Italia, 2021
Genere: biografico, drammatico
Durata: 130'
Regia: Paolo Sorrentino
Il cinema di Sorrentino non ha mezze misure, si ama o non si ama. Io purtroppo, come ben sapete, faccio parte della seconda corrente di pensiero. Già nella recensione de La grande bellezza (disponibile sul nostro sito) avevo espresso il mio parere sul regista napoletano e sul suo modo di fare cinema.
In questa recensione cercherò di analizzare al meglio il suo nuovo lavoro, È stata la mano di Dio, un film totalmente diverso dai precedenti di Sorrentino ma che non si allontana assolutamente dal suo stile.
È stata la mano di Dio è senza dubbio il film più sincero del cineasta partenopeo e allo stesso tempo, il più difficile. Una vera e propria riflessione autobiografica che si accompagna a una meditazione poetica sulle proprie fascinazioni, le proprie radici, un bilancio della vita e dell'opera attraverso un ritratto dell'artista da giovane.
È la Napoli di Maradona e Troisi quella in cui cresce un giovane Fabietto Schisa, alter ego di Sorrentino (interpretato da Filippo Scotti). Nella prima parte assistiamo ad una carrellata di figure, volti da commedia all'italiana. Alcuni suggestivi, come il san Gennaro Enzo Decaro, altri macchiette un po' forzate e del tutto fuori luogo, come la Signora Gentile, i vicini altoatesini e lo zio Alfredo irriducibile maradoniano ed espressione di quella napoletanità estrema della quale siamo stanchi. Ci vengono mostrati vizi e virtù di una famiglia borghese incastonati in un racconto corale ambientato in una Napoli sfacciata, vertiginosa, ripresa in campi lunghi e panoramiche. L’impostazione dei personaggi richiama più il modello indulgente e nostalgico di Fellini che quello tipicamente satirico, acre, della commedia all'italiana.
Fellini, che arriva a Napoli per un provino e che, nonostante non venga mai inquadrato lascia una traccia molto forte attraverso la voce e le foto di donne, un elenco inesauribile di desideri e bellezze come lo è il cinema felliniano, al quale Sorrentino è estremamente legato.
La seconda parte del film tralascia il senso figurato e allegorico della prima e si dedica alle storie della città, una in particolare: quella di Fabio Schisa, del suo relazionarsi con un altro vuoto, non solo la morte dei genitori ma il fatto puro e triviale che da morti "non glieli hanno fatti vedere."
Qui il racconto di formazione non forma immagini evidenti ma bensì enigmatiche, due su tutte: "la realtà è deludente" e "non ti disunire."
Quindi soltanto il cinema può riscattare la realtà, ma solo a condizione di quell'integrità poetica che, piaccia o non piaccia, è ormai cifra stilistica riconoscibile di Sorrentino. Vengano dunque la stucchevole idealizzazione e adorazione dell'epoca maradoniana, le improbabili caricature, la parata di freaks con i microfoni in gola, le baronesse miserabili, le grasse signore che sbranano mozzarelle, l'umorismo più deprecativo che ispirato, le cartoline di Stromboli, i furti di canederli, gli offshore che fanno tuff-tuff e il sipario che cala su Napule è.
Questo è un film più quieto e intimo che ovviamente può non piacere ma che non ha quel sano e meraviglioso sfacciato desiderio di essere grande e importante. Sembra strano a dirlo ma nonostante sia un film costoso (produzione Netflix) e molto imponente, è anche defilato, non urlato, con pochissima musica.
È un Sorrentino diverso, non irriconoscibile ma più senile e in un certo senso intimo.
Sempre Vostri
C & C