“Con il Postino è tornato dove l’ho incontrato, alla poesia. Poesia come modo di aggirare la realtà, partendo da se stessi. È un’opera che rimarrà: un regalo fatto al pianeta” (cit. Enzo Decaro)
Ci sono dei personaggi che occuperanno per sempre un posto speciale nel nostro cuore, che ricordiamo nei momenti bui per aiutarci a tirarci su o che rammentiamo nei momenti belli per accompagnare i momenti di felicità. Tra questi “geni”, perché è questa la giusta definizione, non può mancare Massimo Troisi.
Per chi ci segue da un po’ conosce benissimo la nostra devozione per Totò e per Eduardo De Filippo, ai quali abbiamo già dedicato dei focus sul nostro sito, e di conseguenza la nostra severità verso i comici e il genere nella sua complessità; quindi non può mancare all’appello l’erede naturale dei due pilastri della comicità italiana e l’ultimo comico degno di questa definizione, Massimo Troisi.
Massimo Troisi è una maschera tragicomica, qualcuno l’ha definito filosofo, e noi siamo assolutamente d’accordo, ma un filosofo pop di un’esistenza mai compresa fino in fondo.
Eroe popolare, riflesso di una città e di un popolo. Il torto maggiore che gli si può fare oggi però, a ventisette anni dalla scomparsa, è considerarlo unicamente fenomeno napoletano, chiuderlo in un’etichetta, dentro un luogo, tra confini e limiti. Troisi ripensato oggi fa quasi genere a se, non è commedia, non è un semplice comico, ma continua a essere allo stesso tempo dramma e risata, smorfia e poesia, vita vera e finzione.
L’aspetto più sorprendente sta nel fatto che il suo ricordo rimane vivo come non mai, i suoi sketch su YouTube vengono visti e rivisti da generazioni che ancora non erano nate quando morì (quello sui politici, è a 6 milioni di visualizzazioni), il suo volto ritratto sui murales di Jorit sulla facciata esterna del Palaveliero di San Giorgio, il suo nome dato perfino a una scuola, rimasto nell’aria per sempre.
Ogni volta che si guarda un suo film, ma anche un semplice sketch, è evidente il suo spiccato senso del tempo, e la consapevolezza che il suo non fosse infinito. L'evasione e il desiderio di esorcizzare la paura della morte stessa diventano il pretesto per parlarne e per evidenziarne ulteriormente le dinamiche contraddittorie e ipocrite. In un certo senso Massimo Troisi ricalca e riprende il pensiero di Totò.
Come diceva il suo “postino”, la poesia non appartiene a chi la scrive, ma a chi la usa, mai come oggi il cinema di Troisi appartiene a tutti noi, perché non è unicamente immagini in movimento, ma un antidoto indispensabile contro l’affanno quotidiano. No, non è cinema astratto il suo, ma cosa concreta, utile per sopravvivere oggigiorno, utile per decifrare quell’enigma mai risolto chiamato vita. Il suo disincanto è il nostro. La sua ironia è la nostra armatura. Ricordatelo ma non etichettatelo perché per definizione, il genio non ammette definizioni.
Concludo questo piccolo pensiero con la speranza che le mie parole facciano sì che si continui a tramandare l’opera dell’attore napoletano, non ho volutamente analizzato ogni suo film nello specifico perché sarebbe risultato noioso e soprattutto inutile, ma ho preferito raccontare cosa per noi sia stato effettivamente Massimo Troisi e quanto la sua arte sia ancora più viva che mai.
Sempre Vostri
C & C