Omelia della 31 Domenica TO - Anno A
«Dicono e non fanno»
(Mt. 23,1-12)
Le letture della S. Messa odierna sono un forte richiamo per coloro che nella Chiesa hanno funzione di guide dottrinale, pastorale e spirituale (pastori, teologi, religiosi), a compiere bene il loro delicato ufficio, con fedeltà alla Parola di Dio, con zelo e con amore, senza badare a sacrifici e fatiche, senza ipocrisie e ambizioni, in spirito di concordia e unione fraterna, sotto la protezione dell’unico Padre celeste.
Siete stati d'inciampo a molti col vostro insegnamento!
In parallelismo perfetto con la critica sferzante di Gesù contro gli scribi e i farisei, pessimi maestri della legge di Mosè, la prima lettura ci presenta un passo altrettanto violento del profeta Malachia, dell’AT. Si tratta di una requisitoria tremenda contro i sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Per le loro colpe cultuali essi vengono addirittura maledetti da Dio. Richiamando la funzione propria del sacerdote, viene affermato che le sue labbra "devono custodire la scienza dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2,7). Compito di ogni sacerdote è di essere custode - in mezzo al suo popolo - del mistero di Dio e della sua rivelazione, insegnando ai fedeli la via giusta per conoscere Dio e per andate verso di lui. Invece, i sacerdoti del tempio di Gerusalemme si sono allontanati essi stessi dalla retta via; hanno cioè trasgredito per primi la legge del Signore con le loro ripetute infedeltà allo spirito dell'Alleanza. Conseguentemente, essi sono stati «d'inciampo a molti» con il loro insegnamento perverso (2,8). Per questo tali sacerdoti, infedeli a Dio, sono diventati "spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo” (2,9). Dio minaccia quindi il castigo più severo ai sacerdoti, se essi non porranno più il Signore al primo posto, dando tutta la gloria dovuta al suo nome: «Manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni» (2,1). Sono parole di una durezza estrema. Esse interrogano ognuno di noi, sacerdoti della nuova Alleanza, richiamano la nostra tremenda responsabilità di ministri dell'Eucaristia e della misericordia del Padre, messaggeri del Signore in mezzo ai fratelli nella fede.
Il passo liturgico della prima lettura termina con un invito rivolto a tutti ad agire con rettitudine, riconoscendo che tutti siamo stati creati dallo stesso Dio e abbiamo in lui il Padre comune (2,10). Nello stesso tempo il monito del profeta Malachia c'invita tutti a porgere un ascolto attento alla parola di Dio, a cercare sempre la gloria del suo nome.
Gesù contro l'ipocrisia e la vanità
Nel passo odierno del Vangelo, Gesù si rivolge alla folla e ai suoi discepoli. La sua parola assume subito il tono dell'ammonimento, è un invito a stare in guardia, ad aprire bene gli occhi: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23, 2-3). Gesù parte da un dato storico: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei». Costoro svolgono di fatto l'insegnamento della Legge data da Dio a Mosè nell'Alleanza. Il giudaismo del tempo riteneva che soprattutto gli scribi fossero in continuità diretta con l'ufficio d'insegnamento svolto prima dai profeti, dagli anziani, da Giosuè e in origine da Mosè.
Gesù qui non mette in discussione la legittimità dell'insegnamento fatto dagli scribi e dai farisei. Altre volte lo stesso Gesù aveva rimproverato e criticato le loro interpretazioni arbitrarie della Legge (Mt 12,1-8; 15,1-20; 16,6). Ma ciò che il Cristo critica severamente è l'incongruenza manifesta tra quanto scribi e farisei insegnano come dottrina vera e la loro pratica peccaminosa. E solo il Cristo poteva muovere un rimprovero così aperto, poiché soltanto lui è senza peccato e conosce il cuore di ogni uomo.
«Dicono e non fanno». Il peccato degli scribi e dei farisei consiste nel fatto che essi non praticano in nessun modo ciò che insegnano. Qui sta il nocciolo dell'ipocrisia che Gesù rigetta con tanta veemenza. In certo senso, si scaricano del peso dell'osservanza religiosa per addossarlo interamente sugli altri: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4).
Con quest'immagine Gesù accusa implicitamente gli scribi e i farisei di ritenersi dei «signori» che si ponevano al di sopra della Legge, o per lo meno si ritenevano dispensati dall'osservarla con quella scrupolosità, che essi esigevano invece dalla povera gente. Gesù invece, col suo insegnamento e con l'invito alla sua sequela, offre un «giogo dolce e un carico leggero» da portare (Mt 11,28-30). Il Signore ha riservato per Sé solo la parte più dura e più onerosa connessa col fare la volontà di Dio: portare la croce e morire in essa! Col secondo rimprovero Gesù redarguisce gli scribi e i farisei per la loro vanità e la loro ostentazione: «Tutte le opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano i posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbi", perché uno solo è il vostro Maestro (il Cristo) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (23,5-10).
L'insegnamento del Cristo conserva tutta la sua forza ancora oggi, essendo rivolto a chi nella Chiesa ha autorità. L'esercizio del potere non è per dominare sugli altri, ma per servire i fratelli nella fede e nell'esercizio della carità. Il senso del servizio sia verso la parola di Dio, sia verso i fratelli nella fede, viene espresso chiaramente da Gesù nell'espressione finale riportata dall'odierno passo evangelico: "Il più grande di voi sarà vostro servo: chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23,11). Contro quest'alterazione delle prospettive Gesù ribadisce l'unicità di Dio e il primato della sua autorità: "Uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (23,9). Parallelamente, Gesù conferma l'unicità della sua Persona di "Maestro di verità", dotato di un'autorità divina: "Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo" (23,10).
Esempio di Gesù
Pur essendo il Figlio di Dio, Gesù si è fatto pienamente l'umile Figlio dell'uomo e ha vissuto la sua condizione terrestre nella povertà e nel nascondimento. Nel contesto dell'Ultima Cena Gesù darà ancora un segno estremo di ciò che egli ha inteso inculcare col suo insegnamento sul servizio verso gli altri: pur essendo il Maestro e il Signore, Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. E quanto ha fatto lui, Signore e Maestro, dobbiamo fare gli uni gli altri nella Chiesa (Gv 13,1-20).
La Vergine Maria, Madre di Dio e Serva del Signore (Lc 1,38), ci aiuti a compiere sempre la volontà di Dio in piena coerenza con la nostra fede cristiana e a servire i fratelli.