sr. Roberta Pignone
Articoli e lettere
Articoli e lettere
di Massimo Angeli
popoliemissione.it/ - 11 giugno 2025
Nell’immaginario collettivo è un qualcosa che appartiene ad un lontano passato, ma la lebbra è tutt’altro che un vecchio fantasma.
Ne sa qualcosa suor Roberta Pignone, direttrice del Damien Hospital di Khulna, in Bangladesh.
Era il 1988 quando l’Organizzazione Mondiale per la Sanità-Oms, dichiarava debellato il morbo di Hansen, la malattia meglio conosciuta col nome di lebbra.
Un errore grossolano ed inconcepibile perché la lebbra non è mai stata debellata. «Una dichiarazione di cui paghiamo le conseguenze ancora adesso – spiega suor Roberta, medico e Missionaria dell’Immacolata, la congregazione femminile associata al Pime – perché l’interesse, che era già scarso nei confronti di questa malattia, si è ridotto ulteriormente, ed abbiamo avuto come risultato un aumento delle infezioni semplicemente perché si smise di fare diagnosi».
Malgrado in Occidente si creda che la lebbra non esista più, questo morbo continua ad essere un enorme problema di salute pubblica in vari Paesi in Africa, America Latina ed Asia, dove le condizioni socio economiche precarie ne favoriscono la diffusione.
Secondo l’Oms, nel 2023 sono stati registrati 182.815 casi di lebbra, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente.
I Paesi in cui sono state registrate il maggior numero di diagnosi l’India, con 107.851, il Brasile, 22.773, l’Indonesia, 14.376. Ma sopra i 1.000 casi l’anno anche Bangladesh, Filippine, Mozambico, Nigeria, Congo, Sri Lanka.
Il Damien Hospital è stato aperto dalle Missionarie dell’Immacolata nel 1986 con l’obiettivo proprio di curare e prevenire la lebbra, l‘unica struttura ospedaliera specializzata nella sua cura in tutto il Bangladesh meridionale.
«Il Damien Hospital però non è solo un ospedale per malati di lebbra, dal 2001 abbiamo iniziato a curare anche la tubercolosi, e dal 2012 Hiv e Aids – specifica la religiosa -.
Offriamo servizi in altri 10 centri della regione di Khulna, dove vengono accolti i pazienti, fatte le diagnosi ed iniziate le terapie, e dove io mi reco ogni settimana per fare ambulatorio.
L’ospedale ha 33 posti letto, per le cure, la fisioterapia o la semplice convalescenza.
Registriamo circa 100 ricoveri e 30 diagnosi di lebbra l’anno, 300, invece, le diagnosi di TBC».
«Da sempre ho frequentato la parrocchia – ricorda suor Roberta – e quando mi sono laureata in Medicina e Chirurgia mi sono accorta che essere medico non mi bastava, sentivo il bisogno di dare una forma, un colore ed un gusto diverso al mio essere medico.
Quindi, dopo un cammino nel Pime, ho fatto una esperienza missionaria nel Bangladesh e qui la scoperta delle Missionarie dell’Immacolata e la decisione che volevo essere come una di loro»
«La mia è la malattia dei poveri – spiega la religiosa -, uso farmaci che in Italia non esistono più, che sono poco costosi ma che mi permettono, comunque, di dare ai malati una condizione di vita migliore rispetto a quanto potrebbero avere.
Di sicuro è forte il senso di solitudine, sono l’unico medico straniero che lavora per curare la lebbra e non ho possibilità di confronto diretto con altri medici.
La diagnostica è limitata perché gli esami costano, i malati non se li possono permettere ed è tutto a carico nostro. Fare TAC, risonanze magnetiche, aghi aspirati eco guidati sono spese importanti che sono chiamata a valutare attentamente».
Nel suo servizio suor Roberta non parla della sua fede, le basta prendersi cura dei suoi malati.
«Non sono venuta in Bangladesh per fare conversioni, sono in questo Paese per parlare di speranza, essere speranza per queste persone che speranze non hanno.
Qualcuno si domanda il perché sono qui, ma non me lo chiede mai».
La condizione della donna è l’aspetto della cultura del Bangladesh che suor Roberta non riesce a mandare giù, anche dopo 14 anni di vita nel Paese.
«Le donne sono considerate un possesso del marito, non possono decidere cosa fare delle loro vite, debbono solo fare figli, custodire la casa e prendersi cura dei suoceri.
Donne spesso costrette a stare in casa, ad uscire solo per andare dal medico, senza poter studiare né farsi una cultura.
Per questi motivi, il mio ricordo più bello è legato alle relazioni che si sono create con queste donne, che dopo essere mie pazienti diventano le mie amiche e le mie confidenti, oppure i loro figli che sentono il nostro ospedale come una seconda casa».
“Balsamo per molte ferite” il libro in cui suor Roberta racconta la sua missione, nasce dal desiderio di dire «quello che è stato il Signore per me, un vero balsamo per le mie ferite quando pensavo che non ce l’avrei fatta ad avere una vita felice, che invece mi ha fatto cambiare strada, salvata e redenta.
Così come lui è stato un balsamo per me, io voglio assolutamente essere un balsamo per questa gente».
Mondo e Missione - 29 aprile 2025
«È stato davvero tra noi: si è lasciato toccare e abbracciare e ha toccato e abbracciato senza alcun timore. Anche me che curo i malati di lebbra…». Ecco la testimonianza di suor Roberta Pignone, missionaria e medico in Bangladesh
Papa Francesco tanto ha dato a noi in insegnamento, amore ed esempio. Adesso però abbiamo una grande responsabilità: non solo ricordarlo e pregare per lui, ma non smettere mai di cercare di mettere in pratica i suoi insegnamenti.
Sono andata a rileggere una lettera che avevo scritto nel 2017 dopo la sua visita in Bangladesh. «Avevo nel cuore un unico grande desiderio – scrivevo -: che i miei malati di lebbra cristiani potessero partecipare alla Messa col Papa. E così ho messo in campo tutte le possibilità che avevo e siamo partiti. I miei pazienti hanno avuto il posto dei VIP! Il Papa ci è passato vicino, la gente si è stretta intorno a lui e credo che abbia potuto sentire tutta la capacità di accoglienza che è la caratteristica principale del popolo del Bangladesh. “Il Papa è tra noi!”, continuavamo a ripetere. “Viva Papa Francesco e tutta la tua umanità”».
Il Papa è tra noi… Ecco quello che ha caratterizzato i suoi anni di Pontificato. È stato davvero tra noi: si è lasciato toccare e abbracciare e ha toccato e abbracciato senza alcun timore.
Ricordo l’incontro fatto con i religiosi a Dacca, sempre durante la sua visita. Sono riuscita ad avvicinarlo e gli ho detto che curo i malati di lebbra e lui ha preso la mia mano e me l’ha stretta, proprio la mano che uso per fare il mio lavoro con gli ultimi, sì, gli ultimi quelli che lui ha sempre prediletto. Ho sentito la sua benedizione. Da quel giorno la mia cura per i miei pazienti è stata ancora più ricca di amore e di tenerezza. È come se Papa Francesco me lo avesse chiesto con quei suoi occhi sbarrati mentre mi guardava e Gesù me lo ha ribadito attraverso il tocco della sua mano.
Papa Francesco ci ha insegnato una prossimità che è attenzione vera, del cuore, per i piccoli, gli ultimi, quelli che vengono emarginati. Senza il timore di essere giudicato e mal compreso. E proprio loro quelli che lo hanno aspettato all’ingresso di Santa Maria Maggiore per l’ultimo grazie e per un saluto.
In questi giorni, tanta gente ha voluto dirgli addio. Una folla immensa ha espresso amore e gratitudine per un uomo che ha saputo essere la misericordia e l’amore del Padre, senza mezzi termini, con una vita di prossimità e semplicità.
Domenica 6 aprile, ero in piazza San Pietro quando, durante la messa per il Giubileo dei malati e dei sanitari, ha voluto fare al mondo intero la prima sorpresa: malato tra i malati, ancora una volta si è fatto vicino, si è fatto prossimo a chi ha bisogno di cure e a chi le cure cerca di darle nel migliore dei modi. Un’altra volta la sua benedizione è caduta anche su di me, sul mio essere medico donato alla missione per gli ultimi della terra, i malati di lebbra.
Ora dobbiamo pregare perché, accolto nell’abbraccio amoroso del Padre buono, possa intercedere per l’umanità che tanto ha amato e chiedere il dono dalla pace, il miracolo che solo lui ora può chiedere per noi.
youtube.com/centropime - 28 marzo 2025
Missionaria dell’Immacolata e medico, suor Roberta Pignone è direttrice del Damien Hospital di Khulna in Bangladesh. Il suo lavoro e la sua dedizione specialmente per i malati di lebbra e tubercolosi rappresentano una preziosa testimonianza cristiana – l’unica possibile – nel contesto di un Paese quasi esclusivamente musulmano scosso oggi da gravi tensioni.
Dopo averci accompagnato nel 2024 su “Mondo e Missione” con la rubrica “La cura”, ci racconterà la “follia d’amore” che la spinge ogni giorno a essere “balsamo per molte ferite”.
Mondo e Missione – dicembre 2024
Vogliamo vivere il Giubileo con una luce diversa, con un impegno in più a parlare di speranza e a offrirla a tutte quelle persone che ne hanno bisogno
«Manda, o Signore, il dono dello Spirito su questa tua figlia che per te ha lasciato ogni cosa. Risplenda in lei, o Padre, il volto di tuo figlio Gesù, perché renda visibile la sua presenza nella Chiesa. Con il tuo aiuto conservi libero il suo cuore, per prendere su di sé le ansie dei fratelli e servire Gesù sofferente nelle sue membra. Negli eventi umani sappia vedere la divina provvidenza che li guida».
Questa preghiera mi è molto cara. È la grande benedizione della nostra professione definitiva e mi piace iniziare questo mio ultimo scritto con queste parole che voglio lasciare un po’ come dono dopo questo anno di condivisione della mia vita missionaria qui in Bangladesh. Chi vuole, la può pregare per me, per noi missionari.
Sono da poco rientrata da un viaggio in America, dove ho portato la testimonianza di quello che è il mio servizio qui: ho trovato tanto affetto, tanto desiderio di conoscere la nostra realtà, il nostro servizio, la mia vita con e per questa gente.
Mi sono sentita voluta bene in modo molto semplice e spontaneo da persone che fino a pochi giorni prima erano sconosciute. Che dono! Anche questo è balsamo per me. Mi hanno colpito lo stupore e l’attenzione della gente ai miei racconti, anche da parte dei bambini che in silenzio hanno ascoltato parole che forse non avevano mai sentito: lebbra, tubercolosi, stigma… Quello che per me è quotidianità, per tanti è ancora motivo di meraviglia e gratitudine per il nostro servizio.
Lo porto come un insegnamento che ho voluto condividere con il mio staff. Mai dirsi stanchi, annoiati e senza entusiasmo per il nostro lavoro, perché è importante ricordare che siamo speranza per chi non ne ha, gesto di cura e consolazione per chi non è abituato a un segno d’amore gratuito e spontaneo. Ecco, questo è un dono per tutti noi, anche per me che, a volte, a causa della stanchezza e di tanti altri pensieri, me lo scordo.
In questo anno, vi ho raccontato storie faticose e difficili, una vita quotidiana diversa da quella che si vive in Italia. E ora spero che alcune di queste storie le conserverete nel vostro cuore anche nell’anno che viene, quello del Giubileo, che vogliamo vivere con una luce diversa, con un impegno in più a parlare di speranza e a offrirla a tutte quelle persone che ne hanno bisogno, perché siamo amati in modo speciale da un Padre buono.
Anche Gesù Bambino, che nasce ancora una volta, ci insegna l’amore, fonte di energia e forza per continuare a essere balsamo per tante ferite.
Buon Natale a tutti voi! Buona preparazione al Giubileo e buona vita!
sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - 6 novembre
Sono stati mesi di violenze, tensioni e rabbia in Bangladesh. E sono ancora adesso tempi di incertezza e instabilità, che richiedono un rinnovato nutrimento spirituale
Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti» (1Re 19). Anch’io sento di aver bisogno di nutrirmi della Parola di Dio in questo momento, una Parola che aiuta nel cammino, specialmente quando ci si trova nel mezzo di giorni di fuoco. È quello che è successo qui in Bangladesh in questi mesi, con le rivolte dei lavoratori e degli studenti, la fuga della premier Sheikh Hasina, i giorni di forte tensione e instabilità.
Sono in Bangladesh da più di 13 anni e mi accorgo che ho ancora tanto da capire di questo popolo e di questa storia nella quale mi trovo a vivere e da cui forse ho ancora tanto da imparare. Mi ha sempre molto colpito, però, la reazione dei bengalesi di fronte alle situazioni di crisi più o meno gravi: passano subito alle mani senza troppo discutere. Se c’è un incidente stradale, ad esempio, ecco che non si parlano per capire chi ha torto o ragione, si picchiano subito, coinvolgendo anche persone di passaggio.
Quanta rabbia ho visto in questi mesi! Questa reazione mi fa ha fatto capire meglio come troppo spesso si sia agito contro la libertà della gente. Ma tanta violenza e troppa aggressività si sono rivolte anche contro le cose belle che sono state realizzate perché il Paese potesse svilupparsi. Tutto questo mi fa pensare che le persone, e soprattutto i giovani, non ne potevano davvero più.
Stiamo vivendo allora un momento storico importante per il Bangladesh, una seconda indipendenza che credo e spero – se diretta in modo intelligente – possa portare questo popolo a fiorire.
Mi auguro che l’attuale primo ministro ad interim Muhammad Yunus possa essere un aiuto in questo momento delicato e cruciale per il Bangladesh. Lo voglio credere. Le nuove generazioni e i piccoli meritano una situazione di vita sicuramente migliore di quella dei loro padri, altrimenti ci sarà ancora tanta rabbia. Ci sono poi interessi internazionali intorno al Bangladesh; di sicuro anche questo conta molto nelle scelte di chi aiuterà il Paese a risollevarsi.
E come ho vissuto io tutto questo? Non è facile da straniera capire tutto e decidere per la sicurezza della mia comunità, dei pazienti e dello staff. Mi sento ancora tanto piccola di fronte a tutto quello che sta succedendo, ma allo stesso tempo ho la responsabilità grande di decidere per molti. Solo lo Spirito può aver guidato le mie scelte perché da sola davvero non ce l’avrei fatta.
sr. Roberta Pignone
Khulna - Via Facebook - 27 ottobre
Oggi ricordiamo il 35esimo anniversario della morte di sr Rosa che ha avuto ispirazione di aprire il nostro ospedale...orgogliosa di portare avanti il suo sogno
sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - ottobre 2024
In un Paese musulmano parlano soprattutto i gesti, i sorrisi e un modo diverso di prendersi cura. Di tutti. Soprattutto di quelli che nessuno vuole
Nel 2001 sono venuta per la prima volta in Bangladesh, nell'ambito del cammino di Giovani e Missione. Ero una giovane dottoressa, in cerca della mia strada. Ed è proprio su una strada del Bangladesh, mentre viaggiavo con una suora dell'Immacolata, che si sono aperti gli occhi del cuore! Ero curiosa, volevo vedere, capire, gustare la vita di queste missionarie che poi sono diventate la mia famiglia. Ho fatto una domanda che mi ha fatto intuire che quella poteva essere la mia vita: ho chiesto in che modo venissero scelte le terre di missione. La risposta è stata: «Sono quelle dove nessuno ha ancora parlato di Gesù». Queste parole mi hanno affascinata e le ho messe nel cuore insieme a quello che avevo vissuto in Bangladesh e che mi aveva aiutato a decidere di mollare tutto per diventare, appunto, una missionaria dell'Immacolata. Il Signore è fedele alle sue promesse e quello che è stato il luogo dell'innamoramento è diventato anche il luogo dell'amore per sempre, la mia missione in mezzo alla gente per cui spendere la vita.
Ora sono in Bangladesh da 13 anni, nel Damien Hospital di Khulna, a prendermi cura dei più poveri ed emarginati: i malati di lebbra e tubercolosi. Qui sento particolarmente coerente con il mio servizio il titolo che Papa Francesco ha voluto dare al messaggio per la Giornata missionaria mondiale: «Andate e invitate tutti al banchetto (Mt 22,9)». Tutti! Soprattutto quelli che nessuno vuole! In questi anni di presenza a Khulna non ho mai parlato di Gesù. È difficile farlo in un Paese musulmano. Del resto, non voglio certo convertire i musulmani; desidero solo che siano delle brave persone con valori tali da consentire a tutti una vita dignitosa e bella.
Sono medico e quindi mi prendo cura di loro: una parola in più detta magari col sorriso o con maggiore enfasi se non capiscono; una mano sulla spalla mentre ascolto i loro polmoni; una battuta per far sentire meno pesante il male... Bisogna essere segno di speranza per tutti, in particolare per questi pazienti che non troverebbero assistenza da nessun'altra parte e che sono ancora stigmatizzati a causa della loro malattia. Non parlo di Gesù, ma lo mostro attraverso la mia cura. Credo che l'amore gratuito sciolga il cuore di tutti. E allora questa gente prima o poi si chiede il perché di questo amore, ma questo tempo non sono io a definirlo. Non parlo esplicitamente dell'amore di Dio. Attraverso le mie mani, i miei occhi, le mie parole passa l'amore del Padre che ha travolto la mia vita e l'ha cambiata: mi ha sollevata da una situazione di sofferenza per farmi suo strumento laddove ce n'è più bisogno. Quindi il mio essere missionaria dell'Immacolata è innanzitutto questo: essere strumento della misericordia del Padre per le persone che incontro ogni giorno; essere balsamo per le loro ferite, perché così come Lui lo è per me, io devo esserlo per loro.
Sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - agosto/settembre 2024
Quando una ragazza cristiana fugge di casa perché innamorata di un giovane musulmano conosciuto sui social, non resta che accompagnare il profondo dolore dei genitori con un grande senso di impotenza
Lontana dal mio Paese e dalla mia cultura, nonostante i tredici anni di presenza qui in Bangladesh, alcune cose a volte mi pesano ancora tanto. La difficile condizione delle donne e dei bambini, in particolare, è il mio pensiero continuo, senza parlare di altre situazioni difficili da gestire. Insomma, è sempre un continuo ascoltare storie complicate che fanno ancora tanto male al cuore e che suscitano in me rabbia e senso di impotenza.
Rumalina è una ragazza di 16 anni cristiana, figlia di un uomo che lavora con noi da diversi anni. Lui è anziano e anche la moglie: forse l’hanno avuta in tarda età e questo può aver provocato qualche sofferenza alla ragazza e qualche fragilità che la portano a ricercare affetto in modo importante.
Qualche mese fa, essendosi innamorata di un ragazzo musulmano attraverso una app di messaggistica, ha deciso di lasciare la famiglia e di convertirsi all’islam. È scappata due volte e solo grazie a due uomini che lavorano con noi è poi tornata a casa.
Una domenica mattina, dopo la Messa, le ho parlato a lungo, anche se con tanta fatica. La facevo venire qui in ospedale per giocare con i bambini e dare loro ripetizioni: le ho trovato anche uno psicologo a cui fare riferimento. Insomma, sembrava che le cose andassero per il verso giusto quand’ecco che un lunedì pomeriggio di qualche settimana fa è scappata di nuovo. Tornata dalla Messa la sera, ho trovato i genitori e la sorella di Rumalina che mi aspettavano per darmi la notizia. La loro decisione sofferta è stata quella di lasciarla andare: riportarla a casa per la terza volta non le avrebbe impedito di scappare di nuovo.
Mi rendevo conto di dover aiutare i genitori e la sorella a sopportare quel dolore immenso, ma allo stesso tempo mi sentivo impotente e provavo un senso di fallimento. Come in altre circostanze, ho dovuto accettare che le cose non vanno come vorremmo. Ancora una volta, in questo Paese, mi devo fermare e accettare le scelte delle persone, anche se sono sbagliate.
Non riesco a immaginare il dolore dei suoi genitori, vedo due persone anziane distrutte: per fortuna la sorella maggiore, che sta studiando per diventare infermiera grazie agli aiuti di alcuni benefattori, è proprio brava e può sostenerli, anche se cerco di seguirli un po’ pure io. Sono situazioni che si portano nel cuore con tanta fatica e davanti a Gesù non resta che chiedere la forza di poterle accettare.
A Pasqua abbiamo rinnovato il nostro desiderio di vita nuova. Ci dovrà pur essere un senso. Sappiamo che dalla croce nasce la vita nuova: è ciò che continuo a chiedere al Signore.
Sr. Roberta Pignone
Missionaria dell'Immacolata, direttrice del Damien Hospital di Khulna (Bangladesh)
mdipime.org/ - 31 luglio 2024
Sr. Roberta Pignone, originaria di Monza, è medico nell’ospedale di Khulna, in Bangladesh dove si occupa dei malati di lebbra e di HIV. Per lei condividere con loro la vita significa essere balsamo per le loro ferite, così come il Signore è stato balsamo per le ferite della sua vita. Così dice sr. Roberta: “Desidero prendermi cura di loro con tanta gioia, perché il mio cuore è rinato grazie alla relazione con Gesù e questo mi porta a condividere e a voler essere un segno di speranza per loro”.
Mondo e Missione - 14 giugno 2024
Una giovane donna maltrattata e sfruttata dalla suocera trova il coraggio di reagire e di sostenere la cognata di 14 anni, vittima anch’essa di soprusi e cattiverie
Nella mia quotidianità non c’è solo la cura dei pazienti, ma anche l’ascolto delle donne e delle loro condizioni di vita molto difficili e dolorose. Lo scorso anno abbiamo avuto un episodio che mi aveva reso felice, ma che con il passare del tempo si è trasformato in motivo di sofferenza. Una mia paziente malata di tubercolosi era stata ricoverata a lungo qui in ospedale con la figlia Rotna, una bella ragazza di 18 anni, molto simpatica, vivace e creativa. Mentre stava qui, si è innamorata di un ragazzo che lavora da noi. «Che meraviglia!», ho pensato: in un Paese dove i matrimoni sono ancora combinati dalla famiglia, mi sembrava una cosa molto bella. I due si sono piano piano avvicinati al matrimonio, ma i genitori del ragazzo hanno scoperto che lei era già stata sposata a 14 anni e che il marito se n’era andato dopo una settimana. Questo poneva un grosso problema, ma poi avevano accettato la situazione perché i due ragazzi si volevano davvero bene.
Così si sono sposati, ma dopo il matrimonio la vita per Rotna è diventata un inferno: è stata infatti rinchiusa in casa a lavorare e a servire i suoceri, che però non le davano nemmeno abbastanza da mangiare. Le ho proposto di fare un corso di taglio e cucito, ma dopo aver accettato con entusiasmo, al momento dell’iscrizione è venuta a dirmi che la suocera non le dava il permesso.
Ho chiamato il marito per dirgli di supportare la moglie e di chiedere alla madre di smetterla di trattarla male e di sfruttarla. Ma anche per lui era impossibile.
Non ho visto Rotna per qualche mese e quando è tornata mi ha detto che stava meglio, anche se il cibo che le davano era sempre poco. Mi ha spiegato anche il perché e questo mi ha fatto rabbrividire. Il fratello minore di suo marito, infatti, si era sposato con una ragazza di 14 anni e tutta la cattiveria della suocera si era riversata su di lei. Rotna mi ha detto che tutte le lacrime versate nei primi mesi di matrimonio ora le stava piangendo sua cognata e lei cercava in qualche modo di esserle di sostegno.
Ho provato una grande rabbia nei confronti di quella suocera, che non aveva appreso nulla dalla sofferenza che lei stessa aveva patito e che ora riversava sulle giovani nuore. Rotna, invece, aveva fatto del dolore vissuto sulla sua carne e nell’anima un motivo per aiutare la giovanissima cognata.
Qualche tempo dopo l’ho rivista serena, sorridente e innamorata del marito: aveva un bellissimo completo disegnato e cucito da lei stessa. Le ho riproposto il corso di cucito, ma la cosa che più mi ha commosso è stata la sua reazione quando le ho dato due pacchetti di biscotti, uno per lei e uno per la cognata. Mi ha detto che ne sarebbe bastato uno solo e che lo avrebbe comunque condiviso con lei. Ecco cosa può nascere dalla sofferenza: non solo altra sofferenza, ma anche amore e condivisione.
Mondo e Missione - 22 aprile 2024
Si chiama “Terra verde”, ma di alberi non c’è neppure l’ombra. In quello che è il più grande slum di Khulna, in Bangladesh, c’è però un ambulatorio dove suor Roberta Pignone, missionaria dell’Immacolata e medico, prova a curare le malattie e a combattere contro il degrado
Greenland è uno dei più grandi slum di Khulna con circa 20 mila persone, non molto distante dal nostro ospedale. Sin dalla prima visita, mi è entrato subito nel cuore: ci abitano molti nostri pazienti, curati sia per lebbra che per tubercolosi. Il mio sogno di aprirvi un ambulatorio è iniziato nel 2018 perché la gente non ha la possibilità di rivolgersi a noi facilmente.
Ancora oggi, ogni volta che ci vado è un colpo al cuore: penso sempre che, in fondo, io ci passo solo poche ore, ma la gente lì ci vive tutta la vita. Le abitazioni hanno il tetto in lamiera e nessuna finestra, con il caldo estivo diventa insopportabile stare dentro, mentre nella stagione delle piogge la fogna, che è sempre a cielo aperto, inonda le strade e di conseguenza le case. La vita familiare non conosce alcuna intimità. Tutti sanno tutto di tutti. E se la sister – la suora – viene in visita, allora tutti si mobilitano portando i bicchieri o le tazzine belle per l’ospite.
Tornata in Bangladesh dopo il Covid, ho chiesto a un nostro ragazzo di cercare un luogo idoneo dove fare un ambulatorio una volta la settimana e dove anche lui potesse accogliere i pazienti negli altri giorni. Abbiamo trovato una scuoletta, una piccola costruzione in lamiera, senza finestre, buia e cupa, ma che ci permette di ricevere i malati. Dopo qualche tempo, l’edificio è stato chiuso per lavori e per più di un anno sono stata ospite nella casa di una mia paziente, dove nulla era mai pulito e in ordine, ma dove ho potuto vedere da vicino come vive la gente. Tante cose che per noi sono scontate, lì non ci sono. I bagni, ad esempio, sono pubblici e non sempre vicini a casa, e dunque di notte ogni famiglia si arrangia come può.
Andare lì è sempre un’esperienza forte. I pazienti non mancano. Komla viene puntualmente ogni settimana a prendere la sua terapia e anche lei ci ha offerto la sua casa per qualche mese quando la scuola era inagibile. Mariam, la sua nipotina, insieme ad altre due amichette vengono invece a prendere le caramelle e si siedono lì con me mentre faccio le visite; non è certo tranquillo, ma le bimbe portano gioia.
C’è un’altra donna “affezionata”, si chiama Mina Begum, ed è una malata psichiatrica diventata ormai mia amica: ogni settimana viene per qualcosa di diverso, anche se credo che nemmeno li prenda i miei farmaci che di solito sono vitamine e che ne abbia una scorta non indifferente nascosta da qualche parte.
Così stiamo portando avanti questa nuova avventura seguendo il desiderio del cuore di avvicinarmi a questa gente, che curiamo come possiamo, anche se non riusciamo a incidere sulle loro condizioni di vita. Per questo ci vorrà ancora molto tempo, anche per cambiare la mentalità. Ci vorranno tante mattine in ambulatorio, con le cucciole che saltano su e giù dal tavolo, ma sono sicura che prima o poi qualcosa migliorerà.
di sr. Roberta Pignone*
Mondo e Missione - Khulna - aprile 2024
Gli ultimi mesi sono stati ricchi di visite di amici e colleghi: «Che bello poter condividere quello che facciamo per i nostri malati, e anche le nostre vite, senza paura di farci trovare piccoli»
I giorni invernali sono davvero speciali. Ci permettono di tirare un po' il fiato sul gran caldo che spesso ci opprime qui in Bangladesh. E poi quest'anno il freddo non è stato troppo pesante. Sono stati giorni contrassegnati anche da visite di tanti amici italiani che approfittano delle ferie invernali per venire a condividere con noi un po' della nostra vita. È bello poter accogliere persone che vengono per la prima volta nella nostra missione e quest'anno, in modo speciale, è stato un dono poter avere con noi amici che ci aiutano a distanza come Franco, Luisella, Tina. E anche padre Daniele Criscione del Pime e Michelle che sono arrivati sin qui dagli Stati Uniti. Ci sono anche medici italiani, che da anni e con fedeltà tornano per dare una mano sia qui da noi, al Damien Hospital, sia nell'ospedale gestito dai missionari saveriani e dalle suore di Maria Bambina. E così io posso permettermi un po' di confronto con colleghi e amici che sempre sono disposti ad aiutarmi. Sono davvero belle le amicizie che si consolidano o che nascono successivamente!
Sono felice di accogliere ogni persona che desidera entrare nelle nostre case e nel nostro ospedale e condividere con ciascuna di loro il nostro servizio quotidiano ai pazienti. Molto spesso questi nostri ospiti ci servono anche da "specchio": mi fanno ricordare la bellezza del donarsi ai nostri ammalati, ma anche lo stile e l'atteggiamento che forse a volte danno per scontati e che invece possono essere cambiati o rimodellati.
I loro sono spesso occhi commossi che guardano con stupore quello che facciamo e che noi invece consideriamo così quotidiano e "normale"; occhi che non si stancano di cercare nel profondo; occhi che spesso brillano di lacrime perché vedono cose inaccettabili; occhi che scrutano ogni nostro movimento, atteggiamento, parola...
Che bello poter condividere quello che facciamo per i nostri pazienti! Che bello poter condividere anche le nostre vite, le nostre relazioni, senza paura di farci trovare piccoli, senza paura di mostrarci poveri come le persone che siamo qui a servire. A volte non sono capace di risolvere i problemi della gente, a volte mi devo fermare di fronte alla mancanza di mezzi di questo Paese che non mi permette di agire come vorrei. E però si va avanti, con i limiti del contesto e anche con i nostri limiti. Dico grazie a questi amici, con i quali ho trascorso giorni belli di condivisione profonda e unica. Abbiamo scoperto insieme i colori del Vangelo in questo Paese, li abbiamo nel cuore e continuiamo a farcene dono prezioso. So che questi amici ci portano poi con loro in Italia e nel mondo, con i loro racconti e la loro testimonianza. Sono amicizie che nascono cosi, perché sono volute dal Padre nostro che non cessa di mostrarci la sua tenerezza e il desiderio di non lasciarci mai soli. Anime e cuori che anche a distanza desiderano camminare ancora insieme.
* Missionaria dell'Immacolata, direttrice del Damien Hospital di Khulna
di sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - 9 marzo 2024
Ha contratto il virus probabilmente alla nascita e sembrava condannato. Ma terapie e accoglienza gli hanno restituito un futuro: «Questa è resurrezione!», dice suor Roberta Pignone, missionaria e medico a Khulna in Bangladesh
Emon aveva 6 anni quando si è presentato qui da noi al Damien Hospital di Khulna nel 2012 mandato da una ong che si occupa di malati di Aids. Aveva anche la tubercolosi ed era accompagnato dai due nonni materni e dal fratello maggiore, dieci anni più grande di lui e sano. I genitori erano già morti entrambi, la mamma verosimilmente si era ammalata tra le due gravidanze. Emon era uno scricciolo, malaticcio ma per nulla spaventato della sua situazione.
Si è fermato in ospedale con la nonna ed ha terminato la terapia per la tubercolosi per poi continuare quella antiretrovirale al villaggio, un luogo sperduto ai confini con l’India, dove non c’è proprio nulla e loro non avevano neppure un letto, ma dormivano per terra. Così il letto glielo abbiamo regalato noi, una sorta di “premio” per aver terminato la terapia per la Tb ed essere stato proprio un paziente modello.
Sono passati circa quattro mesi ed Emon è tornato con una brutta tosse; gli abbiamo fatto un esame dell’espettorato, ancora positivo, ma questa volta il bacillo era più cattivo del primo, resistente alla normale terapia. Lo abbiamo fatto ricoverare in un ospedale specializzato per questo tipo di cure nel nord del Bangladesh, accompagnato dal fratello e dal nostro capo del personale. Dopo tre giorni hanno chiesto di dimetterlo: le condizioni dell’ospedale erano terribili, con l’acqua del bagno del piano superiore che scendeva dal soffitto della sua camera.
È iniziata così un’altra “avventura” qui da noi, dove è stato ricoverato per più di un anno, sopportando due mesi di iniezioni alle quali non si è mai ribellato come spesso fanno i bambini.
Il nostro ospedale è diventato la loro casa. Una maestra veniva a fare lezioni private ai due fratelli che ormai si muovevano liberamente conoscendo ogni angolo: sapevano dove poter giocare, nascondersi e rubare la frutta dagli alberi quando non c’eravamo!
Si avvicinava la fine della terapia e io mi chiedevo come sarebbero potuti tornare al villaggio con il sistema immunitario così debole; ero sicura che sarebbe morto.
Da tempo sentivo parlare di un volontario italiano, Rudy, che gestiva una casa-famiglia per ragazzi soli o con gravi problemi. L’ho invitato a pranzo una domenica, ha conosciuto Emon e si sono piaciuti subito. Ho rivelato a Rudy che avevo un sogno: quello di dare un futuro a quel bambino, senza precisare che si sarebbe dovuto prendere anche il fratello. Però sono riuscita a convincerlo e dal febbraio 2014 i due ragazzi hanno cominciato a vivere nella casa-famiglia. Sono passati dieci anni e sono cresciuti: Emon ora ha 18 anni, continua la sua terapia antiretrovirale ed ha iniziato da poco il College. Da qualche mese portiamo nel cuore una gioia grande, la sua carica virale si è annullata, quindi potrà sposarsi e avere una famiglia normale. Ora si pensa al futuro in modo diverso. Questo è aiutare a tornare alla vita, questa è resurrezione!
di sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - 20 febbraio 2024
Saimon è una giovane mamma che è rimasta incinta durante la terapia antitubercolare e ha deciso di tenere il figlio. Ma la malattia resta endemica in un Paese estremamente povero
Saimon è una mia paziente di 26 anni che si sta curando per la quinta volta per la tubercolosi. Ora il bacillo ha colpito un osso della gamba e si è esteso poi a un linfonodo. La terapia è lunga e impegnativa. Ma la vita riserva sempre sorprese: e nel suo essere bella e feconda dà sempre segni di positività. Saimon, infatti, è rimasta incinta proprio nel tempo della terapia e ha deciso di tenere il bambino, nonostante qui tutti i medici dicano di abortire quando le donne hanno una gravidanza durante le cure. Sei mesi fa è nato un bellissimo bambino, il suo terzo figlio, l’unico proprio ben messo e paffuto. A sei mesi porta i vestiti che usava suo fratello quando aveva un anno!
La tubercolosi – come pure la lebbra – sono sempre state considerate le malattie della povertà e della malnutrizione. Il sistema immunitario delle persone, infatti, non è in grado di rispondere all’infezione da bacillo e non produce anticorpi in grado di proteggere l’organismo e così si ha lo sviluppo della malattia. Il Bangladesh è ancora considerato endemico per la tubercolosi e si sta valutando la situazione per quanto riguarda la lebbra. Il Paese, infatti, sta riscontrando un aumento dei numeri a dispetto delle aspettative dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). I nuovi casi si aggiungono ai vecchi malati che, anche se ormai guariti dalla malattia, soffrono ancora per le complicazioni ad essa correlate: ulcere e reazioni. Il nostro ospedale, il Damian Hospital, è l’unico che fornisce un sostegno a questi pazienti in tutta la regione sud-occidentale del Paese. E molti arrivano anche da zone piuttosto distanti. Il nostro servizio è un modo per entrare nella vita delle persone e aiutarle a sentirsi amate, offrendo loro una speranza e una nuova aspettativa di vita.
Dal 1986, le missionarie dell’Immacolata sono presenti sul territorio metropolitano di Khulna con un progetto per la lotta alla lebbra e, nel 2001, abbiamo iniziato a occuparci anche di tubercolosi. La città di Khulna è la terza per importanza nel Paese con una popolazione di circa 1 milione e mezzo di abitanti.
La regione è molto povera e tante famiglie continuano a sopravvivere grazie alle attività legate all’agricoltura e soprattutto alla lavorazione del riso. Molti però sono costretti ad andarsene in cerca di lavoro soprattutto a Dhaka, la capitale, e a Chittagong, principale porto del Paese. C’è chi trova occupazione nelle industrie tessili e per abbigliamento, ma tantissimi lavorano ancora a giornata. La situazione socio-economica della maggioranza della popolazione è tutt’altro che facile: milioni di persone vivono in slum o in contesti sovraffollati, con gravi carenze igieniche e in situazioni di sotto-alimentazione. L’insieme di questi fattori aumenta notevolmente il rischio di contrarre malattie, comprese la tubercolosi e la lebbra, che sono appunto “figlie” di povertà a più livelli.
di Roberta Pignone
Mondo e Missione - gennaio 2024
Suor Roberta Pignone, missionaria dell’Immacolata e direttrice del Damien Hospital, ci accompagna nel corso del 2024 con questa rubrica da Khulna, nel Sud del Bangladesh
Pallabi oggi ha 36 anni e appartiene a una famiglia indù di casta alta. Viveva serena con i genitori, i fratelli e le sorelle, ma all’improvviso il padre si è ammalato ed è morto. In mancanza dell’unica persona con uno stipendio, si sono ritrovati in difficoltà e così la madre e la sorella si sono impegnate in lavori di sartoria e lei ha cominciato a lavorare come domestica.
A quel tempo Pallabi aveva 15 anni e non aveva mai avvertito alcun problema fisico, però i bacilli della lebbra si erano moltiplicati nel suo corpo e il suo sistema immunitario si era indebolito. Sulla sua pelle sono comparsi i primi segni della malattia: numerosi noduli, infiltrazioni cutanee, gonfiore ai lobi delle orecchie, dita ad artiglio e le prime ulcere ai piedi. I nervi periferici erano ormai seriamente compromessi. Inviata al nostro ospedale – il Damien Hospital delle Missionarie dell’Immacolata – le è stata diagnosticata la lebbra. Abbiamo iniziato immediatamente le cure e la fisioterapia per la correzione della disabilità.
Attraverso il controllo dei contatti, sua madre, la nonna, la sorella, la zia e sua cugina sono state anch’esse identificate come malate di lebbra. A causa dello stigma sociale, le persone della comunità locale le evitavano e si sono così ritrovate ad affrontare un momento particolarmente difficile.
Il personale del nostro Progetto contro la lebbra, oltre a continuare i trattamenti, ha cercato di aiutare Pallabi a rendersi autosufficiente attraverso una formazione professionale. Ora è una sarta esperta ed è riuscita a crearsi una clientela fissa che le permette di mantenere se stessa e la sua famiglia. Pallabi si è anche sposata tre anni fa ed è felice con la sua bellissima figlia e suo marito che ha accettato la malattia. Un caso rarissimo! Attualmente non ha bisogno di trattamenti, deve solo prendersi cura del suo corpo, evitando la formazione di calli ai piedi e alle mani, che sono privi di sensibilità, e che a lungo termine provocano la formazione di ulcere. Pallabi dice che non dimenticherà mai l’amore di tutto lo staff del nostro ospedale. E oggi, come volontaria, aiuta a sensibilizzare le persone sui segni e i sintomi della lebbra, perché sia diagnosticata tempestivamente.
Pallabi prega il suo Dio per tutti i malati e per le persone che si prendono cura di loro. Si unisce così al nostro desiderio di realizzare quanto deciso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in collaborazione con il governo del Bangladesh: «Niente più discriminazione, niente più stigma. Eliminazione della lebbra entro il 2030». Questo è stato il tema del Congresso nazionale sulla lebbra tenutosi a Dhaka lo scorso novembre e questo è lo spirito con cui celebriamo la Giornata mondiale contro la lebbra del 28 gennaio. Qui in Bangladesh, come ovunque, l’unione fa la forza! E questa lotta noi la vogliamo vincere!
di Anna Pozzi
Mondo e Missione - gennaio 2024
Medico e missionaria, suor Roberta Pignone dirige il Damien Hospital di Khulna, dove lotta contro la lebbra e la tubercolosi, ma anche contro stigma e pregiudizi. Nel corso di questo 2024 ci accompagnerà con la nuova rubrica “La Cura”
«Guardo i miei pazienti e mi faccio tante domande sulla loro situazione di vita e su cosa potremmo fare di più. A volte bisogna solo stare ad aspettare che arrivi il tempo della guarigione. Che fatica accettare tutto questo! Sembra di non essere all’altezza della situazione, di non essere capaci di fare bene. Ma in fondo quello che conta è che loro si sentano amati. Anche questo aiuta a guarire. Essere balsamo per le loro ferite è quello che chiedo ogni giorno al Signore. Olio che lenisce e fa stare meglio. Sempre pronta, con il desiderio di lavare i piedi a questi amici ospiti, proprio come ha fatto il Maestro ai suoi».
Così scrive suor Roberta Pignone, missionaria dell’Immacolata e medico, che dal 2012 è direttrice del Damien Hospital di Khulna, una città di circa 2 milioni di abitanti nel delta del Gange, una regione molto povera, ma soprattutto molto segnata da contraddizioni, diseguaglianze, ingiustizie e sofferenze.
Il Damien Hospital è l’unica struttura specializzata, in tutto il Sud del Bangladesh, nella cura di malati di tubercolosi, lebbra e di persone co-infette da Tbc e Hiv/Aids. Ed è qui che questa dinamica missionaria – nata a Monza 52 anni fa e diventata religiosa nel 2006, dopo la laurea in Medicina – si è rimessa totalmente in gioco, a livello personale e professionale, aggrappandosi alla sua fede – in un Paese quasi esclusivamente musulmano dove il dialogo si fa solo con la vita – e mettendo in campo le sue competenze, per lottare contro la tubercolosi che toglie il fiato e la lebbra che consuma le membra. Due malattie fortemente stigmatizzanti, soprattutto la lebbra, che si mangia i corpi e deturpa i visi, che distrugge le relazioni e si accanisce come la peggiore delle maledizioni. Dichiarata debellata nel 1998 dall’Organizzazione mondiale della sanità, la lebbra è presente ancora oggi nel vissuto quotidiano di suor Roberta e di tante altre persone che in varie parti del mondo continuano a trovare e curare sempre nuovi casi. È la «malattia dei poveri, della malnutrizione e della sporcizia», dice suor Roberta, così come la tubercolosi, che trova terreno fertile anche nel pregiudizio e nell’incuria.
“Incuria” che è proprio il contrario di quello che suor Roberta offre: ovvero “cura”. Fatta sì di medicine e ricerca scientifica, di esperienza e professionalità, ma anche di affetto, amore, compassione, dedizione. Anche di arrabbiature e fatiche, di senso di impotenza o scoraggiamento. Perché quando ci si prende cura non si può rimanere indifferenti o “neutrali”, neppure di fronte alle tante ingiustizie e paradossi che spesso sono più gravi – e quasi sempre sono all’origine – della malattia stessa. «I care» diceva don Lorenzo Milani: mi prendo cura perché mi interessa, perché mi sta a cuore. Perché io sono l’altro, anche in un Paese come il Bangladesh, nonostante le differenze linguistiche, culturali, religiose, di genere… Nonostante le incomprensioni e, a volte, i fallimenti.
Succede, e non può che essere così, specialmente quando ci si prende cura di tante donne che non sono solo malate, ma sole, abbandonate, maltrattate, non considerate. Come Modina, ventidue anni, due figli e un marito malato psichiatrico che la picchia; o Sumi, che è viva solo perché il figlio di sette anni è riuscito a fermare la violenza del padre che la stava massacrando; o Litaz, vent’anni, una bambina piccolissima e un marito che in quattro mesi di ricovero non s’è mai visto… In ospedale ricevono cure e amore e forse è proprio quest’ultimo che, a volte, fa ancora più bene, che rende – almeno nel tempo della lunga degenza per seguire la terapia antitubercolare – la vita un poco più bella. «Nessuno ha mai amato i miei figli come stai facendo tu!», le ha detto Saimon, prima di essere dimessa.
Poi ci sono loro, quelli che suor Roberta chiama i “cuccioli”! Ne parla spesso la missionaria, negli incontri, nei messaggi e anche nelle tante lettere che invia ad amici e sostenitori e che ha appena raccolto in un libro: “Balsamo per molte ferite”. Sono i suoi piccoli pazienti o, più spesso, i figli delle sue pazienti che magari passano lunghi mesi in ospedale con le mamme, portando un soffio di vita e ricevendo in cambio un affetto che a casa probabilmente non avrebbero mai avuto. «Sister den!», la chiamano: «Suora dammi!». I bambini le chiedono di tutto e sempre di più. Lei si arrende facilmente. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», le ricorda il Vangelo. «Quanto ho ricevuto io! – esclama -. Quanto ricevo e non posso tenere nulla: devo dare in amore, in coccole, in tenerezza!». È la condivisione del dono, che diventa ancora più bella e materna quando avviene con i più piccoli. E quando l’ospedale diventa anche un po’ “casa” e dunque suor Roberta non è più solo medico, ma sorella e madre, che accudisce ma anche “genera”. Desiderare, mettere al mondo, prendersi cura e, infine, lasciar andare. Ma anche educare, partecipare, innovare, costruire una società più libera, più giusta, più vera, più amorevole. Sono i verbi della generatività. Che, però, costa sempre fatica.
«Ma ne vale davvero la pena?», si chiede ogni tanto suor Roberta, che ammette talvolta di essere «stanca, stanca, stanca, ma… contenta!». Tanto lavoro, tante responsabilità. La sensazione di non fare mai abbastanza o di poter fare meglio. Ma non solo: le tante questioni anche esistenziali che l’essere donna straniera e cristiana pongono in un contesto musulmano e maschilista come quello del Bangladesh; il bisogno di dare una testimonianza cristiana autentica senza poter parlare esplicitamente di Gesù; il desiderio di diventare davvero amica di quella gente, della “sua” gente di Khulna; l’opzione preferenziale per i più poveri tra i poveri, per i malati che vengono in ospedale, ma anche per quelli visitati a casa, negli slum più abbandonati e degradati; l’attrazione per i villaggi e il sogno di aprire un nuovo centro in una bidonville che si è realizzato nel 2021 e che è stato chiamato “Green Land” (“Terra Verde”), terra di speranza. «Sono stanca, stanca, stanca, ma… ce la farò!».
«Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite», ripete spesso suor Roberta, riprendendo le parole di Etty Hillesum, ebrea olandese, morta ad Auschwitz nel 1943. Un balsamo – lo sapeva bene Etty in quella situazione di male assoluto e lo sa perfettamente suor Roberta – è molto più di una medicina, perché lenisce le ferite del corpo e quelle dell’anima, cura non solo i malati ma le persone, sfida il male con la bellezza. In qualsiasi tempo e luogo
di Sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - 2 ottobre 2023
Le sfide, la fatica, ma anche la bellezza di essere missionaria e medico a Khulna, in Bangladesh. L’invito a «sporcarsi mani e piedi» di suor Roberta Pignone, missionaria dell’Immacolata, per questo mese missionario
Carissimi, buon mese missionario!
Mi fermo un attimo per dedicare un po’ di tempo a condividere con voi la mia “follia d’amore” in cammino! È finita l’estate italiana e devo confessare che quest’anno ho un po’ “invidiato” le varie foto delle vostre vacanze: mare, montagna, tempi di sosta e di riposo!
Qui fa ancora caldo e la stagione delle piogge sembra non voler finire mai, “regalandoci” un’umidità che non scende mai sotto il 90%, spingendosi tanto vicino al 100%. Questo fa aumentare il caldo percepito e la stanchezza a volte taglia le gambe!
Ci sono giorni in cui scendere dal letto è difficile, ci si sente già a pezzi di primo mattino e poi… beh, gli anni aumentano per tutti! Ma, a parte questo, sto bene!
Sogno, però, un periodo di riposo e di stacco, prevedo per questo mese una settimana di esercizi spirituali e, dopo Natale, un salto in India per recuperare il viaggio-visita a Mumbai, saltato lo scorso anno. Desidero vedere come lavorano contro la lebbra e la tubercolosi le mie consorelle che sono presenti in quel Paese.
Sono stati mesi impegnativi quelli appena passati, il lavoro aumenta sempre di più con nuove possibilità di aiuto nella diagnosi e nella prevenzione delle malattie. Abbiamo avuto da poco l’autorizzazione a ricevere una macchina per fare il “gene x pert”, un esame particolare che permette di confermare la diagnosi di tubercolosi e di escludere un’eventuale resistenza ai normali farmaci utilizzati per la cura.
Al momento, infatti, abbiamo cinque pazienti dichiarati “multi drug resistant”, cioè che non rispondono alla normale terapia per la Tb e devono fare terapie con molti antibiotici per nove mesi sotto stretto controllo medico. Questo è un segno che si stanno creando tante resistenze ai normali farmaci, e stiamo perdendo colpi nella lotta contro la malattia. Bisogna capire il perché.
Per quanto riguarda la lebbra, sembra che il Bangladesh verrà ancora dichiarato “Paese endemico”: i casi stanno aumentando e noi facciamo ultimamente una o due nuove diagnosi alla settimana, grazie anche alla collaborazione dei medici locali che si sono sensibilizzati al problema. La gente faticava a credere che la lebbra esistesse ancora e non vi si poneva alcuna attenzione soprattutto nella diagnosi, venendo esclusa tra le varie diagnosi differenziali. Sembra invece che il governo bengalese voglia farsi seriamente carico di questa lotta che noi che lavoriamo contro la lebbra abbiamo nel cuore: «Zero pazienti entro il 2030!». Quindi uniti nella lotta! Vediamo cosa il futuro ci prospetta.
La mia attività settimanale prevede ormai da qualche mese che il martedì pomeriggio sia dedicato all’attività in… piscina! La mattina, infatti, vengono tutte le pazienti che hanno fatto la terapia (con i loro “cuccioli”): sono quelle che sono state ricoverate e continuano il loro follow up, facendosi controllare una volta la settimana. Si fermano a pranzo qui da noi con i loro bambini e poi nel pomeriggio o piscina o altre attività ludiche, a seconda che la pioggia lo permetta.
È un momento particolare e bello per tutti: le donne lasciano le loro case dove spesso soffrono e faticano: “staccano” per un giorno, senza dove pensare a cucinare o ai loro mariti. Qui possono tirare un po’ il fiato. Stanno insieme, si raccontano le loro vite e qui ricevono baci, abbracci e coccole che di certo a casa non trovano.
Nessuna si dice contenta del matrimonio: c’è chi ha il marito malato psichiatrico che non si fa curare e la picchia; chi ha il marito senza lavoro e scarica la tensione sulla moglie; chi ha il marito che fa debiti da tutte le parti e non hanno da mangiare…
Una sofferenza grande è stata scoprire che due di loro, poco dopo la dimissione, mi hanno rivelato di essere incinte; non ho fatto neppure in tempo a pensare a una soluzione che sono andate ad abortire, una costretta dal marito, una perché non aveva scelta.
Qui è facile trovare in farmacia il kit per l’aborto: è una cosa incredibile, qualche pastiglia e via, senza nessun controllo medico. Le conseguenze di queste bombe ormonali e di un aborto che pesa sul loro cuore sono spesso devastanti per le donne, che spesso sono sole a farsene carico.
Rimango in silenzio di fronte a queste scelte, ingoiando la rabbia dell’impotenza e della non comprensione. Provo rancore nei confronti di quegli uomini che non vogliono nemmeno prendere delle precauzioni! Tutto è sempre a carico della donna!
Quindi il martedì diventa un giorno di respiro, aria nuova, sorrisi e risate, abbracci e coccole per chi ha il cuore appesantito, e anche per me che lascio i pensieri e le tensioni insieme alla stanchezza per stare un po’ con loro.
Un giorno il mio fisioterapista, al quale avevo detto che doveva farmi vedere un paziente, mi ha riposto che ero occupata a giocare e non voleva disturbarmi!
Di questo ringrazio perché è stata un’intuizione del Triduo pasquale, quando ho pensato che avrei comprato la piscina per il giorno di Pasqua. E allora ogni martedì per noi è effettivamente un po’ Pasqua, giorno per poter rinascere e vivere leggere!
E i bambini, beh, per loro è gioia grande! Tanti vivono in stanze addossate ad altre case e non hanno spazio. Qui invece hanno un grande giardino dove correre, sfogarsi, giocare a pallone… Ogni martedì ne distruggono almeno uno perché va a finire su un cactus o su qualche spuntone. Non riusciamo mai a salvarne neppure uno!
Tutto questo è balsamo per questa gente, non solo nella cura quotidiana delle malattie che a volte toglie la pace, perché spesso sono sola a fare diagnosi e a decidere le terapie. Grazie a WhatsApp ora posso chiedere aiuto in tempo reale a vari colleghi in Italia, sempre pronti a darmi una mano.
Devo ammettere che dopo dieci anni di lavoro da sola ora questo comincia a pesarmi: per ogni scelta, ogni decisione sono da sola e la stanchezza si sente.
A volte, la sera, quando rientro a casa mi chiedo se ho fatto tutto quello che potevo. È difficile davvero stare dietro a tutto e tutti, con i pensieri e le cose che spesso sfuggono dalla testa, e per fortuna poi tornano e così riesco a concludere i programmi.
La sera è il momento della pace, ma anche della stanchezza. Spesso mi trovo di fronte a Gesù in cappella e gli dico tutta la mia fatica e la mia tensione, non riesco a pregare in modo diverso e so che Lui accoglie. E so che tutti i segni di tenerezza e di aiuto che ricevo sono segni del suo amore per me.
Quando penso di non potercela fare, mi dico che è Lui che mi vuole qui e non desidera certo che le cose vadano male: mi sento accompagnata, sostenuta e allora ogni giorno si ri-inizia con la certezza della sua cura.
Mi piace fare memoria delle cose belle che ha fatto e fa nella mia vita. Chi mi conosce da tempo sa che spesso sono solita dire: «Che spettacolo!». Lo ricordo anche nella predica della mia prima Professione.
È proprio così, il Signore ha fatto di me una “vita da spettacolo”. Lo so che poteva essere diversa, molto diversa se non mi avesse teso la mano e tirata su in un certo momento del cammino. E il suo tirarmi su, salvarmi e mettermi su una strada diversa è stato di sicuro perché io possa fare lo stesso per la mia gente di qui.
Papa Francesco ha scelto nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno il Vangelo dei discepoli di Emmaus a me caro da tanto tempo. Sin dall’inizio del postulato in formazione, accompagna da anni il mio cammino: il mio Gesù della Professione definitiva è preso da una immagine di Emmaus. E allora nel salutarvi utilizzo le parole di Papa Francesco: «Come quei due discepoli narrarono agli altri ciò che era accaduto lungo la via (cfr Lc 24,35), così anche il nostro annuncio sarà un raccontare gioioso il Cristo Signore, la sua vita, la sua passione, morte e risurrezione, le meraviglie che il suo amore ha compiuto nella nostra vita. Ripartiamo dunque anche noi, illuminati dall’incontro con il Risorto e animati dal suo Spirito. Ripartiamo con cuori ardenti, occhi aperti, piedi in cammino, per far ardere altri cuori con la Parola di Dio, aprire altri occhi a Gesù Eucaristia, e invitare tutti a camminare insieme sulla via della pace e della salvezza che Dio in Cristo ha donato all’umanità».
E dunque, “Cuori ardenti e piedi in cammino!”, come dice lo slogan di quest’anno: piedi che non si stancano mai di andare, ma anche di fermarsi per curare, ascoltare, abbracciare, farsi prossimi; piedi che non abbiano mai paura di sporcarsi! E pure le mani!
Questo sia un tempo nel quale sentirsi più vicini con la preghiera e l’affetto perché questo è quello di cui ho bisogno io.
di Sr. Roberta Pignone
Mondo e Missione - 20 giugno 2023
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Queste parole del Vangelo continuano a ispirare suor Roberta Pignone, missionaria dell’Immacolata e medico in Bangladesh. Dove, nonostante tante fatiche, prova ancora a donarsi perché la vita di tutti possa essere più bella. Ecco il suo racconto
«Sister den!» è la frase con la quale iniziano le mie giornate ormai da circa sei mesi nei quali il mio ospedale si trova a ospitare molte donne con i loro figli.
Ed è uno spasso! «Sister den» vuol dire «Suora dammi» ed è una richiesta ormai quotidiana: i bambini mi chiedono di tutto e sempre di più, è nella loro natura.
E nei giorni scorsi il Vangelo ci diceva che gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo dare: «In quel tempo Gesù vedendo le folle ne sentì compassione… Strada facendo… guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi…gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 9,36).
Quanto ho ricevuto io! Quanto ricevo e non posso tenere nulla: devo dare in amore, in coccole, in tenerezza!
L’ultimo dono per me è stata la presenza di una mia consorella di passaggio qui, tanto cara, a cui sono particolarmente legata e con la quale ho potuto condividere la gioia della mia quotidianità. La bellezza del dono è più grande se condivisa con chi sa capire fino in fondo la qualità del gesto.
E così è la gioia della piscina che ha ristorato le giornate afose: quanto ridere, quanta gioia nel buttarsi l’acqua addosso con i cuccioli che sguazzavano!
Vedere ridere di gusto queste donne che non sono abituate a divertirsi, a stare insieme, a gustare le piccole cose che qui si possono fare, anche solo mangiare un gelato la sera prima di andare a letto (anche se trovando un serpente qui in mezzo a noi): la vita è dura per loro.
Modina ha 23 anni ed è sposata da 9, con un uomo che è malato psichiatrico e non si fa curare e le rende la vita impossibile! È qui da circa 5 mesi tra un rientro a casa e l’altro nel tentativo di far ragionare il marito. Le abbiamo regalato la macchina da cucire perché possa rendersi indipendente economicamente, ma suo marito ha venduto tutto quello che aveva in casa e lei è riuscita a nascondere la macchina a casa del padre e poi a farsi ricoverare ancora qui da noi.
Il marito reclama lei e i figli, ma sono riuscita e tenerli qui con noi con la scusa che stanno prendendo i farmaci per la profilassi contro la TB. Il marito non si è più fatto sentire dall’ultimo ricovero e lei era serena: la scorsa settimana abbiamo fatto il nostro pomeriggio in piscina, le risate, la gioia… Mi si stringe il cuore a vedere Modina che ride spensierata con noi e con i suoi figli. Finito di giocare, ho mandato tutti a cambiarsi i vestiti e ci siamo ritrovati mezz’ora dopo; tutta la gioia era stata cancellata da una telefonata del marito che dopo due mesi pretendeva lei e i figli. La mia felicità ha lasciato lo spazio alla rabbia: non è possibile che le venga tolta anche quella piccola serenità che vive qui.
Il marito si è presentato il giorno dopo e voleva riportare tutti a casa. Io sono riuscita a ottenere un’altra settimana di ricovero, dicendo che Modina è ancora positiva (bugia!) e che non posso dimetterla. Non è stato facile affrontarlo; ho dovuto alzare la voce e come medico imporre di non poterla dimettere.
Ma è una settimana, solo una settimana e questo non le cambia la vita: lei dovrà tornare a vivere con quell’uomo che le ha reso la vita impossibile sin da quando ha dovuto sposarlo, così come mi ha detto lei stessa.
Il giorno del mio compleanno mi ha detto che l’indomani sarebbe stato il suo anniversario di matrimonio: da nove anni la sua vita è diventata dura e la sua unica gioia sono i suoi due figli di 4 e 1 anno e mezzo.
Cosa posso fare? Non posso tenerla qua a vita ma posso farle sentire tutto quel bene che non ha mai ricevuto da suo marito. Posso fare in modo che il nostro ospedale possa diventare un luogo di cura del cuore così come lo è per Amena e Litaz, che pur essendo state dimesse ritornano una volta la settimana, il martedì mattina con i loro figli, stanno qui a pranzo e nel pomeriggio si gioca insieme.
Sì, l’ospedale si è trasformato anche in una piccola scuola materna… o, come piace chiamarla a me, in una super “cucciolandia”!
Dopo il tempo della pandemia di Coronavirus siamo tornate ai baci e agli abbracci, ne hanno bisogno, ne abbiamo tutti bisogno e così, sfidiamo il Covid-19 che sembra non voler mollare… Speriamo in bene!
Ogni giorno nel nostro ospedale ci si sveglia con urla, pianti e strilli di chi si sa esprimersi solo così per ottenere quello che vuole: ed ecco che si è aggiunto un nuovo cucciolo, non gli hanno dato ancora il nome e allora io lo chiamo “pondhitt” che vuol dire studioso! E il figlio di Saimon, una mia paziente da tanto tempo e che sta facendo per la quinta volta la terapia per la tubercolosi che ora si è ripresentata alla tibia. Ha avuto paura durante la gravidanza, è molto magra e fragile e al consultorio dove andava a farsi controllare le hanno detto da subito che non avrebbe potuto affrontare un parto naturale. L’ho portata da una ginecologa privata che ha assicurato di prendersi cura di lei e di fare di tutto per farla partorire naturalmente e al massimo avrebbe fatto lei il cesareo. Mi sono fidata. Mercoledì, dopo il controllo dalla ginecologa, è iniziato il travaglio e così siamo andati in quella fantomatica clinica privata che si trova proprio di fronte all’ospedale governativo. Poi ho scoperto il motivo di tale posizione! Al momento del ricovero, grande confusione e poi finalmente ci hanno detto di andare al terzo piano, senza ascensore! L’abbiamo portata su in braccio!
Una volta entrata in camera è venuta l’ostetrica. Saimon era sdraiata sul letto (non parliamo delle condizioni delle lenzuola e del cuscino!); io ero seduta sul letto di fronte. Ecco che l’ostetrica si avvicina a me e dandomi una pacca sulla spalla mi dice di non avere paura che c’è lei e che il parto andrà bene! Le ho specificato che il parto non era il mio ma quello di Saimon che presentava una pancia prominente. «Ottimo inizio!», mi sono detta e dopo una mezz’oretta ho deciso che sarei tornata a casa lasciandola con la suocera e la futura cognata: troppo diverso i consigli che le davano loro rispetto ai miei, così ho pensato di lasciare a loro il campo, tanto c’era l’ostetrica alla quale ho detto di chiamarmi una volta iniziato il parto.
Mi hanno chiamata all’una di notte e sono andata in clinica. Il parto non procedeva e Saimon continuava a supplicarmi di chiedere il cesareo. Io le ho detto che non potevo decidere, non era il mio ospedale e poi l’infermiera che la seguiva (l’ostetrica non si vedeva) le ha detto che in quella clinica non si fanno i cesarei di notte e bisognava aspettare il mattino. Ed erano le due di notte!
Poi è andata via la corrente e il generatore non è mai partito. Saimon ha dato alla “luce” il suo cucciolo con le torce dei nostri cellulari e con un po’ d’aria fatta con i cartoncini della pubblicità delle medicine! Una volta nato il bimbo, finalmente arrivata l’ostetrica che stava dormendo. E la corrente è tornata, dopo che l’hanno suturata.
Io ero gelata, non ho aperto bocca perché se avessi parlato probabilmente sarebbe venuta giù la clinica: quella clinica che è stata messa proprio lì di fronte all’ospedale governativo perché così, in caso di necessità, dicevano che il cesareo si sarebbe potuto. Magari trasportando Saimon in braccio perché non c’è nemmeno un’ambulanza.
Credo che non ci siano molte parole da aggiungere: io ho chiesto a tanti di pregare per Saimon in quella notte perché è vero, dove noi non ce la facciamo ci pensa il Signore a sistemare le cose. Il parto alla fine è andato bene e ora Saimon coccola il bambino ancora nel nostro ospedale per qualche giorno, sotto la cura attenta dei due fratellini più grandi.
Sono stata al suo fianco e di questo mi ringrazia quotidianamente, sensazioni strane, la mia impotenza, il non poter decidere ma recitare in silenzio delle preghiere perché andasse tutto bene. Loro sono musulmani e invocavano spesso Allah; io ho affidato Saimon a Maria ed è andato tutto bene. Però non dimentico la sua paura, la sua continua richiesta di aiuto, il suo dirmi: «Sister, non ce la faccio, non sopravvivo, non riesco a partorire». Le stringevo la mano e pregavo: se le fosse successo qualcosa, io che avevo scelto quella dottoressa e l’avevo portata in quella clinica, ne sentivo tutta la responsabilità. Di certo non mi vedranno più in quel posto!
Ora quello che più mi dà gioia è sentire il cucciolo che piange e vedere l’allegria di tutti. Ed è Modina che fa il turno di notte per coccolarlo perché Saimon possa dormire, anche se so che ha nel cuore la paura di dover tornare dal marito. Io non posso fare di più, non posso trattenerla ancora, ma posso solo darle tutto quell’amore e quella cura di cui ha bisogno.
I pazienti forse hanno perso un pochino di tranquillità, ma io non mi preoccupo più di tanto, quello che resta poi alla fine è quell’amore che hanno potuto ricevere queste donne in questi mesi di condivisione di vita, perché almeno la vita possa essere un poco più bella!
E io rimango la sister della piscina, la “sister dem”, la sister che si commuove perché una paziente che ha superato un esame mi porta un dolce per condividere la gioia. L’amore passa, l’amore rimane e scalda il cuore. Balsamo che non smette mai di essere condiviso, balsamo che entra nella pelle, nel corpo e lenisce, profuma e rende più belle. Il balsamo che si consuma ma lo sentiamo in queste parole: «Gratuitamente ricevete, gratuitamente date». Io il balsamo lo ricevo ogni giorno dal Suo amore e dal sapere che sono nel suo cuore e nei suoi pensieri e così posso continuare a donarmi perché le loro vite possano essere più belle.
di Sumon Corraya
AsiaNews - Khulna - 24 marzo 2023
Oggi la Giornata mondiale per la lotta a una malattia che in Bangladesh causa ancora 100 morti al giorno. La testimonianza di una Missionaria dell'Immacolata, medico, attiva da 12 anni a Khulna su questa frontiera: "Molti ancora non conoscono la TBC e arrivano quando sono già gravi. Curando loro sono un segno dell'amore di Gesù per tutti".
Oggi si celebra la Giornata mondiale per la lotta alla tubercolosi, una malattia che resta un grave problema di salute pubblica in tanti Paesi dell’Asia.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, sei dei Paesi ad alto carico di tubercolosi a livello globale si trovano in Asia Meridionale e nella regione del Sud-Est asiatico: Bangladesh, Corea del Nord, India, Indonesia, Myanmar e Thailandia, a cui si aggiunge poi anche il Nepal nella statistica ristretta delle forme di questa malattia multiresistenti ai farmaci. In Bangladesh ogni minuto si ammala una nuova persona e ogni giorno sono in media 100 le persone che muoiono a causa della tubercolosi.
Il tema della Giornata di quest'anno è “Sì! Possiamo vincere la tubercolosi!”. Ed è la sfida che porta avanti quotidianamente sr. Roberta Pignone, religiosa italiana delle Missionarie dell'Immacolata (le suore del Pime), da 12 anni in Bangladesh.
Lavora tra i poveri nelle baraccopoli della diocesi di Khulna, curando quanti vengono a cercare aiuto, soprattutto i malati di lebbra e di TBC. Oltre che in un piccolo ospedale di 33 letti, 3 ambulatori e 15 centri di controllo della tubercolosi, il lavoro di sr. Roberta prevede un’intensa attività di sensibilizzazione che attraversa le strade di Khulna per educare la gente e curare i sofferenti. Ogni giorno assiste con amore circa 40 pazienti.
“Con la mia cura per i pazienti affetti da tubercolosi sono un segno dell’amore di Gesù”, racconta ad AsiaNews. “Essendo bisognosi, molti pazienti non possono permettersi cibo nutriente, perciò oltre alle medicine forniamo loro anche nutrimento gratuito”.
Sr. Pignone, che è direttrice del progetto e medico del Damien Hospital, spiega che per molti anni le Missionarie dell’Immacolata stavano già prestando servizio in Bangladesh per i pazienti affetti da lebbra e, dal 2012, hanno iniziato a prendersi cura anche dei malati di TBC. “Abbiamo scoperto che gradualmente i malati di lebbra stavano diminuendo ma quelli affetti da tubercolosi stavano aumentando. Adesso nel nostro ospedale di Khulna, metà dei letti sono per loro”, descrive la dottoressa.
“Molte persone non conoscono la tubercolosi - continua la Missionaria dell’Immacolata -. Ultimamente vengono da noi quando la loro situazione è già grave. Ai malati consigliamo di sottoporre a diagnosi anche gli altri membri della famiglia e seguirli con un trattamento speciale. Portiamo avanti un programma di sensibilizzazione per proteggersi da questa malattia”.
Il governo del Bangladesh fornisce i medicinali, mentre la Caritas aiuta a gestire l’ospedale. Sr. Roberta racconta di essere felice di poter servire in questo modo la gente del Bangladesh, senza distinzioni religiose. “Nel nostro ospedale, oltre il 95% dei pazienti non è cristiano e io, offrendo loro amore, porto una testimonianza del Vangelo di Gesù”.
Il prof. Ahmedul Kabir, direttore generale aggiunto della Direzione Generale dei Servizi Sanitari (DGHS) del Bangladesh, ha dichiarato ad AsiaNews che secondo i dati della DGHS nel 2021 sono stati diagnosticati nel Paese 307.561 nuovi pazienti, mentre si ritiene che altri 67.439 non siano stati individuati. “Stiamo lavorando per porre fine o almeno controllare questa malattia entro il 2030 - ha aggiunto -. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre far crescere tra la gente la consapevolezza sui sintomi, sulla diagnosi e sulla disponibilità di trattamenti”.
di sr. Roberta Pignone
AsiaNews - Khulna - 8 luglio 2021
La testimonianza di suor Roberta Pignone, missionaria dell'Immacolata e medico al Damien Hospital: "I numeri dei contagi sono sottostimati, le zone più colpite ora sono quelle lontane dalle grandi città, dove il vaccino non arriva. Ma la vita qui va avanti con i dolori e le fatiche di sempre".
Il Covid-19 continua a colpire in maniera molto dura in Bangladesh. Suor Roberta Pignone, religiosa italiana delle missionarie dell'Immacolata e medico, dal 2012 a Khulna nel sud del Paese è direttrice del Damien Hospital, centro dove si curano soprattutto malati di lebbra e tubercolosi. Ha inviato questa testimonianza sulla situazione sanitaria nel Paese e sulla vita quotidiana di una missionaria in tempo di pandemia.
Dal primo luglio in Bangladesh è stato imposto un nuovo lockdown molto ferreo: non si può uscire di casa per nessun motivo e non ci sono mezzi per muoversi, se non i rickshaw, che si trovano a prezzi duplicati. Si cerca di controllare una pandemia che non ha ancora raggiunto il suo apice. Credo che i numeri del contagio siano sottostimati. I dati ufficiali parlano di 955mila casi in tutto il Bangladesh e 15mila morti. Se prima erano soprattutto le grandi città a essere colpite, ora con l’arrivo dei vaccini la situazione si sta capovolgendo: le zone “più calde” sono quelle al confine con l’India, mentre i casi si sono ridotti nei centri urbani.
La gente ha compreso solo relativamente la gravità della situazione. Molte persone girano senza mascherina, e qui non si può parlare di distanziamento e sanificazione. Le persone che sono state contagiate spesso non rivelano la positività ai loro contatti, alcuni decidono di isolarsi, altri continuano a condurre una vita normale. Di conseguenza c’è sicuramente un elevato numero di contagi sommersi. Lo stigma sociale è forte, ma ancora più grande è il problema della povertà: è difficile far comprendere il peso della situazione a chi lavora alla giornata e ha di fronte a sé il rischio di morire di fame perché a causa del lockdown non può lavorare. Se i poveri rimangono a casa e non lavorano, come comprano da mangiare?
Questa domanda accompagna le mie scelte per quanto riguarda l’ospedale. Appena tornata dall’Italia ho fatto in modo che i ragazzi che lavorano con me e i loro parenti fossero vaccinati. Appena terminata la seconda dose, nel Paese i vaccini non erano più disponibili. Tutto questo mi dice che ancora una volta c’è una speciale protezione per noi e non credo che sia casuale, perché così siamo nella condizione di poter continuare il nostro lavoro con i malati di tubercolosi e lebbra. Coperti dal vaccino possiamo fare e dare qualcosa di più.
Non so che cosa ne sarà del Paese, potrebbe finire come in India. L’ossigeno comincia a scarseggiare. La popolazione ha chiesto le dimissioni del ministro della Salute.
Qui la vita comunque continua. Ieri parlavo con una paziente che viene da noi per curare una tubercolosi presa in sala operatoria durante un intervento. È una donna giovane, molto intelligente, vivace, lavorava in un ufficio. Con il Covid lei e il marito hanno perso il lavoro e ora possono mangiare solo grazie alla generosità della sorella. Grazie alla frequentazione quasi quotidiana ha cominciato a confidarsi. Ieri mi raccontava che pensava di essere incinta e invece grazie al cielo era solo un ritardo. Le ho detto di stare attenta e di cercare di evitare una gravidanza ora, ma mentre le spiegavo i periodi ai quali fare più attenzione, lei mi ha risposto: “Pensi che mio marito ascolti?”. Le ho chiesto come fosse il marito: lui la picchia e in casa si fa solo come dice lui. Poi mi ha detto: “Hai fatto bene a non sposarti, sposarsi vuol dire rovinarsi la vita”. Ho cercato di farle capire che anche io - in un altro modo - sono sposata. Lei è musulmana, ma mi ha detto di aver capito e che di sicuro il mio è il miglior marito che si possa trovare: ai suoi occhi io sono stata fortunata, lei no.
Questa è la nostra situazione quotidiana, i nostri pazienti continuano a venire, con le loro malattie, i loro dolori e le loro fatiche e ci aiutano in qualche modo a rimanere coi piedi per terra. Chiedo al Signore di continuare a darmi la forza e la capacità di stare vicino alla mia gente così, senza mai stancarmi, senza mai pretendere di mettere i miei interessi al primo posto. La forza mi viene dal Signore, che non ha mai smesso di farmi sentire le sue coccole, la sua cura, e il suo balsamo, affinché anche io possa continuare ad esserlo per questa gente.
terraemissione.it/ - 22 marzo 2021
Sr. Roberta Pignone racconta il suo rientro in Bangladesh
Lettera della missionaria del Pime, che gestisce il Damien Hospital di Khulna. Dopo un anno di assenza tona a essere balsamo per le ferite dei suoi pazienti
A distanza di un mese dal mio rientro in Bangladesh, trovo un attimo di tempo per fermarmi e per vedere che cosa c’è nel cuore. Finalmente a casa, dopo un anno lontana, dopo un anno così faticoso ed incomprensibile!
Tanta attesa, tanta fatica ad accogliere un tempo di sosta che era diventato davvero pesante, con tutto quello che c’è stato da accettare, nella consapevolezza che un giorno ne avrei capito il senso.
Ed ecco, 11 ore di aereo e mi sono ritrovata dall’altra parte del mondo, dove tutto trova casa. I luoghi, le persone, i sentimenti e il modo di pensare e di vedere le cose sono sempre quelli, come se quell’anno così tosto, non ci fosse mai stato e io sia sempre stata qui. Meraviglia, spettacolo, il cuore si riassesta in un luogo che è davvero casa!
L’attesa ha caratterizzato i giorni passati in Italia e mi accorgo che anche la gente, la mia gente qui mi aspettava, in tanti me lo dicono e servono una buona dose di umiltà e tanta preghiera per non cadere nella presunzione di essere così importante. Mi accorgo però di essere importante per il Padre buono che qui mi stava aspettando per ricordarmi quello che posso essere per questa gente… uh già… BALSAMO per le loro ferite!
In questo anno passato in Italia di certo il Bangladesh non è cambiato, la gente è sempre quella, con le sue gioie e le sue fatiche, i problemi non sono cambiati, le richieste sono sempre quelle, le incomprensioni e le sofferenze non sono sparite. Cosa è cambiato allora? Sono cambiata io, il mio cuore il mio modo di vedere le cose, perché il Covid non lascia indifferenti e il tempo di attesa anche.
Mi accorgo che qui la gente non ha capito, qui si vive come se il Covid non ci fosse e questa cosa mi mette ancora tanta paura. Questa mattina a messa ancora gente senza mascherina, tutti seduti vicini, per me è fonte di ansia e di paura, se qualcuno si ammala seriamente qui, non si può fare nulla. Io cerco di far capire, insegno, dico ma la gente ancora non capisce! È più forte il bisogno di uscire, di lavorare, di stare insieme, vicini, come si è sempre stati.
Credo che per questa gente ci sia una speciale benedizione, non si potrebbe fare nulla in una condizione come quella che c’è in Italia. Quindi qui nulla è cambiato, io però sì e questo mi porta ad agire in modo diverso, con più pazienza, con più attenzione all’ascolto, all’accoglienza.
I miei malati cronici sono tornati tutti. Che bello ritrovare volti che sono storia nella mia vita, sorrisi che si aprono di fronte a me nonostante le fatiche quotidiane, perché il nostro settimanale incontro è diventata amicizia, capacità anche di ridere a qualche battuta (i bengalesi faticano a comprendere le nostre battute e quando trovo una persona che le capisce beh…è grande!), i cuori trovano rispettivamente casa ed è gioia pur nella sofferenza.
Riscopro le mie mani che accarezzano la gente, le orecchie che ascoltano non solo polmoni e cuore, ma la vita, la fatica.
Due donne che vogliono abortire perché in terapia per la tubercolosi (TB) e qualcuno ha già detto loro che la terapia fa male al feto, perché beh è stato un incidente e ora l’unica soluzione è abortire. La prima reazione è la rabbia e poi il tentativo di far capire che vuol dire uccidere una persona, non è così chiaro qui per la gente che aborto è omicidio.
Allora si passa al far vedere il figlio attraverso l’ecografia, mostro alla donna il cucciolo che ha in grembo e vedo negli occhi il sorriso e l’amore di chi già sente il figlio come dono grande, ma porta nel cuore la ferita di una decisione che vede per primo quello che il marito vuole. Ho chiesto di tornare qui ogni settimana e accompagnerò queste donne nella gravidanza, anche magari fino a prendere il figlio e a darlo a chi se ne prende di sicuro cura, ma di certo l’aborto no. Però bisogna camminare con loro, prenderle per mano e so che qualcosa poterebbe sfuggire al mio controllo e loro decidere andare ad abortire.
Un’altra donna, mamma di Jannati, una cucciola di due anni cardiopatica che ha già fatto la terapia per la TB e che settimanalmente viene a prendere i farmaci per fare aerosol tre volte al giorno per la dispnea che non la lascia, mi ha confidato che aspetta un altro bambino e negli occhi le ho letto tutta la gioia ma anche la paura di un’altra creatura di cui prendersi cura. Jannati richiede tanta cura e tante coccole, ha un bel caratterino. La sofferenza ha già lasciato il segno nella sua breve vita. Anche a questa donna ho mostrato il suo nuovo cucciolo, quanta gioia nel vedere i suoi movimenti, una vita che va accolta con gioia e stupore, gli occhi brillano di gioia e io sono contenta di poter accompagnare questa gioia.
La mascherina copre il sorriso ma permette di mettere in evidenza gli occhi che spesso sorridono di più nella loro profondità e luce e dicono più di tante parole. Così accolgo i miei pazienti e la mia gente, mi sono ripromessa di non arrabbiarmi e di tenere duro quando vorrei farlo, è una promessa che ho fatto ad un amico che porto nel cuore perché la sua vita è cambiata e non può essere qui in Bangladesh, lo porto con me e so che è una grossa responsabilità, è una persona di pace e calma, non un fuoco che si accende facilmente come me, anche questa è una conversione del cuore.
I miei cuccioli, Aminur e Emanur, sono cresciuti tanto, li ho ritrovati più belli di prima! Aminur, grande e responsabile, ha trovato lavoro, un lavoro che è impegnativo per quanto riguarda il tempo e la fatica fisica. Torna tardi la sera e sposta bottiglioni di acqua che la gente compra. È impegnato ed ha imparato che la vita nuova che ha ricevuto grazie al nostro aiuto non è solo un accogliere questo privilegio che è stato loro concesso ma anche qualcosa per cui bisogna spendere le energie per poter avere uno stipendio a fine mese. E questo fa maturare. Emanur ancora studia ed è in quella fase della vita in cui ci sono tanti cambiamenti, a partire dai baffetti che crescono e che rendono un po’ “bruttini” ah ah ah. Ritornerà la sua bellezza. Ritrovo in lui in questo momento tutto il bisogno di coccole e amore che accompagnano questo tempo.
Sono ritornata in Bangladesh con tanti desideri nel cuore. Mi accorgo che in questo anno, per quanto riguarda la diagnosi, qualcosa è cambiato. Ho trovato tanti nuovi pazienti con Tubercolosi extra polmonari, cioè in sedi particolari che definiscono una storia di TB polmonare misconosciuta, ma in persone che stanno bene di salute e ricche.
Non capisco questa nuova situazione, gente ricca e ben messa che ha la TB. Dove sono i poveri? Quelli che necessitano delle mie cure? Nelle casistiche il 40% dei pazienti ha la Tubercolosi extra polmonare e, se tutti questi nuovi casi rappresentano tale percentuale, dov’è il 60% che dovrebbe essere TB polmonare sputo positiva? E insisto con i miei ragazzi che si devono trovare i pazienti.
Non nascondo di provare una certa ribellione nel curare la gente ricca, che non ha certo bisogno delle mie cure e dei miei farmaci gratis, farmaci che sono le medicine dei poveri. Non posso permettermi gli ultimi farmaci usciti sul commercio e costosi, sono quelli che pretendono i ricchi!
La rivoluzione del cuore lascia lo spazio alla consapevolezza che da nessun’altra parte in Bangladesh possono trovare un’accoglienza come quella che trovano da noi, una carezza e un sorriso fanno bene a tutti, poveri e ricchi! Questa la missione, nessuno rifiuta un po’ di balsamo…
Il mio desiderio di aprire un ambulatorio nello slum non si placa, per chi ha il mio libretto greenland. Il mio cuore mi dice che lo devo fare, la gente là ha bisogno della nostra presenza, dovrò combattere con la burocrazia locale, chiedere, andare a bussare per trovare una stanza che mi accolga, ben sapendo che magari dopo qualche mese potrebbero anche mandarmi via. È già stato così in altri luoghi in cui ho aperto. Anche questa è povertà da accogliere, non capisco il motivo ma spesso accade così. All’inizio della collaborazione sono tutti d’accordo. Poi, si cambia idea e ci chiudono la porta in faccia.
Questa è la missione. Affido questi miei desideri alle vostre preghiere perché so che posso contare su queste e sull’affetto che mi accompagnano ogni giorno.
La liturgia della V domenica di Quaresima è complessa. Letture e Vangelo sono importanti, vanno masticati e meditati. “Vogliamo vedere Gesù” è quello che viene detto dai Greci ma in fondo da ognuno di noi.
Per vedere Gesù dobbiamo fissare lo sguardo sul crocifisso, posizionarci lì sotto per comprendere come donare la vita, come essere quel seme che non muore inutilmente ma lo fa per donare il germoglio, quella promessa di fecondità che darà un colore nuovo alla nostra vita.
Ne sono certa, spesso si fa fatica a stare sotto la Croce, a fissare lo sguardo sul nostro Dio che si dona così, senza poter noi capire fino in fondo, però lì ci sta tutta la sua promessa di vita e di fecondità per noi e una vita che si dona sarà sempre feconda e colorata, con i colori del Vangelo. Questa la promessa di vita per noi.
Buon cammino finale di Quaresima, siamo certi della vita nuova con la Resurrezione.
sr. Roberta Pignone
Missionaria dell'Immacolata, Pime
Fino ai confini della terra
25 febbraio 2021
https://www.terraemissione.it/
terraemissione.it/ - 23 febbraio 2021
Fino ai confini della terra” è la rubrica che ospita viaggi virtuali in compagnia di missionari e missionarie che vivono negli angoli più difficili e dimenticati del pianeta. Questo mese ci colleghiamo dalla missione di Khulna, in Bangladesh, dove operano le missionarie dell’Immacolata – Pime.
La missione di Khulna, in Bangladesh
La città di Khulna è la terza per importanza nel Paese. Si trova nel sud-ovest del Bangladesh. Ha una popolazione di circa 1 milione e mezzo di abitanti.
Le industrie principali sono quelle per la lavorazione della iuta. Vi sono anche industrie per l’esportazione di pesce, soprattutto gamberi. Le altre industrie sono legate all’agricoltura, principalmente alla lavorazione del riso. Molte persone sono costrette a lasciare la città per cercare lavoro a Dhaka, la capitale, o a Chittagong, dove si trova il porto principale del Paese. Qui trovano occupazione nelle industrie tessili e dell’abbigliamento, sebbene in tanti vivono lavorando a giornata.
Da questo si può evincere che la situazione socio-economica della maggioranza della popolazione sia tutt’altro che facile. Molti sono coloro che vivono in slums o in ambienti sovraffollati, con gravi carenze igieniche e in situazioni di sotto-alimentazione.
L’insieme di questi fattori aumenta notevolmente il rischio di contagio da bacillo di Koch, responsabile della tubercolosi.
Per quanto concerne la malattia di Hansen, meglio conosciuto come lebbra, grazie all’impegno delle missionarie dell’Immacolata, non è più considerata endemica dal 1998. Tuttavia non mancano i nuovi casi e soprattutto i pazienti che, anche se ormai curati dalla malattia, soffrono ancora per le complicazioni ad essa correlate: ulcere e reazioni. L’ospedale gestito dalla congregazione è l’unico che fornisce un sostegno a questi pazienti in tutta la zona sud-occidentale del Paese e molti arrivano a loro anche da zone piuttosto distanti.
La quotidianità della missione in Bangladesh
Dal 1986 le missionarie dell’Immacolata sono presenti sul territorio metropolitano di Khulna con un progetto per la lotta alla lebbra. Dal 2001, col netto declinare dei casi di questa malattia, hanno iniziato ad occuparsi di tubercolosi, una malattia ancora endemica in Bangladesh.
Da anni la lotta contro queste due malattie le vede impegnate sul fronte della prevenzione e della cura. I loro paramedici lavorano giornalmente sul territorio svolgendo attività di informazione ed educazione sanitaria. In questo modo si cerca di fornire alla popolazione adeguate informazioni riguardo alle due patologie per garantire una identificazione rapida dei nuovi casi e superare le barriere legate a superstizioni.
Il coinvolgimento di ex-pazienti è di notevole aiuto nell’identificazione di nuovi casi.
Per essi si tengono incontri mirati di sensibilizzazione. Le missionarie cercano anche di coinvolgere personalità politiche, religiose, personale medico e paramendico al fine di creare una rete sul territorio che faciliti il raggiungimento dei nostri obiettivi. Gestiscono inoltre 15 cliniche (di cui una nella prigione distrettuale) in cui i malati ricevono la terapia e i nuovi casi vengono identificati.
Nell’ospedale, che oggi dispone di 33 letti, vengono ricoverati i pazienti con particolari necessità o complicazioni. All’interno, oltre al laboratorio per le indagini microscopiche, vi è una calzoleria e un servizio di fisioterapia per i pazienti hanseniani. Le ulcere complicate vengono trattate attraverso piccoli interventi chirurgici.
Chiamate alla Missione
Le Missionarie dell’Immacolata in tutto il mondo, vengono riconosciute anche come Suore del PIME, perché condividono con il PIME la stessa spiritualità missionaria di vita secondo il Vangelo, avendo come priorità l’annuncio, prevalentemente ai non cristiani e fuori dal proprio paese di provenienza.
Oggi i padri e le suore del PIME, nei diversi continenti, condividono attività di evangelizzazione e di animazione missionaria della Chiesa locale.
▪ Come diventare missionaria dell’Immacolata – Pime
Per approfondire la chiamata alla vita missionaria, è possibile contattare la comunità di Missionarie dell’Immacolata più vicina oppure compilare il modulo online.
Per esperienze di condivisione e fraternità con altre ragazze si possono consultare le iniziative di animazione per giovani sul sito
▪ Come aiutare la congregazione
Le Missionarie dell’Immacolata sono accompagnate e aiutate da Laici che condividono con loro il carisma, e dagli Amici delle Missionarie dell’Immacolata che ne sostengono le attività.
Associazione amici delle Missionarie dell’Immacolata
▪ Come sostenere il progetto in Bangladesh
Gli obiettivi principali della missione mirano alla riduzione della prevalenza e dell’incidenza di lebbra e tubercolosi nella popolazione di Khulna e all’identificazione e cura dei casi di co-infezione TB/HIV-AIDS
Si può sostenere il lavoro delle sorelle negli ospedali attraverso l’app Tucum, nata per effettuare donazioni da dispositivi Android o iPhone con un semplice click. Per sostenere il progetto scarica l’app, clicca su “sostieni un ente accreditato” e seleziona “Missionarie dell’Immacolata – Pime”.
di Stephan Uttom e Rock Ronald Rozario
Ucanews - 11 maggio 2018
Libera traduzione a cura di Banglanews
Monjur Sheikh, musulmano, ha iniziato a sviluppare infezioni a partire da piccole eruzioni cutanee sulla sua pelle nel 1975, insieme a dolori e febbre.
Ciò lo spinse a visitare una serie di dottori, ma ogni trattamento prescritto non fece che peggiorare le sue condizioni, causandone il panico e alla fine abbandonando la speranza mentre osservava il suo aspetto deteriorarsi radicalmente.
"Ogni volta, ho avuto una reazione negativa", ricorda l'81enne del distretto meridionale di Bagerhat. "Presto ho capito che avevo la lebbra ma non sapevo cosa fare o dove andare."
Dopo anni di sofferenze, l'ex imprenditore, che guadagnava da vivere vendendo tabacco essiccato, aveva sentito parlare di un ospedale gestito dalle suore a Daspara, un villaggio nel vicino distretto di Khulna.
Nel 1986, dopo aver sopportato un decennio di incredibili dolori e umiliazioni, si è trasferito alla Damian House, il nuovo centro medico aperto dalle suore missionarie di Maria Immacolata (PIME), creato per aiutare i poveri pazienti nel sud del Bangladesh.
"Ricordo il giorno in cui ho incontrato per la prima volta Suor Rosa [Sozzi] e lei mi ha iniziato a curare", ha detto a ucanews.com.
"Ho iniziato a rimanere lì spesso e ho continuato a prendere le medicine che mi hanno dato. Senza l'aiuto di quelle meravigliose suore, non credo che sarei sopravvissuto molto a lungo."
Non solo hanno assistito per la sua condizione della pelle, ha detto, ma gli hanno anche insegnato a combattere contro i pregiudizi e gli stigmi sociali negativi legati alla lebbra.
"Persino i miei parenti mi hanno evitato perché temevano che potessero essere infettati", ha detto.
"La gente mi insultava e diceva un sacco di cose cattive, ma le suore erano diverse: non solo mi curavano, ma diffondevano la consapevolezza tra gli altri e persuadevano i giovani a non sentirsi minacciati e non a ostracizzare i malati di lebbra", ha aggiunto.
Maria Begum, una madre di 25 anni, visita regolarmente la Damian House per ricevere cure per la tubercolosi (TB).
"Circa un anno fa ho avuto un grave problema di tosse, sono venuta qui per vedere le suore e ho scoperto che avevo la tubercolosi. Ho assunto la medicina sin da allora e ora mi sento molto meglio", ha detto la casalinga musulmana, che è emigrata dal Distretto di Barisal a Khulna nove anni fa.
Oltre ad offrire check-up gratuiti e medicine, le suore la aiutano fornendo cibo per bambini, riso, lenticchie e zucchero ogni mese.
"Prima di venire qui visitavo i medici locali e dovevo sborsare un sacco di soldi, ma non funzionava niente, qui non spendo mai un centesimo, ma ora sto molto meglio e posso prendermi cura della mia famiglia - grazie alle suore," ha aggiunto.
La lebbra è anche nota come malattia di Hansen dopo che lo scienziato norvegese G.H.A. Hansen che per primo scoprì mycobacterium leprae, l'agente batterico responsabile della malattia, nel 1873.
È stata a lungo considerata una "maledizione" in molte parti del mondo a causa della sua natura contagiosa, l'estremo livello di disabilità fisica che conferisce ai pazienti e il suo tasso di mortalità relativamente alto.
Tuttavia, la lebbra oggi è una malattia curabile se rilevata in fase precoce grazie alla terapia multi-farmaco (MDT).
Ci sono stati 216.108 nuovi casi registrati a livello mondiale nel 2016, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità.
L'agenzia ha affermato che il tasso di prevalenza era in media di 0,29 per 10.000 persone, sulla base di 173.358 casi registrati alla fine del 2016.
In Bangladesh, sovrappopolato e impoverito, la lebbra era considerata una malattia endemica per decenni. Tuttavia, le iniziative del governo e delle organizzazioni sanitarie internazionali hanno aiutato il paese a liberarsi da questa piaga nel 1998, due anni prima dell'obiettivo dell'anno 2000 dell'OMS.
L'organismo sanitario mondiale dichiara ufficialmente un paese libero dalla malattia quando il tasso di prevalenza di nuovi casi scende sotto l'1% per ogni 10.000 persone.
Nel caso del Bangladesh, il tasso di prevalenza per i nuovi casi era ancora pari allo 0,62% della popolazione totale a partire dal 2002. Tra coloro che hanno contratto la malattia, il 6,5% ha sviluppato disabilità fisiche significative, come mostrano le statistiche.
Tuttavia ora è la tubercolosi ad essere considerata una minaccia per la salute pubblica nel paese. L'OMS pone ora il Bangladesh al sesto posto tra le 22 nazioni ad alto rischio per i focolai di TBC.
Attualmente, circa 225 persone su 100.000 vengono infettate dalla malattia e 45 muoiono ogni anno.
L'OMS ha introdotto la terapia DOTS (Directly Observed Treatment) per curare la tubercolosi nel 1993 e si è dimostrata un'ancora di salvezza per molti, in Bangladesh.
La suora del PIME Roberta Pignone, 46 anni, italiana, medico e direttrice della Damian House, ci ha detto che la struttura è nata da un'idea di Suor Rosa Sozzi.
"Suor Rosa ha lavorato ad un progetto di lebbra nel nord del Bangladesh e poi ha deciso di trasferirsi al sud, poi nel 1998 si ammalò e tornò in Italia, dove morì in ottobre", ha ricordato suor Roberta, che è responsabile della struttura dal 2012.
Nel 2001 le suore scoprirono che il numero di malati di lebbra nell'area stava diminuendo. Purtroppo, tuttavia, si osservava un numero crescente di pazienti di TB.
L'ospedale ha aperto rapidamente una nuova sezione che offre trattamenti per la tubercolosi. Nel 2012 ha anche aperto un altro reparto per curare i malati di HIV / AIDS.
Ogni anno offre un trattamento interno per un massimo di 375 pazienti mentre il numero totale di beneficiari dei loro servizi e di quelli delle sue sussidiarie è di 11.000.
"I poveri di solito cercano di ignorare i sintomi quando sviluppano tosse persistente: vanno a vedere un medico solo quando si rendono conto che la loro condizione è più grave di quanto pensavano", ha detto la suor Roberta, che è aiutata da due colleghi.
"A volte la terapia DOTS non funziona, soprattutto se hanno anche il diabete, quindi devono affrontare un problema enorme", ha aggiunto.
Sebbene il Bangladesh sia ufficialmente privo di lebbra, un opuscolo pubblicato dalle suore mostra che le persone, in almeno 12 dei 64 distretti del paese, rimangono ancora vulnerabili alla malattia. Questi distretti sono generalmente remoti e arretrati e situati sia nel nord che nel sud del paese.
"Riteniamo che forme gravi di lebbra che possono causare la morte non si presenteranno più, ma vediamo ancora pazienti che arrivano, anche se non molto numerosi", ha detto.
"Molte persone soffrono ancora in silenzio", ha aggiunto.
"Stiamo lavorando duramente per raggiungerli, ma la vera sfida è aiutare il Bangladesh a mantenere ciò che ha raggiunto per la completa eliminazione della malattia".
Per decenni la struttura si è basata su generose donazioni globali, incluse quelle provenienti dall'Italia, dove è la casa madre delle Missionarie dell’immacolata, conosciute anche come “PIME sisters”.
La crisi finanziaria del 2008-2009 negli Stati Uniti, che ha colpito l'Europa e in particolare l'Italia ha preoccupato le suore, che guardavano le loro fonti di finanziamento prosciugarsi, il che significava che i poveri ne avrebbero sofferto.
Al momento la situazione è migliorata, il finanziamento rimane ancora un problema.
"I membri più svantaggiati della società del Bangladesh dipendono dal nostro trattamento gratuito", ha detto suor Roberta.
"Quindi ci preoccupa vedere il livello dei finanziamenti globali che riceviamo ridursi, in quanto ciò rischia di avere un impatto sul lavoro che facciamo", ha aggiunto.
"Ma stiamo facendo il nostro lavoro nel nome di Dio e troveremo un modo per continuare ad aiutare finché ci sarà bisogno".
di Anna Chiara Filice
AsiaNews - Khulna - 9 febbraio 2018
Una vita missionaria spesa al servizio dei lebbrosi del Bangladesh. È la storia di sr. Roberta Pignone, medico italiano e missionaria dell’Immacolata, congregazione femminile associata al Pime (Pontificio istituto missioni estere). In vista della Giornata mondiale del malato che si celebrerà domenica 11 febbraio, ad AsiaNews racconta la sua esperienza di direttrice del Damien Hospital a Khulna, nel sud del Paese. Il centro è stato aperto nel 1986 dalle consorelle con l’obiettivo di curare e prevenire casi di lebbra, dal 2001 quelli di tubercolosi e dal 2012 quelli di Aids. Da piccola, racconta, “non avrei mai immaginato di diventare suora. Sentivo di voler fare qualcosa per gli altri, e per questo ho scelto di studiare Medicina. Ma diventare suora proprio non ci pensavo. Tanto meno di vivere in Bangladesh. Eppure questo è diventato il Paese che Dio ha scelto per me per compiere la sua missione”.
Sulla sua esperienza missionaria e di vocazione, sr. Roberta racconta: “Ho fatto un’esperienza con Giovani e Missione [cammino spirituale per i giovani proposto dal Pime, ndr], e sono stata mandata proprio in Bangladesh. Qui ho conosciuto le missionarie dell’Immacolata e ho capito che il loro modo di dare la vita per il Signore era quello che più combaciava con il mio desiderio di essere missionaria e medico per i poveri, per gli ultimi. In seguito per obbedienza ho accettato il Bangladesh come destinazione missionaria e il lavoro in ospedale. Prima di entrare in convento volevo diventare un medico di famiglia e operare in un dispensario nei villaggi. Invece sono qui in città e ho accolto questa destinazione come un dono dello Spirito Santo. Io non ho scelto nulla e ho avuto la responsabilità di guidare un ospedale dopo appena un anno e mezzo di missione. Mi sembrava una cosa tanto più grande di me. Considerando tutto quello che è avvenuto in questi anni, penso che ci sia una speciale benedizione su questo ospedale, che ci permette di andare avanti seppur con grandi difficoltà”.
Sr. Roberta, classe 1971, è nata a Monza. “Sono nata lo stesso anno in cui il Bangladesh è diventato indipendente – scherza –. Ciò che più porto nel cuore è che dopo la prima esperienza giovanile in Bangladesh, ho abbandonato tutto per essere una missionaria. E il Signore ha mantenuto la promessa di farmi ritornare nel luogo in cui mi ero innamorata [di lui]. La terra in cui per me tutto è iniziato, è la terra in cui sono stata chiamata a dare la mia vita per questa gente. Speriamo che duri ancora a lungo”. Dal 2011 vive a Khulna, terza città per importanza del Paese. La sua area metropolitana conta circa un milione e mezzo di abitanti, occupati soprattutto nell’agricoltura e nell’industria tessile.
In molti sopravvivono come lavoratori occasionali e abitano in slum (baraccopoli) sovraffollati. In questo modo, spiega sr. Roberta, “il rischio di contagio della malattia di Hansen aumenta in maniera esponenziale”.
Nel 1998, riporta, “l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato che la lebbra era stata debellata. Ma così non è per il Bangladesh. In quel momento è cessato l’interesse mondiale per la lebbra e nessuno si è più occupato di ricerca, cura e diagnosi della malattia. La nostra è stata l’unica struttura che ha continuato il servizio per i malati in tutto il Paese”.
“Oggi – continua – subiamo gli effetti negativi di quel calo di interesse. Ogni anno rinveniamo nuovi casi di contagio avvenuto in passato e disabilità gravi causate dal morbo. Il motivo è che per anni non è stato più effettuato un lavoro di ricerca dei pazienti”. La missionaria riferisce che da quando ha assunto l’incarico dell’ospedale nel novembre 2012, “i casi sono raddoppiati. Se prima avevamo circa 15 pazienti l’anno, da quella data ce ne sono stati 35-36 ogni anno”. Il dato si riferisce solo alla città di Khulna e dintorni: “Il numero è significativo perché la letteratura medica sostiene che i contagi sono più diffusi nelle campagne rispetto alle città. Paradossalmente la nostra esperienza ci indica il contrario”.
Le cure, sostiene sr. Roberta, “sono aperte a tutti in maniera indistinta – cristiani, musulmani e indù – senza discriminazione. Non chiediamo neanche a quale religione appartengono”. La direttrice riporta che lo staff “è interreligioso e composto da 35 dipendenti – 10 persone che lavorano in ospedale e altri che girano nei centri in cui curiamo anche la Tbc – più tre suore. Il nostro lavoro si svolge principalmente sul territorio e i pazienti vengono curati in ambulatori locali in cui assumono i farmaci. Solo i casi più gravi vengono ricoverati. Per esempio, il peso medio di un affetto da tubercolosi è di 30 kg, perciò ricoveriamo i malati per consentire loro di riposare e mangiare bene. Ma il ricovero per gli affetti da tubercolosi non è facile: se un padre manca da casa, non può andare a lavorare e portare il cibo in famiglia. Per questo spesso offriamo assistenza a domicilio, portando anche del cibo o coperte per l’inverno. Al contrario, nei casi di lebbra, il ricovero è necessario per le medicazioni quotidiane delle ulcere e per le reazioni del sistema immunitario ai farmaci”. In tutto nel 2017 “abbiamo assistito 35 nuovi casi di lebbra, oltre a tutti i malati cronici che vengono trattati a domicilio, più circa 400 malati di Tbc”.
Per quanto riguarda “la multidrug therapy, cioè la terapia combinata di antibiotici il cui dosaggio è fissato dall’Oms, le medicine sono fornite dal governo. Noi invece offriamo a titolo gratuito tutti i farmaci di sostegno come vitamine, antidolorifici per gli effetti collaterali, cure per le ulcere”. I fondi di questa complessa macchina di assistenza “provengono da benefattori italiani”.
Tra i servizi offerti ai malati di lebbra, aggiunge, “ogni martedì, giovedì e venerdì pomeriggio c’è la fisioterapia, sia a domicilio che in ospedale. Essa serve a ridurre la disabilità. Ma soprattutto, dal momento che la lebbra è legata ad una perdita di sensibilità alla periferia [cioè gli arti, ndr], produciamo anche delle scarpe con suole soffici che evitano la formazione delle ulcere a livello plantare”.
La suora riporta che l’ospedale cerca “di sensibilizzare la popolazione sull’importanza delle cure. Per questo coinvolgiamo presidi delle scuole, studenti e medici locali. La nostra esperienza ci insegna però che l’individuazione dei nuovi casi avviene attraverso gli ex malati, che hanno già provato sulla propria pelle gli effetti della malattia e consigliano ad altri di sottoporsi alle terapie. Consegniamo loro una grande responsabilità: sono stati curati e li spingiamo ad aiutarci a curare gli altri”.
“È il Signore che mi vuole qui – afferma in conclusione la suora – e mi dà la forza di portare avanti questo compito che è molto più grande di me e delle mie capacità. Sono in Bangladesh, agli estremi confini della terra, al confine con la foresta del Bengala, a curare gli ultimi della terra, perché dei malati di lebbra non si cura nessuno. Questa consapevolezza mi rafforza ogni giorno”. Di fronte allo stupore “della popolazione bengalese, per cui è difficile comprendere come mai una donna non sposata abbia abbandonato la propria terra, è gratificante sapere che qualche malato considera questo ospedale come una seconda casa. Nel nostro essere qui non c’è alcun tentativo di conversione. Portiamo la speranza, uno stile di vita diverso e aiuto agli ultimi”.
AsiaNews - Khulna - 29 dicembre 2017
Natale con i lebbrosi e i malati di tubercolosi, dove il significato della nascita di Cristo viene spiegato dai musulmani. È quello trascorso da poco al Damien Hospital di Khulna nel sud del Bangladesh. Ad AsiaNews sr. Roberta Pignone, missionaria dell’Immacolata (congregazione femminile associata al Pontificio istituto missioni estere), medico e direttrice del centro, racconta la gioia dei festeggiamenti, organizzati non dalle suore, ma dallo staff cristiano e musulmano. La suora spiega: “L’organizzazione è curata dal personale per un motivo ben preciso: per ribadire che noi missionarie non siamo qui per nostra scelta. Siamo qui perché Gesù ci ha inviate. Tramite loro abbiamo voluto ricordare il motivo per cui siamo qui e spiegare il significato del Natale. Noi non abbiamo fatto nessuna proclamazione diretta del Vangelo, ma continuiamo a predicarlo con la nostra vita. È bello che i nostri collaboratori riportino ad altri il messaggio di Gesù così come riescono a coglierlo dal nostro esempio”.
I festeggiamenti si sono svolti lo scorso 22 dicembre, sulla terrazza dell’ospedale. Il centro nasce nel 1986 per volontà delle suore del Pime, con l’obiettivo di curare e prevenire casi di lebbra. Dal 2001 la struttura accoglie anche affetti da tubercolosi. Con il loro servizio, le missionarie tentano di creare una rete di collaborazione sul territorio in modo da identificare con maggiore efficacia i nuovi contagi e diminuire l’incidenza di entrambe le malattie. Nel solo 2017, riporta, “abbiamo individuato 35 nuovi casi di lebbra e curato 400 pazienti di Tbc”.
Sr. Roberta racconta che “in totale alla festa di Natale hanno partecipato 60 persone, tra personale e pazienti. Noi suore siamo state semplici spettatrici dello spettacolo preparato dal personale”. Tra gli aspetti da sottolineare, aggiunge, “vi è la collaborazione di un dipendente musulmano, che ha spiegato la figura di Gesù. Lo ha presentato come colui che è mandato dal Padre sulla terra a portare la pace, ad insegnare l'amore”.
A rallegrare la festa, “scenette e canti tipici bengalesi di Natale. Tra le scene più significative, la rappresentazione della parabola delle vergini sagge e stolte, che simboleggia l’attesa dello sposo che viene. Le ragazze hanno anche messo in scena momenti di dolore e fatica, nei quali Gesù viene a sanare le persone, portando pace e serenità”. Che è quanto avviene in ospedale, con la cura amorevole delle suore.
L’aspetto interessante, aggiunge la direttrice, “è che alla rappresentazione di questo brano del Vangelo hanno preso parte anche una giovane musulmana e una indù. È stato bello vedere che persone di religione diversa si uniscono a rappresentare gli insegnamenti del Vangelo”. Da evidenziare, continua sr. Roberta, “è che i pazienti sono stati presenti fino alla fine dello spettacolo, nessuno li ha costretti, avrebbero potuto ritirarsi nelle proprie stanze. Invece hanno accolto il messaggio che volevamo donare loro: chi è Gesù, che cosa ha fatto, perchè è venuto sulla terra e soprattutto il motivo della nostra presenza come missionarie".
La suora tiene a raccontare un “momento che mi ha toccato molto, avvenuto il giorno prima della festa. È l’incontro dedicato al personale cristiano, un momento per la riconciliazione. Io organizzo nella nostra cappella le confessioni, un raccoglimento di celebrazione penitenziale comunitaria. In quei momenti ho avvertito che non sono solo la direttrice del progetto, il medico-capo che governa l’ospedale, ma anche la sorella che si prende cura del loro cammino spirituale e delle loro anime. Nella semplicità del sentirmi dire ‘Grazie sister, perchè hai organizzato tutto questo per noi’, mi sono sentita ancora di più madre e responsabile delle loro vite”.