Omelia della IV Domenica del TO - Anno A
Le Beatitudini
Il Vangelo di oggi ci presenta Gesù circondato da una immensa folla venuta ad ascoltarlo, con un discorso inaugurale o programmatico, il discorso delle Beatitudini, sintesi mirabile della sua dottrina e del Vangelo. Dopo la chiamata dei primi discepoli, Gesù inizia a percorrere le strade della Palestina, annunciando il Regno di Dio, aprendo lo scrigno degli insondabili misteri racchiusi nel suo Cuore divino, per cui presto la sua fama si diffonde ovunque e grandi folle accorrono da ogni parte per ascoltare le sue mirabili parole di sapienza. Egli parla dall’alto del monte, e come un novello Mosè, promulga una nuova Legge, indicando una strada sicura, una strada che porta alla felicità, ma una strada diversa da quella della mentalità terrena e umana. La felicità è la vocazione dell’uomo e la sua ricerca è l’assillo di tutti; il problema comincia quando si tratta di identificare la vera felicità. Se chiedete in giro quale è la vera felicità o in che cosa consista, vi sentirete rispondere che la felicità consiste nel possedere le ricchezze, le creature, avere il potere, i divertimenti. (influenza dei mass-media es. film che ci presenta un mondo fantastico e irreale). Si dimentica dall’esperienza che i più infelici sono quelli che hanno. I ricchi sono i più infelici, quelli che si divertono sono i più angosciati, straziato, chi più ha addirittura la fanno finita con la propria vita ecc. E l’esperienza insegna che coloro che non seguono le vie del Signore, non trovano felicità duratura, ma raccolgono soltanto frutti amari di solitudine e di tristezza, di vuoto interiore e di insoddisfazione.
Invece Gesù proclama: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra…” (Mt 5,1-5). Proclamando “beati” quelli che il mondo considera gente di poco o nessun conto, Gesù parla il linguaggio che Dio aveva già usato col suo popolo attraverso i profeti, uno dei quali è Sofonia, riportato oggi nella prima lettura. Il profeta annuncia che Dio disperderà i superbi, i ricchi, se non si convertiranno, e salverà i poveri e gli umili che formeranno il popolo nuovo d’Israele; essi “non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna” (Sf 3,13). Lo stesso concetto viene ribadito anche da san Paolo nel brano della seconda lettura del giorno. Agli abitanti di Corinto, tentati di abbandonarsi alla presunzione e alla superbia, l’apostolo insegna loro la logica nuova di Dio: non a coloro che si ritengono sapienti e intelligenti viene promesso il Regno dei cieli, ma ai piccoli, agli umili, ai semplici, ai poveri, ossia a coloro che ripongono in Dio la speranza, la fiducia, l’aiuto in ogni cosa. (cfr 1Cor 1,27-29).
Quindi, Gesù, nelle “Beatitudini”, esalta la povertà, la purezza, l’umiltà, la mitezza, la sofferenza, le persecuzioni, valori che il mondo, invece, disprezza e considera sventura. Secondo il Maestro divino i veri “beati”, ormai, non sono più quelli che vivono nella prosperità materiale, che hanno successo e gloria nella vita terrena, ma i poveri di spirito, gli umili, i puri di cuore, i perseguitati, quelli che soffrono a causa del Vangelo.
Naturalmente i veri poveri di spirito: non quelli che non vogliono lavorare, o quelli che si danno al vizio e si riducono in mezzo alla strada, quelli che vogliono accumulare anche se non riescono ad accumulare. I veri poveri sono quelli che hanno capito che la nostra vita non è fatta per questa terra, non la ricercano su questa terra, ma che noi siamo fatti per l’eternità e che le cose di questo mondo, le creature, possono invece sedurci, allettarci e fermarci e quindi invece di vivere per Iddio, per l’eternità si vive per questa terra, più o meno come le bestie (che vivono sono per questa terra). Ma il problema è invece che Dio è fedele e se ci ha dato un grande destino, immortalità, e ci dà la possibilità per il Paradiso, e se la nostra vita è chiusa a questo richiamo e quindi l’eternità non sarà per il Paradiso, ma per l’inferno. Sta a noi scegliere l’eternità per il Paradiso o l’inferno. I poveri scelgono l’eternità per Dio, non vogliono sciupare questa vita per perdere l’eternità.
Le parole che Gesù ha pronunciato sul monte delle beatitudini sono tra le più sublimi del Vangelo. Tuttavia rischierebbero di rimanere un traguardo impossibile da raggiungere, se Egli non le avesse vissute personalmente e non ce ne avesse in tal modo lasciato l’esempio. Gesù, dunque, è il modello di vita cristiana da guardare e da imitare. Così pensiamo all’esempio della Madonna. Pensiamo alla povertà di Gesù e della Madonna.
Pensiamo a S. Francesco il quale dei beni, avvenire promettente una volta compreso del valore dell’eternità, Dio, seppe disfarsi di ogni bene per vivere di Dio. Sapienza è questa: liberarsi delle cose terrene si va all’essenziale. La terra difficilmente ha visto una creatura così felice come S. Francesco. I poveri in spirito non sono tristi, sono lieti, si accontentano del necessario, si accontentano della grazia di Dio. Invece noi siamo schiavi dei beni di questa terra, soffriamo per questo, per le creatura. Beati i miti perché erediteranno la terra. Pensiamo a S. Francesco, ha posseduto i cuori di tanti uomini e ancora oggi e alla fine del mondo alla famiglia francescana. Pensiamo a S. Giovanni Bosco, B. Cottolengo. Nei momenti di prova, o nelle varie circostanze della vita, leggiamo, meditiamo questa pagina del Vangelo, riflettiamo. La Beatitudine sta in questa pagina e non nelle ricchezze, nei piaceri. E’ qui in questa pagina.
In questo stesso giorno si ricorda, in particolare, il problema dei lebbrosi, in Italia e nel mondo. Per lunga tradizione, ancorata già alla vita di Gesù Cristo e alla sua missione di salvezza, i lebbrosi sono come un simbolo vivente di ciò che significa essere poveri materialmente e «poveri in spirito», davanti a Dio. Oggi, perciò, veniamo sensibilizzati ad andare incontro alle necessità fisiche, sanitarie e morali dei lebbrosi, la cui malattia è guaribile. Ma la loro guarigione - col conseguente loro reinserimento nel consorzio umano - dipende dalla buona volontà nostra e di tutti gli uomini.
Non possiamo dimenticare l'appello accorato di Raoul Follereau, l'apostolo dei lebbrosi: negli anni '60 chiese pubblicamente a j. Kennedy e a N. Kruscev, rispettivamente presidenti degli Stati Uniti d'America e dell'Unione Sovietica, l'importo di due bombardieri. Col costo di due soli di tali aerei da combattimento si poteva debellare definitivamente la piaga della lebbra nel mondo, dando speranza e vita a milioni di esseri infelici. Il suo appello umano e cristiano fu purtroppo disatteso dai potenti della terra! «Proclamo erede universale tutta la gioventù del mondo», ha scritto Raoul Follereau nel suo «testamento». Ai giovani e a tutti noi spetta di tradurre in opere di pace e in atti di amore quest'istanza di salvare il mondo dallo spettro della guerra e dalle piaghe che imbruttiscono l'umanità. Cosi aiutiamo a debellare la piaga della lebbra del peccato con la preghiera, la penitenza e le opere di carità.
Affidiamoci alla Madonna e ci aiuti a comprendere e soprattutto a farle fecondare nella nostra vita.