"Rabbuni, che io veda di nuovo”
(Mc 10,46-52)
La liturgia di oggi è una liturgia che ci richiama alla luce, alla gioia, alla fede.
La luce e la gioia sono richiamate nella prima lettura con il ritorno del popolo eletto dall’esilio (Geremia). Dio si è ricordato del «resto d' Israele » che gli è rimasto fedele e lui stesso si è fatto sua guida per il rimpatrio.
Luce: tutti ritornano, anche i più malandati e sofferenti, anche « il cieco e lo zoppo (ivi 8) »perché quando è Dio che conduce, i ciechi sono illuminati e gli zoppi camminano senza claudicare.
Gioia: troviamo espresso nel Salmo responsoriale. Leggiamo: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi. Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo»", questo salmo di esultanza e di gioia ricorda la felicità degli israeliti quando seppero del decreto di Ciro per il rimpatrio del popolo eletto alla terra dei suoi avi, e la loro speranza di ricostruire il tempio e la città santa. Era cantato nei pellegrinaggi a Gerusalemme, e specialmente nelle feste ebraiche più importanti. Per questo fu chiamato «Canto delle ascensioni». Il Negheb è un deserto a sud della Palestina che, durante il periodo delle piogge, l'acqua che scendeva a torrenti trasformava per qualche tempo in un'oasi. Così pure i deportati della cattività babilonese tornano in Israele, spopolato e deserto, e chiedono al Signore che rinnovi la terra, che stabilisca un'epoca nuova colma di benedizioni. Le loro lacrime si trasformarono in semi di conversione e di pentimento per i peccati che avevano provocato il passato castigo. E così come chi semina sparge la semente con fatica mescolandola con lacrime, ma un giorno potrà tornare dal campo con le messi che aveva seminato nella pena, così il popolo eletto avendo seminato lacrime riparatrici, torna ora portando messi di gioia e di liberazione .
Fede: Il ritorno dall’esilio è bella figura della conversione interiore dalle tenebre e dalle deviazioni del peccato. Dopo la cecità spirituale e il continuo zoppicare tra il bene e il male, l'uomo, illuminato dalla luce divina, può procedere per la via retta che lo conduce a Dio. Il suo ritorno è gioioso come quello d'Israele « Io li conduco consolandoli; li faccio venire ai fiumi d'acqua attraverso la giusta strada nella quale non inciamperanno; perché sono divenuto un padre per Israele » (ivi 9). Così il Signore dice al suo popolo e così dice ad ogni uomo che a lui si converte. Se i primi passi del ritorno possono essere penosi e difficili, Dio, come padre amoroso, si fa incontro alla sua creatura, la conforta con l'acqua viva della grazia, la sostiene nella lotta, le agevola il cammino.
Il Vangelo del giorno (Mc 10, 46-52) riprende il tema, della luce e della gioia, sotto il duplice aspetto della guarigione e della conversione a Cristo di un cieco. Gesù, il Messia, è venuto a guarire i ciechi, a salvare l’uomo dalle sue infermità e a condurlo nella vera patria.
Gesù sta uscendo da Gerico e Bartimeo, che siede sulla strada mendicando, gli grida: « Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me » (ivi 47). Lo vogliono far tacere, ma lui grida ancora più forte perché, cieco nel corpo, è veggente nello spirito e riconosce in Gesù il Messia, il « Figlio di Davide », il Figlio di Dio. La fede gli impedisce di tacere; egli è sicuro che troverà in Gesù la salvezza. Ed è così teso verso di lui che appena il Maestro lo chiama, getta via il mantello, balza in piedi e gli è davanti. Il Signore lo interroga: « Che vuoi che ti faccia? » e lui: « Rabbuni, che io veda » (ivi 51). Dialogo quanto mai breve ma essenziale, esprimente da parte di Gesù l'onnipotenza e da parte di Bartimeo la fede. L'incontro di queste due forze fa scattare il miracolo: « E subito vide » (ivi 52). Gli occhi spenti del cieco s'illuminano e vedono Gesù; vederlo e seguirlo è tutt'uno. Alla luce esteriore corrisponde quella interiore e Bartimeo si mette alla sequela del Signore.
Il cieco del Vangelo rappresenta la povera umanità che giace negli abissi del peccato. L'umanità ha sempre bisogno della «luce» che viene da Dio: la luce della verità, la luce della vita, la luce dell'amore, la luce del bene: è la luce necessaria per vincere le tenebre dell'errore e della corruzione, della morte e del male. Il regno di satana nel mondo, lo sappiamo da Gesù stesso, è il regno di colui che vuole imporre sull'umanità «l'impero delle tenebre» (Lc 22,53), e nessuno può essere così ingenuo da credere che i «figli delle tenebre» (cf. Le 16,8) non siano sempre operosi e attivi in ogni modo e maniera, in ogni tempo e luogo. Di qui la necessità, l'urgenza della «luce» che illumini i nostri passi. Negli ultimi giorni della vita di san Pio da Pietrelcina, in una conversazione con un gruppetto di figli spirituali, alla richiesta di una valutazione sulle condizioni attuali del mondo e dell'umanità, Padre Pio rispose con due battute terribili, quasi lapidare. La prima battuta: «Tutte tenebre!»; la seconda battuta: «Il mondo sta in braccio a satana!». Sono due battute micidiali che equivalgono in pieno all'espressione di Gesù sull'«impero delle tenebre» da parte del «principe» delle tenebre (cf. Le 22,53).
La tragedia più grande del mondo d'oggi è la cecità spirituale, vale a dire, la cecità di chi non vuole accettare la luce del Vangelo. Dopo venti secoli di cristianesimo, è questo il peccato più grave dell’uomo: il rifiuto ostinato delle verità rivelate da Cristo. Una moltitudine senza numero di cristiani vive oggi in questa miseria spirituale, che è peggiore di quella in cui vivono i pagani. Lontano da Gesù, l’uomo è un povero cieco che ha smarrito la strada e procede a tastoni in mezzo a pericoli d'ogni sorta. In questa difficile situazione, però, Gesù non abbandona l’uomo, ma gli passa accanto per incontrarlo e per guarirlo dalla sua cecità.
“Rabbunì, che io riabbia la vista!” (Mc 10,51). Il grido accorato del povero cieco di Gerico, implorante aiuto e misericordia da Gesù. Ogni creatura, ogni persona, credente deve fare propria la supplica del cieco al Signore per ottenere o accrescere il dono della fede. Questa luce interiore è indispensabile al cristiano in tutte le tappe del suo lungo e difficile cammino: dalle tenebre del peccato alla luce della grazia di Dio, alla vera conversione, alla santità più sublime.
Il S. Rosario. Luce sul nostro cammino
Preghiamo in modo particolare il S. Rosario, per avere la luce: infatti il S. Rosario è fonte di luce. Infatti, il Papa Giovanni Paolo II nell’ottobre 2002,donò alla Chiesa i cinque “misteri della luce” nel Rosario, riportando alla nostra meditazione e contemplazione questa “luce divina” che si irradia da Cristo, in Cristo e per Cristo nel Vangelo della sua vita pubblica. È un dono estremamente salutare, questi «misteri della luce» per fugare le tenebre che ci circondano da ogni lato e per poter vivere da «figli della luce» (Lc16,8).
Il Rosario è la scuola più semplice, è la catechesi più sicura, è il metodo più efficace per la formazione cristiana secondo la verità di Dio, la luce di Dio, la grazia di Dio e l'esempio dei Santi. Anche san Giovanni Bosco, grande educatore e formatore della gioventù cristiana, pose a fondamento del suo metodo di formazione cristiana dei ragazzi e dei giovani la recita del Santo Rosario. E quando il marchese Roberto D'Azeglio fece una visita al grande Oratorio dei ragazzi, se rimase davvero ammirato di tutta l'opera di san Giovanni Bosco, non apprezzò però una cosa di cui subito volle parlare a Don Bosco, ossia della recita giornaliera del Santo Rosario da parte dei ragazzi; questa pratica il marchese la considerava inutile, noiosa, non adatta a ragazzi e a giovani, e quindi da abolire. Ma Don Bosco gli rispose subito con fermezza unita a dolcezza: «Ebbene, caro marchese, io invece ci tengo molto a tale pratica e su questo potrei dire che è fondata la mia istituzione; e sarei dispostoa lasciare piuttosto tante altre cose ben importanti, ma non questa».
La scuola del Rosario è scuola di luce sul nostro cammino, è scuola di grazia contro gli errori e i vizi, come diceva un'antica antifona della Liturgia delle ore nel giorno della festa del 7 ottobre, in cui si afferma che il Santo Rosario è «singolare presidio contro le eresie e contro i vizi». E proprio per questo il demonio si è accanito contro il Rosario cercando di strapparlo dalle mani di molti fedeli, tentando quasi quasi di distruggerlo. Ma non ci riuscirà mai. Così, infatti, rispose un giorno san Pio da Pietrelcina a chi si lamentava che il Rosario stesse scomparendo da molte chiese e famiglie, a causa di certi rovinosi aggiornamenti che, nel postconcilio, non sembravano risparmiare affatto il Santo Rosario dalla distruzione, perché ritenuto preghiera antica, antiliturgica, privata e monotona: «Satana mira a distruggere questa preghiera - rispose Padre Pio - ma non ci riuscirà mai: è la preghiera di Colei che trionfa su tutto e su tutti». Tocca a tutti noi, però, riprendere in mano la santa corona, come hanno sempre raccomandato i Sommi Pontefici e la Madonna stessa (Lourdes, Fatima), per vivere da «figli della luce» (Lc 16,8), indossando le «armi della luce» (Rm 13,12).
Gesù guarisce il cieco di Gerico