Pime.org – 30 dicembre 2014
Dopo aver diretto per una decina d’anni l’ostello St. Philip, ora affidato a un prete bengalese, padre Fabrizio Calegari è ora responsabile dei due ostelli del PIME in Dinajpur: quello della Novara Technical School e quello per il college, il Beato Mazzucconi Hostel. In queste poche racconta il suo lavoro educativo per i giovani in un Paese come il Bangladesh dove la sfida della gioventù rappresenta forse la più affascinante e complessa per la Chiesa locale.
Una recente statistica pubblicata parla di una popolazione giovanile in Bangladesh (dai 10 ai 23 anni) di circa 48 milioni. Ho sentito spesso in bocca a vescovi e a noi preti la frase, piena di prosopopea e di retorica: “I giovani sono la speranza della Chiesa”. Sarebbe bello se riuscissimo a mostrare che la Chiesa è la speranza dei giovani: più mi guardo attorno e più vedo un sacco di lavoro che ci aspetta.
In città ci sono centinaia di giovani, ragazzi e ragazze, studenti, lavoratori e disoccupati che sono veramente senza qualcuno che si occupi di loro: tante volte neppure la loro famiglia, incapace di proporre un’educazione che tenga botta in una società della quale non sono in grado di cogliere la trasformazione.
Figli di una identità cristiana debole, soprattutto se rapportata alla società musulmana, e di una dispersione territoriale che non favorisce l’aggregazione, i nostri giovani hanno fame di gruppo, di senso d’appartenenza, di formazione, di accompagnamento. Un bisogno che dobbiamo intercettare assolutamente se non vogliamo perdere anche questo treno.
Stanco di aspettare che qualche cosa si muovesse, mi sono mosso io. E nell’assenza pressoché totale di proposte, sto tentando alcune vie per riempire, almeno parzialmente, il vuoto.
Niente di fantascientifico. Con un gruppetto di studenti e chiamando a raccolta preti e suore giovani che lavorano qui in città, ci siamo seduti e abbiamo provato a formulare qualche ipotesi di lavoro. Abbiamo così cominciato incontri mensili con proposte diverse: campionato di calcio, concerti, gare e competizioni, giornate di formazione umana e spirituale.
Sulla scorta dell’esperienza positiva fatta lo scorso anno, quando ho avviato un blog che in pochi giorni ha toccato 270 contatti, abbiamo lanciato una pagina Facebook chiamandola “Ekshoge amra” (“noi insieme”) e con essa tutto un mondo che si apre. Un successo: un entusiasmo crescente che mi aspettavo ma non in questa misura. Evidentemente la fame era maggiore di quel che pensassi.
Quanti di questi progetti andranno in porto non lo so, neppure quanto lontano andremo. Ma era importante partire, dare un segnale, far capire che ci siamo.
Hanno un’età meravigliosa, che dovrebbe essere piena di risorse e di crescita ed invece è troppo spesso azzoppata dalle innumerevoli difficoltà. E’ fondamentale che non si sentano soli.
A 50 anni, in questa nuova intrigante stagione, mi ritrovo addosso un entusiasmo, una smania di portare vita che sorprende anche me.
Non so neppure io dire cos’è: sarà l’età, sarà il Bangladesh, che ne so? Di sicuro ha a che fare con i giovani e il desiderio di raggiungerne il più possibile per dare loro il Signore. Forse, più semplicemente, è la forza e la bellezza di questa vocazione.
Da ragazzo, durante una meditazione, mi aveva colpito molto Chiara Lubich spronare i suoi a dare tutto a Gesù, senza riserve, perché solo così “si può essere padri e madri di popoli”. L’idea mi aveva infiammato. Dopo tutti questi anni è una gioia scoprire che questo fuoco è ancora acceso.
Dinajpur – dicembre 2014
Cari amici,
quando mia mamma è venuta a trovarmi, nel febbraio 2013, mi sono trovato in cuore questa domanda: e adesso, dopo 17 anni di missione, cosa le faccio vedere? Cosa le posso mostrare del lavoro che ho fatto in questi anni?
Non ho costruzioni (se non una piccola) da esibire, non sono parroco, non…
Per me è stato semplice e immediato trovare la risposta: le ho fatto conoscere con orgoglio i ragazzi, quelli nuovi e quelli vecchi, che son cresciuti con me negli ultimi dieci anni passati all’ostello St. Philip. Poi, un anno fa circa, dopo mesi particolarmente pesanti con la classe decima, dopo averle provate tutte (forse tutte sbagliate!) e ritrovandomi svuotato e stanco, ho dato la mia disponibilità sia al vescovo sia al superiore del PIME ad un cambiamento.
Non era solo la stanchezza: era il tentativo di leggere dentro un fallimento educativo un segno, la necessità di capire se il Signore mi stesse chiamando ad altro e se l’ostello avesse bisogno di una nuova guida.
Mi sono pentito dopo una settimana del passo, ma ormai il danno era fatto…e il cambiamento c’è stato: dallo scorso maggio non sono più il responsabile dell’ostello. Meglio così, dopo tutto in più di dieci anni quello che potevo dare l’ho dato. Ho sempre concepito il lavoro all’ostello come un lavoro a tempo pieno: non una cosa tra le altre ma la prioritaria.
Per questo mai ho avuto l’impressione che stessi sprecando il mio tempo semplicemente stando con i ragazzi, o che potessi fare cose più importanti.
Lavorare al St. Philip, una delle istituzioni più antiche della diocesi, dove il PIME è praticamente presente da 80 anni, è stato per me una gioia: ho iniziato a 40 anni e ho finito a 50, in mezzo una miriade di doni, di fatiche, di scoperte, di volti e di giorni che si sono succeduti.
Se sono cresciuto, come uomo e come prete, è principalmente grazie ai ragazzi.
Infatti come eredità mi resta soprattutto l’esperienza straordinaria della paternità.
Un dono immenso.
La verità è che trovo un gusto matto a vedere crescere le persone, ad aiutarle a migliorare, a scoprire la vita e la propria vocazione, la propria posizione in campo, per dirla con una metafora calcistica.
Sono nati una serie di rapporti che sono rimasti nel tempo. Ora sia via cellulare, via email, via sms, si fanno vivi a tutte le ore del giorno, spesso anche con visite.
La stragrande maggioranza ritorna per il solo piacere di rivedersi. Questi rapporti sono il tesoro più grande che mi sono portato via.
Sono i miei ragazzi, se posso concedermi questa espressione un po’ enfatica ma profondamente vera. E’ stata una scuola di crescita comunitaria, non solo mia personale o di ciascun singolo.
Decisivo nel rapporto educativo cristiano, è capire che non esiste l’educatore e l’educando (nel senso di recipiente pieno che si travasa nel recipiente vuoto) ma che entrambi (con i rispettivi ruoli ben chiari!) siamo alla scuola dell’unico Maestro, seguiamo Lui, impariamo da Lui.
Questo mi mette nella posizione giusta di fronte al ragazzo e mi dona una libertà di relazione diversa. Si cresce tanto quanto è il Maestro a crescere in noi.
E’ così che ho imparato un po’ di più a chiedere perdono scavalcando il mio orgoglio ferito e la mia presunzione di avere una risposta a tutto; a capire un bisogno senza che venga detto; a dire di no senza paura di perdere la stima; a concedere per non fare delle regole un idolo; ad ascoltare per capire; a pregare avendo i loro volti davanti.
Poi, magari, arriva anche qualche gioia speciale.
Come quella che mi regala Ripon. Mi racconta che da quando è andato a casa, ha sentito il bisogno di fare qualcosa per la gente del villaggio. Sentiva la necessità di inventarsi qualcosa per aiutare i più poveri di lui. E qualche cosa in effetti si è inventato.
Ha investito i pochi soldi guadagnati tagliando il riso per un paio di settimane, comprando pulcini di gallina e anitra. Poi, senza dire niente a nessuno, li ha distribuiti in tre famiglie perché li allevassero.
Ha dovuto perfino mentire in famiglia, dicendo che i soldi li aveva usati per comprare un paio di calzoni. E avrebbe potuto davvero farlo. Alla sua età io non sarei stato capace di rinunciare ad una sommetta frutto del lavoro, pur di comprarmi magari qualche libro.
“Non sono mai stato così contento in vita mia, padre!”, mi dice Ripon mentre esibisce ridendo i suoi denti tutti storti e quasi si rovescia dalla sedia raccontando. Eccolo qui, un altro che scopre la gioia che viene dal Vangelo vissuto.
In fondo potevo aspettarmelo. Dalla chiacchierata di fine anno, fatta personalmente con ciascuno dei più grandi, è emerso infatti quanto siano state importanti le parole del Vangelo proposte ogni mese.
Piccole frasi da mettere in pratica che aiutano a scavare nei giorni un modo diverso di vivere.
La quasi totalità dei ragazzi ha citato come preferito il passo di Giovanni 15, 12 “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”.
Dilip ha anche aggiunto, lui ancora indù, che a suo parere è la frase più bella dell’intero Vangelo. Buongustaio. E mi dice: “Quando vado a casa, nel mio villaggio che è tutto indù, questo amore fraterno non c’è, non lo vedo.
Ci sono un mucchio di litigi, invidie e gelosie che avvelenano la vita di tutti. Io invece sogno un villaggio dove l’amore fraterno sia il modo normale di vivere. Esagero padre?”. No che non esageri, Dilip. E’ il sogno di tutti.
Forse è anche quello di Nirmol, che mi arriva davanti tutto intirizzito e tremante ma con sorriso largo da orecchio a orecchio.
E’ un giovane veramente bravo, pieno di energia e di una simpatia contagiosa. Cominciamo a fare due chiacchiere e alla fine, vedendolo rabbrividire, sbotto: “Non avevi un vestito pesante da metterti?”.
E lui, con l’aria più naturale del mondo: “Sono venuto con il maglione, padre. Passando per la stazione però, un bambino mi è venuto incontro con i denti che battevano dal freddo e mi ha detto: “Dammi qualcosa per scaldarmi!”. Così mi sono tolto il maglione e glielo ho dato.”
Lo fisso stupefatto senza sapere bene cosa dire, sbalordito dalla bontà pura di questo gesto, lui che mi sorride e trema. Lo abbraccerei tanto sono commosso. “A casa ne hai un altro?”, riesco a dire stupidamente dopo essermi ridestato. Ho quasi paura di scoprirlo. “No”, risponde piano.
Salgo di sopra e prendo uno dei miei pile dall’armadio. Ci sta dentro tre volte ma del resto uno così vale perlomeno tre persone.
Era destino che la storia dei pile dovesse ripetersi. Uttom mi chiama per dirmi che vuole iscriversi alla nostra scuola tecnica. “E’ la mia unica speranza”, mi diceva piangendo al telefono.
Ci siamo dati appuntamento per la mattina. Lo vedo tremare come una foglia mentre scende dalla bicicletta. Si è sciroppato un’ora di pedalate venendo dal villaggio, sfidando la nebbia e il freddo per arrivare qui con le sue speranze, una camicetta azzurra stinta sotto un chador leggero come unico riparo.
Lo faccio accomodare in ufficio e gli presento i fogli da compilare per l’iscrizione.
Intanto vado a preparare un tè con abbondanza di biscotti perché non ha fatto neppure colazione. Forse a casa sua neppure c’era qualcosa.
Mentre metto l’acqua a bollire penso a questo ragazzo, zuppo di freddo e di malinconia.
Cosa lo porta qui, a costo di queste fatiche, se non la speranza per sé e la sua famiglia, di una scuola che gli insegni un mestiere e con il mestiere la possibilità di un futuro? A chi possono aggrapparsi i giovani se non trovano compagni di viaggio che li sostengono? Mi sento friggere dall’urgenza e dalla rabbia per riuscire a fare così poco. Poi salgo in camera e prendo un pile dall’armadio.
Altre volte ci sono bellezze inattese pronte a sorprendermi, che è una delle ragioni per cui questa esperienza è sempre così appassionante e unica.
Sisir è uno di quei ragazzi che ho imparato a scoprire piano piano, uno senza esuberanze particolari ma con tanta ricchezza di vita nascosta.
E, una volta scovatolo, ho capito di avere tra le mani un fuoriclasse, con la statura di una spanna sopra il livello di tutti nell’ostello, anche se sono il solo a saperlo.
La lettura che mi dà delle cose che vede, la capacità di intuire i bisogni, la sincerità e il coraggio di scelte controcorrente mi hanno portato a conoscerlo come mai in cinque anni che siamo stati insieme: tanto ci ho messo, complice il numero dei ragazzi e la mia lentezza.
Tra il resto mi racconta di come stia volentieri in cappella quando c’è l’adorazione libera, il mercoledì.
E’ così che ha scoperto la voglia di tornarci anche in altri momenti, soprattutto serali.
Biplob, suo vicino di banco e amico, è il pilastro della nostra squadra di fùbal, un talento. Una sera, non vedendo rientrare Sisir in classe per lo studio, si mette sulle sue tracce.
Lo cerca dappertutto senza trovarlo. Eppure era vicinissimo. Non poteva immaginare che si trovasse esattamente al di là del muro, dietro il loro banco, in cappella. Lo trova lì, alla fine. Neppure Sisir saprà dirmi come ma, parlando e parlando, finisce per accompagnare Biblob nella preghiera, lo aiuta a scoprirla in modo nuovo. “Padre – mi rivela Biplob alcuni giorno dopo, ignaro che io abbia sentito anche l’altra campana – da qualche tempo quando vado in cappella a pregare…non lo so…mi prende una cosa qui” – dice portandosi la mano al petto. “Non so spiegarmela ma è bella!”.
Io invece me la spiego benissimo e l’immagine della loro amicizia è una delle più terse che custodirò del St. Philip.
Da questo taglio doloroso, credo, è nato anche il resto che sta nascendo.
Ora sono responsabile dei due ostelli del PIME qui in Dinajpur: quello della Novara Technical School e quello per il college, il Beato Mazzucconi Hostel.
Eppure, per colpa di qualche vecchia inquietudine interiore, sento che non mi basta.
Una recente statistica pubblicata parla di una popolazione giovanile in Bangladesh (dai 10 ai 23 anni) di circa 48 milioni. Fatte le debite proporzioni anche per la comunità cristiana, resta sempre una cifra bella alta!
Ho sentito spesso in bocca a vescovi e a noi preti la frase, piena di prosopopea e di retorica: “I giovani sono la speranza della Chiesa”. Sarebbe bello se riuscissimo a mostrare che la Chiesa è la speranza dei giovani: più mi guardo attorno e più vedo un sacco di lavoro che ci aspetta.
In città ci sono centinaia di giovani, ragazzi e ragazze, studenti, lavoratori e disoccupati che sono veramente senza qualcuno che si occupi di loro: tante volte neppure la loro famiglia, incapace di proporre un’educazione che tenga botta in una società della quale non sono in grado di cogliere la trasformazione.
Figli di una identità cristiana debole, soprattutto se rapportata alla società musulmana, e di una dispersione territoriale che non favorisce l’aggregazione, i nostri giovani hanno fame di gruppo, di senso d’appartenenza, di formazione, di accompagnamento. Un bisogno che dobbiamo intercettare assolutamente se non vogliamo perdere anche questo treno.
Stanco di aspettare che qualche cosa si muovesse, mi sono mosso io.
E nell’assenza pressoché totale di proposte, sto tentando alcune vie per riempire, almeno parzialmente, il vuoto. Niente di fantascientifico, roba scontata in Italia, ma non qui. Con un gruppetto di studenti e chiamando a raccolta preti e suore giovani che lavorano qui in città, ci siamo seduti e abbiamo provato a formulare qualche ipotesi di lavoro. Abbiamo così cominciato incontri mensili con proposte diverse: campionato di calcio, concerti, gare e competizioni, giornate di formazione umana e spirituale.
Sulla scorta dell’esperienza positiva fatta lo scorso anno, quando ho avviato un blog che in pochi giorni ha toccato 270 contatti, abbiamo anche lanciato una pagina Facebook chiamandola “Ekshoge amra” (“noi insieme”) e con essa tutto un mondo che si apre.
E’ stato un successo subito, un entusiasmo crescente che mi aspettavo ma non in questa misura. Evidentemente la fame era maggiore di quel che pensassi.
Quanti di questi progetti andranno in porto non lo so, neppure quanto lontano andremo. Ma era importante partire, dare un segnale, far capire che ci siamo.
Hanno un’età meravigliosa, che dovrebbe essere piena di risorse e di crescita ed invece è troppo spesso azzoppata dalle innumerevoli difficoltà. E’ fondamentale che non si sentano soli.
A 50 anni, in questa nuova intrigante stagione, mi ritrovo addosso un entusiasmo, una smania di portare vita che sorprende anche me.
Non so neppure io dire cos’è: sarà l’età, sarà il Bangladesh, che ne so?
Di sicuro ha a che fare con i giovani e il desiderio di raggiungerne il più possibile per dare loro il Signore.
Forse, più semplicemente, è la forza e la bellezza di questa vocazione.
Da ragazzo, durante una meditazione, mi aveva colpito molto Chiara Lubich spronare i suoi a dare tutto a Gesù, senza riserve, perché solo così “si può essere padri e madri di popoli”.
L’idea mi aveva infiammato. Dopo tutti questi anni è una gioia scoprire che questo fuoco è ancora acceso.
Buon Natale e un 2015 pieno di doni del Signore!
p. Fabrizio
p.s. L’ostello St. Philip dallo scorso giugno ha, come nuovo responsabile, un sacerdote diocesano di Dinajpur. Il vescovo mi ha comunque chiesto di conservare l’onere della gestione economica: tradotto significa che devo pensarci ancora io a trovare i soldi necessari per mantenere tutti.
Lo scorso anno il bilancio segnò un passivo di oltre 50 mila euro, ma lo farò con gioia, sapendo che posso contare su di voi che ci avete sempre seguito con tanto affetto e aiuto concreto!