Concessionari e politica mineraria in Italia

Articolazione dei concessionari a livello nazionale e regionale


A fronte di 2995 concessioni  sono stati registrati 1513 concessionari per una media di 1.98 concessioni per concessionario.

Si tratta, peraltro, di una distribuzione non omogenea (fig. 5), ma con forte concentrazione di siti nelle mani di pochi concessionari (solo 34 concessionari, pari al 2.25%, controllano almeno 10 siti, per un totale di 840 pari al 28.04% delle concessioni) mentre sono moltissimi i concessionari con solo 1 (1153 pari al 76.21%) o 2 concessioni (177 pari all’11.70%).

A queste considerazioni si deve aggiungere che i concessionari con il maggior numero di siti (tab. 1)  sono Enti pubblici con il compito di gestire gli aspetti socio-economici delle chiusure delle miniere (Ente Minerario Siciliano, con 179 siti) e/o il recupero ambientale e la bonifica dei siti dismessi (IGEA, società in House della Regione Sardegna, con 65 siti).

Seguono, finalmente, tre società le cui principali attività comprendono quella estrattiva: Montecatini (62 siti), Unione Cementi Marchino (54) e Italcementi (42).

Complessivamente, dei 34 concessionari con più di 9 concessioni solo 10 sono società prettamente minerarie, con attività prevalente in sotterraneo.

Per il resto, oltre a 8 società di gestione, sono presenti 11 cementiere, 2 di minerali ceramici e/o industriali, 2 di autoproduzione di combustibili per produzione di energia elettrica e 1 di sali.

Anche l’articolazione a livello regionale (tab. 2) conferma l’andamento nazionale, andando da un massimo di 2.50 siti per concessionario del Piemonte al minimo di 1.17 della Basilicata, con una presenza prevalente in alcune regioni di società cementiere (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli VG e Basilicata) e di società di minerali ceramici e/o industriali (Puglia, Veneto e Molise). 

Sono 7, infine, i concessionari che hanno operato in 5 o più regioni, di cui 2 sono società di gestione (A.M.M.I. e Ferromin) e 2 società cementiere (tab. 3). Di questi, solo 2 hanno operato in un numero maggioritario di regioni: Montecatini (in 13), Italcementi (in 13). 

Tab. 1 - Lista dei concessionari con almeno 10 concessioni 

Tab. 2 -  Articolazione regionale del numero medio di concessioni per concessionario

Tab. 3 -  Lista concessionari operanti in 5 o più regioni

I concessionari stranieri


In tab. 4 è riportata la lista dei principali concessionari stranieri che hanno operato in Italia, completa di regione di principale attività e di stima del periodo operativo.

Si tratta di 52 concessionari: inglesi (27), francesi (9), tedeschi (6), belgi (5), svizzeri (2), australiani (1), statunitensi-australiani (1), franco-inglesi (1).

Tab. 4 - Lista dei principali concessionari esteri che hanno operato in Italia

Anche in questo caso sono molto rari i concessionari che hanno operato in più regioni: De la Vieille Montagne (Lombardia, Sardegna, Piemonte), Soc. Mineraria e Metallurgica Pertusola (Sardegna, Friuli, Veneto), The United Mines Company Ltd. (Lombardia, Sardegna), l’inglese Ing. C. W. Wright (Sardegna, Veneto).

Per quanto riguarda l’evoluzione temporale di tale attività, i grafici di figg. 2-3 la mostrano in relazione alla nazionalità dei concessionari e alle principali regioni di attività, rispettivamente 

Fig. 2 -  Evoluzione temporale della presenza di concessionari esteri, articolata per nazionalità 

Fig. 3 - Evoluzione temporale della presenza di concessionari esteri, articolata per regioni

A partire dalla metà del XIX secolo si osserva un andamento crescente fino al massimo di 33 concessionari attivi (fig. 2) nella prima decade del XX secolo. Il numero si mantiene elevato (26) nella seconda decade, per poi decrescere a 16 siti negli anni ‘20, principalmente a causa dello scoppio della 1a guerra mondiale, con il conseguente esproprio delle concessioni di società appartenenti a paesi belligeranti con l’Italia, principalmente tedeschi.

Il trend di decrescita continua nei decenni successivi, in particolare negli anni ’30 con l’affermarsi della politica autarchica fascista, in parte causata dalle sanzioni contro l’Italia per la colonizzazione dell’Etiopia, in parte perché fortemente connaturata al regime stesso.

Allo scoppio della 2a guerra mondiale sono ancora operative in Italia solo 9 società (5 inglesi, 3 belghe e 1 franco-inglese), ma alla fine della guerra solo 3 sopravviveranno: la franco-inglese Pertusola, e le inglesi Aveline Company e Monte Rosa Gold Mining.

Quest’ultime due abbandoneranno nel 1952 e nel 1966 rispettivamente, mentre la Pertusola rinuncerà alla concessione di Salafossa nel 1987, segnando così la momentanea fine della presenza delle società minerarie straniere in Italia, che riprenderà a partire dagli anni ’90 ma con solo 5 società (2 francesi, 1 svizzera, 1 australiana e 1 austro-statunitense), tornate ad operare in Italia anche se, per ora, con scarsi risultati.

Per quanto riguarda le regioni in cui hanno operato le società estere (fig.3), in particolare nel periodo di maggiore attività a cavallo dei due secoli, si distinguono: la Sardegna (12 società), il Piemonte (11), la Lombardia (10) e l’Abruzzo e la Sicilia (6), queste ultime due nel comparto Asfalto e bitumi del pescarese e del ragusano. 

Brevi considerazioni sulla politica mineraria italiana


Nella Storia l’Italia è stata terra di miniere, minatori, periti e ingegneri minerari, ma senza una precisa strategia di politica mineraria a livello industriale .

La estrema parcellizzazione dei concessionari minerari, sia a livello nazionale che regionale, la quasi totale mancanza di società concessionarie operanti su tutto il territorio nazionale, la ridotta partecipazione di società straniere, limitata sostanzialmente al periodo “pionieristico”, la gestione pubblica del settore, cominciata già nel periodo autarchico ma rafforzata a partire dal 2° dopoguerra, attraverso società contenitore aventi il solo lo scopo di gestire la chiusura delle miniere garantendo il minimo impatto sociale possibile, testimoniano questa mancanza di una politica delle materie prime dell’Italia, unica tra gli Stati europei.

Dopo l’Unità del 1861, nonostante l’istituzione del Servizio minerario e dei Distretti minerari e la spinta di un personaggio come Quintino Sella, statista, economista, ingegnere minerario e cristallografo, autore nel 1871 di una Relazione alla Camera dei Deputati sulle “Condizioni dell’Industria Mineraria nell’isola di Sardegna”, dovettero passare ben 66 anni prima che la legislazione mineraria, già diversificata in funzione della legislazione degli Stati pre-unitari, venisse unificata sull’intero territorio nazionale con il RD 1443/1927, che «rappresenta un esempio insuperato di semplicità, di certezza espositiva e di scelta legislativa. In pochi articoli, straordinariamente brevi e di immediata applicabilità, sono stati enunciati i principi fondanti delle scelte amministrative per il settore minerario, che sono stati applicati, dalle strutture statali e dalla funzione giurisdizionale, per circa ottanta anni senza difficoltà alcuna e senza la necessità di un regolamento attuativo, pur previsto dal regio decreto stesso, ma mai emanato. La struttura chiara e lineare del regio decreto 1443/1927 ha permesso di operare in assenza di vincoli burocratici soffocanti ed ingiustificati, con chiarezza di ruoli e di obiettivi» (Domenico Savoca, Presidente ANIM, 2015).

Tuttavia, dopo quasi un secolo dalla sua emanazione «l’elevata qualità formale del regio decreto non può sopperire ai cambiamenti sostanziali verificatisi sul sistema produttivo nazionale e alle intervenute esigenze di tutela dell’ambiente, del paesaggio e della biodiversità, non presenti al momento dell’entrata in vigore dello stesso regio decreto... [A differenza di quanto previsto dalla legislazione italiana che prevede minerali di 1a categoria (miniere) e di 2a categoria (cave)] a livello comunitario le attività estrattive sono considerate in modo unitario, all’interno della politica delle materie prime, in quanto si ritiene che ogni minerale abbia un suo uso e una sua funzione specifica nel sistema produttivo europeo, senza privilegiare particolari tipologie merceologiche... Pur nell’unitarietà di una politica delle materie prime, non possono essere trattati secondo gli stessi principi normativi tutti i materiali oggetto di attività estrattiva, per i differenti impatti sull’ambiente e sul paesaggio, per la differente struttura economica delle aziende produttrici e di quelle utilizzatrici, per il diverso significato commerciale delle attività estrattive, legato alla particolare richiesta del mercato e alle sue dimensioni. Appare ormai riconosciuto a livello internazionale che una suddivisione ideale delle attività estrattive possa essere inquadrata in base alle seguenti tre tipologie: attività estrattive di minerali metallici, attività estrattive di minerali industriali, attività estrattive di materiali da costruzione... I tre gruppi di attività estrattive dovranno essere differenziati dal legislatore con riferimento alle fasi di programmazione e pianificazione, di Valutazione ambientale Strategica, di certificazioni ambientali, di compensazioni e mitigazioni ambientali, di rapporto con la legislazione urbanistica, di vincoli territoriali derivanti dalla programmazione regionale e dall’applicazione di Natura 2000...» (Savoca, 2015).

Inoltre, l’attuale modifica del paradigma energetico, passato dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili e alla mobilità elettrica, richiede l’uso di materie prime rare (CRM, Critical Raw Materials), generalmente non coltivate in passato, potenzialmente presenti nelle discariche di rifiuti estrattivi e le cui riserve non sono note, anche perché non ancora cercate.

La UE ha fornito una lista dei più importanti CRW aggiornata al 2020 (tab. 5), che dovrebbero essere oggetto di studio e approfondimento in rapporto alla situazione italiana «al fine di fornire alle regioni, cui compete l’attività di programmazione e pianificazione delle attività estrattive di cava, i necessari strumenti per favorire lo sviluppo delle attività a maggior rilevanza strategica operanti sul territorio nazionale... Si tratta di un compito estremamente gravoso ma necessario da assolvere, finalizzato alla individuazione dei parametri di tipo economico, ambientale e sociale che determinano la strategicità di alcune lavorazioni e quindi perseguendo un obiettivo e un modello di sviluppo che tenga conto di tali parametri. Perché il settore delle attività estrattive possa risentire positivamente dell’intervento legislativo e programmatorio della Pubblica amministrazione occorrono professionisti validi e competenti, formati dalle Università attraverso piani di studio che comprendano le materie di riferimento per una effettiva attività professionale sul territorio. Attualmente la formazione universitaria propone una offerta fortemente carente in termini di competenze minerarie per la programmazione dello sviluppo del settore estrattivo e per la progettazione e gestione dei siti minerari...» (Savoca, 2015).

Tab. 5 - La lista UE delle principali materie prime critiche (CRM) aggiornata al 2020