Natale del Signore
Commento alla Liturgia
Per un’antica tradizione (VI secolo), il giorno di Natale i sacerdoti possono celebrare tre SS. Messe, che la Liturgia attuale ha così suddiviso: Messa della notte, dell’aurora e del giorno. In ognuna di esse viene proclamato un brano evangelico specifico:
la notte il racconto della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme e dell’apparizione dell’angelo ai pastori in un campo nei pressi di Betlemme, con la rivelazione della nascita del Cristo Signore.
Alla S. Messa dell’aurora viene proclamato il vangelo della visita dei pastori al neonato Messia.
Il giorno si legge il prologo del vangelo di san Giovanni.
Tutti e tre i brani evangelici ci rivelano qualche aspetto dell’evento così singolare del Natale, permettendoci di cogliere il senso profondo del mistero che oggi celebriamo, e di poterlo attualizzare nella nostra vita.
La celebrazione della notte ci fa contemplare il compimento delle antiche promesse fatte ad Israele.
Nel libro di Isaia (I Lettura) viene preannunziata la venuta del messia, che porterà la gioia, la pace e la luce ad un popolo immerso nelle tenebre. Un bambino è nato per noi, dice il profeta. E questo bambino è chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della Pace (Is 9,5). La Liturgia rivela il senso profondo di queste parole applicandole a Gesù Bambino, che è l’unico a godere di queste prerogative in senso pieno e in modo perfetto, in quanto vero Dio e vero uomo. La Lettera a Tito (II Lettura) definisce la venuta di Cristo nel mondo come un’epifania della grazia di Dio: È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11). Indica poi il senso della venuta del Messia, che ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro, che gli appartenga, zelante nelle opere buone (Tt 2,14).
Il brano evangelico (Lc 2,1-14) narra i fatti relativi alla nascita di Gesù. In tal modo mostra che il Regno di Dio è giunto, è iniziata la salvezza d’Israele e del mondo intero. È sconvolgente però il modo in cui questa visita si è compiuta. Israele attendeva un Messia guerriero, potente, capace di liberare il popolo dall’oppressione degli stranieri romani, insomma, si aspettava un Messia glorioso, più di un imperatore. Invece, un bambino, all’apparenza comune, anzi poverissimo, che non ha nemmeno la possibilità di nascere nella sua casa o in una casa; un bambino senza nulla e per di più sconosciuto a Betlemme e perciò rifiutato, non essendoci posto per loro anche nell’albergo. E così il Messia, il Verbo di Dio, il Figlio dell’Altissimo nasce in una povera grotta ed è deposto in una mangiatoia per animali. Quale contrasto tra questa scena e la nostra vita, tra tanta umiltà, povertà, nascondimento, obbedienza, disagi senza numero e la nostra superbia, orgoglio, sfrenata ricerca di ricchezza, di comodità e di piacere!
Eppure questa nascita ha procurato la vera gioia per tutti, come dice l’angelo ai pastori: Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore (Lc 2,10s). È nato il salvatore, colui che sconfigge definitivamente il peccato e la morte e che ci ridona la grazia divina, rendendoci partecipi della natura divina.
Nel brano evangelico della S. Messa dell’aurora vengono presentati tre modi di accoglienza del Bambino Gesù. Il primo è la risposta dei pastori che, subito dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, decidono di recarsi a contemplare il loro salvatore. Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia (Lc 2,16), proprio come aveva detto loro l’angelo. I pastori erano gente semplice, disprezzata dai farisei e dai sacerdoti, perché, non potendo recarsi al Tempio e non potendo frequentare le loro lezioni, non osservavano tanti precetti minimi da loro insegnati e spesso da loro stessi inventati, né pagavano le tasse a causa della loro estrema povertà. Erano gli ultimi della società d’allora. Eppure proprio a loro Dio rivela la nascita del salvatore, proprio loro sono i primi a contemplare il Verbo di Dio fatto carne. I pastori mostrano prontezza nell’accogliere il messaggio divino, a dispetto della loro bassa reputazione. Invece, dovevano essere gente di buona coscienza, ben disposta nei confronti di Dio, molto più di tanti, che si ritenevano giusti ma non lo erano.
Il secondo modo con cui viene accolto Gesù è quello di tutti coloro che udirono e che si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Costoro, però, rimangono innominati e di essi mai più si parlerà nel vangelo. Non viene narrata altra risposta da parte loro, mentre dei pastori si dice che alla fine se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto (2,20). Il secondo modo di accoglienza di Gesù è rappresentativo di coloro che ascoltano la Parola di Dio ma non si fanno conquistare da essa e non vi uniformano tutta la loro vita. Siamo noi quando pratichiamo una religiosità basata sul sentimento ma che si tira indietro davanti alle esigenze forti e concrete del vangelo.
In netto contrasto con questo secondo atteggiamento è il terzo modo di accoglienza di Gesù e di tutte le cose riguardanti Lui. È l’atteggiamento di Maria, la Madre. Dice san Luca che Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore (2,19). Il Natale dunque va conservato nel cuore e meditato, altrimenti rischia di rimanere inefficace, di lasciarci come ci ha trovati, freddi e vuoti, molto peggio della grotta che fu la prima dimora del Signore, riscaldata e arricchita dalla presenza materna di Maria e da quella di san Giuseppe.
Il vangelo della S. Messa del giorno propone alla nostra meditazione il brano del prologo del vangelo di Giovanni. Se prima abbiamo contemplato l’origine umana del Figlio di Dio, che agli occhi del mondo nasconde la sua divinità, ora la Liturgia attraverso l’evangelista Giovanni rivela chiaramente l’identità divina di questo piccolo e povero Bambino, che con la sua nascita, la sua vita, la sua Passione e morte e la sua risurrezione ha cambiato le sorti dell’umanità intera.
San Giovanni presenta prima l’origine eterna del Verbo, che era in principio, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. E finalmente il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,1.14). In questo modo siamo posti di fronte al grande mistero della venuta di Dio in forma umana nel mondo, per salvarci ed elevarci alla dignità di figli di Dio e di coeredi di Cristo. Questo è per noi anche una grande responsabilità, perché se questo Bambino è, com’è veramente, il Figlio di Dio, allora tutte le sue parole e solo le sue parole e tutte le sue azioni e solo le sue azioni sono per noi salvifiche ed elevanti. Seguirle è per noi un titolo di gloria, rifiutarle è grande disgrazia.
Un giorno, quindi, il Natale di grandi grazie e perciò di tanta gioia e felicità, di fronte a tanta bontà e misericordia manifestata da Dio verso di noi, un Dio che attende la nostra risposta di fede e di amore.
San Pio da Pietrelcina, da vero figlio di san Francesco, viveva ogni anno il Natale come un evento straordinario di grazia, che gli riempiva il cuore di santi affetti e pensieri. Lo scopriamo, tra l’altro, da una sua lettera inviata a P. Agostino il 28 dicembre 1917, in cui scrive: Mio carissimo padre, il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che fece sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia! Oh Dio, padre mio, non saprei esprimervi tutto quello che sentii nel cuore in questa felicissima notte. Mi sentivo il cuore traboccante di un santo amore verso il nostro Dio umanato (Epistolario, San Giovanni Rotondo1987,pp. 981s).