Omelia della XXV del TO - ANNO A
Tu sei invidioso perché io sono buono?
(Mt 20,1-16)
Il Vangelo di questa domenica ci porta a meditare ancora una volta, attraverso una parabola, sul mistero del Regno di Dio, che Gesù annuncia e realizza sulla terra, per la salvezza di ogni uomo: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna» (Mt 20, 1).
Questa parabola, prima di tutto, ci insegna che Dio chiama tutti a lavorare nella sua vigna che è la Chiesa. Ognuno di noi, è chiamato a santificarsi, a perfezionarsi e secondo le proprie capacità e doni ricevuti, è tenuto a collaborare per la diffusione del Regno dei cieli. Ciascuno deve vivere secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri (cf 1 Pt 4,10). Servire il Signore qui in terra significherà regnare con Lui in Cielo. Dio non ha bisogno di noi; ma, per un mistero della sua Misericordia, Egli si vuole servire delle creature per compiere le sue meraviglie e renderle partecipi della sua gloria. Dobbiamo ringraziare Dio per questo suo dono, ritenendoci sempre dei servi inutili, per nulla indispensabili.
E’ importante rispondere subito alla chiamata di Dio, a qualsiasi ora venga. Infatti non sono tutti quelli che cominciano a lavorare per la loro salvezza e santificazione nella stessa epoca della loro vita. Alcuni lo fanno nella prima ora, l’infanzia; altri, in gioventù; altri ancora, nell’età matura; e alcuni iniziano quando ormai si manifestano i segnali precursori della morte. Felici i lavoratori della prima ora, che solo hanno vissuto per Dio! Felici anche quelli che, avendo udito in un qualche momento della vita la chiamata della grazia, vi corrispondono e accorrono presso il loro Salvatore, al fine di lavorare con Lui e per Lui! Dio, proprio come risulta in questa parabola, chiama tutti alla perfezione, nonostante lo facciano in ore e circostanze diverse della vita. Nessuno deve scoraggiarsi, se ha lasciato per molto tardi la preoccupazione per la propria salvezza, poiché per tutti la misericordia di Dio riserva un premio. Ma è anche necessario rispondere subito alla convocazione di Gesù, in modo deciso. Nessuno di quelli chiamati al lavoro, in questa parabola, è arrivato proponendo un orario più blando, ma immediatamente si è messo a lavorare. Nessuno inoltre ha rifiutato. Così dobbiamo procedere noi: non dobbiamo ritardare il nostro “sì” alla chiamata del Maestro.
La parabola del Vangelo presenta dopo però delle difficoltà. Apparentemente, sembra che il padrone della vigna abbia fatto un'ingiustizia retribuendo allo stesso modo gli operai dell'ultima ora e quelli che invece avevano affrontato il peso di tutta la giornata, paghi lo stesso salario tanto a coloro che lavorano di più, quanto a quelli che lavorano di meno.
Non è un'ingiustizia: nessuno è stato dimenticato nell’ora della distribuzione, di modo che non c’è motivo per le lamentele, quest’uomo ripartisce i suoi doni nella proporzione che vuole. San Tommaso, infatti, afferma: “Per quello che è dato gratuitamente, una persona può dare più o meno, come più gli piace (purché non privi nessuno di quello che gli è dovuto), senza in alcun modo infrangere la giustizia” (Summa, 1 q. 23 a. 5).
Per comprendere il modo di agire di Dio bisogna comprendere la logica dell'amore e non quella della nostra pretesa giustizia. Al termine della parabola, a chi mormorava contro di lui, il padrone della vigna disse: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,15). Queste parole ci fanno comprendere la sovrana libertà di Dio. Egli è Padrone della sua grazia e la dona alle sue creature come vuole, quando vuole, e nella misura che Lui vuole.
Davanti a Dio nessuno può pretendere dei diritti. La ricompensa di Dio è un dono, non un diritto. La parola "grazia" indica proprio il dono gratuito di Dio. Pensiamo poi a tutti gli altri doni naturali (vita, salute, intelligenza ecc.) e soprannaturali (fede, virtù, carismi, ecc.).
L'atteggiamento della creatura deve essere quello dell'umile riconoscenza e non quello dell'arrogante pretesa. Ricordiamo sempre che i nostri pensieri non sono i suoi pensieri, le nostre vie non sono le sue vie.
Il secondo insegnamento che riceviamo da queste parole riguarda quello che, forse, è il più brutto di tutti i vizi, quello che maggiormente si oppone alla virtù della carità, ovvero l'invidia.
San Tommaso d'Aquino, nella Catena aurea, evidenzia che i lavoratori della vigna non si lamentavano del fatto di considerarsi defraudati nella ricompensa cui avevano diritto, ma perché gli altri avevano ricevuto più di quello che meritavano. Vediamo qui l’insensatezza dell’invidioso, che giunge al punto di soffrire più per il successo degli altri che per le sue perdite. Il vizio della superbia consiste proprio nella tristezza causata dal bene altrui. È invidioso chi si rattrista per il bene che vede negli altri, soprattutto quando invidia la grazia di cui uno è arricchito.
Tanquerey, nel suo Compendio di Teologia Ascetica e Mistica, evidenzia che il dispetto causato dall’invidia è accompagnato da una costrizione del cuore, che diminuisce la sua attività e produce un sentimento di angoscia. L’invidioso sente il bene di un’altra persona “come se fosse un colpo vibrato alla sua superiorità”. Non è difficile percepire come questo vizio nasce dalla superbia, la quale, come spiega il famoso teologo Frei Royo Marin, O.P., “è l’appetito disordinato dell’eccellenza stessa” e l’invidia “è uno dei peccati più vili e ripugnanti che si possa commettere”. Dall’invidia nascono diversi peccati, come l’odio, l’intrigo, la maldicenza, la diffamazione, la calunnia e il piacere per le avversità del prossimo. Essa è alla radice di molte divisioni e crimini, persino in seno alle famiglie (basti ricordare la storia di Giuseppe dell’Egitto). Dice la Scrittura: “Per invidia del diavolo, entrò la morte nel mondo” (Sb 2, 24). Qui sta la radice di tutti i mali della nostra terra d’esilio. Il primo omicidio della Storia ha avuto questo vizio come causa: “... e il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gn 4, 4-5). Nella parabola in questione, l’invidia è il motivo della maldicenza dei lavoratori della prima ora contro il padrone della vigna. Questo stesso aveva affermato: “O tu sei invidioso perché io sono buono?”
Peccato dalle conseguenze funeste queste, rese amareggiati molti angeli, subito nel primo giorno della creazione, e per questa ragione furono fatti precipitare dall’alto dei cieli al più profondo degli inferni. Non sopportarono l’infinita superiorità di Dio e, chissà, la divinità di Gesù e la predestinazione di sua Madre alla maternità divina. I Vangeli narrano a profusione la perfidia degli scribi e farisei contro il Messia. Quale la causa di quest’odio deicida? “Perché sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 27, 18). Con proprietà afferma il libro dei Proverbi (14, 30): “Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l'invidia è la carie delle ossa”. Questo vizio comporta gradi. Quando ha per oggetto beni terreni (bellezza, forza, potere, ricchezza, ecc.), avrà una gravità maggiore o minore, secondo le circostanze. Ma se riguarda doni e grazie concessi da Dio a un fratello, costituirà uno dei più gravi peccati contro lo Spirito Santo: l’invidia della grazia fraterna, della grazia altrui. “L’invidia del beneficio spirituale del prossimo è uno dei peccati più satanici che si possa commettere, perché con esso non solo si ha invidia e tristezza del bene del fratello, ma anche della grazia di Dio, che cresce nel mondo”, commenta Fra Royo Marin.
Tutte queste considerazioni devono imprimersi a fondo nei nostri cuori, facendoci fuggire da questo vizio come da una peste mortale. Gioiamo per il bene dei nostri fratelli, e lodiamo Dio per la sua liberalità e bontà. Chi agirà così noterà, in poco tempo, come il cuore starà tranquillo, la vita in pace, e la mente libera per navigare verso orizzonti più elevati e belli. Più ancora: egli stesso diventerà oggetto dell’affetto e della predilezione del nostro Padre Celeste. Dove impera l’amore di Dio, sparisce l’invidia. I Santi in Paradiso non sono invidiosi come i bicchieri pieni di varia grandezza non hanno invidia degli altri pieni perchè ognuno ha raggiunto il suo colmo (esempio citato da S. Teresina)
Chiediamo alla Madonna di aiutarci a vivere santamente nella vigna del Signore, lavorando alacramente per la nostra santificazione e per la salvezza delle anime, e gioiamo per il bene che il Signore opera nei nostri fratelli.