USA, 2021
Genere: biografico, drammatico, storico
Durata: 126'
Regia: Shaka King
USA, 2021
Genere: biografico, drammatico, storico
Durata: 126'
Regia: Shaka King
"Combatteremo il razzismo non con il razzismo, ma combatteremo con la solidarietà. Diciamo che non combatteremo con il capitalismo, ma lo combatteremo con il socialismo ".
Dopo la recensione di Sound of Metal (l’analisi completa del film è disponibile sul nostro sito), continuiamo con un altro film che è stato protagonista agli Oscar 2021: Judas and the Black Messiah.
L'opera radicale scritta e diretta da Shaka King non fa sconti nel mettere il pubblico di fronte alle responsabilità delle fazioni in campo, ovvero Black Panther ed FBI, mentre ricostruisce la storia di uno dei leader più giovani e stimati delle Pantere Nere, Fred Hampton (interpretato da un meraviglioso Daniel Kaluuya).
Il vero punto di forza del film è rappresentato dalla prospettiva scelta da Shaka King nel narrare gli eventi. Infatti anche se è strepitosa la performance di Daniel Kaluuya, interpretazione che è valsa all’attore britannico il premio Oscar 2021 nella categoria miglior attore non protagonista, la storia di Hampton è raccontata dal punto di vista del ladro e truffatore William O'Neal (interpretato da Lakeith Stanfield), ingaggiato dall'FBI per infiltrarsi nella sezione delle Pantere Nere di Chicago e fornire informazioni su Hampton e i suoi compagni. Il film si apre con le finte immagini di repertorio che ricreano l'intervista rilasciata da Bill O'Neal per il documentario della PBS Eyes of the Prize II in cui l'ex informatore racconta la sua esperienza nelle Black Panther. Il vero O'Neal, che troviamo alla fine del film, è morto suicida la sera stessa della messa in onda del documentario.
Judas and the Black Messiah è un gioco di lati della stessa medaglia tra l'ideologia pura di un credente rivoluzionario marxista-leninista e quella invece sozza di un attivista troppo debole e spaventato per fare la cosa giusta, mortalmente corrotto anche se fedele alla causa, un paradosso ambulante fiacco e tremolante.
Ai discorsi appassionati e all'abnegazione di Fred Hampton corrispondono le menzogne di Bill O'Neal, ma entrambi sono mossi dallo stesso scopo: cambiare la loro condizione nell'America degli anni '60 in cui i diritti civili dei neri sono ancora un'utopia. Tra i momenti più significatici del film in tal senso c'è la conversazione tra l'agente Roy Mitchell (interpretato da Jesse Plemons), burattinaio di O'Neal, e il capo dell'FBI J. Edgar Hoover (interpretato da Martin Sheen), a sua volta manipolatore supremo, in cui quest'ultimo chiede a bruciapelo a Mitchell come reagirà quando la figlia neonata, un giorno, "porterà a casa un negro".
Judas and the Black Messiah è un film che narra la storia di una nazione, la storia del Movimento per i Diritti Civili ma soprattutto la storia delle operazioni segrete dell'FBI volte ad arginare il Movimento minando la credibilità dei suoi leader o eliminandoli fisicamente, come nel caso di Fred Hampton, ucciso nel sonno in un raid vigliacco della polizia nel suo appartamento.
Shaka King, con il suo impulso rivoluzionario e la lucida denuncia della violenza e della sopraffazione di FBI e Polizia (con l'avvallo del Governo americano, ovviamente), fornisce non solo un quadro preciso della situazione dei neri americani negli anni '60, ma mette lo spettatore in grado di unire i puntini cogliendo le assonanze col presente e con le proteste di Black Lives Matter. Quella tra neri e polizia si configura come una vera e propria guerra e Fred Hampton, da buon comandante, si dimostra abile ad arringare le folle per reclutare volontari e a costruirsi una rete di alleati. Non c'è idealizzazione né mitologia nella sua figura, ma una lucida ricostruzione storica, favorita da un sapiente uso di pochi, ma significativi materiali di repertorio, in cui si coglie una decisa prospettiva politica che trapela dalla narrazione senza forzature.
In questo quadro così dettagliato, il Bill O'Neal di Lakeith Stanfield rappresenta il motore degli eventi drammatici avvelenando silenziosamente la lotta con il suo tradimento. Il vero O'Neal accettò il ruolo di informatore per evitare la prigione. La recitazione nervosa di Stanfield, i suoi sguardi obliqui e sfuggenti, le esplosioni di rabbia funzionali a distogliere ogni possibile sospetto dai parte delle altre Pantere ci restituiscono la sete di denaro mista ai sensi di colpa di un personaggio che non solo aderì alla lotta delle Black Panther, ma arrivò perfino a fare carriera nell'organizzazione divenendo capo della sicurezza. Bill O'Neal è il vero punto critico di Judas and the Black Messiah, la breccia che ci aiuta a penetrare un film rigoroso, per certi versi granitico, mettendoci in grado di comprendere fino in fondo un'epoca e i suoi conflitti. Bill O'Neal è il vero motore degli eventi, avvelena silenziosamente la lotta con il suo tradimento, la sete di denaro mista ai sensi di colpa di un personaggio che non solo aderì alla lotta delle Black Panther, ma arrivò perfino a fare carriera nell'organizzazione, qui si capisce perfettamente il richiamo al titolo Judas.
Il corposo lavoro di ricerca di Shaka King e Will Berson si traduce in una pellicola solida e complessa che, pur concentrandosi sui risvolti umani delle vicende, brilla per equilibrio e asciuttezza. Poche le concessioni all'emotività, perfino nella ricostruzione della tenera storia d'amore tra Fred Hampton e la compagna Deborah Johnson (interpretata da Dominique Fishback), incinta di suo figlio che nascerà un mese dopo la sua morte. Un titolo estremamente classico ma che vuole arrivare dritto e preciso al pubblico (e ci riesce) per ciò che ha da raccontare e divulgare, cioè l'eredità della parola di un oratore rivoluzionario che scelse di resistere. L’interpretazione di Fred Hampton, o se preferite Black Messiah, di Daniel Kaluuya è semplicemente perfetta, ed ha consacrato definitivamente l’attore con la vittoria dell’oscar 2021 nella categoria miglior attore non protagonista; ricordiamo che inoltre il film si è aggiudicato la statuetta per la Miglior canzone: Fight for You (premio sottratto contro tutti i pronostici alla nostra Laura Pausini).
Un film che non si può non vedere, tremendamente attuale, un vero e proprio trattato di religiosa chiarezza volto a divulgare e tramandare il verbo dell'ennesimo messia nero ucciso dall'autorità bianca.
Ci tengo a concludere la recensione con le parole dello stesso Hampton, che meglio racchiudono tutto il senso del film e riassumono meglio di me sicuramente il vero messaggio che ci vuole lasciare: "Non è questione di violenza o non violenza. La questione è resistere al razzismo o non esistere all'interno dello stesso".
Sempre Vostri
C & C