Il 6 giugno 1971 veniva lanciata, dal Cosmodromo di Baikonur, la navicella spaziale Sojuz-11, in una missione volta all’aggancio in orbita con la stazione spaziale Saljut-1.
La stazione, lanciata il 19/4/1971, era stata già raggiunta dalla Sojuz-10, ma l’aggancio, che avveniva con il nuovo sistema SSVP-G4000 (dalle iniziali di Systema Stykovki i Vnutrennego Perekhoda cioè Sistema di Aggancio e di Trasferimento Interno), non riuscì e la Sojuz-10, dovette tornare a terra senza aver compiuto la missione. Il sistema di aggancio era il primo del tipo “hard-docking” mai realizzato dall’Unione Sovietica. A differenza dei precedenti, di tipo “Soft-docking” cioè che consentiva l’aggancio ma non il passaggio di uomini tra i due veicoli, l’SSVP-G4000, ancora in uso, consente il trasferimento dell’equipaggio, necessario per la vita di una stazione spaziale abitata. L’aggancio in orbita era, come per il precedente sistema, automatico. Il vecchio sistema IGLA venne sostituito, con l’avvento della MIR, dal sistema KURS che consentiva (e consente poiché, sebbene modificato è ancora in uso), anche l’aggancio manuale.
L’equipaggio della Sojuz-11 era composto da: Georgij Timofeevič Dobrovol'skij, comandante della missione, Viktor Ivanovič Patsajev, ingegnere di bordo, Vladislav Nikolaevič Volkov, ingegnere collaudatore. Di questi, solo Volkov era già stato nello spazio, con la Sojuz-7.
La Sojuz-11 si agganciò con successo il giorno 7 ed i tre cosmonauti riuscirono a trasbordare nella stazione divenendo il primo equipaggio di una stazione spaziale nella storia dell’Umanità.
Ma Sojuz-11, un successo per via della riuscita manovra di aggancio e trasbordo, passò alla storia come la più grave tragedia spaziale della storia della Cosmonautica sovietica e merita di essere raccontata nel dettaglio.
I tre cosmonauti, giunti nella stazione spaziale, vi soggiornarono per ben tre settimane, collaudando tutti i sistemi di bordo. Non appena sbarcati si accorsero che dentro la stazione vi era un terribile puzzo di fumo. Appurato che la causa risiedeva in una difettosa ventola di aerazione, la sostituirono ripristinando un’atmosfera accettabile. Non poterono esercitarsi a lungo, per combattere la degenerazione muscolare che aveva afflitto i colleghi della Sojuz-9, poiché l’uso del tapis-roulant causava forti vibrazioni alla stazione. Furono anche i primi pompieri dello spazio poiché domarono anche il primo incendio a bordo di un veicolo spaziale. Difatti un piccolo telescopio, oggetto di un importante esperimento, venne distrutto dal fuoco causato da un cortocircuito. A causa di questo guasto, il giorno 30, vennero fatti rientrare.
L'equipaggio della sojuz-11
da sinistra Patsajev, Dobrovolskji e Volkov
Durante la manovra di rientro, accadde la tragedia.
La Sojuz-11 si sganciò con successo dalla stazione, si posizionò in assetto da rientro ed azionò i motori per la manovra di deorbita. 12 minuti e 33 secondi dopo lo spegnimento del motore, la procedura automatica sganciava la sezione BO dalla SA. Lo sgancio avveniva per mezzo di bulloni esplosivi che dovevano innescarsi in sequenza. Purtroppo, il loro innesco fu simultaneo. Questo venne interpretato dal computer di bordo come l’attivazione dei retrorazzi di atterraggio, che si azionano ad 8 metri dal suolo. In quella circostanza viene aperta una valvola che equalizza la pressione esterna con quella interna. Ma l’apertura della valvola, accidentale, avvenne non ad 8 metri dal suolo, bensì a 161 km, nel vuoto dello spazio. I tre cosmonauti persero conoscenza dopo 40 secondi. Solo Patsajev si accorse dell’accaduto e cercò, disperatamente, di chiudere manualmente la valvola, non riuscendovi. Il suo corpo fu ritrovato nell’atto di chiudere la manopola.
La Sojuz-11 entrò nell’atmosfera regolarmente ed effettuò un perfetto atterraggio. Quando i soccorsi arrivarono sul posto, videro che i tre cosmonauti restavano immobili sui sediolini, presentando macchie blu sul volto e tracce di sangue dal naso e dalla bocca. Estratti dalla navicella, fu tentata la rianimazione di emergenza su Dobrovolskji che presentava ancora un minimo di temperatura corporea. Racconta Levan Stazhadze (1937-2021), uno dei medici intervenuti in soccorso , di aver provato a rianimare Dobrovolskji con una iniezione di adrenalina ma che lo stantuffo della siringa è stato sparato fuori dal sangue diventato una miscela nera di gas, segno dell’embolia esplosiva che aveva ucciso i tre sfortunati membri dell’equipaggio.
Fu tutto invano. I tre sfortunati cosmonauti, con un solenne funerale, vennero inumati nelle mura del Cremlino, vicino alle tombe di Korolev, Gagarin e Komarov.
Thomas Stafford, a nome della Nasa, portò personalmente una delle tre urne durante la cerimonia. Lo stesso Presidente Nixon volle inviare un messaggio di cordoglio a nome del Popolo Americano:
“Il popolo americano si unisce nell'esprimere al popolo sovietico il nostro più profondo cordoglio per le tragiche morti dei tre cosmonauti. Il mondo intero ha seguito le gesta di questi coraggiosi esploratori dell'ignoto e condivide l'angoscia della loro tragedia. Ma i successi dei cosmonauti Dobrovolsky, Volkov e Patsayev rimangono. Questa tragedia non fermerà i successi del programma sovietico per l'esplorazione dello spazio e per l'ampliamento degli orizzonti dell'uomo.”
Dietro la diplomazia e la politica di distensione, vi era un reale interesse della Nasa, in procinto di lanciare il suo Skylab, nel chiarire le cause della morte dei cosmonauti; cause che non furono rivelate subito ma solo due anni dopo. Una commissione americana venne inviata per collaborare coi medici legali sovietici allo scopo di comprendere meglio la dinamica ed evitare che potessero ripetersi simili tragedie.
Molto importante fu il contributo di Alexei Leonov, già primo uomo ad effettuare una passeggiata spaziale con la Voskhod 2 nel marzo del 1965, e designato inizialmente come Comandante dell’equipaggio principale della Sojuz-11.
Facciamo un passo indietro. Qualche mese prima del lancio, l’equipaggio della Sojuz-11 era già definito con Leonov come comandante, Kubasov come primo ufficiale e Kolodyn come ingegnere di volo. Ma, quattro giorni prima del lancio, venne diagnosticata a Kubasov una sospetta tubercolosi. Essendo stato esposto tutto l’equipaggio, questo venne rimpiazzato in blocco con le riserve che erano, appunto, Patsajev, Volkov e Dobrovolskji. Durante le sedute al simulatore spesso venne simulata un’avaria alla valvola di depressurizzazione. Lo stesso Leonov si raccomandò con l’equipaggio di bloccarla prima del distacco.
Purtroppo, ciò non venne fatto. Leonov, nel ricostruire al simulatore la manovra di rientro, si rese conto che una chiusura della valvola in situazione di emergenza, richiedeva almeno un minuto. Un tempo troppo lungo prima di perdere conoscenza, come avvenne, purtroppo, al povero Patsajev.
Dopo la tragedia della Sojuz-11, vennero fermati i voli verso la Saljut-1, che esaurì la sua missione per naturale decadimento dell’orbita, l’11/10/1971.
L’esperienza della tragedia della Sojuz-11, oltre a causare uno stop dei voli delle cosmonavi Sojuz, ne causò una profonda revisione. Eliminato un sediolino, i cosmonauti, da allora e tutt’ora, indossano le tute semipressurizzate Sokol durante il lancio ed il rientro. Prima dell’incidente, infatti, ai cosmonauti venivano fatti indossare dei leggeri indumenti di servizio nello scopo, propagandistico, di magnificare l’efficienza sovietica nei voli spaziali.
Solo con la versione T, con una sezione SA ridisegnata ed allargata, la Sojuz tornò ad ospitare tre persone a bordo.
Ho visitato il Mausoleo nel giugno 2017 ed ho reso omaggio alle tombe dei tre sfortunati cosmonauti.
Le tombe dei tre cosmonauti, nel Mausoleo delle mura del Cremlino.
(Foto dell'Autore)