Si tratta della prima missione spaziale (la navicella ha superato la linea di karman posta a 100 km dal livello del mare e, pertanto, può dirsi che è stata a tutti gli effetti nello spazio) che ha avuto un aborto dopo la separazione della torre di salvataggio.
La designazione del volo è, per la precisione, Sojuz 7K-t n.39. Secondo una “simpatica” tradizione Sovietica, le missioni spaziali venivano denominate solo dopo che la navicella avesse raggiunto con successo l’Orbita Terrestre. Ciò allo scopo di tenere nascosti eventuali inconvenienti. Questa di cui parliamo, avrebbe dovuto essere la missione Sojuz 18, che aveva lo scopo di raggiungere la Stazione spaziale Saljut-4; la seconda cosmonave a raggiungere la stazione.
Lanciata il 5 Aprile, appunto, del 1975, aveva come equipaggio il Comandante Vasilji Lazarev e l’ingegnere di volo Oleg Makarov. Quest’ultimo, secondo i piani del poi abortito progetto N1, avrebbe dovuto volare, insieme ad Alexei Leonov, nella prima missione Lunare. Entrambi erano già stati nello spazio con la Sojuz 12. Il lancio avvenne regolarmente ma, al secondo 288, durante la separazione tra il secondo ed il terzo stadio accadde un inconveniente. Nel lanciatore Sojuz, l’anello tra il terzo ed il secondo stadio, è costituito da una griglia reticolare. Ciò perché, prima del distacco, il terzo stadio viene acceso per evitare problemi durante l’innesco delle turbopompe dei motori. Con la struttura a griglia, i gas espulsi dal motore del terzo stadio avevano modo di sfogarsi lateralmente. I bulloni esplosivi posti sopra e sotto la griglia, non funzionarono del tutto. La griglia si staccò solo a metà ed il secondo stadio rimase appeso al veicolo, generando un vettore di spinta sfalsato di 10°. Il controllo a terra, accortosi dell’errore, attivò la procedura di aborto. Essendo già stata espulsa la torre DAS-SAS di emergenza, che avviene a T+114”, si dovette far sganciare la Sojuz dal terzo stadio e, con l’ausilio dei suoi motori, immetterla in una traiettoria parabolica di rientro.
I due cosmonauti:
Vasilji Lazarev (a sinistra) ed Oleg Makarov
La Sojuz, nel momento in cui si trovò a separare il modulo di rientro dal modulo orbitale, era puntata verso la terra, ciò impresse un’accelerazione di circa 21.3G all’equipaggio in luogo dei circa 15 previsti nelle simulazioni di emergenza. Inoltre, la traiettoria rischiava di portare la capsula a posarsi in territorio cinese. Questo fatto, a causa dei tesi rapporti Sino-Sovietici dell’epoca, poteva far generare un pesante incidente diplomatico. Per fortuna, la Sojuz atterrò entro 800 km dalla frontiera
Cinese, anche se, alcune versioni dei fatti, recano come luogo di atterraggio la regione occidentale della Mongolia.
Ma gli inconvenienti non finirono lì: la capsula urtò il fianco di una montagna e scivolò sulla neve per molte centinaia di metri prima di fermarsi, in mezzo alla neve soffice ed alla foresta. L’equipaggio fu soccorso mentre si trovava, ferito, ad una temperatura di -7°C.
Il sito dove la Sojuz-18/A è atterrata
Trasportati subito a Star City, vicino Mosca (il centro di addestramento dei Cosmonauti), sebbene secondo le versioni ufficiali non avessero riportato danni fisici, in realtà, in particolare Lazarev, ebbero pesanti conseguenze dal rientro ad elevati G. Questi, infatti, per le lesioni subite, fu dichiarato inabile al volo e venne ritirato dal corpo dei Cosmonauti. Invece Makarov, sebbene ferito anche lui, effettuò anche altri voli: con la Sojuz 27, con la Sojuz 26 e con la Sojuz T-3.
L’incidente, a differenza di altri di cui se ne ebbe notizia solo dopo la caduta dell’Unione Sovietica, venne parzialmente divulgato alla controparte americana, ma solo per un motivo: in quel tempo era in fase di avanzata preparazione la missione congiunta Apollo ASTP/Sojuz-19 e la Nasa era seriamente preoccupata per quello che era successo. L’incidente, agli americani, fu divulgato col nome, appunto, di “Anomalia del 5 Aprile”. Venne rivelato che il difetto della giunzione tra il secondo ed il terzo stadio era dovuto ad una vecchia versione del lanciatore che, in effetti, col successivo volo (quello della sojuz-18 “ufficiale”), venne sostituito.
Una piccola curiosità: ad entrambi i cosmonauti fu negato il compenso di 3000 Rubli dell'epoca (circa 3000 Euro attuali) che gli sarebbe spettato a fine missione. Dovettero appellarsi a Breznev per ottenere, qualche tempo dopo, il pagamento della somma.
Fu il primo caso in cui una navicella spaziale sia riuscita ad abortire la missione e la prima col solo aiuto dei propri motori; successivamente la Sojuz T-10a nel 1983 (con l’ausilio della Torre DAS-SAS) e la Sojuz MS-10 nel 2018 (sempre con l’ausilio della torre di salvataggio) furono le uniche missioni spaziali, finora, con rientro di emergenza.