“Abusi taciuti tra mura di casa e rapporti di fiducia”
Ci sono ferite che nascono nei luoghi dove avremmo dovuto sentirci al sicuro: in famiglia, in casa, tra persone vicine.
L’abuso non arriva sempre dall’esterno: a volte è il padre, la madre o i fratelli; altre volte un vicino, un amico di famiglia, qualcuno di cui i genitori si fidavano.
Spesso chi dovrebbe proteggere sceglie il silenzio.
Un silenzio fatto di paura, vergogna, dipendenza o rassegnazione. Non sempre è cattiveria: a volte è fragilità, altre volte il timore di rompere un equilibrio apparente.
Ma per chi subisce, il risultato è lo stesso: sentirsi soli, non creduti, non difesi.
Questo silenzio diventa una forma di abuso secondario.
Non dire nulla, non fermare, non denunciare significa lasciare chi subisce senza protezione, costretto a portare un peso troppo grande.
In molte famiglie dove è presente un padre narcisista o violento, accanto a lui c’è spesso una figura silenziosa: la madre.
Non sempre consapevole, spesso per paura, senso di responsabilità o amore distorto, finisce per minimizzare e giustificare i comportamenti del partner.
Frasi come “è fatto così” o “ha avuto una giornata difficile” diventano il modo per normalizzare l’anormalità, con l’illusione di proteggere la famiglia.
In realtà, però, così facendo non protegge nessuno: i figli crescono confusi, senza confini chiari, esposti a dinamiche dolorose.
Le conseguenze sono profonde: difficoltà a riconoscere un amore sano, incapacità di dire “no”, ansia costante, iper-vigilanza emotiva.
Molti bambini finiscono persino a sostenere emotivamente la madre, che a sua volta sostiene il padre narcisista: un ciclo che sembra infinito.
Chi cresce in questi contesti porta con sé cicatrici invisibili.
Può diventare adulto con difficoltà a fidarsi, con la tendenza a scegliere partner simili a chi lo ha ferito, o persino a ripetere lo stesso schema, trasformandosi a sua volta in chi abusa o giustifica l’abuso.
Non è una condanna, ma un rischio: il dolore non elaborato tende a ripetersi, generazione dopo generazione, finché qualcuno trova la forza di interrompere il ciclo.
Un tempo questi abusi erano ancora più frequenti e taciuti, soprattutto nei contesti più chiusi, dove l’onore e la vergogna contavano più della verità.
Oggi qualcosa è cambiato: c’è più consapevolezza, più strumenti, più possibilità di parlare. Non significa che il dolore non esista più, ma che almeno non deve restare sepolto.
Non sempre rompere il silenzio significa affrontare chi ha fatto del male.
A volte non è possibile, a volte sarebbe solo una nuova ferita.
La guarigione allora inizia da un’altra parte: dal dire la verità a se stessi, dal riconoscere che ciò che è accaduto non è colpa della vittima, dal trovare spazi sicuri dove poter parlare ed essere ascoltati.
Spezzare il silenzio non cancella le cicatrici, ma apre la possibilità di ricostruire dignità, fiducia e vita.
Perché chi ha sofferto non è definito dall’abuso subito, ma dalla forza con cui, passo dopo passo, sceglie di ritornare a se stesso.