Foto p. Fabrizio Calegari
Missionari del Pime - maggio 2008
È stato completato, grazie al sostegno dell’Ufficio Aiuto Missioni, l’ampliamento dell’ostello St. Philip a Dinajpur, Bangladesh. Padre Fabrizio e i suoi ragazzi ci scrivono per esprimere la loro gratitudine.
Carissimi amici, con gioia posso finalmente dirvi che abbiamo inaugurato il nuovo edificio che completa così la struttura dell’ostello St. Philip. Esso ospita: a piano terra il refettorio, al primo una classe (quella dei più grandi), la biblioteca, la sala computer. Al secondo, una grande sala coperta che ci verrà certamente buona nella stagione delle piogge. Da ultimo il tetto-terrazza.
È stato un momento atteso a lungo da me e dai ragazzi, che per un anno hanno visto crescere e svilupparsi l’edificio senza immaginare come si andava completando all’interno. Soprattutto il lavoro di rifinitura è stato piuttosto lungo e impegnativo.
Abbiamo con semplicità ma grande gioia accolto il vescovo, monsignor Moses Costa, che è venuto a benedire i nuovi locali, compresa la cucina. I ragazzi lo hanno ricevuto con una danza della tribù santal e, dopo una breve preghiera, si è proceduto al fatidico taglio del nastro, tra applausi scroscianti. Erano presenti diversi padri, suore e tanti ragazze e ragazzi ospiti negli altri ostelli o seminari attorno a noi.
Impossibile descrivere l’eccitazione dei ragazzi che sono sciamati dentro subito dopo, a vedere, toccare questa nuova parte della loro casa.
Credo che possiamo essere soddisfatti: mi pare che le cose siano state fatte per bene e siano anche belle.
Tutto il lavoro di serramenti e carpenteria (tavoli, porte, finestre, sgabelli, cucina, ecc.) è stato svolto ottimamente dalla nostra Scuola Tecnica presente qui a Dinajpur e diretta da fratel Massimo Cattaneo. La supervisione dei lavori è stata invece di padre Adolfo L’Imperio, sempre arzillo nonostante qualche acciacco dell’età.
La sera abbiamo “battezzato” il refettorio con un bel piatto di riso e carne, e il vescovo è stato nostro graditissimo ospite.
Adesso che ormai tutto funziona a pieno regime è tempo di dire grazie ancora una volta a tutti voi.
Grazie, dal profondo del cuore, a voi amici conosciuti e non, che ci avete sostenuto in questo progetto con grande generosità. Siamo consapevoli che non potremo mai contraccambiare come sarebbe giusto. Lasciamo al Signore di ricompensarvi come meritate per questi gesti concreti di amore con i quali ci avete seguito.
Avete dato a questi ragazzi e a quelli che li seguiranno qualcosa di bello, un ambiente dove crescere con dignità e amorevolezza. Vi pare poco? Credo dobbiate esserne orgogliosi.
Vi abbraccio ciascuno, con gratitudine.
p.Fabrizio
Un grazie sincero
Anche i ragazzi hanno voluto, senza che io lo chiedessi, scrivervi qualche riga di ringraziamento.
Carissimi amici, per prima cosa vi giungano i nostri più sinceri saluti. Siamo 138 ragazzi che vivono nell’ostello San Filippo Neri e, anche se proveniamo da diversi villaggi e apparteniamo a diverse etnie (santal, oraon, kottrio, bengalesi) viviamo insieme come una sola famiglia. Qui con noi ci sono tre assistenti e un padre che ci aiutano. Loro fanno tutto quello che possono per aiutarci a crescere. Ci avete aiutato molto nel costruire il nuovo edificio nel quale adesso abbiamo anche una sala computer e una biblioteca. Vogliamo con questa lettera ringraziarvi dal profondo del cuore.
Sarebbe stato bello se anche voi foste stati qui il giorno dell’inaugurazione. E anche se non abbiamo potuto ringraziarvi direttamente, lo abbiamo fatto e lo facciamo attraverso le nostre preghiere.
Se Dio vuole, forse un giorno ci potremo incontrare. Sarete sempre i benvenuti! Nell’assicurarvi le nostre preghiere di nuovo vi ringraziamo tanto per la vostra generosità e bontà.
Dinajpur - ottobre 2008
Carissimi amici,
la ricorrenza del mese missionario mi spinge a mettere giù alcune righe per condividere con voi qualche frammento di vita e doni che il Signore, a piene mani, non cessa di darmi.
Come sempre sono impegnato soprattutto nel lavoro educativo con i ragazzi dell’ostello. Quest’anno sono 118 gli adolescenti che vivono qui con me, distribuiti in sei diverse etnie e con un’età dagli 11 ai 19 anni circa. Sono loro ad assorbire la maggior parte delle mie energie e del mio tempo. Di loro e di altro ancora vorrei raccontarvi qualcosa.
Lo faccio anche per dirvi grazie, ancora una volta, per la vostra amicizia, l’aiuto e la preghiera con la quale mi seguite: sono tutti doni preziosissimi che mi aiutano a fare e ad essere quel che Dio mi chiede. Vi abbraccio ad uno ad uno con grande affetto.
Nel lavoro pastorale sono impegnato la domenica a seguire alcuni villaggi. Li conosco da una decina d’anni, ormai. In alcuni, lenti forse ma visibili, si notano i segni di una crescita, di uno sviluppo: tanti bambini e giovani che studiano, altri che hanno trovato un lavoro, il microcredito che funziona, assenza di contrasti interni, nessuno che fabbrica vino di palma, una buona partecipazione alla Messa della domenica, ecc.
Figurarsi il tetto. Prometto di provvedere in un paio di giorni alle lamiere per sistemarlo, così che possano ritornare a casa loro. La madre in braccio tiene i due gemelli avuti otto mesi fa. Mi dice che non stanno bene, non mangiano. Non sono un dottore ma mi basta guardarli per capire che la situazione è seria. Scoprirò poi che i piccoli pesano solo cinque chili. A otto mesi!
Lei non se la passa meglio, ed è chiaro che se la madre non mangia…
Le ingiungo di andare il giorno dopo al nostro ospedale, cosa che farà. Salveremo i bambini ma solo Dio sa le carenze che resteranno nella loro crescita.
Penso al rischio obesità dei bambini in Italia e mi viene un brivido.
La temperature mite e le belle giornate ci invitano a fare una capatina al fiume. Ci andiamo anche per pescare le vongole sepolte nella sabbia, che cucineremo il giorno seguente.
I ragazzi sono eccitati anche se il posto è qui vicino, una mezz’oretta a piedi. Scegliamo un tratto di fiume dove l’acqua è bassa ed è più semplice setacciare e meno pericoloso per i più piccoli. Ci dividiamo le zone e in fila, uno dopo l’altro, si comincia a dragare il fondo con le mani. Non può sfuggire una vongola! Ogni tanto qualcuno acchiappa anche un pesciolino e ogni volta sono scene di festa. Riusciamo a riempire cinque sacchi, ci sarà da mangiare per tutti.
C’è tempo in abbondanza, prima di pranzo, per giocare sulla riva o in acqua. I ragazzi rivelano una confidenza naturale col fiume. Io ho portato un coccodrillo gonfiabile che diventa subito preda dei più piccoli. Col passare delle ore mi accorgo che c’è tutta una vita che, verso mezzogiorno, cresce attorno al fiume: ci sono i pescatori con le loro barche sottili e le reti stese ad asciugare, le donne a lavare i panni, i bambini che, come noi, si divertono a pigliare qualche mollusco, qualcuno fa il bagno. Possiamo anche gustarci, a qualche metro di distanza, un magnifico esemplare di martin pescatore sorvolare dapprima la zona, fermarsi poi come sospeso su un punto preciso e infine buttarsi in picchiata in acqua, per uscirne subito dopo con la sua piccola preda. Splendido. Finiamo in acqua anche noi, i tuffi, gli schizzi, gli scherzi, con una voglia di giocare che prende tutti.
Gli scienziati di Ginevra dovrebbero cercarlo lì il “bosone di Higgs”. Altro che super acceleratore. Parlo dei ragazzini che il Padreterno ha creato con una dose supplementare di energia. Provare a controllarli è come tentare di arginare un fiume: ti darà retta per un tratto ma poi sbucherà fuori da un’altra parte. E tenerli in classe a studiare come chiudere un uccello in gabbia, visto che sembrano dotati di ali.
Rashel è uno di questi. Non bastasse, è anche di una simpatia contagiosa, che sprizza dagli occhi che sembrano ridere sempre, anche quando ti guarda serio.
Un anno fa il padre muore improvvisamente per infarto: sarà il quinto di sette genitori che perderemo tra i ragazzi in un anno e mezzo. Anche questo dice la precarietà della vita in Bangladesh. La mamma si ritrova giovane vedova con tre bambini di cui Rashel, 12anni, è il maggiore. Questo fatto sembra cambiare qualcosa in lui, che da allora studia con più impegno - il talento non gli manca - e riesce a stare seduto anche per più di mezz’ora senza alzarsi. Spesso però lo trovo ancora in giro. Ed è in questi frangenti che spicca una delle sue doti fondamentali: saper inventare, lì sui due piedi, senza esitazioni, tutte le scuse possibili per giustificarsi e vendertele come plausibili. Un professionista della balla raccontata ad arte.
Ieri l’ho beccato assente a studio per l’ennesima volta. Vado a cercarlo e, mentalmente, mi preparo due paroline per dargli una strigliata.
Sto per salire in camerata per vedere se è lì, quando mi sbuca davanti, trafelato dopo aver sceso le scale di corsa. Ha giusto un attimo di esitazione vedendomi all’improvviso. Io non ho il tempo di dire nulla - la mia faccia è già tutta un discorso - ma soprattutto lui non me ne da il tempo. Mi porge la mano aprendola: sopra ci sono due frutti di guava. “Sono andato di sopra a prenderli per lei”, mi dice guardandomi fisso senza tradirsi. Ma gli occhi ridono. Vorrei ridere
anch’io per la prontezza con la quale è riuscito a girare la frittata: riesco a trattenermi con grande sforzo e gli mollo uno scapaccione affettuoso mentre lo rispedisco in classe. I frutti li ho messi sulla mia scrivania a maturare. Profumano.
Quella di Carlus è una storia dolorosa, come tante qui. La mamma era in cinta quando è morta in circostanze misteriose e drammatiche un anno e mezzo fa. Quando è arrivata al nostro ospedale era ormai troppo tardi, anche per il bambino. Il marito è stato quanto mai vago sul malore che l’aveva colpita da qualche giorno: diceva e non diceva. Il dottore, invece, non ha avuto dubbi sulle cause del decesso: tentativo di aborto procurato. I particolari che ha poi aggiunto al racconto mi hanno riempito il cuore di orrore e di angoscia.
Carlus, che ormai ha 18 anni, non sa nulla di questo, anche se forse comincia a sospettare qualcosa. Intanto però non è più lo stesso. Se prima era un introverso, ora si è chiuso ancora di più e sorride sempre meno. Solo coinvolgendolo nel gioco lo vedo tornare sereno, con lampi di gioia pura. Diverse volte ha voluto parlare insieme di ciò che è successo e dei problemi che restano a casa, dove c’è un fratello minore che cresce senza una guida e rischia di perdersi. Sul padre non può fare nessun conto, anzi: spesso è ubriaco e violento. Avrei una voglia matta di prenderlo per gli stracci quest’uomo, che ha spezzato la sua famiglia e pensa di averla fatta franca. Queste ingiustizie mi bruciano dentro senza risposta, perché poi penso al ragazzo e non oso fare più niente.
Adesso che è in decima, l’ultimo anno, Carlus vuole fare bene per poi tornare a casa e dedicarsi al fratello, che lo scorso anno è stato bocciato. E anche se qui i fratelli e sorelle maggiori sono ancora un’autorità in famiglia, fa fatica a farsi ascoltare perché l’altro si ribella.
Nel nostro ultimo colloquio, pochi giorni fa, mi diceva queste preoccupazioni, la fatica di studiare col pensiero a casa. Aveva il volto contratto, indurito, come preso da una rabbia che non voleva liberare ma pronta ad esplodere. Anche le lacrime erano trattenute a forza. Ne cadeva solo qualcuna, ma si vedeva che erano un fiume.
Vincere fa sempre piacere, inutile girarci intorno, alla faccia di De Coubertin. Se poi a farlo sono gli ultimi della fila a livello sociale, c’è ancora più gusto.
Nel mese di luglio c’è stato il classico torneo di calcio tra le scuole della città. Lo scorso anno perdemmo stupidamente la semifinale e ricordo come ci bruciò, anche per il fatto che la squadra era veramente buona e, sapendo che diversi dei grandi sarebbero andati via, pensavo che non avremmo avuto un'altra possibilità quest'anno di creare una formazione altrettanto competitiva. Non potevo sbagliarmi di più. La squadra di quest'anno è stata persino migliore. Cinque partite vinte nettamente una dopo l'altra, fino alla finale vinta 2-0. 16 gol fatti e nessuno subito. Asfaltate squadre che, viste giocare nei giorni precedenti, mi avevano un po' preoccupato.
I ragazzi sono stati bravissimi, hanno superato le mie aspettative, migliorando di partita in partita, giocando con un 4-4-2 pronto a diventare un rombo quando necessario. Avevo visto dei progressi negli allenamenti ma non mi aspettavo, soprattutto a centrocampo, questa qualità. Per i ragazzi, tutti tribali e quindi la serie c della società, una gioia incontenibile e una bella iniezione di autostima.
Nella nostra casa regionale di Dinajpur c’è un angolo che abbiamo dedicato ai 150 anni del PIME in Bangladesh. I primi missionari arrivarono nell’allora Bengala nel 1855. Ci sono dei bassorilievi in vetroresina che illustrano la vita dei missionari e due lapidi, dal sapore
vagamente cimiteriale, sulle quali sono incisi i 189 nomi dei missionari - padri e laici, vivi e defunti - che qui hanno lavorato e lavorano, con a fianco l’anno del loro arrivo. Sotto la dedica: “Alla gente che ci ha accolto e a chi verrà dopo di noi”. 150 anni di storia, di eroi, di santi che solo il Signore conosce, di gente normale con le sue stranezze e pieni di debolezze, ma presi da Cristo e con una passione tenace per questo popolo. Un lavoro da cui sono nate sette diocesi (quattro in India e tre in Bangladesh) e migliaia di cristiani.
Ma, a parte l’effetto strano di vedere il proprio nome su una lapide, quando di tanto in tanto mi fermo a guardare il lungo elenco, penso al coraggio e alla fede dei miei confratelli. Molti sono morti giovanissimi, senza arrivare nemmeno ai trent’anni, stroncati dalle fatiche, dalla malaria, dalla febbre nera. Il Bengala allora era la tomba dell’uomo bianco. Ma anche in tempi più recenti, nel primo dopo-guerra, i nuovi che arrivavano abitavano in capanne come la gente e nessuno andava a chiedere loro niente perché sapevano che avevano giusto di che vivere, ma nulla di più. Dall’Italia, uscita in ginocchio dal conflitto mondiale, non arrivava un centesimo di aiuti e i padri si arrangiavano come potevano.
Provo un senso d’orgoglio nell’essere, con tutti i miei limiti, dentro questo gruppetto di annunciatori del Vangelo: una pattuglia acrobatica, come amava chiamarla uno di noi. Mi pare di camminare sulle spalle di giganti, perché quello che possiamo fare noi oggi lo dobbiamo alla loro passione e ai loro sacrifici. Se la chiesa in Bangladesh è oggi una realtà radicata e autonoma, se tanti villaggi si sono sviluppati e cresciuti, se tanti hanno potuto studiare e trovare un lavoro, è grazie a questi confratelli.
Penso che ci sia una storia della missione che è impossibile da scrivere ma che sarebbe straordinaria da leggere. E’ quella racchiusa nel viaggio interiore di ciascun missionario, il suo rapporto con il Signore Gesù, la sua crescita umana e di fede, le prove e le gioie intime, le solitudini, le passioni, gli slanci, i fallimenti, le sere passate in veranda a scrutare il cielo, i viaggi per settimane e mesi nei villaggi, la lingua da imparare, gli ideali, le semine senza raccolto, le testardaggini e gli errori, la cultura difficile da digerire, le ribellioni, le chiamate di notte, i lebbrosari, le scuole, gli ostelli, le ingratitudini, le alluvioni, i soccorsi, le vedove e i bambini, le barbe patriarcali, la tentazione di mollare, il monsone che ti sfibra come una buccia di fico, i tradimenti, le cimici, i fiumi da passare, le catechesi, riso e solo riso tutti i santi giorni, l’indipendenza e la guerra civile, le preghiere sgranate strada facendo, le interminabili partite a canasta.
Un confratello, ridendo, qualche tempo fa mi diceva: “Abbiamo sbagliato tutto! I nostri primi padri, arrivando qui, fecero la scelta prioritaria dei tribali, minoranza oppressa e marginalizzata. Una scelta perdente. Noi, dopo 150 anni, nonostante che i frutti, umanamente parlando, siano pochi, ci ostiniamo a restare dalla stessa parte. E lo sai perché? Perché così è il Vangelo”.
Il Vangelo, ecco tutto: la forza e il fascino delle parole di Gesù che riescono ancora e sempre a sedurci. Forse anche per questo non cambierei questa vita con un’altra.
Festa dei Santi Angeli custodi. Una bambina dell’orfanotrofio qui vicino mi corre incontro con un fiore e mi dice: “Auguri, oggi è la sua festa!”.
“Come la mia festa?”, dico sorpreso.
“Massì!”, fa lei con una di quelle facce tipo addesso-ti-spiego-io-com'è-la-faccenda. “Oggi è la festa degli Angeli custodi, no? Loro sono mandati da Dio per aiutarci, proteggerci e consigliarci, no? E lei non sta facendo questo per noi? Quindi è la sua festa!”. E mi pianta il fiore in
mano. Lo dice sorridendo ma convinta e io non trovo modo di contraddirla, tanto rimango di stucco e tanta è la gioia. Una piccola perla, perché dentro c'è un'intuizione profonda, di quelle che solo i bambini hanno e che noi spesso smarriamo.
In pochi giorni qui in Bangladesh si sono consumate due delle principali festività religiose del paese. Il 3 ottobre l’Id per i musulmani e il 9 la Durga Puja per gli indù. Ho partecipato ad entrambe le feste da spettatore interessato, non solo per la passione della fotografia, ma anche per cercare di conoscere un po’ di più questi mondi così complessi e affascinanti. Per questo l’animo col quale ho vissuto queste giornate è stato di grande rispetto e ascolto.
La mattina dell’Id ("festa della fine del digiuno", giornata di festa per la fine del mese di Ramadan), mi sono recato al campo grande della città, in genere usato per eventi sportivi, e stavolta occupato per la preghiera.
A poco a poco migliaia di uomini, giovani, bambini, sono arrivati vestiti a festa, hanno steso il loro tappetino e si sono preparati a pregare, posizionati in direzione della Mecca e guidati da un imam che cantava versi del Corano.
Mentre scattavo foto, cercando di essere il più discreto possibile, e l’obiettivo inquadrava la folla o volti singoli, mi sono sentito trasportato sempre di più nel clima di preghiera. E, da cristiano, ho pregato anch’io con loro.
Tutt’attorno c’era un brulicare di mendicanti e di poveri, accucciati pazientemente lungo la strada, ad aspettare l’elemosina che ogni buon musulmano in questo giorno non potrà mancare di offrire: l’elemosina, insieme all’accettazione di Dio, alla preghiera, al digiuno e al pellegrinaggio è uno dei cinque pilastri dell’Islam.
Appena la preghiera è terminata sono seguiti gli scambi di auguri, abbracci e strette di mano nei quali sono stato coinvolto volentieri. Un bel momento davvero.
Non sono mancati inviti a pranzo o a cena da amici musulmani che conosco da anni. Inviti che ho regolarmente accettato…
Il 9 ottobre eccomi alla festa della Durga Puja. Rispetto al monoteismo islamico, ma anche a quello cristiano, è quanto di più lontano ci possa essere. Tempo fa un confratello mi raccontava di un musulmano – un pezzo grosso della polizia – che gli diceva, parlando con disprezzo degli indù: “Padre, fateli almeno cristiani!”.
L’induismo è un bazar di dei e dee, ce n’è per ogni gusto e c’è spazio per tutti.
Secondo la religione indù, Durga ("colei che difficilmente si può avvicinare") fu creata come dea guerriera per combattere un potente demone. È raffigurata come una donna che cavalca un leone, con numerose braccia e mani che impugnano diversi tipi di armi. La Puja (culto) si tiene in un periodo di cinque giorni, che viene tradizionalmente considerato come la venuta della figlia sposata, Durga, a suo padre, nella sua casa sull'Himalaya. È la festa più importante tra gli indù del Bangladesh, e i bengalesi la celebrano con vestiti nuovi e altri doni, che vengono indossati la sera quando la famiglia va a vedere i diversi stand costruiti in diverse zone della città o del villaggio, dove alloggiano le statue costruite per l’occasione. Sebbene sia una festività indù, sia cristiani che musulmani non resistono alla tentazione di fare un giro anche loro.
La festa culmina al quinto giorno, quando tutte le statue vengono portate al fiume e abbandonate alle acque in un tripudio di canti e danze. In India soprattutto, le statue sono così tante da aver causato l’inquinamento dei fiumi, a causa dei colori tossici con i quali sono dipinte.
Qualche giorno fa, infine, ho partecipato ad un incontro interreligioso tra cristiani, musulmani e indù, il primo qui a Dinajpur, organizzato dalla Caritas. Eravamo circa un’ottantina delle tre diverse confessioni e il tema era “La religione e la pace”. Ogni relatore ha sottolineato, secondo la sua fede, il rapporto tra religione e pace. Poi, dopo un lavoro di gruppo e discussione, si è arrivati ad una dichiarazione comune.
Sono i primi timidi passi che facciamo qui nel dialogo e sono preziosi. Per me è stato un mezzo miracolo il solo fatto che i musulmani abbiano accettato di sedersi con noi e che ci sia stato tra noi grande rispetto.
E’ importante creare, anche attraverso questi incontri, un clima diverso, conoscersi, fare amicizia, rompere il cerchio della diffidenza e del pregiudizio. Fintanto che l’altro mi sarà sconosciuto mi farà paura, ma quando diventa mio fratello entra in casa mia. Senza contare che per noi sono occasioni uniche per raccontare Gesù e dire la nostra fede a chi mai altrimenti potremmo accostare.