Questa pagina contiene lettere di padre Luigi e articoli tratti da agenzie e riviste missionarie.
Missionari Saveriani – Satkhira - febbraio 2025
Cari amici,
da vari mesi non mandiamo più nostre notizie! Eppure nell’estate 2024 un grande avvenimento storico è avvenuto: la rivolta degli studenti e dei partiti politici dell’opposizione che hanno fatto cadere il Governo con un bilancio di varie centinaia di morti e feriti. Al momento la situazione del Paese continua ad essere piuttosto ingarbugliata e pare di capire che non si tornerà facilmente alla normalità.
La maggior preoccupazione è per un’illogica animosità che si è creata tra Bangladesh e India con seri disagi per i bengalesi a cui l’India potrebbe chiudere frontiere, aiuti economici, fornitura di elettricità e assistenza medica.
Noi qui nella piccola missione, ai bordi della foresta, non abbiamo avvertito grossi sconquassi…
Il sottoscritto, dopo i suoi 50 anni di missione, inizia ad avvertire gli acciacchi della vecchiaia ormai avanzata e sente il bisogno di “staccare la spina”. Sono tornato a Sorico (CO) per qualche mese. Mi sostituirà Pious Mondol, un baldo giovanotto cattolico in contatto con i Saveriani da parecchio tempo. Uno dei problemi più spinosi di questa zona nel Sud Ovest del Bangladesh è quello dell’acqua dolce. L’unico modo per procurarsene è quello di raccogliere l’acqua piovana. Ma da qualche tempo, siamo riusciti ad installare un desalinizzatore che ci procura acqua buona anche da commercializzare. Grazie a tutti i benefattori che ci hanno aiutato a realizzare questo progetto.
La nostra zona, vicino alla Foresta del Bengala raramente è alluvionata, ma altre sono spesso inondate dall’acqua che trasborda dal letto dei fiumi o dei canali in caso di piogge abbondanti (vedi foto). E tutto questo per settimane e settimane! Chi ha la fortuna di vivere in una casa in muratura deve solo affrontare l’inconveniente di entrarci in barca, ma chi vive in una capanna di fango ogni anno deve ricostruirsi l’abitazione. La gravità di ciò che è successo quest’anno ha avuto una eco molto limitata in Italia sui quotidiani e nei TG, ma forse qualcuno di voi avrà seguito la situazione in rete dove sono comparse notizie e immagini...
Con i cambiamenti climatici in corso questi disastri saranno di ordinaria amministrazione!
p. Luigi Paggi, sx
Incontro con Padre Luigi Paggi SX
Sorico, 31 Gennaio 2025
(Note dell'Oratore)
di Dino Kaka e Lella Kaki
Sunderban - dicembre 2024
Cari Amici e Amiche,
in JNAnews dello scorso 5 dicembre abbiamo dato notizia del Progetto sanitario che due Laici saveriani, la dottoressa Franca Rivolta e suo marito Sagor Patrick, stanno portando avanti nel Sunderban.
Alleghiamo uno stralcio dell'Agenda del Laicato con quanto Franca e Patrick hanno scritto al riguardo.
Riportiamo qui la descrizione dell'importante Progetto di Nuovi Spazi al Servire ONG nel cui ambito la dottoressa Franca sta operando come Medico volontario tra i Munda del Sunderban avendo come "base" la "Missioncina" di P. Luigi Paggi.
«Da Khulna a Satkhira accesso alla salute
Monitoraggio e cura di Lebbra, Tubercolosi, co-infezioni TB/HIV/AIDS: Prevenzione delle disabilità causate da lebbra; Screening di Talassemia
Divisione di Khulna – Distretti Khulna e Satkhira - Bangladesh
Migliorare lo stato di salute nella zona sud ovest del Bangladesh, in particolare nella popolazione Tribale Munda del Sunderban, (distretto di Satkhira) e nella popolazione marginale degli slum di Khulna City è l’impegno del triennio 2024-2027.
Una doppia presenza che intende sensibilizzare/coscientizzare la popolazione fragile e tribale attraverso screening precoci mirati della Talassemia e della Lebbra. Monitorando anche altre malattie con particolare attenzione alla Tubercolosi e co-infezioni.
Agenti Comunitari (AC), Agenti Comunitari di Salute (ACS) debitamente formati in grado di riconoscere i segni precoci della malattia, di promuovere buone pratiche di igiene personale quale strumento per la prevenzione, e di seguire il Follow up clinico-terapeutico dei pazienti, garantiranno una presenza costante di sorveglianza e prevenzione, la presenza del medico volontario, garantirà cura ambulatoriale e screening in 43 villaggi Munda del Sunderban. I casi sospetti vengono sottoposti ai Centri di riferimento di Khulna per la conferma diagnostica e l’inizio della terapia.
Sarà intensificata la presenza medica attraverso medical camp in 43 slum nella Khulna City
Il Damien Hospital di Khulna (ndr: diretto dalla dottoressa Suor Roberta Pignone), nell’ambito del Khulna Leprosy and And TB Project si pone quale Controparte Locale, indispensabile per lo sviluppo dell’azione.»
Cogliamo l'occasione per aggiungere ai loro Auguri i nostri, con i più cordiali saluti.
Dino Kaka e Lella Kaki
Di seguito lo stralcio dell' Agenda
La stella alla missione
…e così Dalimkumar, sul suo bianco cavallo alato, attraversò sette mari e tredici fiumi, per liberare la principessa Konkaboti dallo spirito maligno che la teneva prigioniera.
Per fortuna a noi è andata meglio che al principe della favola del libro di Bangla di seconda elementare e, per arrivare a Koyra, dobbiamo attraversare “solo” due fiumi.
Partiamo al mattino presto, verso le 6.30 con l’Easybike dalla Missioncina. Siamo in 4, con noi ci sono anche due dei nostri agenti comunitari di salute, Lipika e Ram Prosad.
Dopo circa mezz’ora di strada arriviamo al porto di Nildumur, dove prendiamo la prima barca per attraversare il fiume Kolpetua.
Approdiamo a Gabura, dove noleggiamo 3 moto che ci portano all’imbarco successivo.
Le strade sono strette, dissestate e dopo pochi metri ad una delle moto scende la catena.
Bisogna cambiare moto. Quindi scendiamo dai nostri mezzi su una stradina stretta e mattonata ed aspettiamo che arrivi la nuova moto. La gente delle casupole ai lati della strada guarda incuriosita, soprattutto la bianca che si avventura in quelle zone… probabilmente non è uno spettacolo frequente.
Proseguiamo il nostro viaggio, per fortuna i tre autisti sono bravi, perchè è davvero un attimo scivolare nei canali a fianco delle stradine.
Infatti Gabura, che è un isolotto in mezzo ai due fiumi, è praticamente sommersa dai gher ,ovvero da invasi artificiali per l’ allevamento di pesci e gamberetti, per cui le stradine corrono in mezzo a campi sommersi da acqua salata. Arrivati in riva al Pocotoko prendiamo un altra barca e di là con un secondo Easybike , dopo più di due ore di viaggio, arriviamo nel villaggio di Bedkashi, distretto di Koyra dove, davanti alla scuola ci aspetta Parboti, un’altra delle nostre collaboratrici. Qui, nelle classi della scuola allestiamo il nostro piccolo ambulatorio/dispensario. All’inizio sembra che ci siano solo 3-4 pazienti, ma entro fine mattina ne avremo visitati circa 40.
Il lavoro dovrebbe essere dedicato ai sospetti di lebbra o TB, in realtà la maggior parte dei pazienti che si presenta lamenta dolori di schiena e dolori articolari, per cui la traduzione di Patrick inizia con lavoratore/lavoratrice, in questa stagione sono tutti impegnati nei campi per la raccolta del riso. Diciamo che la motivazione degli acciacchi è presto trovata. Qualche sospetto di lebbra arriva, ne troviamo 3 da inviare a Khulna per confermare o escludere la diagnosi, ma solo due si recheranno a Khulna nel giorno concordato, la terza deve lavorare.
Alla fine della mattinata, verso le 13 riprendiamo i nostri mezzi di trasporto e rifacciamo tutto il viaggio al contrario. Con l’ aggravante che il primo easybike, ci lascia a distanza dal porticciolo a causa dei lavori e scarpiniamo per qualche chilometro in mezzo alla sabbia e alle ruspe che stanno aggiustando la strada.
Torniamo alla missione nel pomeriggio, ma il lavoro del tuttofare (mediatore, autista, cuoco etc) non è finito, Patrick infatti si mette ai fornelli e ci prepara una buona frittata con le cipolle per pranzo o, forse, merenda (visto che sono le 4 del pomeriggio).
Oltre ai medical camp abbiamo iniziato a sistemare una stanza al SAMS per creare un piccolo ambulatorio/dispensario che sia attivo qualche giorno la settimana. Lo dedichiamo al dr. Marco Pedeferri, amico di P. Luigi, che tante volte è venuto in questa missione. Alcuni suoi amici ci hanno chiesto di organizzare qualcosa in sua memoria, e ci sembra una cosa bella ricordare chi ha dedicato tempo e competenze alla Missioncina nel Sundarban. Per ora la stanza ha solo una scrivania e qualche sedia, ma contiamo di attrezzarla con un lettino per le visite (trovato di seconda mano a Khulna), un armadietto per i medicinali essenziali e strumenti minimi per un ambulatorietto di base.
P. Luigi è rientrato in Italia per le sue vacanze, alla missione la sua mancanza si fa sentire. Anche le lezioni di Bangla per Franca si sono interrotte ora che iniziavano a dare qualche minimo risultato. I bambini invece continuano a fare scuola con i più grandi, Lipika, Orpita, Sweetie e Pius.
Anche in Bangladesh è quasi Natale. Le case dei Cristiani si agghindano con la stella luminosa sul tetto. Anche la missioncina nel Sundarban ha la sua stella che brilla nella notte; è l’unica nel circondario dove la popolazione è prevalentemente mussulmana o indù. Nonostante anche loro non siano cristiani, i bambini alla sera si ritrovano nella sala multifunzionale per provare le canzoncine per la festa di Natale. Nell’aria risuonano le note di Gloria in excelsis deo, We wish you a Marry Christmas e Subho Borodin, magari non sono perfettamente intonati, ma c’è ancora speranza. Fra i Munda alcuni dei ragazzi più grandi, che da alcuni anni stanno ricevendo il primo annuncio della Buona Novella cristiana da P. Luigi, stanno organizzando una cena per la sera di Natale e, come segno di condivisione, acquistano coperte da donare ai più poveri all’interno della tribù.
Nel piccolo anche questi sono piccoli passi di dialogo interreligioso, rispetto e condivisione delle reciproche tradizioni.
A tutti i più cari Auguri di un Santo Natale e un 2025 di Pace.
Franca e Patrick
Missionari Saveriani- febbraio 2024
1° ottobre 2023
Sorico, parrocchia di Santo Stefano
1° ottobre 2023
Sorico, parrocchia di Santo Stefano
1° ottobre 2023
Sorico, Sala consiliare
Misionari Saveriani - febbraio 2022
Mundaland, tentativi di evangelizzazione in Bangladesh
Secondo la classica strategia missionaria chi è stato chiamato dall’Alto a diffondere la Buona Novella dovrebbe seguire un percorso, espresso con quattro parole della lingua greca: Kenosi; Koinonia; Diakonia; Kerigma.
Per Kenosi s’intende quanto leggiamo nella lettera di San Paolo ai Filippesi: “Cristo pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini in forma umana umiliò sé stesso...” (Phil 2, 5-8). Sull’esempio di Cristo, il missionario deve abbandonare il suo complesso di superiorità, con i suoi vari poteri (pelle bianca, istruzione, soldi).
Per Koinonia si intende “il piantare la tenda” come la piantò il Bambino di Betlemme. Per Diakonia il darsi da fare per migliorare le condizioni di vita della gente a cui il missionario è stato inviato.
Per Kerigma quanto si legge nel[1]la prima lettera di Pietro: “Siate pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt: 3,15).
Può arrivare, infatti, la richiesta di sapere qualcosa sulla Persona di Cristo. Allora può iniziare la quarta tappa del lavoro missionario, cosiddetto del “primo annuncio”. Può anche non esserci, ma se le prime tre tappe non sono mancate, prima o poi...
Il quarto momento è piuttosto problematico. Eccone le ragioni! Nel vasto Subcontinente Indiano, di cui anche il Bangladesh fa parte, il discorso su Dio non è per niente difficile. Dio non è un problema. Il sentimento religioso è presente nelle caste più elevate come in quelle relegate in fondo alla scala della società indiana. Il muezzin dal suo minareto invita i seguaci dell’Islam alla preghiera rituale 5 volte al giorno; nella religione Hindu si dice che ci sono 12 mesi e 13 feste... una ogni mese a dir poco! Non mancano poi i Buddhisti, i Jainisti, i Sikh... anch’essi con le loro feste! L’ateismo in questa parte dell’Asia non esiste. La fede in Dio sovrabbonda e si sa che la troppa fede è pericolosa più dell’ateismo.
Abbiamo avuto prove molto chiare con l’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e Siria) e adesso con il Governo dei Talebani in Afghanistan. In questa parte del globo, Gesù costituisce un grande problema per tutte le religioni. L’Islam, pur avendo grande stima per Gesù Cristo (chiamato Isa Nobi = il Profeta Gesù nella lingua araba del Corano) non perdona ai cristiani il fatto di aver fatto del profeta Gesù un Dio. Anche come uomo, Gesù non è certo paragonabile al profeta Muhammad (Maometto), perché Isa Nobi non ha svolto nella sua esistenza terrena le attività che un vero uomo deve compiere: sposarsi, mettere al mondo figli, darsi al commercio, maneggiare soldi e fare la guerra. Per questo, Gesù Cristo anche come uomo vale poco!
Per gli hindu, invece, non è un problema che Cristo, oltre ad essere uomo, sia anche Dio. Ma per gli hindu, Gesù non può avere la pretesa di essere l’unica incarnazione della divinità nella storia umana. Gesù è solo uno dei tanti avatar (discesa di Dio in forma umana tra gli uomini). E anche per gli hindu chi trionfa tra queste divinità non è Cristo, ma Krisna. Lo stesso discorso vale per il mondo buddhista che considera l’illuminato Buddha come il Rotno (la Perla dell’umanità)!
Stando così le cose, come ci muoviamo noi missionari cristiani che avremmo il compito specifico di far conoscere al mondo non cristiano la persona di Gesù e il messaggio del Vangelo? Il nostro timido tentativo segue questa strada: Gesù Cristo è un personaggio storico che ha portato nel mondo la grande e bella notizia (Mongolbarta in lingua bengalese) che Dio è Padre... non solo dei cristiani. La grande e nuova idea della paternità di Dio l’ha portata solo Gesù Cristo (per l’Islam non solo non esiste, ma è quasi una bestemmia). In quella corona che i musulmani sgranano di frequente, ogni grano corrisponde ad uno dei 99 nomi di Allah. Tra questi, quello di Dio Padre non c’è. E non c’è, perché parlare di Allah come Padre richiamerebbe l’idea della Madre e di conseguenza si dovrebbe poi parlare dei figli e così il rigido monoteismo islamico rischierebbe di sconfinare nel politeismo. Allah è tutto, ma non è Padre!
Per l’induismo, la cui base è il sistema della casta con i vari gruppi sociali ordinati gerarchicamente come i gradini di una scala, l’idea di un Dio Padre di tutti è assolutamente inconcepibile. Nel Buddhismo, poi, Dio è assente e quindi l’idea di Dio Padre non ha nessun motivo per essere presa in considerazione.
La paternità di Dio è il fondamento della fratellanza umana. E allora noi presentiamo ai nostri ascoltatori la buona notizia, non tanto come una proposta religiosa, ma come una proposta di vita. La proposta che il “Guru” dei cristiani fa è precisa. Se vuoi, tu hindu o musulmano o buddhista, puoi vivere la tua vita secondo due dimensioni: quella verticale come figlio e figlia di Dio e quella orizzontale come fratello e sorella dei tuoi simili di qualsiasi razza o religione siano.
Ma se la dimensione verticale è impegnativa, quella orizzontale lo sarà ancora di più, perché la fratellanza esige la pratica delle 14 opere di misericordia che sono le opere della grazia e della gratuità, altro caposaldo dell’insegnamento di Gesù.
Il fondamento biblico di tutto questo sono le parabole del Figliol prodigo (Lc. 15,11-24) e del Buon Samaritano (Lc. 10, 30-37) e i versetti del Prologo di San Giovanni, dove si dice che tramite Mosè ci è stata data la Legge, ma tramite Gesù Cristo ci è stata data la “Grazia”. E da Lui noi abbiamo ricevuto grazia su grazia! (Gv. 1,16-17). E allora se mai qualcuno volesse vivere la propria vita secondo quelle due dimensioni, dovrebbe farlo non per salvarsi l’anima (alla salvezza dell’anima ci penserà il Padre Eterno), ma per salvare, come il Buon Samaritano, il malcapitato incappato nei ladroni scendendo da Gerusalemme a Gerico.
Ci sembra poi che queste idee potrebbero essere valide non solo per i non cristiani, ma anche per i cristiani del Bangladesh i quali, per la maggioranza, sono diventati membri della Chiesa, ma non ancora discepoli di Cristo. La paternità di Dio, almeno quando recitano il Padre Nostro, è riconosciuta, ma il discorso della fratellanza fa gran fatica a farsi strada. Quello poi della Grazia e della Gratuità ancora di più!
Paternità di Dio fondamento della fratellanza umana e opere della Grazia e della Gratuità: non è che questi discorsi andrebbero fatti anche ai cristiani di antica data? Papa Francesco nella sua enciclica “Fratelli tutti” queste tematiche ce le ha ricordate molto chiaramente! A noi l’impegno di leggerle, meditarle e soprattutto praticarle!
p. Luigi Paggi, sx
da Il ponte sul Mallero
Comunità Pastorale San Bartolomeo
http://www.ilpontesulmallero.it/ - Novembre 2011
di p. Luigi Paggi, sx
JNAnews - 8 agosto 2021
Cari Amici e Amiche,
come sapete, all'arrivo in Italia p. Luigi ha dovuto iniziare la quarantena domiciliare di 10 giorni nella sua casa a Dascio. Purtroppo al termine dei 10 giorni è risultato positivo a un tampone e dovrà pertanto restare in quarantena per altri 10 giorni.
Per fortuna è del tutto asintomatico.
Oggi ha scritto il testo del suo breve intervento "virtuale" in occasione della Giornata Mondiale degli indigeni (International Day of the World’s Indigenous Peoples) che verrà celebrata a Mundaland dai suoi collaboratori.
Come al solito, non si tratta di aria fritta, bensì di un concreto progetto su come organizzare le scuolette di villaggio attorno al JNA e presso la stessa missioncina.
Vi invitiamo alla lettura delle parole di p. Luigi come di seguito, con i più cordiali saluti.
Lella Kaki e Dino Kaka
Carissimi,
quest'anno il tema della Giornata Tribale Internazionale è molto bello e anche molto importante!
Da quasi un anno e mezzo quelli che sono rimasti indietro tra la vostra gente sono i bambini del villaggio che andavano a scuola, che avrebbero dovuto andare a scuola ma non hanno potuto andarci a causa del Covid 19.
In questa situazione sono stati gravemente danneggiati.
E nessuno sa quando riapriranno le scuole!
Inoltre, anche se le scuole riaprissero, tutti sanno che la qualità dell'istruzione nelle scuole di villaggio è molto bassa.
Diversi mesi fa un ragazzo di Kalinchi è venuto al Jisur Nam Ashram. Doveva essere in classe otto.
Non riusciva nemmeno a leggere il libro di Bangla della quinta classe.
E non dirò nulla del suo inglese. Non aveva ancora imparato le lettere dell'alfabeto inglese!
Un altro ragazzo veniva da Gabura: era più o meno nella stessa situazione.
Un ragazzo e una ragazza sono venuti da Tala. Dovevano essere in classe sette… ma il loro livello era così basso che avrebbero dovuto essere tenuti in classe quattro.
Non dirò nulla del "terzetto-rotno" che è venuto da Bethkali... uno dei tre "rotnos" [gioielli, ndt] è la figlia di Tarapodo che è molto desiderosa di imparare...
Ma chi insegnerà a tutti questi ragazzi e ragazze che sono stati così danneggiati... se non possono imparare non è colpa loro!
Ecco perché ho consigliato a Krisno e agli operatori della SAMS di chiamare tutti gli studenti che hanno potuto frequentare il college per celebrare la Giornata Tribale Internazionale e discutere tra i partecipanti cosa si può fare affinché la scuola e l'istruzione dei bambini del villaggio tribale possano essere riavviate il prima possibile.
Non dovreste mai dimenticare queste semplici parole:
LA SALVEZZA ATTRAVERSO L'EDUCAZIONE
L'unico modo per la promozione umana e lo sviluppo sociale per il vostro popolo e per tutti gli altri popoli come il vostro nell'immenso subcontinente indiano sarà attraverso l'ISTRUZIONE.
Per riavviare una sorta di "shikkar obhijan" [campagna educazionale, ndt] tra la vostra gente, suggerirei questi pochi passaggi pratici:
1- Inviate più bambini (sia maschi che femmine) dalla classe quinta alla classe sei al Jisur Nam Ashram dove si possono tenere le lezioni ogni giorno.
2- Fate lo stesso a "Probashi Para" dove entro la fine di questo mese una nuova scuola dovrebbe aprire le porte ai bambini provenienti da Dhumghat-Taranipur e Betkhali e forse anche da Kalinchi. In tal caso potrebbe essere aperto per loro un piccolo imbarcadero. Gli insegnanti per gestire questa scuola sono già stati trovati.
3- Il denaro per gestire questo nuovo progetto educativo in qualche modo è già disponibile: ci sono 100.000 Taka o giù di lì presso l'Agrani Bank a Bonshipur e 500.000 Taka sono in una banca a Shamnagar come deposito vincolato.
4- La sala dell'ufficio della SAMS potrebbe essere trasformata in un'aula scolastica per i bambini di Monsur Garage e Nuton Sripholkati e Sanjay: Krisno, Taposh e Tarapodo potrebbero insegnare loro.
Non dimenticate quel proverbio importante: dove c'è una volontà c'è un modo: iccha takle upae hoe!
E non dimenticate mai che i principali operatori per la promozione sociale e lo sviluppo umano del vostro popolo siete VOI e solo VOI.....VOI STESSI!
Chiedo a Nilima o a Chompa di tradurre questo mio discorso in bengalese in modo che tutti possano capire.
Cordiali saluti e auguri a tutti
P. Luigi
Traduzione di Lella Kaki e Dino Kaka
saveriani.it/ 24 gennaio 2021
ucanews.com/ 30 novembre 2020
di Stephan Uttom e Rock Ronald Rozario
Missionario saveriano italiano aiuta la comunità che vive vicino alla più grande foresta di mangrovie del mondo
Ruma Rani Munda e la sua famiglia hanno perso casa quando il devastante ciclone Sidr ha colpito la costa meridionale del Bangladesh il 15 novembre 2007.
Il ciclone, uno dei più letali tra quelli formati negli ultimi tempi nel Golfo del Bengala, ha ucciso oltre 3.000 persone e distrutto raccolti, famiglie e infrastrutture per un valore di oltre 2 miliardi di dollari in vaste aree della zona costiera.
La famiglia di Ruma, 35 anni, della zona di Shyamnagar del distretto di Satkhira, è una delle 17 famiglie di etnia indù Munda nel villaggio di Jelekhali le cui case e cose sono andate perse nella violenta tempesta.
Il missionario saveriano italiano padre Luigi Paggi e la Caritas si sono fatti avanti per aiutare la comunità che vive vicino alla Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie del mondo a cavallo tra Bangladesh e India.
Padre Paggi ha donato un acro di terra e ha finanziato alloggi fatti di mattoni e stagno vicino al Holy Name of Jesus Ashram nella zona Iswaripur di Satkhira per fornire rifugio a 17 famiglie.
Una donna Munda pesca pesce nel fiume Chuna vicino alla foresta di mangrovie di Sundarbans nel Bangladesh meridionale. (Foto: Stephan Uttom / UCA News)
L'ashram si trova, secondo gli storici cattolici locali, nell'area in cui la prima chiesa cattolica nell'attuale Bangladesh fu costruita nel 1600 dai missionari gesuiti portoghesi. Nulla della struttura rimane oggi a causa dell'erosione del fiume.
Padre Paggi, che ha servito le comunità povere ed emarginate nel sud del Bangladesh per quasi quattro decenni, ha istituito l'ashram nel 2002.
Ruma e suo marito sono le scommesse quotidiane che fanno del loro meglio per gestire la loro famiglia e per l'istruzione del figlio in quarta elementare con un reddito giornaliero esiguo.
"Siamo grati a Padre Luigi Paggi per aver fornito un tetto sopra le nostre teste e alla Caritas per aver offerto formazione per il sostentamento come l'orto e su come possiamo salvarci in tempi di disastri naturali", ha detto Ruma.
Le zone costiere come Satkhira non solo soffrono regolarmente di tempeste e inondazioni, ma sono anche afflitte dalla mancanza di occupazione per i poveri come Ruma.
Bengalesi e comunità etniche come Munda migrano spesso nei distretti vicini e nella capitale Dhaka per guadagnarsi da vivere con il lavoro quotidiano nella costruzione di strade o mattoni nelle fornaci. Altri raccolgono miele, granchi e legna nella foresta di Sundarbans per vivere.
Persone come Ruma e suo marito restano fedeli e fanno affidamento sul lavoro quotidiano del villaggio.
"Abbiamo paura di entrare nella foresta, dove non ci sono solo tigri, ma anche bande di ladri che rapiscono persone e chiedono il riscatto, che non saremo in grado di pagare".
Biswanath Munda, 45 anni, dalla zona di Shyamnagar, lavoratore a giornata e padre di tre figli, ringrazia padre Paggi e la Caritas per il sostegno alla sua famiglia.
"Padre Luigi ha ispirato i miei figli ad andare in una scuola da lui istituita. La Caritas ha allestito una grande cisterna per preservare l'acqua piovana per alleviare le nostre sofferenze dovute all'acqua salata e la mancanza di acqua potabile. Abbiamo anche ricevuto una formazione per coltivare raccolti e ortaggi che può tollerare la salinità ", ha detto Biswanath.
Lavora in una fornace di mattoni e spesso è assistito dal figlio maggiore di 19 anni. Durante la stagione delle piogge, quando le fornaci di mattoni sono chiuse, si guadagnano da vivere con il lavoro quotidiano. Ha anche notato che senza il sostegno di padre Paggi e della Caritas, i Munda avrebbero dovuto lottare per la sopravvivenza.
“La gente Munda era completamente analfabeta, ma oggi molti hanno un'istruzione. Le donne hanno studiato cucito e possono guadagnarsi da vivere. Oggi sappiamo meglio come vivere in una situazione difficile grazie al missionario e alla Caritas ”.
Il popolo Munda
I Munda sono un gruppo etnico proto-australoide, originario dello stato indiano del Bihar, migrato nell'attuale Bangladesh più di due secoli fa durante il dominio coloniale britannico, secondo Survival on the Fringe: Adivasis of Bangladesh pubblicato da una ONG del Bangladesh, la Society for Environment and Human Development, nel 2011.
Circa 40.000 Munda sono sparsi nel Bangladesh nord-occidentale e sud-occidentale. Il nome Munda (testa) ha la sua origine in sanscrito e le persone Munda credono che il loro primo uomo e donna siano nati dalla testa di Sing Bonga, il dio principale della religione Munda.
In Bangladesh, le persone identificano i Munda anche come "Bunos" (della foresta), riferendosi alla loro antica occupazione come disboscatori.
Per più di due secoli, il popolo Munda del Sundarbans è rimasto una delle comunità più emarginate a causa della mancanza di istruzione, povertà e isolamento dalla società tradizionale.
I Munda dei Sundarban parlano Sadri, mentre la loro lingua madre è il Mundari.
Secondo Sumon Malakar, un funzionario della Caritas con sede a Shyamnagar, circa 15mila persone Munda vivono a Satkhira e nelle aree adiacenti.
Al servizio dei più vulnerabili
Le persone Munda sono una triplice minoranza in Satkhira: etnicamente, religiosamente e numericamente. La loro povertà ed emarginazione rattristarono padre Paggi e lo incoraggiarono a venire in loro aiuto.
“I Munda sono poveri ed emarginati, e la maggior parte sono persone senza terra, soffrono di mancanza di occupazione e vivono in case fatiscenti. Sono tra i più vulnerabili ai cambiamenti climatici e ai disastri naturali poiché vivono vicino ai fiumi collegati al mare. Ho cercato di aiutarli con il sostegno della mia famiglia e dei miei amici ", ha detto padre Paggi .
Il missionario ha aperto la strada all'istruzione per i bambini , alla formazione sul sostentamento come il cucito per le donne , ha istituito gruppi di auto-aiuto e ha posto la comunità sotto l'assistenza e lo sviluppo sostenibile della Caritas.
“Tutto quello che volevo era aiutarli a migliorare le loro vite e diventare autosufficienti. Hanno iniziato a trovare la loro strada per sopravvivere al cambiamento climatico e possono fare ancora meglio in futuro ", ha detto il missionario.
Negli anni, la Caritas ha sostenuto le persone di Munda nell'area di Sundarbans per avere una vita migliore in mezzo a continue lotte contro un clima ostile.
“Più o meno, i progetti della Caritas hanno toccato la vita di tutte le persone Munda nella zona. Abbiamo cercato di fornire mezzi per l'acqua potabile sicura, scavato canali per l'agricoltura dove possibile, insegnato giardinaggio e collegato a vari programmi di sostegno del governo ", ha detto Sumon Malakar della Caritas . Molte persone locali, tra cui Munda, continuano a migrare in altre aree a causa della mancanza di sicurezza contro i disastri naturali e la disoccupazione, ha osservato. "Se vogliamo mantenere queste persone sulla loro terra, devono essere svolte attività di sviluppo molto più sostenibili come l'istruzione, l'alloggio e la sicurezza alimentare", ha aggiunto Malakar.
Shahidur Rahman, un funzionario dei servizi sociali del governo a Shyamnagar, ha lodato la Caritas per aver contattato le comunità povere soggette a disastri.
“Il governo si prende cura di tutte le persone povere, ma a volte è difficile raggiungere le persone nelle aree remote. Agenzie come la Caritas stanno riempiendo il vuoto e possiamo collaborare con loro per migliorare la vita delle comunità vulnerabili ”, ha detto a UCA News.
Libera traduzione a cura di Banglanews
di Stephan Uttom e Rock Ronald Rozario
Ucanews - 28 giugno 2020
I missionari saveriani aiutano i Dalit in Bangladesh a combattere la discriminazione
Nel 1988, un ragazzo indù di 13 anni visitò un barbiere con suo padre a Chuknagar, nel distretto di Khulna, per farsi tagliare i capelli. Prima di finire il taglio di capelli, il proprietario del negozio, anch'egli indù, iniziò a proferire parole offensive e li gettò fuori dal negozio.
La "colpa" del padre e del figlio era che erano Dalit (emarginati o intoccabili) e non ammissibili ai servizi delle persone del sistema di caste indù, a quattro livelli.
Harinath Das, Dalit indù, prepara cestini nel suo villaggio natale di Chuknagar Foto: Stephan Uttom / UCA News
“Sono cresciuto guardando come la mia comunità ha affrontato discriminazioni, abusi e ingiustizie dalla società. Quell'incidente mi ha scioccato e mi ha lasciato un segno permanente ”, ha detto a UCA News Milan Das, ora 45enne e padre di due figli.
Sembra assurdo, ma a quei tempi era molto comune vedere ai Dalit negare l'ingresso in ristoranti, scuole e persino templi. Gli indù della casta superiore e persino i musulmani provavano disagio per la loro presenza a causa di un lungo stigma sociale.
Anche adesso, in molti luoghi i Dalit sono cremati in luoghi separati dai normali shoshan (siti di cremazione) designati per la casta indù.
A distanza di tre decenni, Milan ha ottenuto un diploma post-laurea, è diventato un attivista per i diritti dei Dalit e ora è a capo del Parittran (Liberation o Salvation), il primo gruppo di azione sociale del Bangladesh che promuove il cambiamento sociale, l'istruzione, la responsabilizzazione e i diritti dei Dalit.
L'organizzazione è iniziata nel 1993 dopo anni di mobilitazione sociale da parte di un piccolo gruppo di studenti Dalit. È diventata un forte agente di cambiamento per decine di migliaia di Dalit oppressi, concentrati nei distretti di Khulna, Jessore e Satkhira in Bangladesh.
Padre Luigi Paggi insegna informatica alle ragazze di etnia Munda nel distretto di Satkhira
Per anni, Parittran e organizzazioni affini hanno spinto per una legge antidiscriminazione onde porre fine agli abusi e alle discriminazioni contro i Dalit.
Tuttavia, dal 1952 nulla sarebbe stato possibile senza un eccezionale servizio da parte dei missionari cattolici, principalmente sacerdoti dell' Ordine di San Francesco Saverio per le missioni straniere (popolarmente chiamati Saveriani).
Due saveriani - padre Luigi Paggi e padre Antonio Germano - furono i pionieri dei cambiamenti sociali attraverso servizi che fornivano istruzione, mezzi di sussistenza e sindacalizzazione della comunità.
“I missionari ci hanno offerto istruzione e ci hanno incoraggiato ad alzare la voce contro la discriminazione e l'ingiustizia e chiedono i nostri diritti costituzionali come cittadini del Paese. Sono veramente i nostri salvatori ", ha detto Milan.
Dipali Das, 43 anni, capo della Dalit Empowerment Foundation (DEF), un gruppo per i diritti e l'emancipazione delle donne e delle ragazze Dalit, attribuisce a Padre Paggi e Padre Germano il merito di aver incoraggiato la comunità.
“Per centinaia di anni i nostri antenati hanno vissuto e sono morti in modo disumano. Dio ha creato tutti gli esseri umani come uguali, ma la società li ha messi nel gradino più basso e non li ha nemmeno considerati come esseri umani ", ha detto a Uca News Dipali, madre indù con un figlio.
Dipali ha riferito che suo padre è stato tra i primi leader Dalit a collaborare con padre Paggi, che ha lavorato nella comunità dal 1985.
"È il nostro guru e ci ha insegnato il mantra " Essere e fare ". La sua enfasi sulle riforme personali e sociali per la comunità ha cambiato le nostre vite per sempre ”, ha aggiunto.
I missionari saveriani hanno avuto un ruolo vitale nell'avvento e nella crescita della Chiesa cattolica nella parte meridionale del Bengala orientale (ora Bangladesh) dal loro arrivo nel 1895 durante il dominio coloniale britannico dell'India.
A loro fu affidata la responsabilità della diocesi di Khulna nel 1952 e la difficile situazione dei Dalit venne subito alla loro attenzione.
I Dalit (che significa letteralmente "calpestato") sono anche chiamati Rishi (saggio, sapiente) in Bangladesh dagli umanisti. Il leader e filosofo indiano Mahatma Gandhi li chiamava affettuosamente Horijon (figli di Hori, il dio indù Vishnu).
I ricercatori ritengono che i Dalit costituiscano oltre il 16 percento della popolazione indiana, mentre in Bangladesh rappresentano circa 3,5 milioni di persone o poco più del 2 percento della popolazione.
Nel Bangladesh meridionale, i Dalit sono spesso chiamati con termini dispregiativi che indicano le loro vecchie professioni, come Methor (addetti alle pulizie), Dom (cercatori di tombe),Chamar (collezionisti di pellicce di animali, Muchi (calzolai), Das (servi) e Koiborto (pescatori). La discriminazione sociale è stata attribuita alla diffusa povertà nella comunità.
Milan Das del Parittran stima che ci siano circa 500.000 Dalit nei distretti di Khulna, Jessore e Satkhira. Grazie agli sforzi dei missionari, l'80% ha rinunciato alle sue vecchie professioni e è diventato agricoltore.
Inizialmente i saveriani si dedicarono all'educazione e alla conversione dei dalit al cristianesimo. Oggi tre parrocchie cattoliche - Shimulia, Satkhira e Borodol - sono composte interamente dai Dalit, che rappresentano la metà dei cattolici nella diocesi di Khulna.
Tuttavia, alcuni missionari hanno rifiutato di accettare la conversione come un modo di vera emancipazione dalla difficile situazione dei Dalit, quindi hanno aperto la strada alla riforma sociale per portare cambiamenti sostenibili per la comunità.
Dopo aver servito la parrocchia di Satkhira dal 1975 al 1980, padre Paggi lasciò per abbracciare la missione dei Rishi per i successivi 25 anni.
“Invece di dare la priorità alla conversione, ho iniziato l'educazione universale e una campagna per rompere il muro del divario sociale che ha intrappolato la comunità per secoli. Ho cercato di far capire loro che è anche il loro paese. Devono chiedere i loro diritti e, se necessario, devono intraprendere movimenti ”, ha detto padre Paggi, 72 anni, a UCA News.
Le attività ribelli di padre Paggi erano inizialmente malviste dalla gente del posto e persino gli anziani del suo ordine religioso espressero risentimento.
"Ai nostri anziani non piaceva l'idea dei cambiamenti sociali e addirittura ci definivano "atei ". La gente del posto era sospettosa che questo potesse essere solo un altro stratagemma per convertire le persone. Tutto ciò che volevamo era garantire cibo, alloggio, mezzi di sussistenza, istruzione e responsabilizzazione e la religione sarebbe arrivata molto più tardi ”, ha aggiunto il sacerdote.
Sono necessari ulteriori cambiamenti, inclusa una maggiore unità per far progredire lo sviluppo dei Dalit, ha affermato.
Nel 2001, padre Germano ha assunto la missione di padre Paggi, che ha iniziato una nuova missione per la comunità emarginata dei Munda vicino alla foresta di mangrovie di Sundarbans.
Il sacerdote italiano di 81 anni è diventato così affezionato alla comunità che ha aggiunto il nome comune di Dalit "Das" al suo nome.
“Padre Luigi Paggi ha lasciato la comunità su solide fondamenta e io non ho affrontato alcuna sfida nel continuare la missione perché ha affrontato tutto così bene. Dio ci ha ispirato a scoprire Dio nei Dalit ”, ha detto padre Germano a UCA News.
Negli anni '80, Chuknagar divenne una base per i missionari saveriani di "nuova era" al servizio dei Dalit nel sud del Bangladesh.
Circa 700 studenti indù, musulmani e cristiani si trovano in 14 scuole nella zona di Chuknagar-Khampur gestite da Mary Queen of the Poor Catholic Church, un sottocentro della cattedrale di St. Joseph di Khulna.
Padre Antonio Germano è al servizio della comunità Dalit nel sud del Bangladesh dal 2001
Shudhangshu Martin Das, 40 anni, cattolico e catechista, ritiene che i Dalit sarebbero ancora al buio senza l'aiuto dei missionari.
“I Dalit hanno vissuto come animali e come intoccabili, ma loro ci hanno dato speranza e coraggio per superare gli ostacoli. Oggi molti Dalit come me sono istruiti, in grado di mangiare e vivere con dignità grazie a grandi missionari ”, ha detto a UCA News.
"Mentre eravamo abituati al nostro lavoro negli scarichi sporchi, i missionari ci hanno letteralmente messo in vasi di fiori".
La legge antidiscriminazione deve essere approvata per garantire la dignità sociale e i diritti umani dei Dalit in Bangladesh, ha affermato Mizanur Rahman, ex presidente della National Human Rights Commission.
"Il Bangladesh è nato nel 1971 con uno spirito di libertà, uguaglianza e giustizia, e saremo lontani da questo spirito finché i Dalit continueranno a subire discriminazioni", ha detto a UCA News.
Libera traduzione a cura di Banglanews
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - Marzo/Aprile
Nella mia piccola missione tra i munda, che vivono ai margini della Foresta del Bengala (il regno della famosa tigre reale del Bengala) in Bangladesh, non ci sono cristiani.
Sono con loro da sette anni, ma questa tribù ha la cattiva abitudine di sposare le figlie a 12-13 anni. Le conseguenze di questi matrimoni forzati e prematuri sono disastrose. Al primo parto, molte di queste madri bambine finiscono nella tomba insieme al loro primogenito. Noi incoraggiamo le ragazzine munda a disubbidire e, se necessario, a fuggire da casa e a rifugiarsi alla missione che offre loro vitto, alloggio e istruzione. Queste ragazzine non sono cristiane; forse un giorno lo diventeranno, ma sanno che due sono i motivi di una presenza cristiana in questo angolo sperduto del mondo.
Il primo è quel fatto grandioso che i cristiani ricordano a Natale e cioè la decisione del Dio dei cristiani di venire ad abitare tra i poveri, gli emarginati, i deboli, quelli che in questo mondo non contano niente. Il secondo motivo è che questo Dio dei cristiani è stato in grado di risorgere dai morti e la sua precisa volontà è che poveri, emarginati e deboli, suoi prediletti, abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Giovanni 10,10).
Le ragazzine sanno che la nostra piccola missione è frutto della vittoria del Dio dei cristiani sulla morte. La bella notizia di questa vittoria è arrivata anche in questo angolo sperduto del mondo, in una tribù di cui nessuno si era mai occupato. E così, se Minoti, Nilima, Falguni e Monjhuri sono piene di vita e sprizzano allegria da tutti i pori e stanno imparando tante cose, lo devono a Cristo Risorto.
A noi della missione tra i munda sembra che lo scopo principale sia questo servizio alla vita. Più riusciremo a portare vita, e vita in abbondanza, e più la Risurrezione di Cristo avrà portato frutto.
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - gennaio 2020
Tre generazioni di impegno in Bangladesh
Circa 50 anni, quando ho deciso di entrare nei saveriani, un lontano parente, Egidio Pelanconi, partigiano sulle montagne della Valle Spluga, poi sindaco in un paesino della Brianza, e la moglie Rosa Ballabio incominciarono a movimentare la parrocchia creando una sensibilità missionaria sorprendente che dura tutt’oggi.
Egidio e Rosa non sono più su questa terra. Ma l’interesse per la causa missionaria fu poi trasmesso alla figlia Rita la quale sposò Giuseppe Clerici, volontario per parecchio tempo nella missione di p. Augusto Colombo in India. Prima del matrimonio, Rita volle visitare i luoghi in cui Giuseppe era stato volontario e dall’India entrambi approdarono anche in Bangladesh, nel villaggio di Chuknagar, dove avevo iniziato ad alfabetizzare un gruppo di bambini Dalit (termine usato per denominare i fuoricasta-intoccabili). Dal matrimonio di Rita e Giuseppe nacquero quattro figli: Iris, Elia, Chiara ed Erica. Elia, architetto, da ormai otto anni, nel periodo delle vacanze estive, segue le orme di papà Giuseppe e con il suo grande amico Fabio Gallerani, ingegnere meccanico, passa varie settimane nella missione tra i tribali Munda della foresta del Sunderban.
Elia, in questo posto fuori dal mondo, c’è stato ben cinque volte. Si sbizzarriscono in ogni genere di lavori: edili, idraulici, meccanici, elettrici... versando fiumi di sudore visto il gran caldo. Lo scorso agosto sono arrivati con le due sorelle minori di Elia: Chiara ed Erica. Entrambe sono dotate di una profonda vena artistica che hanno ereditato dalla mamma Rita. Sono esperte in pittura e hanno insegnato i primi rudimenti alle ragazze munda, che per la prima volta hanno maneggiato pennelli e colori, imparando che la pittura può essere una bella attività extra scolastica. Chiara ed Erica hanno tolto anche la ruggine dalle inferriate alle finestre, verniciandole di nuovo. La tradizione del volontariato missionario iniziata dal papà Giuseppe non si è mai interrotta! E possiamo star sicuri che continuerà anche negli anni a venire!
“Da tempo sentivamo il desiderio di partire per il Bangladesh, mosse dai racconti di p. Luigi e da chi, nella nostra famiglia, ne aveva fatto esperienza. In primis nostro papà Giuseppe (il baffone), mamma Rita, nonno Egidio (Boro Mama) e nostro fratello Elia. Lungo il tragitto verso la missione, è stato forte l’impatto tra clacson, la guida spericolata, gli sguardi curiosi della gente sulle strade, i bazar e il paesaggio sempre più rurale e verdeggiante. Ci siamo sentite fin da subito parte della famiglia. Con il materiale artistico regalato loro, abbiamo dato il via a un laboratorio di disegno, lasciandoci ispirare da quanto ci attorniava. Le ragazze erano entusiaste e noi ancora di più nel vedere interesse e progressi! Tutto è stato poi messo in mostra gli ultimi giorni”
Un punto di vista asiatico
di p. Luigi Paggi, sx
Missione Oggi - Settembre/Ottobre
Stando al dettato della Maximum illud (MI), la mia attività tra i non cristiani in Bangladesh sarebbe giudicata un fallimento. In oltre 40 anni non ho battezzato più di 10 persone, non ho costruito una chiesa, ho amministrato pochi sacramenti e non ho mai insegnato a nessuno a recitare il rosario! Seppure scritta 50 anni prima del Concilio, quando si respirava l’aria dell’extra ecclesiam nulla salus (nessuna salvezza fuori della Chiesa), la MI è piena di messaggi forti e chiari, ancora validi, almeno per l’evangelizzazione in Bangladesh e presumibilmente nel resto dell’Asia e del mondo. Per questo, in occasione del suo centesimo anniversario, papa Francesco ha voluto riprenderne l’insegnamento indicendo addirittura un Mese Missionario Straordinario.
La MI contiene espressioni senz’altro obsolete, addirittura offensive – per esempio, quando apostrofa i non cristiani come selvaggi, barbari e infedeli –, ma allora non esistevano la teologia delle religioni e il dialogo interreligioso!
I primi destinatari della lettera sono i vescovi, vicari o prefetti apostolici. A proposito, si può dire che la MI ha per certi versi anticipato l’insegnamento conciliare del decreto Christus Dominus 12. Infatti, ribadisce che i vescovi sono i primi responsabili dell’evangelizzazione. Ebbene, in Bangladesh questa sollecitudine missionaria sembra assente nei vescovi, per lo più concentrati sulle loro piccole comunità cristiane. La loro preoccupazione maggiore è di ordine economico. L’evangelizzazione non sembra una loro priorità, preoccupati come sono delle costruzioni, dei lavori di abbellimento e delle onustan (grandi celebrazioni), che richiedono spesso ingenti somme. Non per niente quella del Bangladesh è stata definita onustanik mondoli (Chiesa delle celebrazioni).
La MI esorta i vescovi a chiedere aiuto anche a donne consacrate. In Bangladesh quasi ogni missione ha una comunità religiosa femminile. In maggioranza sono, purtroppo, comunità sonnacchiose, senza creatività. Eppure nel vasto continente asiatico è in voga lo slogan: Women for Women (le donne per le donne)! E le nostre suore, come donne, potrebbero svolgere molte importanti attività tra le donne non cristiane, di qualsiasi estrazione religiosa. Questo avviene raramente, perché esse fanno fatica ad uscire dai conventi e, per di più, il loro grado di istruzione è di infima qualità. Sarebbe meglio che pregassero di meno e studiassero di più!
La MI spende non poche parole sul clero locale, che può arrivare più facilmente dove il missionario straniero non arriva. Infatti, si dice che una Chiesa ha messo radici profonde solo quando dimostra di avere tre caratteristiche: self supporting (indipendente) in tutti i sensi. Ebbene, la Chiesa in Bangladesh non è ancora self supporting economicamente, ma è self ministering, in quanto i vescovi sono tutti locali e ogni diocesi ha un nutrito clero locale. È però carente il self propagating. Infatti, i preti locali fanno fatica ad uscire dal compound della loro “missione” e la loro attività è concentrata sulla piccola comunità cristiana. L’enorme campo di apostolato, oltre il sacro recinto della comunità cristiana, e le “periferie” di cui parla papa Francesco sembrano pericolosi campi minati e ambienti da cui stare alla larga. Vale la pena dire qualcosa anche sulla preparazione del clero locale. Spesso sono i missionari stranieri a spiegare ai chierici locali aspetti della loro stessa cultura e società, non viceversa, come dovrebbe essere. La MI parla anche delle Università pontificie di Roma per la formazione del clero extraeuropeo. Mettere piede in queste Università sembra il sogno di tanti preti locali, i quali più che agli studi sembrano interessati a qualche euro in più e a girare l’Europa e non solo!
La MI accenna anche al missionario come uomo di Dio e di vita esemplare, che predica più con l’esempio che con le parole. A questo proposito tornano in mente le parole di papa Francesco sulla conversione per attrazione. Quella della santità è un’esortazione costantemente ripetuta a tutti i missionari. Dovrebbe essere un argomento sul quale fare un serio esame di coscienza. Come un serio esame di coscienza il missionario dovrebbe farlo sullo spazio lasciato allo Spirito Santo nella sua attività.
L’ultima parte della MI è dedicata al dovere del laicato cristiano di sostenere i missionari e la loro attività. E menziona due classici modi di farlo: la preghiera e il sostegno economico. Recentemente ho incontrato in Italia gruppi di laici, che, oltre alla preghiera e al sostegno economico, stanno pensando di dedicare qualche anno alla missione. Si tratta di missionari laici, per i quali pare sia giunta l’ora propizia. La MI non l’aveva ancora previsto, ma è probabile che in un futuro prossimo il laicato missionario diventi addirittura una necessità. Gli Istituti missionari nel Nord del mondo sono per lo più in crisi. Basteranno le vocazioni del Sud per riempire il vuoto del Nord? Ai posteri l’ardua sentenza! Se anche gli Istituti missionari si estinguessero, la missione continua, perché non sarà mai compiuta fino alla fine del mondo. Molto probabilmente continuerà con i laici! Tra questi avranno un ruolo molto importante le donne, sull’esempio di Maria di Magdala, apostola degli apostoli!
La parte centrale, e forse più importante, della MI si rivolge ai missionari stranieri. Oggi non sono più esposti al pericolo dei nazionalismi, come in epoca coloniale, ma la tentazione di appoggiarsi al denaro e giustificarlo come mezzo per l’apostolato continua, in ogni parte del globo. I discorsi sulla povertà affettiva ed effettiva del missionario sono per lo più dimenticati: non per niente si dice che il voto di povertà è emesso dal missionario religioso, ma è il prete diocesano ad osservarlo. Inoltre, i missionari cadono ancora nella tentazione di “fare per”, dimenticando che, senza “fare con”, molti progetti sono destinati a fallire. Il denaro poi è causa di spiacevoli dissidi tra gli stessi missionari: quelli che provengono dai paesi sviluppati e quelli dai paesi in via di sviluppo. Quindi l’avvertimento ai missionari circa l’avidità e pericolosità del denaro mantiene tutta la sua validità.
La MI si addentra poi nella questione della preparazione del missionario, che deve essere accurata, soprattutto per quanto riguarda le lingue. Un buon apprendimento della lingua del popolo, cui è inviato, è la condizione sine qua non per la riuscita del suo ministero. Dobbiamo constatare, con rammarico, che molti missionari sottovalutano l’importanza della lingua. Cosi si trovano svantaggiati, con risultati pastorali scadenti. Chiaramente all’apprendimento della lingua deve seguire quello della letteratura e cultura. Più il missionario riesce ad impossessarsi di questo patrimonio e più il suo servizio sarà fruttuoso.
di p. Luigi Paggi, sx
Missione Oggi - Marzo/Aprile
Sono originario dell’alto lago di Como e ho trascorso la mia infanzia sulle montagne della Valchiavenna, in provincia di Sondrio. Ho da poco varcato la soglia dei settant’anni, piu della metà dei quali – esattamente 43 – vissuti in Bangladesh come missionario saveriano, membro cioè della Congregazione di San Guido M. Conforti, che ha scelto come patrono dell’Istituto appunto il grande missionario del subcontinente indiano, Francesco Saverio.
La mia attività missionaria in Bangladesh, il paese delle alluvioni e dei cicloni, si è concentrata fin dall’inizio – e continua tuttora – nell’ambito scolastico. Da oltre quarant’anni anni insegno a leggere e a scrivere al “sottoproletariato” del Bangladesh contadino, rurale: per oltre vent’anni i miei alunni furono i cosiddetti untouchable (intoccabili) indù e da quindici continuo più o meno lo stesso lavoro tra un gruppo tribale – i Munda – dislocato ai margini della Foresta del Bengala, il regno della famosa tigre reale del Bengala.
Tra questi tribali la mia attenzione da vari anni è rivolta alle ragazze adolescenti della tribù molto spesso costrette a sposarsi in tenera età con il rischio di finire sotto terra assieme al loro primogenito all’età di 14 anni. Queste ragazze sono incoraggiate a disubbidire e a ribellarsi ai genitori qualora le volessero costringere ad un matrimonio prematuro e forzato.
Nei confronti di questi due gruppi umani – gli “intoccabili” e i “tribali” –, che nella società del Bangladesh sono stati da sempre relegati in fondo alla scala sociale, mi sembra di nutrire due sentimenti: riconoscenza e ammirazione.
Il primo sentimento è quello di riconoscenza per avermi dato il “benvenuto”, per aver accettato la mia presenza tra di loro, senza farmi sentire un intruso, e per aver apprezzato i servizi che ho cercato di offrire loro nel tentativo di migliorare le loro condizioni di vita.
Il secondo sentimento è quello dell’ammirazione per la loro capacità di sopravvivenza in mezzo a privazioni di ogni genere, in situazioni di emarginazione, povertà, che sarebbe meglio definire miseria, spesso accompagnata da violenze e atrocità. Ma nonostante la povertà, l’indigenza e la durezza della loro vita non si può non ammirare la loro gioia di vivere, il loro ottimismo, la loro capacità di ricominciare sempre daccapo anche dopo catastrofi e calamità naturali e ambientali, in alcuni casi prodotte dall’avidità umana, come l’allevamento dei gamberi dove una volta si coltivava il riso.
E adesso due parole su quanto mi sembra sia cambiato in me vivendo a contatto con questo “sottoproletariato” del subcontinente indiano. Anzitutto, mi pare che il sentimento (complesso) di superiorità che il missionario bianco, venuto dall’Occidente, consciamente o inconsciamente si porta dietro, sia diminuito anche se non è sparito del tutto.
È molto bello il racconto di quel barcaiolo che prende sulla sua barca un gran professore per traghettarlo dall’altra parte del fiume. Durante la traversata il gran professore chiede al barcaiolo se ha imparato a leggere e a scrivere, se sa qualcosa di storia e geografia, se conosce qualche altra lingua ecc. Domande a cui il povero barcaiolo può dare solo risposte negative. Al che il professorone dice: “fratello, la tua vita per metà è persa e sprecata!”. Improvvisamente nel cielo si addensano dei nuvoloni neri, si scatena un vento impetuoso e la barchetta è sballottata dalle onde. Il barcaiolo chiede al professorone se è capace di nuotare, ricevendo una risposta negativa: “No”. Al che il nostro barcaiolo dice: “Caro signore, la sua vita è sprecata e persa completamente e non solo per metà!”.
Il “sottoproletariato” del Bangladesh mi ha insegnato che non ci sono culture superiori e inferiori. Ci sono solo culture diverse! E una è tanto valida come l’altra!
Un occidentale catapultato nei bassifondi della società del subcontinente indiano si porta poi dietro la malattia del “pragmatismo”. Si rende subito conto dei tanti bisogni e necessità della gente tra cui si trova a svolgere il suo lavoro missionario e incomincia a trafficare per risolvere i loro problemi. Ma molto spesso i suoi sforzi sono destinati al fallimento perché dimentica che il “fare con” è la condizione sine qua non perché un’opera sia valida, efficace, e duratura. Il solo “fare per” è destinato al fallimento!
Inoltre, il nostro occidentale si rende conto che ancora più del “fare con” per il “sottoproletariato” del subcontinente indiano è importante lo “stare con”. Un tempo si diceva che la strategia missionaria doveva girare attorno a tre parole-chiave: koinonìa (comunione) – diakonìa (servizio) – kèrigma (annuncio). Nei miei 43 anni di presenza in Bangladesh, mi sembra di aver capito che delle tre parole la più importante e necessaria sia la prima: koinonìa ossia “stare con”.
“Stare con”, sì, ma come? Chiaramente qualcosa da insegnare il nostro viso pallido occidentale ce l’ha, ma quante cose può imparare dal “sottoproletariato”! Potrà insegnare ai bambini del “sottoproletariato” a leggere e a scrivere, un po’ di lingua inglese, un po’ di storia e geografia ecc., ma può a sua volta imparare molto dal “sottoproletariato” – papa Francesco direbbe: “I poveri hanno molto da insegnarci in umanità, in gentilezza, in sacrificio...”: a) la semplicità della vita; b) la sobrietà e l’austerità; c) l’accontentarsi del poco.
Un grande scrittore e giornalista italiano, Tiziano Terzani, ebbe a dire che l’economia occidentale, sempre alla ricerca del di più, è impazzita. La vera oikonomia (amministrazione della casa) è un’altra, quella che insegna ad “accontentarsi” di quanto è strettamente necessario per vivere e non a creare bisogni e necessità la cui soddisfazione non sarà mai finita. In linea con Tiziano Terzani, il Mahatma Gandhi consigliava agli uomini e alle donne del suo tempo non solo di abbandonare i greeds (bramosie), ma anche di diminuire i needs (bisogni).
Il “sottoproletariato” del Bangladesh, povero e illetterato, ci ricorda di essere: “olpote shontusto” (contenti del poco).
Gli anziani del “sottoproletariato” rurale del Bangladesh sono soliti esprimere i loro pensieri in “parabole”. Il linguaggio astratto sembra non faccia presa nella loro mente. E durante i primi tempi della sua koinonìa con il “sottoproletariato” bengalese questo linguaggio parabolico degli anziani è spesso irritante e a volte anche incomprensibile al nostro viso pallido europeo. Ma con il passare del tempo anche l’autore di questa riflessione non soltanto ha cominciato ad apprezzare quel linguaggio, ma gli è venuta la voglia di impararlo perché attira l’attenzione degli uditori e stimola la riflessione. La parabola o il racconto – soprattutto se breve – restano impressi nella memoria a differenza delle idee astratte che sono alquanto volatili.
The last but not the least, l’impatto che il mondo asiatico ha avuto su un montanaro della Valchiavenna in provincia di Sondrio, tagliato giù con la scure e piuttosto freddo come la neve e il ghiaccio del Passo Spluga, riguarda i sentimenti e l’emotività.
Si dice che la facoltà umana che predomina in Europa sia quella del logos, la razionalità. Mentre in Asia predominerebbe il pathos, il sentimento e l’emotività.
Nei miei 43 anni a contatto con la gente del pathos mi sembra di poter dire che parecchio ghiaccio del Passo Spluga si è sciolto! Il logos ha fatto un po’ di spazio anche al pathos!
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - Maggio 2017
P. Luigi Paggi, originario del lago di Como e missionario in Bangladesh da oltre 40 anni, ci ha inviato due belle storie, quasi incastonate una nell'altra e unite dal filo d'oro del coraggio e della condivisione. Oltre che dalla provenienza geografica, la provincia di Sondrio.
Il dottor Marco Pedeferri, mezzo valchiavennasco e mezzo valtellinese, è rientrato da poco dal Bangladesh dove, per la terza volta consecutiva, ha svolto un importante servizio medico in una delle zone più dimenticate di questa nazione, al confine con l’India e a pochi chilometri di distanza da Calcutta.
Lo ha fatto anche se, dopo l’attentato del 1° luglio, pochi italiani hanno avuto il coraggio di avventurarsi in Bangladesh.
In questa zona abbandonata, i servizi medici sono molto carenti. L’unica struttura sanitaria è un piccolo ambulatorio-dispensario gestito dalla comunità islamica. Una volta alla settimana un medico viene a dare un’occhiata ai pazienti affetti da diabete.
Il dottor Marco a metà gennaio era di nuovo in ambulatorio con una valigia piena di medicine distribuite gratuitamente ai pazienti di cui si occupava ogni mattina fino al primo pomeriggio. A un tiro di schioppo dell’ambulatorio c’è la mia piccola missione, dove da anni, nella tribù dei munda, si cerca di fermare la pessima tradizione di far sposare le figlie a 12-13 anni di età. Le ragazzine della tribù sono chiamate a ribellarsi ai genitori e a fuggire da casa per evitare un matrimonio forzato e prematuro. La missione offre loro ospitalità e la possibilità di andare a scuola.
Il nostro pediatra trascorreva tutti i pomeriggi nel lavoro, spesso fino a sera inoltrata, per portare migliorie alla nuova casa da lui disegnata l’anno scorso. Abbandonato lo stetoscopio, i suoi strumenti sono stati quelli del falegname e dell’idraulico.
Dopo tanto lavoro, il salone multifunzionale della missione gode ora di due eleganti scaffali: uno per la sistemazione del materiale audiovisivo e l’altro per la provvigione idrica. Infatti, nella nostra zona, uno dei problemi più spinosi è quello dell’acqua potabile. Dal sottosuolo si estrae solo acqua salata, per cui l’unico modo per avere accesso all’acqua dolce è quello di raccoglierla durante la stagione delle piogge.
Il dottor Marco ha provveduto a un serio impianto di canaline e contenitori, risolvendo il problema e addossandosi tra l’altro tutte le spese dell’impianto.
Quando si scriverà la storia di questa piccola missione, il nome del dottor Marco Pedeferri dovremo scriverlo a caratteri d’oro!
Anche Marina Buzzetti di San Giacomo Filippo è stata tra noi per la terza volta. Si è fermata quasi due mesi, instaurando una profonda amicizia con le ragazzine “ribelli” ospitate alla missione. Non è stata con le mani in mano. Ha spiegato loro le nozioni più elementari di pulizia e igiene. Ne ha guarito parecchie dalla scabbia, una delle malattie più diffuse. Ha insegnato inglese alle ragazze che frequentano le superiori.
Ma il ruolo più importante è stato quello di sorella maggiore, prendendosi cura di loro. Ecco quanto ha scritto Minoti Munda, la prima ragazza fuggita da casa a 12 anni: “Sono stata con Marina per più di un mese. E lei si è presa cura di noi in tutti i sensi. Ha instaurato rapporti di profonda amicizia e ci ha insegnato tante cose utili. Per me poi è stata come una sorella maggiore. Non la dimenticheremo facilmente”.
Per Marina adesso si dovrebbe scrivere: “Dalla foresta del Sunderban al Mar Mediterraneo”! Infatti, nei prossimi mesi si prenderà cura dei migranti che dalla Libia arrivano in Italia. Ma noi, poi, l’aspettiamo di nuovo qui nella foresta del Sunderban!
di p. Luigi Paggi, sx
27 febbraio 2015
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - novembre 2013
La nuova casa nella foresta a Mundaland
La missione cattolica tra i tribali munda del Sunderban, in Bangladesh, offre rifugio a un gruppo di ragazzine "ribelli", fuggite da casa. Qui, queste giovani trovano un tetto, un letto, tre pasti al giorno e un po' di istruzione circa i loro problemi di piccole donne e future madri di famiglia.
La logistica della missione è semplice, sobria e austera, ma anche precaria. Per fronteggiare un eventuale ciclone o alluvione, quest'anno si è deciso di costruire una casa a cui hanno contribuito Elia Clerici e Fabio Gallerani.
Da metà febbraio alla fine di marzo i due ingegneri architetti capomastri muratori e manovali hanno tirato su la struttura della casa che gli operai locali hanno poi finito. La nuova casa era necessaria per offrire un po' più di spazio vitale alle ragazze, il cui numero sta aumentando sempre più. La missione potrà adesso ospitare circa due dozzine di queste "selvaggette".
Costruire una casa in cemento armato in un angolo remoto come quello a sudovest del Bangladesh, dove ci sono solo capanne con i muri di fango e i tetti in paglia di riso, è stata una bella impresa!
La costruzione è avvenuta durante il periodo quaresimale: la dieta nella piccola missione ai bordi della foresta è sempre a base di riso bollito con un po' di verdure e pesci striminziti... Elia e Fabio, però, invece di riempire le valigie di cibarie varie, sono arrivati piene di martelli, cazzuole, tenaglie, pinze e cacciaviti!
In Bangladesh chi ha una laurea mai prenderebbe un attrezzo con cui ci si deve sporcare le mani... Quando si è diffusa la notizia che Elia è un architetto e Fabio un ingegnere meccanico, i nostri vicini di casa hanno commentato: "Adesso capiamo come mai voi europei avete risolto il problema della povertà e della miseria, da cui noi non riusciamo a liberarci!".
L'ultima sera, le ragazze hanno organizzato una festicciola di addio. Ma il clima non era per niente gioioso. A un certo punto, si è scatenata un'alluvione di lacrime, segno chiaro che Elia e Fabio avevano trasmesso un calore umano che prima le ragazze non avevano mai ricevuto.
Le spese per la costruzione della nuova casa in foresta, a Mundaland, non ha superato la cifra di 6mila euro. I costi maggiori sono stati per il materiale di costruzione: cemento, ferro, sabbia e mattoni. In particolare, vanno ringraziati tre gruppi per aver reso possibile questa preziosa costruzione: il gruppo missionario di Sorico, diretto da Virgilio Copes; il gruppo "Grazie Luigina", diretto dai signori Enrico e Annamaria Tarabini di Morbegno; il gruppo "Also" (Associazione lariana sostegno oncologico) dell'ospedale di Gravedona.
Anche a nome delle ragazze "ribelli e disubbidienti" di Mundaland, grazie!
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - Ishoripur - Febbraio 2013
Cari amici, stiamo illuminando alcuni piccoli villaggi dell'etnia munda, in Bangladesh, con l'energia solare. Il vangelo di Giovanni afferma la nostra fede che dal Verbo Divino il mondo ha ricevuto "grazia su grazia". Bene! Un po' di quella grazia quest'anno sta arrivando anche ai munda, al limite della foresta vergine del Sunderban, sotto forma di... elettricità solare!
Nelle due foto, potete notare il piccolo pannello solare sul tetto della povera capanna di villaggio, e la lampadina accesa dentro la... stanza, dove ora le nostre ragazze possono leggere e studiare, anche dopo le 6 di sera, dopo il calare del sole. Grazie a chi ha inventato i pannelli solari e a coloro che ce li hanno forniti!
Con affetto, p. Luigi Paggi, sx
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - Satkhira -Ottobre 2011
Una donna riceve un pacco di aiuti alimentari dopo l’alluvione che ha colpito il Bangladesh in agosto
Vi scrivo mentre le ragazze munda, che chiamo selvaggette, sono impegnate dal mattino alla sera con gli studi. Domani riprendono la scuola. Fra due mesi avranno gli esami e gli insegnanti vorranno raccogliere quello che non hanno seminato... per cui il sottoscritto cerca di colmare le lacune.
Stiamo poi avendo un clima disgraziato, sembra che quest'anno le piogge non vogliano più finire. Le piantine di riso che i contadini avevano pronte sono morte nelle piogge abbondanti della seconda settimana di agosto. Hanno seminato di nuovo e le piantine sono quasi pronte, ma se continua a piovere finiscono anche queste sott'acqua. Nel qual caso il raccolto della stagione piovosa va a... ramengo.
E in questa parte del Bangladesh il raccolto della stagione piovosa è quello principale. Se va male c'è da tirare la cinghia...!
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di p. Luigi Paggi, sx
Missione Oggi - Agosto/Settembre
L’autore vive da tre anni tra i munda, una tribù del Bangladesh in lotta per la conservazione della propria identità. Ricerca delle origini del gruppo, promozione dei diritti umani, alfabetizzazione... sono tra gli elementi di questa presenza missionaria. La zona Sudovest del Bangladesh pur essendo una delle più arretrate del paese, gode di una notevole importanza, perché vi si trova la foresta del Sunderban (o Foresta del Bengala), regno ancora incontrastato della famosa tigre reale del Bengala. Inoltre da parecchi anni in questa zona è attivo un allevamento intensivo di gamberetti che sono fonte di lauti guadagni per i ricchi commercianti e causa di tanti guai per la maggioranza della povera gente.
Chi ha il coraggio di avventurarsi nel mondo dei fuoricasta deve necessariamente prendere lezione da due guru: Gesù Cristo e Ambedkar, chiamato Baba Shaheb dai suoi seguaci. Il primo non è sconosciuto agli italiani. Probabilmente il nome del secondo riesce completamente nuovo. Baba Shaheb Ambedkar è il Mosè dei fuoricasta del subcontinente indiano. Egli stesso fuoricasta per tutta la vita, lottò per la liberazione della sua gente, che continua a seguirlo anche dopo ormai 50 anni dalla morte. Anche noi missionari continuiamo a seguire i suoi consigli. Secondo Ambedkar, che fu anche uno dei massimi studiosi del sistema della casta, sono tre i gruppi più maltrattati nella storia: gli ebrei, i neri dell’Africa e i fuoricasta dell’India. Ci permettiamo di aggiungerne un quarto: i tribali.
Per capire cos’è successo ai fuoricasta del subcontinente indiano, bisogna anzi tutto spendere due parole sul meccanismo della casta. E per capire il meccanismo della casta, occorre ricordare due idee filosofiche circa la persona umana: quella della tradizione giudaico-cristiana – e in parte anche islamica – dell’homo aequalis, che parla di uguaglianza, fraternità e libertà tra gli esseri umani; quella della tradizione indù dell’homo hierachicus, che suddivide la società in una miriade di gruppi ordinati gerarchicamente secondo il principio (primo meccanismo) del puro e dell’impuro. I puri sono sui gradini più alti della scala sociale, gli impuri su quelli più bassi. I primi bianchi che arrivarono in India, i portoghesi di Vasco da Gama, subito notarono questa stratificazione sociale basata sul puro e l’impuro e coniarono il termine “casta”, che da allora continua ad essere usato per designare il variegato tessuto sociale indiano, ancora oggi suddiviso in una miriade di gruppi di puri, meno puri e completamente impuri.
Il puro e l’impuro non possono e non devono mescolarsi per cui il secondo meccanismo del sistema è il divieto di connubio e commensalità. Tra caste diverse non si mangia e tanto meno ci si sposa.
Il terzo meccanismo vuole che ai puri siano dati tutti i privilegi possibili e immaginabili, mentre agli impuri è riservata la parte del povero Lazzaro che deve accontentarsi delle briciole che cadono dalla tavola del ricco epulone.
Il quarto e ultimo meccanismo è il lavoro ereditario. Ad ogni casta è assegnato un lavoro che i membri di quella casta dovranno svolgere vita natural durante e tramandare da padre in figlio.
Secondo le scritture indù, le caste sono solo quattro: i sacerdoti, i guerrieri, il popolo che lavora, i servi. C’è poi un quinto gruppo, relegato in fondo alla scala sociale, al quale sono riservati i lavori più umili e sporchi. Questo gruppo è ritenuto ontologicamente impuro e quindi non deve essere toccato. Da qui il termine “intoccabile”. Lungo i secoli il numero delle caste si è moltiplicato, secondo una progressione geometrica, sicché oggi si contano nel subcontinente indiano più o meno 4.000 caste. Anche il quinto gruppo si è suddiviso in tanti altri gruppi, sempre in ordine gerarchico e secondo i succitati quattro meccanismi. Oggi i fuoricasta sono circa un quarto della popolazione indiana, in condizione di vita spesso disumana.
Non per niente Gandhi definì la gente del quinto gruppo come la gente delle “Quattro L”:
the last (gli ultimi),
the least (i più piccoli),
the lowest (i più in basso),
the lost (i perduti).
Il termine che in questi ultimi decenni i fuoricasta hanno coniato per definirsi è dalit, che significa “oppresso-schiacciato sotto i piedi-umiliato e offeso” nella dignità umana e deprivato dei più elementari diritti umani. Attorno a questo termine è nata in India la letteratura dalit e la teologia dalit. La letteratura negli ambienti di lingua inglese incomincia ormai a farsi notare; la teologia è ancora circoscritta al subcontinente indiano, ma prima o poi si farà sentire anche in Occidente.
Secoli di oppressione e umiliazione hanno creato enormi sconquassi psicologici nell’animo dei fuoricasta.
Un fuoricasta si porta dietro un forte complesso di inferiorità, si lascia prendere dalla paura, dallo scoraggiamento, dalla rassegnazione e dal fatalismo. Non per niente uno degli scopi che la teologia dalit si prefigge è la ricostruzione della persona, a differenza della teologia della liberazione latinoamericana che punta maggiormente ad una liberazione di tipo socio-economico.
Sarebbe interessante studiare la storia dell’attività missionaria tra i dalit, attività che finora sfortunatamente non ha avuto grande successo. I fuoricasta iniziarono a mostrare interesse nei confronti del cristianesimo verso il 1850, spinti dalla grande speranza di essere liberati dalla schiavitù e oppressione del sistema della casta. Ma le missioni cristiane (cattoliche e protestanti) erano più interessate alla plantatio ecclesiae (impiantazione della Chiesa) che all’incoraggiamento di un processo di liberazione umana di un popolo. I missionari erano decisamente più preoccupati di salvare anime che di liberare i dalit.
Il periodo precedente l’indipendenza, dal 1920 al 1948, fu tutto focalizzato sulla lotta per la libertà dall’Impero britannico. I personaggi più interessati ai problemi dei dalit furono Gandhi e Ambedkar. Gandhi e il suo partito dicevano di rappresentare tutti gli strati della società indiana, ma di fatto rappresentavano le caste alte e i loro interessi. Dal canto suo Ambedkar si batteva più per sconfiggere la schiavitù economica e sociale, che i dalit subivano dalle caste alte, che per liberare l’India dagli inglesi. I missionari si schierarono con Gandhi, esaltandolo come un testimone dei valori cristiani, senza prestare alcuna attenzione ad Ambedkar. Cominciarono a prendere in considerazione Ambedkar solo quando annunciò che avrebbe lasciato l’induismo per un’altra religione. Cosa che fece, alcuni anni prima della morte, scegliendo il buddhismo e portandosi dietro circa tre milioni di fuoricasta.
Ancora oggi i fuoricasta preferiscono il buddhismo al cristianesimo.
Dopo l’indipendenza, le Chiese cristiane si resero conto della necessità di un dialogo con la principale corrente religiosa indù, al fine di promuovere armonia e comprensione tra le religioni. Perciò studiarono in profondità le concezioni filosofiche, teologiche e spirituali dell’induismo, ignorando completamente i suoi mali, come il sistema delle caste e la sua più nefanda conseguenza, l’intoccabilità. Non pensarono di pronunciarsi contro questi peccati sociali. Per anni ci fu una totale cecità verso il sistema della casta, anche all’interno delle Chiese cristiane. Il primo documento della Conferenza dei vescovi cattolici dell’India contro la mentalità di casta nella Chiesa vide la luce nel 1994.
E solo nel 2005 ci fu un chiaro e preciso pronunciamento da parte dell’Associazione dei teologi indiani (Ita), che arrivò a parlare di sacrilegio per chi si accosta all’eucarestia con sentimenti di disprezzo e di repulsione nei confronti dei fuoricasta. Dopo l’indipendenza, il movimento dalit fu assunto dai leader dalit e in particolare da Baba Shaheb Ambedkar. Le Chiese cristiane in generale non considerarono come parte integrante della loro missione la partecipazione alla lotta per la liberazione dei dalit e così il lavoro missionario tra i dalit non fu molto incoraggiato. Gli unici a ricordare ai missionari che il loro posto era tra i dalit furono Ambedkar e un famoso missionario antropologo belga, Stephen Fuchs, il quale studiò anche un piano di azione missionaria tra i dalit del Nord India, piano che non solo non fu accettato ma venne duramente criticato e presto dimenticato.
Insieme al metodo della koinonia e della diakonia, imparati dal primo maestro, chi lavora tra i fuoricasta non dimentica i consigli del secondo maestro, che parlava di “Tre H”, che stanno per Hand-Head-Heart (mano-testa-cuore). Secondo Ambedkar, i fuoricasta devono cambiare la hand (mano) ossia trovare nuovi modi per guadagnarsi il pane (o riso) quotidiano. Devono poi cercare di istruirsi il più possibile (headtesta), perché solo così avranno il coraggio (heart-cuore) per lottare contro quel sistema nefando che continua a relegarli agli ultimi posti della scala sociale. L’attività missionaria tra i fuoricasta non si presta a successi facili.
Lo sforzo per la loro liberazione richiede pazienza infinita e ottimismo inesauribile, l’ottimismo di Maria che nel Magnificat canta: “Ha deposto i superbi dai troni e ha innalzato gli umili” (Lc 1,52).
1 Considerati come spazzatura, la prima caratteristica dei fuoricasta è la loro segregazione abitativa. Dato che puri e impuri non si devono mescolare, gli impuri sono costretti alla periferia del villaggio e della città, nei luoghi più impervi e inaccessibili. Nei villaggi occupano normalmente la parte a sud perché è da sud che arrivano i cicloni e gli uragani e così sono i primi ad essere colpiti dalle calamità naturali. A sud ci sono le zone paludose e acquitrinose e così le loro abitazioni sono le prime ad essere invase da insetti di ogni genere, rospi e serpenti.
2 È riservata ad essi l’esclusiva dell’igiene civica, come rimuovere le carogne degli animali morti nei villaggi o pulire gabinetti pubblici e privati nelle città, spostare la spazzatura, in quanto attività impure.
3 La loro situazione economica è precaria, in quanto economia di sussistenza: il giorno in cui il fuoricasta rimedia qualche lavoro, da cui ricavare qualche spicciolo, si può accendere il fuoco sotto la pentola, altrimenti digiuna!
4 Gli ambienti in cui i fuoricasta sono costretti a vivere sono di uno squallore estremo. Non ci sono strade decenti; l’acqua potabile e la luce elettrica restano sempre e solo promesse del politico di turno che visita i quartieri dalit in cerca di voti.
5 L’istruzione e la scuola sono piuttosto carenti: data l’estrema povertà economica, il fuoricasta non si può permettere il lusso di mandare i figli a scuola.
6 Per qualsiasi impiego pubblico o governativo, il fuoricasta è l’ultimo ad essere assunto e il primo ad essere licenziato (the last to be hired and the first to be fired!).
7 Violenze e atrocità contro i fuoricasta restano per lo più impunite, anche perché spesso chi commette crimini contro di essi è lo stesso che dovrebbe perseguire il crimine e giudicare il criminale.
8 Per secoli è stato fatto credere ai fuoricasta di essere essi stessi i responsabili della loro miserabile condizione, per cui hanno finito per crederci. È il famoso gioco degli oppressori che criminalizzano le loro vittime, il gioco del blame the victims (colpevolizzare le vittime).
9 Dato che la stratificazione gerarchica e i quattro meccanismi del sistema della casta funzionano anche tra i fuoricasta, non c’è verso per la gente delle “Quattro L” di unirsi per fronteggiare il nemico comune, così anche la forza dell’unità, unico mezzo per rivendicare il diritto ad una vita un po’ più umana, viene a scomparire.
10 Ovviamente tra i fuoricasta poveri, oppressi e umiliati, la donna è quella su cui si accumulano più guai. Per lei non c’è altra via che soffrire in silenzio!
In Bangladesh, ormai da 60 anni, i missionari saveriani lavorano con i Mochi- Rishi, un gruppo di fuoricasta ancora oggi relegati agli infimi gradini della scala sociale. Come in India, la Chiesa locale non ha ancora preso sul serio il lavoro missionario tra questo gruppo. La strategia missionaria in passato era quella del do ut des: i missionari si sforzavano di migliorare la situazione socio-economica di questo gruppo in cambio della loro adesione al cristianesimo.
Oggi questa strategia è per lo più abbandonata e si cerca di svolgere un’azione tra questi poveri di Javeh secondo il metodo della koinonia e della diakonia, stando con loro il più possibile (per questa gente, di cui nessuno si è mai interessato, lo “stare con” è molto più importante del “fare per”). I servizi “diaconali” che mirano alla loro promozione umana sono all’insegna della gratuità, secondo il principio evangelico del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
Lo scopo della presenza missionaria tra questi poveri non è più la plantatio ecclesiae o il kerigma, ma il servizio alla vita secondo l’altro grande principio evangelico: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Chiaramente senza chiudere la porta né al kerigma né alla plantatio ecclesiae.
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - Luglio/Agosto 2010
Pubblichiamo la commovente lettera che dal Bangladesh ha inviato il figlio p. Luigi Paggi, e che è stata letta durante il funerale della mamma
Cara mamma Delfina, la notizia della vostra improvvisa partenza per il grande viaggio è arrivata come un fulmine a ciel sereno! Sapevo che ultimamente il vostro stato di salute aveva subito un leggero deterioramento, ma nessuno pensava che la vostra "ora" fosse così vicina.
Negli ultimi anni di vita, papà Giuseppin parlava spesso della sua "ora". L'ultima volta che Io salutai mi disse: "Vieni poi a seppellirmi quando arriverà la mia ora". La sua ora è arrivata e suo figlio a seppellirlo non c'era... L'ora è arrivata anche per voi e anche questa volta vostro figlio non era presente a darvi l'estremo saluto.
Nelle quattro righe che avevo mandato per il funerale di papà Giuseppin, avevo paragonato la sua vita al fiume Mera che scorre davanti alla nostra casa ai Preorini. La vostra vita la paragonerei invece a una di quelle piante forti e robuste che ancora oggi possiamo trovare nei nostri boschi. Inizialmente avevo pensato alla quercia, ma poi mi è sembrato che il castagno sia più adatto, perché è una pianta longeva...
La vostra vita non è stata breve. Infatti, siete arrivata alla bella età di 93 anni. Il castagno è una pianta forte e robusta; così è stata la vostra persona. Avete vissuto la vostra vita tenacemente legata alla terra: il grano turco da seminare, il fieno da tagliare, l'orto da zappare, la vigna da potare, la stalla da governare... Tutti questi lavori li svolgevate sempre assieme al papà Giuseppin che seguivate dappertutto, sia nei campi nel pian di Spagna che nella vigna e i boschi della Pizza.
Il segreto della vostra perfetta salute lo si deve cercare proprio nella vita "campestre". L'aria salubre della vigna, del bosco, dell'erba, dei campi, hanno contribuito a farvi diventare per qualche mese la cittadina più anziana di Sorico.
Il castagno produce frutti in grande quantità. Tutti coloro che sono riuniti attorno a voi avranno notato i frutti che la vostra lunga vita ha maturato. In particolare, i frutti della sobrietà e dell'austerità, che oggi sono poco apprezzati, ma sono virtù che hanno un valore inestimabile. Se vivo felice da ormai 35 anni tra gente che non ha niente, è perché voi - papà Giuseppin e mamma Delfina - mi avete insegnato questi valori fin dalla culla...
E poi ci sono laboriosità e operosità. Non ho mai visto mamma Delfina con le mani in mano. Anche negli ultimi anni della vostra vita, quando ormai non eravate più in grado di andare nell'orto, in casa sferruzzavate all'uncinetto e, in occasione delle feste di San Miro e dell'Immacolata o di San Biagio, i vostri cuscini all'incanto dei canestri andavano a ruba!
Il castagno del bosco ha poi altre belle caratteristiche. Quando fa caldo, sotto l'ombra dei suoi rami frondosi ci si sta bene, e d'inverno un pezzo di legno di castano nel caminetto riscalda gli animi oltre che i corpi. Così eravate voi nei rapporti con le persone; comunicavate freschezza e calore umano. Negli altri vedevate sempre i loro aspetti positivi. E non mi pare di avere mai sentito che eravate in collera o in inimicizia con qualcuno. Non dovevate mai fare pace con nessuno. Forse per questo il Padrone della vita vi ha preso con sé così in fretta!
A quest'ora avrete ormai incontrato i vostri antenati e coetanei Sgarlin: dal nonno Cristoforo ai cugini Domenico, Erminia, Saule, dalle tre zie del Vallate alle vostre quattro sorelle.
Con la vostra scomparsa la nostra famiglia sperimenta il suo secondo lutto. Come ci è mancato molto papà Giuseppin, così ci mancherà molto anche mamma Delfina.
Ma siamo sicuri che adesso abbiamo due angeli custodi che dal cielo continueranno a guidarci e a proteggerci.
La signora Anna Maria Copes, mandandomi le sue condoglianze via telefono, mi ha detto queste testuali parole: "Tua mamma è morta senza soffrire minimamente. Il Signore l'ha premiata per le sue costanti preghiere". Il frutto della fede in Dio, una fede di quelle semplici ma profonde, che si nutrono di preghiera continua e assidua.
Cara mamma Delfina, quante volte vi ho visto leggere un libretto dalla copertina nera e dalle pagine ormai sgualcite... Era il libro per l'ufficio dei defunti che si usava ai tempi della vostra gioventù. Nel libro c'erano i salmi in latino. Una volta vi chiesi: "Ma capite quello che leggete?". La vostra risposta fu: "Io non capisco, ma il Signore capisce!".
La lettura di quel libretto dalla copertina nera divenne vostro pane quotidiano specialmente dopo la morte del papà Giuseppin: lo leggevate al mattino, al pomeriggio e alla sera. E con il libretto dalla copertina nera pregavate e per i morti e per i vivi! Pregavate per le vostre figlie e le loro famiglie, per i vostri nipoti e pronipoti, di cui avevate le fotografie sul muro della cucina e di cui sapevate i nomi a memoria.
E chiaramente pregavate per me. Pregavate la Madonna di Gallivaggio e San Miro perché potessi godere di buona salute e potessi svolgere degnamente il lavoro che il Padrone della messe mi ha affidato in questi villaggi sperduti tra le paludi del Gange, tra queste pecore sperdute senza Pastore!
Il libretto dalla copertina nera ormai non vi serve più! Mamma Delfina, riposate in pace!
Dal lontano Bangladesh, vostro figlio Luigi.
di p. Luigi Paggi, sx
Bangladesh - Maggio, 2009
Egregio Direttore della Caritas Diocesana di Como,
Pace e bene e saluti dal Bangladesh ancora una volta colpito da una ennesima calamità naturale che in Italia deve essere passato completamente inosservato dai mezzi di comunicazione sociale.
Ho saputo infatti che né televisione né giornali hanno detto niente di niente sul ciclone ‘Aila’ ( così è stato chiamato ….non ho ancora scoperto la ragione di questo nome ) che il 25 di Maggio 2009 ha colpito per lo più la zona Sud Ovest del Bangladesh dove sei anni fa , sempre con l’aiuto della Caritas Diocesana di Como e della compianta Luigina Barella, i Missionari Saveriani aprirono una piccola Missione tra un gruppo di tribali dimenticati e dal Governo del Bangladesh e dalla società Bangladeshi… ma non certo dimenticati da Dio…!
Questa parte di Bangladesh fa parte della Baia del Bengala, il braccio Nord dell’Oceano Indiano che copre un’area di circa 500 chilometri ed è considerata la figlia ribelle dell’Oceano la cui rabbia e furia si scatena contro la popolazione che vive in queste zone distruggendo migliaia di vite umane specialmente nei mesi di Maggio e Ottobre.
Questa zona costiera del Bangladesh è ormai nota al mondo intero per la sua vulnerabilità : sembra quasi che tutte le calamità naturali che vengono dall’Oceano Indiano come cicloni, uragani, tornado e alluvioni si concentrino in questa zona….
Può essere interessante dare uno sguardo al numero di cicloni registrati negli ultimi 200 anni che dalla Baia del Bengala regolarmente colpiscono l’entroterra:
dal 1795 al 1845 : 3 cicloni
dal 1846 al 1896 : 3 cicloni
dal 1897 al 1947 : 13 cicloni
dal 1848 al 1998 : 51 cicloni
Il penultimo successo nel Novembre del 2007 e l’ultimo capitato il 25 di Maggio u.s. non sono nella lista.
Potremmo chiederci come mai così tanti cicloni in questi ultimi cento cinquant’ anni….
Parte di responsabilità non potrebbe cadere anche sull’Occidente ricco e opulento che con il suo modello di sviluppo industriale ha sconvolto i ritmi della natura la quale si ribella e si vendica ?
E’ oramai un dato di fatto che i cambiamenti climatici sono ormai visibili e tangibili dappertutto su questa nostra terra circa la quale il comando del Creatore era estremamente chiaro: ‘Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse’ ( Genesi 2,15)
Cosa ne fu e ne è della custodia del creato…?
Ma lasciamo queste faccende agli ecologi e torniamo al ciclone ‘Aila’…!
L’ufficio meteorologico del Bangladesh cerca di stare sveglio nei mesi che precedono e seguono la stagione delle piogge perché è in questo periodo che la furia e la rabbia della figlia ribelle dell’Oceano Indiano si fanno sentire.
Il ciclone che il 25 Maggio u.s. ha colpito la zona Sud Ovest del Bangladesh (arrivando fino a Calcutta ) non sembrava essere così violento….la velocità del vento che normalmente in un ciclone ‘serio’ arriva a superare i 200 chilometri orari questa volta era di soli 70-80 chilometri orari e si pensava che non avrebbe causato grandi danni.
E grandi danni il vento non li ha causati…!
Il disastro questa volta è stato causato dall’acqua dei grandi fiumi nei quali durante il passaggio del ciclone era in corso l’alta marea che ha sfondato gli argini riversandosi nei villaggi circostanti travolgendo persone, animali domestici, raccolti e capanne.
In pratica è successo un piccolo ‘tsunami’, un cataclisma naturale completamente imprevisto e inaspettato…!
Fortunatamente questo piccolo tsunami ( che per la verità per questa zona non è poi così piccolo perché la zona completamente allagata è molto vasta e i danni sono visibile ovunque ) è capitato di giorno e così la gente ha potuto mettersi in salvo.
Il numero dei morti , secondo le statistiche ufficiali si aggirerebbe sui 200 ma la cifra reale senz’altro ha superato i 500 senza contare i dispersi travolti dalla inondazione e di cui non si sono ricuperati i cadaveri risucchiati dal gioco dell’alta e bassa marea.
Tra le vittime si contano molte donne e bambini…!
Molto probabilmente il numero di morti non così alto non ha destato interesse nei mass media Europei e chi ha saputo qualcosa di questo ennesimo disastro ha avuto l’informazione tramite Internet.
Oltre ai morti, ai dispersi, al bestiame affogato, alla distruzione degli orti e vivai per i pesci, alle capanne con i muri di fango che nell’acqua si sono sciolte come burro al sole il guaio più grosso causato da questo piccolo tsunami riguarda l’acqua potabile.
Le già poche riserve di acqua dolce sono state completamente allagate dall’acqua salata e così quello dell’acqua potabile è diventato il problema più grosso.
E bisogna tenere presente che questo è il periodo più caldo dell’anno per cui senza acqua non sopravvive niente e nessuno…!
Quella dell’acqua potabile è quindi la necessità più impellente.
Seguita da quella del cibo e dalla legna da ardere per cucinare quel pugno di riso sufficiente per sopravvivere.
E poi servono medicine per combattere le malattie create dall’acqua quali la dissenteria, il colera e il tifo.
E chi è riuscito a salvare gli animali domestici ha bisogno di foraggio….!
Normalmente dopo ogni disastro naturale si suggono due fasi : la prima è quella del ‘relief’, e cioè venire incontro ai sinistrati con i generi di prima necessità quali acqua, cibo, medicine.
La seconda fase prevede il lavoro di ‘rehabilitation’, e cioè la ricostruzione delle infrastrutture che sono andate distrutte durante la calamità naturale come abitazioni, strade, ponti etc…
Nel caso del ciclone ‘Aila’ la ricostruzione più urgente è quella degli argini dei fiumi che durante la bassa marea si portano via una buona quantità di acqua per poi riportarla indietro magari in quantità maggiore durante l’alta marea. E così i villaggi continuano a rimanere allagati.
Questo ultimo ciclone Aila ha distrutto gli argini in moltissimi posti e per lunghi tratti per cui la riparazione e la ricostruzione degli argini è una impresa gigantesca che con la stagione delle piogge ormai imminente risulta molto problematica.
Gli esperti dicono che lavori del genere si potranno fare solo durante la stagione secca che inizierà a Novembre.
E così molta gente che ha dovuto abbandonare i villaggi sommersi dall’acqua non potrà rimettere piede sul pezzetto di terra su cui era posata la loro capanna se non dopo la stagione delle piogge, ossia verso Novembre-Dicembre p.v.
Inoltre nei villaggi dove si potrà ricostruire l’argine dei fiumi e la terra potrà ridiventare asciutta molta gente non sarà più in grado di ricostruirsi la capanna di fango sempre per via della stagione delle piogge ormai imminente e avrà bisogno di un tetto sopra la testa.
Di conseguenza bisognerà pensare a qualche altro tipo di casupola prefabbricata che si possa montare in poco tempo e che possa offrire un riparo decente. La Missione che i Missionari Saveriani hanno fondato sei anni fa nella zona colpita dal ciclone Aila non ha subito danni.
Ma i tribali Munda che sono il target group della Missione sono stati danneggiati seriamente.
Quattro dei loro villaggetti sono spariti nell’acqua salata e circa 80 famiglie residenti in questi villaggi ormai inesistenti sono state portate in salvo e attualmente vivono in un campo di sfollati messo a disposizione del Governo che pure sta provvedendo al loro sostentamento giornaliero.
Ma chiaramente questa sistemazione provvisoria non potrà durare in eterno per cui ai Missionari Saveriani toccherà il compito di trovare una nuova sistemazione per queste 80 famiglie.
La sistemazione prevede queste tre cose essenziali : un pezzetto di terra su cui poggiare i piedi, un tetto sopra la testa per ripararsi dal sole e dall’acqua e il modo di guadagnarsi una manciata di riso per riempirsi lo stomaco.
Come già ho accennato all’inizio di questo articolo la Missione tra i tribali Munda della Foresta del Sunderban nacque con l’aiuto della Caritas Diocesana di Como.
Aiuto sollecitato e richiesto e incoraggiato dalla compianta Luigina Barella la cui vita fu spesa interamente per la causa missionaria.
E allora non c’era di mezzo nessun ciclone…né Sidr né Aila…!
Se la Caritas ci aiutò durante la ‘bonaccia’…siamo sicuri che ci darà una mano anche durante la tempesta…!
E noi ancora una volta potremo dire che la Provvidenza di Manzoniana memoria la c’è…!
E le pecore sperdute della casa di Israele potranno sperimentare ancora una volta che ‘ è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini’ (Tito2,11)
E dal cielo Luigina Barella non potrà che dare la sua approvazione !
Dalla zona devastata dal ciclone Aila
P. Luigi Paggi s.x.
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - Marzo 2009
Nonostante io sia in capo al mondo, ho l’elettricità, anche se ...alternata. Spesso c’è solo tre o quattro ore al giorno, ma ‘’nei mamar cheie kana mama bhalo’’ (proverbio bengalese per dire, “Meglio uno zio sordo che non averlo affatto”). Come telefono uso il cellulare che è abilitato anche per la posta elettronica e internet. Ho anche un pannello solare per cui la sera, quando non c’è elettricità pubblica, supplisce con la sua riserva: tutto sommato, fa un buon servizio. Per necessità più urgenti ho un piccolo generatore, ma cerco di risparmiare sul consumo di carburante. La penuria più grossa è quella dell’acqua potabile, specialmente durante i mesi caldi di aprile e maggio. L’unico modo per avere accesso all’acqua potabile in questa zona nel mezzo della foresta del Bengala è tramite la raccolta dell’acqua piovana nei laghetti artificiali e in grossi contenitori. La mia scorta d’acqua potabile “razionata” arriva fino alla fine di marzo; poi sono... in braghe di tela. Fortuna che verso metà aprile arriva qualche acquazzone e in qualche modo mi arrangio fino all’inizio della stagione delle piogge. Con le abbondanti piogge il problema è risolto!
di p. Luigi Paggi, sx
Missionari Saveriani - febbraio 2009
Lo sforzo dei missionari consiste nell'annunciare il vangelo di Gesù, convertire alla fede cristiana e creare comunità ecclesiali. Eppure, tra i tribali munda, che vivono ai margini della foresta del Bengala, è avvenuto il rovescio. Qualcuno rimarrà sconcertato nel sentire cosa è successo...
Una decina d'anni fa alcune famiglie munda avevano abbandonato la religione tradizionale (un miscuglio di pratiche animiste e hindu) e aderito a una chiesa protestante. Ma, non avendo chiesto il permesso ai capi, i convertiti furono automaticamente interdetti: nessun matrimonio con loro.
I neo convertiti speravano di instaurare rapporti matrimoniali con le famiglie della chiesa protestante, ma dopo dieci anni non c'era stato neppure un matrimonio. Un evidente problema di "casta": il gruppo cristiano "bengalese" considerava il gruppo "tribale" impuro e selvaggio. Il problema si aggravava perché le ragazze tribali stavano invecchiando e il loro futuro diventava incerto. L'unica soluzione era quella del "figlio prodigo che torna alla casa del padre"; ossia che le 15 famiglie tornassero nel gruppo di appartenenza e alle pratiche tradizionali. Così si sarebbero riconciliati e le donne avrebbero potuto trovare marito.
Ma c'era una multa da pagare: offrire un pasto riconciliatorio ai capi dei 30 villaggi munda. Dar da mangiare a 150 persone! Le 15 famiglie, tutte poverissime, riuscivano sì e no a procurare il riso; ma il pranzo prevedeva anche carne in abbondanza. Ci sarebbero voluti almeno due maiali per sfamarli tutti. Chi avrebbe mai potuto offrire i soldi per l'acquisto dei due suini? Padre Luigi Paggi saveriano, cioè un missionario della chiesa cattolica!
Il seguito della storia si può facilmente intuire: sei mesi dopo il pranzo riconciliatorio, già due ragazze munda "ex protestanti" avevano trovato marito. E questa sembra davvero una buona novella. Mi torna in mente il vecchio detto latino: "primum vivere, deinde philosophare". Nel nostro caso si potrebbe dire: "prima vivere e poi cristianizzare"!
Comunque sia, in questi quattro anni di vita in mezzo a loro, noto che nell'animo dei munda c'è ora la speranza di un futuro migliore. E noi saveriani, che abbiamo il privilegio di essere inviati ai non cristiani, siamo pienamente convinti che "la grazia di Dio, portatrice di salvezza per tutti", è arrivata anche tra i munda della foresta del Bengala. Nonostante le... conversioni alla rovescia!
Missionarie dell'Immacolata - Gennaio 2008
Padre Luigi Paggi, saveriano, lavora da tre anni tra i Munda, una tribù del Bangladesh in lotta per la conservazione della propria identità. Ricerca delle origini del gruppo, promozione dei diritti umani, alfabetizzazione... sono tra gli elementi di questa presenza missionaria.
La zona sudovest del Bangladesh pur essendo una delle più arretrate del Paese, gode di una notevole importanza, perché vi si trova la Foresta del Sunderban (o Foresta del Bengala), regno ancora incontrastato della famosa Tigre Reale del Bengala. Inoltre da parecchi anni in questa zona è attivo un allevamento intensivo di gamberetti che sono fonte di lauti guadagni per i ricchi commercianti e causa di tanti guai per la maggioranza della povera gente. La coltivazione dei gamberetti avviene nell'acqua salata e gradualmente la poca terra ancora usata per l'agricoltura si sta impregnando di salinità e rischia di diventare un deserto. Venendo a mancare i prodotti agricoli la gente incomincia a soffrire di malnutrizione. Questa zona ha una particolare importanza per la Chiesa, perché il 1° gennaio del 1600, nel villaggio di Isshoripur (dove già esisteva ed esiste tuttora un tempio dedicato alla dea Kalì), i missionari Gesuiti portoghesi inaugurarono la chiesa del Signore Gesù: il primo segno della Cristianità nella terra del Bengala!
Di quella chiesa rimangono oggi solo pochi mattoni, ma ad un tiro di schioppo da quel posto sta sorgendo la nuova missione cattolica che vorrebbe dare una mano ai tribali Munda della zona ad uscire dalla situazione disumana in cui si trovano.
In parecchie zone del Bangladesh esistono da millenni delle minoranze tribali riconosciute come tali dal Governo e dalla società bangladeshi, e ormai in mezzo a tutti questi gruppi tribali esistono delle missioni cattoliche.
Tra i tribali Munda ai margini della Foresta del Bengala, la prima presenza cristiana è iniziata solo tre anni fa.
Il motivo principale di questo ritardo è il fatto che la piccola minoranza etnica (il gruppo complessivo si aggira sulle 3.500 persone) è stata scoperta solo recentemente dai Missionari Saveriani che pure da oltre 50 anni lavorano nella zona sudovest del Bangladesh.
Dopo avere esplorato a tappeto la trentina di villaggi in cui questi tribali Munda sono dislocati, per fare conoscenza con le persone, rendersi conto dei loro problemi , censirne l'entità numerica e conoscere almeno a grandi linee la loro storia, si è deciso di comperare un pezzo di terra nel villaggio, che potesse fare da punto di convergenza per questa etnia che da ormai due secoli e più vive ai margini della società.
Il villaggio scelto è stato lsshoripur, per la sua importanza storica per la Chiesa e per la sua centralità geografica: i tribali Munda da qualsiasi direzione lo possono raggiungere facilmente.
Dopo l'acquisto del terreno si e iniziata la costruzione di una modesta casetta che potesse servire da abitazione per i Missionari Saveriani e che è stata inaugurata ufficialmente dal Vescovo di Khulna il 31 dicembre 2003: ad un muro della casa si è affissa una lapide a ricordo della prima Chiesa Cattolica eretta in questa zona nel 1600. Nel gennaio del 2004 sono iniziate varie attività di promozione umana e sociale a favore dei Munda.
Il fatto che questa tribù abbia una lingua propria comunemente usata all'interno del gruppo è un grosso ostacolo per l'accesso dei bambini alla scuola governativa e così il 95% è completamente analfabeta.
La prima attività della missione è stata quella di aprire delle scuole in tutti i villaggi Munda (una trentina) dove si insegnano ai bambini i primi rudimenti della lettura e della scrittura nella lingua nazionale. I pochi ragazzi Munda che hanno finito la scuola superiore fanno da insegnanti.
Le suore di Maria Bambina che gestiscono un'ottima scuola per ragazze nella città di Jessore (distante da Isshoripur 140 km) hanno di buon grado accettato tra le loro allieve le uniche due ragazze Munda che sono arrivate fino alla terza media. Inoltre vicino alla casa dei Missionari è stato costruito un piccolo ostello dove i pochi ragazzi della scuola superiore possono avere accesso a corsi di inglese e di computer. La novità più grossa nel campo dell'alfabetizzazione dei Munda è che uno di loro è stato in grado di iscriversi all'Università dove studia Economia e Commercio. La strada sarà molto lunga, ma il cammino è iniziato!
Le attività tradizionali dell'intero gruppo Munda sono sempre state la pesca, l'agricoltura, la manovalanza. Di pari passo all'alfabetizzazione, la missione sta offrendo ai ragazzi e alle ragazze che già hanno un minimo di istruzione la possibilità di imparare un mestiere. E così qualche ragazzo è diventato meccanico o elettricista, qualcun altro carpentiere o saldatore e parecchie ragazze sono diventate esperte sarte. I più intraprendenti hanno trovato lavoro perfino a Dhaka, la capitale. Attualmente, entro il recinto della Missione, la Caritas del Bangladesh sta facendo un corso di meccanica per ragazzi e uno di sartoria per ragazze della durata di nove mesi. Le scuole di avviamento tecnico professionale permettono di trovare un impiego con più facilità, per cui nello sforzo di promozione umana e sociale dei Munda questo campo avrà la massima priorità.
La zona sudovest del Bangladesh è impregnata di salinità: uno dei problemi più spinosi è quello dell'acqua potabile, per tutti gli strati sociali, ma in particolare per i Munda, molti dei quali vivono in villaggi completamente circondati dall'acqua salata per 12 mesi all'anno.
Normalmente in Bangladesh l'acqua dolce è estratta dal sottosuolo tramite pompe a mano. Qui questa tecnica non funziona: dal sottosuolo esce solo acqua salata. L'unico modo per avere acqua dolce è quello di scavare dei laghetti artificiali che si riempiono di acqua piovana durante la stagione delle piogge. Ai bordi del laghetto si costruisce poi un contenitore di mattoni e cemento che, riempito di sabbia e ghiaia, fa da filtro. L'acqua piovana contenuta nel laghetto viene pompata a mano in questo contenitore, dal quale esce purificata e quindi decentemente potabile.
Questi "filtri" sono stati installati in parecchi villaggi Munda, in particolare i villaggi in cui sono legali proprietari del pezzetto di terra su cui hanno la loro capanna.
Ovviamente prima della costruzione del filtro si sono dovuti scavare i laghetti artificiali, lavori che si fanno manualmente, zappa in mano e cestino in testa, un lavoro in cui i Munda sono dei veri maestri.
Oltre all'acqua potabile si è inoltre iniziato a portare la luce elettrica ad energia solare. Un servizio molto apprezzato per varie ragioni: la capanna alla sera non si riempie più del fumo del lumicino a petrolio, i bambini possono leggere meglio, si possono vedere gli insetti che cadono nel piatto del riso e soprattutto alla fine del mese non c'è la bolletta della luce elettrica da pagare. L'elettricità a energia solare è gratis e in Bangladesh di questa energia c'è grande abbondanza.
Uno dei più grossi problemi dei tribali Munda è quello della terra. Dopo avere disboscato e bonificato ettari e ettari di te lottando con tigri, coccodrilli e serpenti di tutti i tipi, oggi la maggioranza di essi non possiede neanche il pezzetto di terra su cui è situata la loro capanna.
Durante i primi giri di perlustrazione per fare conoscenza con la gente di questa tribù uno dei pochi anziani ancora rimasti ci disse: "Il mio unico desiderio prima di morire è quello di diventare padrone del pezzetto di terra su cui è piantata la mia capanna, così che i miei discendenti non debbano vivere nella costante paura di essere sfrattati dal padrone". La terra è il bene più prezioso che esista in Bangladesh, una delle nazioni più popolate del pianeta. È così preziosa che chi la possiede è sempre riluttante a venderla! Finora si è riusciti ad aiutare solo una trentina di famiglie a diventare proprietarie del fazzoletto di terra su cui è poggiata la loro capanna. Ma continueremo a darci da fare perché il sogno di quell'anziano Munda possa diventare realtà anche per altre famiglie.
Non molto tempo fa un Munda è stato trovato cadavere con il corpo crivellato da pallottole da fucile. Il gruppo di cacciatori che l'avevano forzato ad andare con loro a caccia di caprioli, diffuse la voce che la tigre l'aveva sbranato. Quando il cadavere fu ritrovato della zampata della tigre sul corpo non c'era traccia: c'erano solo i segni evidenti delle pallottole. Un gruppo di Munda si è presentato alla stazione di polizia e all'ufficio della massima autorità governativa per chiedere che fosse fatta una seria indagine circa la morte dell'uomo. Dopo un mese dalla manifestazione, vedendo che niente si muoveva, alcuni Munda più coraggiosi hanno aperto un caso in tribunale contro il gruppo di cacciatori che lo avevano forzato ad andare con loro. E adesso stiamo a vedere cosa succederà... Molto probabilmente questa è la prima volta nella loro storia che hanno avuto il coraggio di inscenare una manifestazione di protesta e di appellarsi ad un tribunale di giustizia. Timidamente incomincia a farsi strada un po' di coscienza dei propri diritti...
È in atto da anni in quasi tutto il Bangladesh un progetto di microcredito. Non c'è organizzazione non governativa che non sia impegnata in questa attività che vorrebbe aiutare i poveri ad uscire dalla loro precaria situazione finanziaria. Ma lo scopo è raggiunto raramente, perché il tasso di interesse del prestito è talmente alto che il microcredito diventa una vera corda al collo per i poveri, i quali continuano a rimanere nella loro miseria.
Se il microcredito non funziona per i milioni di poveri del Bangladesh, a maggior ragione non funziona per i tribali Munda che sono nullatenenti. Per questo è nata l'idea di una piccola cooperativa di credito di cui essi siano i padroni e i gestori e che conceda dei prestiti ai suoi membri ad un bassissimo tasso di interesse.
Il capitale di questa piccola cooperativa, che ha ormai due anni di vita, è costituito dai piccoli risparmi dei membri e da donazioni di amici e simpatizzanti locali e stranieri: oggi si aggira sui 10 mila euro.
Da due anni nella Diocesi di Khulna, cui appartiene la nuova missione di Isshoripur, c'è un nuovo vescovo, Bejoy N. D'Cruze, membro della congregazione dei Missionari Oblati di Maria Imrnacolata, che ha un interesse particolare per i tribali tra i quali ha trascorso parecchi anni. Il suo appoggio è una buona garanzia per la continuità della nuova missione tra i tribali Munda della foresta del Sunderban.
Tre anni di presenza e di attività missionaria tra questo gruppo sono troppo pochi per valutarne i frutti e i risultati. Ma nell'animo dei Munda c'è la speranza che il loro futuro sarà migliore del passato. E noi Missionari Saveriani siamo pienamente convinti che la grazia di Dio "portatrice di salvezza per tutti gli uomini " (Tito 2,11) è arrivata tra loro.
I Munda del Bangladesh, con ogni probabilità, sono arrivati dall'India più o meno due secoli e mezzo fa, portati dagli Inglesi, che avevano bisogno di braccia forti ed esperte (e naturalmente indigene), per strappare, alla giungla e alle tigri, campi da coltivare e terreni edificabili. I Munda, abili tiratori di frecce, abituati a vivere nella foresta, sembravano essere fatti apposta per attendere a questo compito. La loro emigrazione cominciò così e la ricompensa fu il riconoscimento della proprietà su piccoli appezzamenti nelle zone disboscate. Da nulla tenenti divennero proprietari terrieri. Gli inglesi contestualmente emanarono una legge che vietava ai non Munda di acquistare proprietà dei Munda. Era una misura cautelativa per evitare che si facessero ingannare. Ma alla fine, con la scusa che fosse facilitata la loro integrazione, furono classificati, come indù di bassa casta e, nonostante avessero una propria religione animista, fu loro imposto l'induismo. E furono create le condizioni che li portarono a un inevitabile declino numerico e culturale.
di p. Luigi Paggi, sx
Missione Oggi - febbraio 2004
Pubblichiamo un intervento di p. Luigi Paggi che dal 1972 lavora fra i Richis e i Mochis in Bangladesh
L’85 PER CENTO DEGLI ABITANTI DEL BANGLADESH È DI RELIGIONE ISLAMICA, MA IL RETROTERRA CULTURALE È INDÙ, PER CUI IL SISTEMA DELLA CASTE E L’INTOCCABILITÀ SONO RADICATI NELLA STRUTTURA SOCIALE.
La vita dei fuoricasta-intoccabili è segnata dall’analfabetismo, dalle pessime condizioni igienico-sanitarie, dalla povertà e da discriminazioni di ogni tipo. Le sole istituzioni che si sono interessate dei Dalit del Bangladesh sono le missioni cattoliche e protestanti, che hanno permesso a migliaia di bambini/e di accedere alla scuola.
Il Bangladesh è nato come nazione indipendente solo 32 anni fa, ma storicamente ha un patrimonio multiforme, arricchito dalle sue antiche radici buddiste, indù e musulmane. Questo piccolo paese fu denominato “Pakistan orientale” nel 1947, quando il potere coloniale divise il subcontinente indiano, e conservò tale nome finché si separò dall’odierno Pakistan. Nel 1971, dopo nove mesi di spargimenti di sangue, Indira Gandhi, all’epoca primo ministro dell’India, aiutò il Pakistan orientale a staccarsi da quello occidentale per diventare uno Stato sovrano che prese il nome di Bangladesh: la terra-nazione-Stato del Bengala orientale.
L’85 per cento degli abitanti del Bangladesh segue la religione islamica e questa è una delle ragioni, per cui il paese rimase legato al Pakistan dopo la divisione. Tuttavia, poiché il retroterra culturale della nazione è indù, i due principali mali dell’induismo, il sistema della caste e l’intoccabilità, sono radicati nella struttura sociale. Le tradizioni di gerarchia restano forti tra i musulmani. Naturalmente caste e intoccabilità permangono ancora tra gli indù, il cui numero tocca i 13 milioni su una popolazione di 120. Anche il minuscolo gruppo di cristiani (non più di mezzo milione tra cattolici e protestanti) è stato intaccato dal virus del sistema di casta.
Ad esempio, i convertiti all’islam provenienti dalle caste inferiori indù sono ammessi nella moschea, ma fuori vengono disprezzati. Il principale motivo addotto dai musulmani “nati nella verità”, per tale discriminazione, è che quelli di casta bassa non sono puri, né fedeli nel pregare cinque volte al giorno. Neanche la conversione all’Islam ha dato ai fuoricasta l’uguaglianza agli occhi degli altri musulmani, a causa di secoli di indottrinamento culturale.
Non esistono statistiche precise sul numero di fuoricasta-intoccabili indù nel Bangladesh, ma quelli di casta elevata sono pochissimi. Questi ultimi, infatti, lasciarono quasi tutti il paese nel 1947, quando gli inglesi abbandonarono il subcontinente indiano dopo averlo diviso in tre parti, e nel 1971, quando il Pakistan orientale divenne Bangladesh. Gli indù che vivono oggi in Bangladesh appartengono soprattutto alle caste intermedie, a quelle basse e ai fuoricasta.
La situazione dei rimanenti fuoricasta indù è misera. Sono emarginati tanto dagli indù quanto dai musulmani, malgrado la discriminazione sia più forte tra i primi che tra i secondi. Un proverbio delle campagne del Bangladesh dice: “Allah e Hari fra loro vanno d’accordo; Hari e Hari no”. Cioè i musulmani si mischiano con gli indù, invece gli indù all’interno della loro comunità non lo fanno.
Oltre alla casta, è il genere di occupazione a distinguere i fuoricasta-intoccabili. Nelle città, di solito fanno gli spazzini, i pulitori o altri lavori sporchi, mentre nei villaggi sono impiegati in qualunque lavoro considerato indegno dagli altri. Di norma sono chiamati con i nomi dei lavori disprezzati e umili, cui la società li relega. Ad esempio, i “mochis” sono i calzolai, i “dhopas” sono i lavandai, i “jeles” sono i pescatori, i “napits” sono i barbieri. Molto spesso per i fuoricasta-intoccabili si utilizzano dispregiativi come “nichu jat”, “moila jat” o “oboddro manush”, traducibili con “gente da poco”, “gente impura” e “uomini ignoranti”. Gli appellativi sprezzanti mostrano che tipo di considerazione abbia la maggioranza dei bengalese di questi indù.
I fuoricasta-intoccabili vivono soprattutto nei villaggi, ma ultimamente piccoli gruppi si sono spostati verso le città, nel tentativo di trovare lavori più remunerativi. Siccome sono ancora considerati degli impuri, vivono separati dagli altri gruppi “puri”, in propri villaggi e in distretti urbani, sulle terre peggiori. Indù e musulmani praticano l’intoccabilità attraverso la segregazione residenziale, il divieto di pranzare o sposarsi con gli altri, e altre forme di discriminazione.
Indipendentemente da quale religione professino, gli abitanti del Bangladesh di solito negano che le caste esistano ancora nel loro paese. Ci sono numerose ragioni dietro questa “cecità di casta”. La prima è l’islam, che parla della “umma” o fraternità musulmana, la quale esiste, ma non è forte come dovrebbe. Una “mentalità di casta”, se non le caste vere e proprie, esiste tra i musulmani del Bangladesh quasi quanto tra gli indù e i cristiani. Ma il discorso del principio della umma la nasconde.
Inoltre, i pochi che hanno sentito parlare di analisi sociale hanno una vaga idea dello sfruttamento di classe in senso marxista. È difficile per i sociologi di qui vedere il sistema castale come uno strumento di sfruttamento. I testi di sociologia, storia e antropologia parlano pochissimo del sistema di casta come fonte di disuguaglianza e dunque d’ingiustizia.
Senza cercare per forza delle ragioni per questa “cecità di casta”, può essere sufficiente dire che le persone sono talmente abituate ai meccanismi gerarchici nella vita sociale da non pensare che ci potrebbero essere altre forme di relazione sociale. Comunque, si nega che esistano le caste.
Quasi 25 anni fa uscì in Bangladesh un libro molto interessante, intitolato Crucial issues in Bangladesh (Questioni fondamentali in Bangladesh). L’autore, Peter McNee, era un missionario protestante che percorse circa 4.000 miglia in moto e 2.000 in fuoristrada attraverso l’intero paese. Visitò tutte le missioni protestanti e la maggioranza di quelle cattoliche con l’obiettivo di definire il profilo della chiesa, la sua composizione etnica e il suo ambiente.
All’inizio del primo capitolo, McNee scriveva: “In Bangladesh, uno è spesso portato erroneamente a pensare che le caste non esistano più. Questo forse perché la società musulmana, a un estraneo, ne appare priva e di sicuro afferma di esserlo, mentre quella indù, sotto la pressione islamica, ha adattato la sua immagine esterna in materia di cibo e contaminazione. A causa della crisi economica, molte persone hanno abbandonato le occupazioni tradizionali della loro casta. Le strutture della ‘democrazia di base’ introdotte dal presidente Ayub Khan nel 1960 hanno sostituito il sistema di governo basato sulla casta, che esisteva in molti luoghi, e abolito le caste come organizzazione politica. Tutto ciò contribuisce alla confusione. Ma forse l’elemento più importante è il fatto che i missionari (e gli stranieri), credendo che tutti gli uomini siano stati creati uguali, non sentono alcun bisogno di perpetuare questo sistema di casta creato dall’uomo. Ciò ha un effetto fuorviante e ha portato molti a vedere solo singoli individui, anziché caste nel loro ambiente sociale e culturale”.
Le parole di McNee sono ancora applicabili all’odierna cultura bengalese. Le caste in Bangladesh sia tra gli indù sia tra i musulmani hanno ancora una forza che i missionari non possono sottovalutarle. Così gli stranieri, nuovi in questo paese, devono prendere in considerazione l’impatto secolare di una mentalità gerarchica e capire che qui l’uguaglianza non esiste. Uno è un gradino sopra o uno sotto nella scala sociale, a prescindere dalla religione cui appartiene.
Quando le persone comprendono gli effetti del sistema castale nell’odierna società del Bangladesh, diventano più consapevoli della condizione degli appartenenti alle caste basse e dei fuoricasta. Tra i fuoricasta-intoccabili, analfabetismo, condizioni igienico-sanitarie scadenti, povertà, superstizioni, ogni genere di oppressione e discriminazione sono eventi tragici della vita quotidiana. Finora, in questo gruppo, non è stato fatto neppure un debole tentativo di una nuova leadership. Quanto il Mahatma Ghandi diceva a proposito degli intoccabili dell’India molti decenni orsono, risulta appropriato oggi in riferimento ai fuoricasta-intoccabili del Bangladesh: sono gli ultimi degli ultimi, i più bassi e i dimenticati.
La parola “Dalit” e tutto quello che si è sviluppato in India attorno a questo nome (letteratura Dalit e teologia Dalit) è completamente sconosciuto tra i fuoricasta-intoccabili del Bangladesh. I missionari cristiani hanno fatto conoscere Baba Saheb Ambedkar, il grande leader dei Dalit in India, tra i fuoricasta-intoccabili del Bangladesh. Purtroppo solo un esiguo numero di loro ha potuto conoscere le sue idee.
Il governo del Bangladesh ha completamente ignorato i fuoricasta-intoccabili nel processo di sviluppo del paese. Malgrado la Costituzione garantisca l’uguaglianza di tutti i cittadini, le parole non riflettono la realtà. Non ci sono “azioni affermative”, né piani di “rovesciata e positiva discriminazione” sulla carta, né nelle menti dei politici per aiutare questa gente a migliorare. Dato che il Bangladesh è un paese musulmano, al centro dell’aiuto assistenziale sono quanti appartengono alla religione maggioritaria. Il governo non si cura delle minoranze. In una società strutturata in forma gerarchica, chi sta al vertice ha tutti i privilegi; e chi occupa i posti più bassi, subisce ogni genere di abuso. Né i politici, né i funzionari di governo ritengono che qualcosa debba essere fatto per correggere le ingiustizie nei confronti di questi gruppi svantaggiati.
Negli ultimi due decenni, le Organizzazioni non governative sono spuntate come funghi in Bangladesh. Tutte si propongono di aiutare i settori più poveri della società, ma i gruppi dei fuoricasta-intoccabili non vengono ancora considerati. Uno sviluppo umano autentico deve affrontare la questione del sistema di casta. Finora poche Ong lo hanno fatto, ma si spera che le relazioni diplomatiche e le agenzie umanitarie, che stanno coprendo il paese di aiuti, matureranno qualche conoscenza a riguardo in modo da evitare l’errore di sostenere persone al livello più alto della scala sociale trascurando quelle dei gradini più bassi, che restano emarginate, povere e prive di istruzione.
Le sole istituzioni che si sono interessate ai Dalit del Bangladesh sono le missioni cristiane, cattoliche e protestanti. Molti missionari hanno dedicato la loro vita al miglioramento delle condizioni di vita di questa gente. A migliaia di bambini/e hanno garantito l’accesso all’educazione e alla formazione professionale. In passato, i missionari speravano di accrescere il numero delle chiese, mettendosi al servizio dei fuoricasta. Oggi quasi tutti hanno abbandonato il proselitismo e cercano solo di offrire ai Dalit un aiuto concreto, senza alcun tentativo di conversione.
In qualunque parte del mondo è difficile aiutare persone impoverite e ostracizzate a migliorarsi in modo duraturo. In Bangladesh lo è ancora di più, in parte a causa del sistema di casta vecchio di secoli. Questo rende quasi impossibile a membri delle caste più basse o ai fuoricasta uscire dalla propria condizione. La situazione degli appartenenti alle caste inferiori o dei fuoricasta non è compresa né da loro, né da chi non ne fa parte. Finché loro stessi non riconosceranno il perché vengono relegati all’ultimo posto, non avranno leader provenienti dalle loro file e non riprenderanno in mano il proprio destino, la speranza di un miglioramento è scarsa.
Il modello gerarchico che ha invaso la società bengalese al di là della comunità indù è evidente nella chiesa cattolica. Questa è composta da tre gruppi: i discendenti dei portoghesi, che vivono a Dacca, le popolazioni tribali provenienti da Chittagong, e i nomosudras e mochi rishis del distretto di Khulna.
I cristiani “portoghesi” si sentono e agiscono come se fossero e veri proprietari della chiesa cattolica in Bangladesh. I vescovi, gli alti funzionari della Caritas-Bangladesh e le madri superiore provengono da questo gruppo.
Il secondo è considerato non civilizzato poiché i nuclei tribali vivono nelle foreste. L’ultimo è etichettato come “nuovi cristiani”, poiché rishi mochis e nomosudras si sono convertiti al cristianesimo una ventina di anni fa. Però “nuovi” spesso significa “spazzatura”, perché è questo che pensa delle caste basse chi rivendica di aver abbandonato l’induismo molto tempo fa.
I missionari hanno capito che potranno aiutare i Dalit solo coinvolgendo altre persone di buona volontà, senza distinzioni di casta e di credo. Altri, di qualunque religione e provenienza, hanno bisogno di diventare consapevoli del peso culturale caricato sulle spalle di questi popoli, prima che possa essere introdotto un nuovo modo di pensare e vivere.
Nella parte sud occidentale, dove c’è un’alta concentrazione di Dalit, i missionari e alcuni giovani (soprattutto musulmani) dinamici e motivati hanno iniziato a lavorare insieme, affinché i tre “mantra” della rivoluzione francese (libertà, uguaglianza e fraternità) raggiungano anche loro.