglianze nel contesto reale (Collins, 1990; Crenshaw, 1989). In questo modo, l'approccio intersezionale costituisce una mappa per il governo della complessità sociale.
Questa operativizzazione tecnica richiede un adattamento rispetto all'ambito in cui il concetto è stato originariamente elaborato, quello degli studi sulle disuguaglianze sociali (Crenshaw, 1989; Collins, 1990). La sua applicazione nella programmazione sociale come protocollo tecnico-procedurale richiede quindi attenzione: tradotto meccanicamente, il concetto rischia di perdere la sua capacità di analisi e di ridursi a una semplice variabile aggiuntiva nei modelli di classificazione (Trappola dei troppi indicatori)
Pertanto, sono richieste almeno due cautele:
epistemologica: le categorie intersezionali non sono variabili precostituite da incrociare meccanicamente, ma costruzioni sociali che devono essere ridefinite in relazione al contesto specifico di intervento.
metodologica: un utilizzo puramente classificatorio dell'intersezionalità, fondato sulla moltiplicazione delle variabili, può produrre l'effetto opposto a quello cercato, frammentando i soggetti in sottocategorie statisticamente irrilevanti anziché mettere in evidenza le condizioni di svantaggio cumulativo che li caratterizzano.
In questo senso, l'intersezionalità come strumento tecnico mantiene la sua utilità a condizione che conservi la sua capacità di analisi: non limitarsi a descrivere la variabilità interna ai gruppi, ma verificare se i criteri di classificazione utilizzati colgono davvero le situazioni di maggiore vulnerabilità. Senza questo approccio, la programmazione ex-ante tende ad agire esclusivamente sulle categorie più visibili o sulle medie statistiche, applicando soluzioni standardizzate che lasciano ai margini le situazioni in cui si stratificano i maggiori fattori di vulnerabilità.
L'intersezionalità parte dall'individuo: mostra come più condizioni di svantaggio si combinino in uno stesso soggetto, con effetti diversi dalla semplice somma. La programmazione integrata agisce invece sul piano del sistema organizzativo, coordinando temi e ambiti territoriali per superare la frammentazione settoriale (si veda l'esempio delle donne immigrate, nella scheda collegata). I due piani sono complementari ma distinti: solo l'analisi a livello individuale può far emergere le condizioni di svantaggio cumulativo (i determinanti sociali della salute); il coordinamento offre lo strumento organizzativo per rispondervi.
Approfondimenti
Collins, P. H. (1990). Black Feminist Thought: Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment. Unwin Hyman.
Crenshaw, K. (1989). Demarginalizing the Intersection of Race and Sex. University of Chicago Legal Forum.
Giorgio Merlo agosto 2026Come citare questa scheda: Merlo G., Bordone G., Pianificazione, programmazione sociale [sito web], scheda "Indicatori di progetto" 2026. Disponibile su: https://sites.google.com/site/programmazionesociale/home/box-di-approfondimento/indicatori-di-progetto