Paese di produzione: USA
Ideatore: Sylvester Stallone
Paese di produzione: USA
Ideatore: Sylvester Stallone
Quando ero piccolo mio padre aveva una cassetta, uno di quei VHS (che per le nuove generazioni immagino risulterà essere oggetto quasi alieno) con sopra questo pugile mal ridotto e insanguinato e con una bandiera americana sulle spalle. La cassetta in questione era quella di Rocky IV, quarto film della saga, uscito nel 1986, probabilmente il più bello (anche se per una questione affettiva nel mio cuore rimarrà sempre il primo capitolo).
Avevo dieci anni quando scoprì la storia di questo eroe del popolo.
Il personaggio di Rocky si è tramandato di generazione in generazione, basti pensare che il primo film è stato distribuito nel 1976 e nonostante ciò resta tutt'oggi uno degli eroi cinematografici più amati e universali di sempre.
Dal VHS al DVD, dalla versione in lingua originale a quelle restaurate.
Insomma, dopo aver visto e rivisto questa saga credo sia d’obbligo spendere due parole su questa icona immortale del cinema.
Iniziamo subito dicendo che il 1975 è stato un anno d’oro per la boxe, ed è proprio in questo sport che Stallone trova ispirazione, in particolare dopo aver assistito ad un incontro per il titolo dei pesi massimi tra il grande campione Muhammad Alì e Chuck Wepner (uno pugile sconosciuto di origini irlandesi).
Lo sfidante affrontò il campione presentandosi con uno stile un po’ trasandato e soffrendo molto.
Il pugile irlandese però dimostrò un coraggio e una risolutezza strabilianti, mise anche a segno un incredibile atterramento mentre resisteva a una punizione severissima sul ring fino ai limiti della sopportazione umana, salvo arrendersi a pochi secondi dalla fine.
Vi ricorda qualcuno??
Da qui Stallone iniziò a buttare giù l’idea e a plasmare il SUO Rocky.
Non prese solo Chuck Wepner come spunto, ma tanti altri elementi autobiografici di molti pugili amati dal popolo tra i quali Joe Frazier (il grande rivale di Alì), Rocky Marciano, Jake La Motta, Rocky Graziano e Harry Greb.
Stallone ambientò il tutto non in una città qualunque, ma in una Philadelphia che in quegli anni seppur scossa da tumulti e povertà, era comunque già da decenni la capitale della boxe mondiale.
La storia è ormai nota a tutti: Rocky (Sylvester Stallone) è un pugile dilettante che non riesce a sfondare e che per tirare avanti è costretto a lavorare come strozzino per un gangster locale.
Ha come amico Paulie (Burt Young), anche lui con mille problemi (l’alcol in primis), fratello di Adriana (Talia Shire), che diventerà la famosa “ADRIANAAA”, compagna di Rocky.
La sua vita cambia quando il campione dei pesi massimi Apollo Creed (Carl Weathers) si ritrova senza sfidanti per il match a celebrazione del bicentenario degli States, da disputarsi a Philadelphia. Intenzionato a fare il match comunque, si trova costretto a scegliere a caso uno sfidante locale.
La scelta ricadrà su Rocky, il quale si troverà davanti la più grande opportunità della sua vita.
Ad allenare il nostro pugile Italo-Americano sarà lo scorbutico ma indimenticabile Mickey (Burgess Meredith), proprietario della palestra dove Rocky si è sempre allenato.
Il Match che ne verrà fuori sarà epico e per nulla scontato, il campione dovrà vedersela con l’incredibile determinazione e bravura dello sfidante, che resisterà fino all'ultima ripresa per poi perdere ai punti.
Un match che entra di pieno diritto nella storia del cinema, come tutto il film d'altronde.
Semplicemente straordinario, a partire dalla sceneggiatura di Stallone che si presenta curata nei minimi dettagli con una storia che emoziona, il tutto contornato da personaggi ben studiati e caratterizzati minuziosamente.
Il film non a caso vinse infatti tre Premi Oscar tra cui Miglior Film (battendo tra l’altro Taxi Dirver di Scorsese) e che rivalutò Sylvester Stallone come uno degli attori più apprezzati di Hollywood, tanto da fargli ottenere per il suo ruolo una nomination all'Oscar come Migliore Attore Protagonista.
Ma Rocky Balboa non è stato solo questo. Stallone ci racconta che nella vita le seconde possibilità esistono e vanno sfruttate. In Rocky II (distribuito nel 1979) infatti, il sogno, anche attraverso mille ostacoli, diventa realtà, concretizzandosi con la vittoria del titolo dei pesi massimi nella rivincita contro Apollo.
A tre anni dall'esordio, Sylvester Stallone si assume la totale responsabilità della sua “creatura” e confeziona il sequel del film premio Oscar nella triplice veste di attore, sceneggiatore e regista.
Nel 1982 esce il terzo capitolo della saga, in cui è contenuta la celebre ““Eye of the tiger” che ricevette la nomination come Miglior Canzone sia agli Oscar che ai Golden Globe. E siamo sinceri, chi è che non l’ha inserita nelle playlist per caricarsi?
In questa pellicola Stallone decide di raccontarci cosa significa essere diventati celebri e cosa succede quando non sono più i tuoi meriti sportivi a definire chi sei, ma il tuo stesso nome ad essere un brand che arricchisce senza che tu debba muovere un muscolo.
Un Rocky che, seppur ben vestito e non più povero come prima, non ha scordato le sue origini e i suoi amici, dal suo mentore ai suoi fan. Ha dimenticato però cosa significa essere affamati, ha perso, come gli ribadirà Apollo in una delle scene chiave del film “gli occhi della tigre”, questo gli costerà caro.
Sarà proprio Apollo, in vesti più mature e sagge a riportarlo sulla retta via. Tutto questo sarà il preludio di una bellissima amicizia che darà spunto a Stallone per scrivere un’altra storia che emozionerà tutti, incentrata sulla vendetta… ma dovremo aspettare altri tre anni…
Rocky III è sicuramente il film più commerciale della saga, probabilmente il capitolo più debole dei quattro.
Leggendario rimane comunque l’allenamento con Apollo, l’ambientazione, la colonna sonora e le immagini lo rendono sicuramente una delle sequenze più adrenaliniche di tutta la saga. Nonostante il paragone non regga con gli altri film, il cuore di Stallone c’è sempre, e i suoi pugni anche...
Ed eccoci che ritorniamo alla cassetta di mio padre. Forse per il legame affettivo, forse per i ricordi collegati questo film è, personalmente parlando, il più iconico di tutti. Uscito nelle sale nel 1985 è diventato un monumento degli anni ’80 e non solo.
Le sequenze degli allenamenti in Russia sono fantastiche e gli incontri curati in ogni minimo dettaglio, il che rende tutto più realistico (a parte i milioni di colpi al minuto “coreografati” per non abbassare mai il ritmo), senza mai dimenticare le fantastiche musiche che accompagnano le vicende del nostro eroe.
Per alcuni Rocky IV è una semplice e banale propaganda pro U.S.A. (il che è anche vero, nessuno lo nega), per tanti altri invece è un continuo insegnamento di vita.
Il “non mollare mai” arriva proprio dalla morale e dagli atteggiamenti del buon Rocky Balboa, coadiuvato da persone intorno a lui che lo aiutano e lo spronano sempre a dare il massimo; soprattutto la moglie Adriana, vera arma in più.
Nel quarto capitolo della saga il nostro eroe Rocky Balboa si è ritirato, conduce una vita agiata insieme alla famiglia e ogni tanto si allena con il suo amico/rivale Apollo Creed.
La minaccia questa volta però arriva dall'Est; un nuovo pugile russo affamato di vittoria e appoggiato dalla forte Unione Sovietica arriva negli Stati Uniti dichiarando “guerra” sportiva.
Ivan Drago non è un semplice campione Olimpico in carica ma è un carrarmato pronto a distruggere chiunque.
In tutto questo entra in scena Apollo Creed, ormai fuori dal ring da cinque anni ma sempre orgoglioso e patriottico. Le dichiarazioni della delegazione Sovietica lo spingono a sfidare il russo con tragiche conseguenze, il che darà avvio a una spirale di vendette e sacrifici da parte di Rocky Balboa, desideroso di fare giustizia.
Ivan Drago (interpretato da Dolph Lundgren), è un antagonista perfetto: alto, grosso e di poche parole, anche se quelle che pronuncia come il “Ti spiezzo in due” è un tormentone in voga tuttora.
La ricerca spasmodica della perfezione coreografica delle scene di boxe anche in questo capitolo è formidabile, basta citare alcune parole di Stallone mentre giravano: "Mi ha colpito così forte che il cuore mi si è quasi fermato", ha svelato Sly, confessando di essersela praticamente cercata. Gli dissi: “perché non facciamo sul serio? Prova a mandarmi ko. Colpiscimi più forte che puoi. Fu una cosa piuttosto stupida da dire. L'unica cosa che ricordo sono io su un aereo in volo a bassa quota, direzione pronto soccorso. Fui costretto al ricovero in terapia intensiva per quattro giorni, circondato da suore”.
Sylvester Stallone nel ruolo di Rocky Balboa è ormai un simbolo degli Stati Uniti, rafforzato ancor di più da Rocky IV, ambientato e girato in pieno “regime Reagan”.
La parte politica però, ci interessa poco…
Rocky V è l’ultimo film della saga originale di Rocky, oltre a essere senza dubbio il più debole sotto ogni punto di vista
Lo Stallone Italiano in questa pellicola sveste per la prima volta i panni del pugile e veste quelli dell’allenatore, aiutando il giovane Tommy. Nonostante l’opera abbia un soggetto davvero interessante, non decolla mai, lasciando spazio a una narrazione scialba e molto stereotipata. Tuttavia Stallone riesce a salvare il film grazie ad un finale del tutto atipico rispetto a quelli classici della saga di Rocky.
Se su Rocky 5 è inutile dilungarsi troppo, Rocky Balboa, ovvero il sesto e finale capitolo della saga, merita qualche considerazione in più.
Un Rocky ormai invecchiato e appesantito dall'età gestisce un ristorante a Philadelphia e vive di ricordi e allusioni al suo glorioso passato. Ha un rapporto molto conflittuale con il figlio (interpretato da Milo Ventimiglia) e passa i suoi giorni nell'ombra di una modesta casa. Tutta questa situazione lo porta a rimettersi nuovamente in gioco. Da una simulazione al computer con l’attuale campione del mondo Mason Dixon, nella quale lo Stallone Italiano risulterebbe il vincitore, Rocky torna sul ring per l’ultima grande sfida della sua carriera. Contro il parere di tutti (soprattutto del figlio) inizierà di nuovo un pesante allenamento per arrivare preparato al match. La sconfitta sarà tecnica ma il pubblico, dopo 30 lunghi anni, continua ancora ad amare l’icona di Philadelphia e all'uscita dal ring gli riserva una vera standing ovation, inneggiando al suo nome in una delle scene finali più belle e toccanti dell’intera saga.
L’atmosfera che si respira in tutta la pellicola è estremamente malinconica; tutti gli spettatori sanno perfettamente che stanno assistendo al canto del cigno dello Stallone Italiano, sebbene sappiano anche che il pugile di Philadelphia può ancora regalare momenti altissimi.
Tra i momenti più toccanti va sicuramente ricordata la scena del discorso sull'autostima tra padre e figlio, un momento epico che racchiude tutto il pensiero di Stallone.
Questo film inoltre fa da ponte tra la vecchia pentalogia terminata nel 1990 e i due film dedicati ad Adonis Creed del 2015 e 2018.
Sicuramente non il più bel film della saga, ma forse tra i più intelligenti; scritto e diretto in maniera umile e acuta ed in grado di dare la sensazione allo spettatore di accompagnare Rocky per mano verso il suo ultimo incontro.
Dopo quasi 40 anni, la saga di Rocky è più viva che mai, è qualcosa che tutti noi abbiamo dentro, la voglia di vincere attraverso la fatica, passando per strade tortuose senza arrendersi mai.
Sempre Vostri
C & C