Il Popolo del Fuoco Sottile
In ogni cultura, fin dall’antichità, si parla di presenze invisibili che abitano accanto a noi. Nella tradizione islamica sono chiamati jinn, ma possiamo definirli in modo più universale come il Popolo del Fuoco Sottile.
Secondo il Corano non sono angeli né demoni, e nemmeno fantasmi. Sono creature nate da un “fuoco senza fumo”, sottili e impalpabili, diverse dagli uomini (plasmati dall’argilla) e dagli angeli (creati dalla luce).
La loro caratteristica più sorprendente è il libero arbitrio: come noi, possono scegliere se vivere nella luce o nell’ombra. Alcuni sono saggi e pacifici, altri ingannatori e distruttivi. Persino Iblis, che i cristiani identificano con Satana, non è un angelo ribelle, ma un jinn che scelse di disobbedire.
Ma questa idea non appartiene solo all’Islam. Ovunque, gli esseri umani hanno percepito l’esistenza di popoli invisibili:
Nel mondo greco c’erano i daimon, spiriti che potevano ispirare o tentare, non buoni o cattivi in sé, ma mediatori tra uomini e dei.
In Mesopotamia si parlava di spiriti come Lilu o Pazuzu, in grado di portare malattia o protezione.
Nelle culture celtiche e nordiche vivevano fate ed elfi, abitanti di dimensioni parallele, a volte benevoli, a volte pericolosi.
Nell’India vedica compaiono yaksha e rakshasa, custodi di tesori o spiriti oscuri, anch’essi legati al dualismo luce-ombra.
Nelle tradizioni ebraico-cristiane troviamo angeli caduti e spiriti intermedi, ma con una visione più rigida: chi cade nella tenebra non ha possibilità di risalire.
La differenza è sottile ma essenziale: in molte di queste tradizioni, il “male” non è una condanna eterna, ma una scelta. E questo rende il Popolo del Fuoco Sottile uno specchio delle nostre stesse contraddizioni.
Oggi, leggende e racconti popolari parlano ancora di case abitate da presenze invisibili, di incantesimi e incontri misteriosi. Ma al di là del folklore, ciò che conta è il simbolo:
queste creature ci ricordano che ogni giorno abbiamo la possibilità di scegliere chi diventare, se nutrire la fiamma della luce o quella dell’ombra.
Forse il loro mistero ci affascina proprio perché, guardando loro, riconosciamo noi stessi.