Omelia della 13a domenica del TO - Anno A
Seguire Gesù sulla via della croce e nell’accoglienza.
L’insegnamento della liturgia della domenica odierna verte su due temi:
Il primo enunzia le condizioni per seguire Gesù con totale disponibilità della sua Persona e con altrettanta dedizione alla sua causa (1 a parte del Vangelo).
Il secondo propone l’insegnamento di Gesù sull’accoglienza e sulla ospitalità (1a lettura e 2 a parte del Vangelo).
Gesù conclude il suo “discorso apostolico” sul quale abbiamo riflettuto già nelle due domeniche precedenti richiamando alla condizione di seguirlo senza paura e fino al sacrificio della propria vita, fino al martirio. Oggi ci richiama a seguirlo come suoi discepoli, disposti a compiere scelte radicali che toccano finanche gli affetti più cari e più intimi. Gesù esige anzitutto l’amore supremo e assoluto per la sua divina Persona: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me e chi non prende la sua croce e non viene dietro a me non è degno di me»” (Mt 10,37-38).
Le parole divine del Salvatore vogliono soprattutto farci comprendere quanto seria e profonda deve essere la nostra adesione a Lui: Dio deve occupare sempre il primo posto nella nostra vita e solamente Lui dobbiamo amare in modo assoluto e incondizionato. Anche i vincoli familiari e terreni più sacri non devono essere anteposti all’amore di Dio, né devono costituirne un ostacolo: Gesù deve essere amato più dei genitori, più dei figli, più di se stessi, più della vita. Questo non significa negarsi agli affetti della famiglia o del prossimo - cosa assolutamente contraria alla legge di Dio - ma non anteporre mai l'amore per le creature all'amore per Cristo. Quando le circostanze della vita mettono di fronte a un bivio: o le creature o Dio, il cristiano deve essere deciso nella scelta, anche se dovesse imporre al proprio cuore dei gravi sacrifici
E se per essere fedeli a Cristo è talvolta necessario contraddire le creature, queste non sono disamate, ma anzi amate con un amore più vero, che mentre non accondiscende a compromessi è capace di innalzarle a Dio. (es. seguire la vocazione divina, vivere castamente ecc.) Del resto l'uomo diventa capace di un amore più grande verso il prossimo e gli stessi congiunti proprio quando ha consegnato tutto il suo cuore a Cristo, perché soltanto l'amore soprannaturale può far superare tutte le barriere e le riserve dell'egoismo. Il monito di Gesù a prendere la croce e a seguirlo si risolve appunto, in gran parte, nel superamento dell'egoismo, che mentre impedisce l'amore verso Dio ostacola anche quello verso il prossimo e perfino verso i familiari.
In questo cammino di rinuncia, Gesù è il modello divino da seguire. Il Maestro non chiede nulla di diverso ai suoi discepoli da quello che Egli stesso non abbia vissuto e sperimentato. Egli, durante la sua vita terrena, si è caricato della croce di tutte le nostre iniquità e, morendo su di essa, ha dato la prova suprema di amore al Padre e all’uomo. Ai suoi discepoli Gesù chiede di seguirlo per la stessa via: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (ivi, 38). Il cristiano, perciò, che vuol essere degno del Maestro, deve imitarlo, portando con gioia ogni giorno la croce delle proprie sofferenze e seguirlo fedelmente attraverso la via della rinuncia e della purificazione del cuore. E nella misura in cui si spoglia di se stesso, il cristiano si identifica con Gesù, si trasforma in Lui, e si riveste dei suoi sentimenti e atteggiamenti.
Oltre all’assoluta priorità sugli affetti familiari e a seguirlo sulla via della croce, Gesù esige dai suoi discepoli anche la massima prova dell’amore: l’offerta della propria vita, come segno di fedeltà.
Ecco quanto il Maestro divino afferma oggi nel Vangelo: “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (ivi, 39). Queste incisive parole del Salvatore ci insegnano che se vogliamo conservare la nostra vita per noi stessi, la perderemo eternamente; se, invece, la sacrifichiamo per il Signore, la ritroveremo in Lui, che è la sorgente della Vita vera, divina ed eterna! Per essere veri discepoli di Cristo, però, non è necessario terminare la propria vita col martirio; se pochi, infatti, sono i cristiani chiamati a dare questa grande prova d’amore al Signore; tutti, invece, devono operare in se stessi quel tipo di morte interiore, che è la morte dell’uomo “vecchio”, del proprio “io”, ossia delle tendenze disordinate che conducono al peccato e dell’egoismo che sistematicamente spinge l’uomo a cercare se stesso in ogni cosa.
In questa luce va meditata la seconda lettura nella quale S. Paolo ricorda ai cristiani i loro doveri di battezzati «nella morte» di Cristo. Con frase incisiva dice «Siamo stati sepolti assieme a lui... nella morte» (Rm 6, 4), Non solo morti con Cristo, ma addirittura «sepolti» nella sua morte, quella morte che ha distrutto il peccato. La conseguenza è chiara: il battezzato deve essere così morto al peccato da eliminarlo dalla sua vita, è necessario morire a quanto distoglie dal servizio generoso del Signore, rinunciare a tutto quello che compromette la preferenza assoluta, il primato di amore dovuti a lui. Solo così il cristiano è degno discepolo di Cristo, un comportamento diverso è cosa anormale: chi è stato battezzato nella morte di Cristo deve sempre morire al peccato, aborrire il peccato e risuscitare per sempre con Lui e come Lui a «una vita nuova» (ivi). «Nel morire, infatti, [Egli] morì una volta per sempre al peccato, nel vivere invece, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (ivi 10-11). E la «novità » consiste nella liberazione dal peccato.
«Accoglietevi gli uni gli altri»
La seconda parte del Vangelo odierno (Mt 10, 40-42) è tutta incentrata sull'accoglienza e sull'ospitalità. La prima lettura (2 Re 4, 8-11.14-16a) fa da sfondo storico all'insegnamento di Gesù sull'ospitalità. Essa ci presenta la storia edificante di una donna di Sunem, facoltosa ma senza figli. La donna, riconoscendo in Eliseo «un uomo di Dio, un santo», offre al profeta un'ospitalità generosa; gli mette a disposizione una camera, comoda e adorna. La generosità di questa sunamita viene largamente compensata da Dio, datore di vita, col dono di un figlio. L'ospitalità della donna è premiata con la benedizione di Dio.
Nel Vangelo Gesù propone l'ospitalità non solo come dovere umano e sociale, ma come atteggiamento religioso o teologale. Accogliendo gli apostoli, messaggeri del Vangelo di Cristo e di Dio, viene accolto Dio stesso che, in Cristo, va incontro all'uomo: «Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40). L'ospitalità data agli apostoli, quali «profeti» e «giusti», cioè araldi del Vangelo, sarà premiata da Dio stesso (v. 41), giusto giudice. Con un esempio estremamente eloquente Gesù illustra la sacralità dell'ospitalità, benedetta da Dio e premiata da lui: «E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa» (v. 42).
Il dono di un «bicchiere di acqua fresca» oggi può sembrare piccola cosa, con i frigoriferi di cui dispone ogni casa e coi posti dì ristoro quasi ad ogni angolo delle nostre strade! Ma l'esempio, a cui ricorre Gesù, ha valore di simbolo di tutti quei piccoli servizi e aiuti che la comunità ecclesiale, a livello di parrocchia e di diocesi, deve dare ai missionari del Vangelo.
All'annunzio del Regno di Dio siamo chiamati a collaborare tutti, clero e laicato. In particolare, in sintonia col messaggio della seconda parte del Vangelo odierno, dobbiamo fare tutti un severo esame di coscienza sul nostro atteggiamento verso gli altri, sull’accoglienza. Fare buona accoglienza al fratello significa uscire dal nostro egoismo per interessarci attivamente di lui per dargli un po' del nostro tempo, della nostra solidarietà e stima e, prima ancora, per ascoltarlo con pazienza. San Paolo raccomandava ai cristiani: «Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi » (Rom. 15, 7). Ecco, dunque, il modello della nostra accoglienza nei confronti dei fratelli. Come ci ha accolti Cristo? Ci ha accolti anche se peccatori, recidivi, anche se spesso l'abbiamo offeso e gli abbiamo voltato le spalle, anche se rozzi e tardi a capire Dobbiamo fare anche noi cosí. Questo nella vita di ogni giorno e a cominciare dalle persone più vicine. Accogliersi, cioè accettarsi reciprocamente, tra persone della stessa famiglia o tra colleghi di lavoro, spesso è più difficile che accogliere ed accettare persone estranee. Con queste abbiamo meno cose da perdonare e da farci perdonare.
Modello di sequela di Gesù e di accoglienza è Maria, Madre di Dio e Madre nostra. Ha amato con tutto il proprio essere Gesù, ha seguito Gesù portando con Lui, nell’anima la sua croce fino al Calvario, sacrificando tutto la sua vita per il Signore e offrendo la vita di Gesù per la nostra Redenzione. Corredentrice del genere umano.
Chiediamo alla Madonna di aiutarci ad essere perfetti discepoli di Cristo, seguendolo sempre fino ad immolarci con Lui sul Calvario.