USA, 2019
Genere: Biografico, drammatico, gangster, storico
Durata: 209'
Regia: Martin Scorsese
Martin Scorsese è uno dei più grandi registi di sempre e ci regala il suo ennesimo capolavoro.
Il buon vecchio Martin ci permette di prendere visione di un vero e proprio “film testamento”. Si, avete capito bene, un testamento, non tanto della sua carriera che ci auguriamo possa essere ancora lunga e ricca di soddisfazioni ma bensì di un genere, nello specifico quello del gangster movie, che ha fatto grande Hollywood attraverso i decenni.
Il film racconta le vicende di Frank Sheeran, l’irlandese che dà il titolo al film, un trasportatore ed ex veterano di guerra che diventa sicario per conto della mafia italoamericana. A capo della famiglia criminale che lo protegge c'è Russell Bufalino, che diventerà quasi un padre per lui e che lo metterà in contatto con il celebre leader sindacalista Jimmy Hoffa, preso di mira da Robert Kennedy per il suo coinvolgimento con la Mafia e i prestiti garantiti loro per la costruzione di Las Vegas.
Raccontato così il film sembrerebbe il classico film alla “Scorsese”, in cui si susseguono incontri e intrecci criminali di ogni tipo, con esecuzioni, tradimenti e processi. Il tutto girato come sempre con lo stile unico, elegante eppure brutale, del Maestro newyorchese. In realtà la prima parte segue più o meno questa linea ma è nella seconda parte che il film cambia decisamente faccia. Il regista infatti concentra l’attenzione non tanto sulle azioni criminali compiute dai protagonisti, ma sulle conseguenze delle stesse all'interno della famiglia di Frank, quella composta da moglie e figlie, che lui cerca di proteggere e schermare da ogni orrore, e quella dei capi e alleati che cerca di servire al meglio, senza mai ribellarsi o discutere nessun ordine. Anche il più difficile e straziante.
A differenza delle precedenti recensioni non ho indicato tra parentesi i nomi degli attori in corrispondenza dei personaggi descritti; questa scelta è stata dettata dal profondo e smisurato rispetto, nominare tra parentesi tali mostri sacri sarebbe risultato alquanto offensivo moralmente.
ROBERT DE NIRO – AL PACINO – JOE PESCI
Per poter dirigere un “testamento cinematografico”, Scorsese non poteva che far interpretare questo film ai suoi attori di fiducia, anzi i "suoi amici" come ha amato definirli, e a nessun altro. Per fare questo, considerato che la storia si dirama attraverso più decenni, anche il buon vecchio Martin ha dovuto cedere alla tecnologia e chiedere alla Industrial Light & Magic di sperimentare un processo di ringiovanimento così avanzato e ambizioso come mai prima d'ora si era visto per un film di questo tipo.
I tre fantastici protagonisti, Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci appunto, non hanno quindi un attore più giovane che dà loro il cambio nei flashback, ma semplicemente sono stati ringiovaniti digitalmente.
Il risultato di questa tecnica, dal punto di vista esclusivamente visivo, è alquanto discutibile, personalmente non credo abbia funzionato molto bene. Ma il punto veramente importante è che dopo un impatto iniziale tutto questo non ha più importanza, perché quello che realmente conta è che ci regala l'opportunità più unica che rara di vedere sullo schermo, contemporaneamente, questi tre mostri sacri.
È assolutamente indubbio che le scene in cui duettano De Niro-Pacino o De Niro-Pesci o Pesci-Pacino sono quelle che rimangono, e rimarranno, per sempre scolpite nella testa e nel cuore. Non solo per la loro innata bravura ma anche e soprattutto per come questi tre attori riescano a trasformarsi e ad esprimere l'avvenuto cambiamento, e invecchiamento, dei loro personaggi. Che poi, ecco il colpo di genio, rispecchia esattamente quello dei loro interpreti. E quindi abbiamo un Al Pacino che da combattivo e insolente nella prima parte diventa pian piano più dimesso e dolente nel finale, o un Joe Pesci insolitamente pacato, pacifico e paterno, in perfetto contrasto con l'attore "larger than life" che abbiamo sempre conosciuto. Tutto questo sempre attraverso lo sguardo di un Robert De Niro misuratissimo e senile, che sembra rappresentare lo stesso Scorsese che vede scomparire, sgretolarsi o anche semplicemente "rimpicciolirsi" il mondo in cui ha sempre vissuto così come gli amici di sempre.
Letto in questa chiave anche il passaggio a Netflix di Scorsese (scelta che ha destato non poco scalpore) ha senso: The Irishman non sarà, speriamo, l'ultimo film della sua carriera, ma è certamente un testamento di un modo di fare cinema che l'ha segnato, l'ha reso celebre e famoso in tutto il mondo.
Scorsese sa di essere arrivato quasi alla fine del suo straordinario viaggio, però non si lascia andare alla nostalgia anzi cerca di non arrendersi alla malinconia.
Tutto ciò è facilmente riscontrabile nell'emozionante finale dove il regista non chiude volutamente la porta alla sua storia, ma la lascia socchiusa. Quasi a volerci far riflettere che per quanto si possa essere malinconici e nostalgici, una speranza, seppure fievole, è giusto che rimanga sempre.
Si tratta, come già detto in precedenza di un vero e proprio "film testamento", ma soprattutto una dichiarazione d'amore verso un cinema che ormai sta scomparendo dalle sale, ma non certo dalla memoria. Un altro immenso lavoro per uno dei più grandi registi di sempre.
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