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Dhanjuri - 22 agosto 2024
Carissimi amici e amiche,
un caro saluto dal Bangladesh!
Le ultime settimane per il nostro paese sono state molto difficili e drammatiche.
Tutto è cominciato ai primi di luglio, quando i gruppi sempre più numerosi di studenti universitari hanno fatto diversi cortei nella capitale per chiedere al governo alcune riforme. Erano cortei pacifici e le richieste erano assolutamente legittime.
Il governo, anziché sedersi con loro e ascoltarli con buona volontà, ha risposto con la violenza mandando la polizia a sparare.
La situazione degenerata al punto tale che nel giro di poche settimane abbiamo avuto più di 400 morti tra studenti, poliziotti e gente comune. Il culmine lo abbiamo toccato lo scorso 4 agosto quando il primo ministro è scappato in India per non cadere in mano alla folla inferocita.
Sono seguiti giorni di grandissima tensione e paura per tutte le minoranze del Bangladesh: indù, cristiani, tribali. Senza un governo, con la polizia sparita dalla circolazione per paura delle vendette dopo aver ucciso decine di studenti, con solo l'esercito a mantenere un po' di controllo, questi giorni sono stati pericolosi soprattutto a causa degli integralisti islamici e delle bande di ladri.
Approfittando di questo vuoto di potere e di questa impunità generale, hanno attaccato diversi templi indù, molte case nei villaggi, per rubare, distruggere e per occupare terreni di altri.
Il nostro vescovo ha fatto visita a tutte le missioni per incoraggiare i cristiani a non avere paura e allo stesso tempo per dirci di organizzarci perché nessuno ci avrebbe difeso in caso di attacco.
Anche nella missione di Dhanjuri tutti i capi villaggio si sono trovati con noi sacerdoti e hanno organizzato una difesa reciproca molto compatta.
La tribù Santal che abita la zona di Dhanjuri è composta da cacciatori, con tanto di archi e frecce.
Forse anche per questo, nonostante diverse notti a fare la guardia, quasi nessuno ha provato ad attaccare la missione e villaggi attorno. Ma io sono convinto che p. Adolfo, dal cielo, ci ha certamente protetto.
Pochi giorni fa è stato composto un governo temporaneo con lo scopo di preparare nuove elezioni. A capo di questo governo, ma non come primo ministro, c'è Yunus, premio Nobel per l'economia, che i giovani hanno voluto a tutti i costi come figura di garanzia nel nuovo esecutivo.
Cosa succederà? Da qui in poi è impossibile prevederlo.
Le vecchie forze politiche, dell'opposizione ma anche del vecchio governo, certamente brigheranno per tornare al potere. Quello che noi temiamo è una deriva a destra dove c'è anche il partito degli estremisti islamici.
E poi ci sono le nuove forze rappresentate dai giovani che hanno manifestato e hanno rovesciato un governo autocratico e dispotico. Non sono ancora una forza politica codificata in un partito, ma di sicuro vorranno contare e non poco alle elezioni.
Proprio da loro sono arrivati i segnali più positivi di questi giorni così drammatici.
Sono stati anche giorni di grande fermento sociale. I giovani, dopo aver rovesciato il governo, hanno cercato di dare il loro contributo in tutto ciò che era necessario e possibile. Sparita la polizia, hanno diretto il traffico al loro posto.
Hanno pulito le strade, hanno picchettato nelle città templi indù, le chiese per evitare che venissero assaltate. Sognano un paese dove ci sia uguaglianza per tutti, al di là delle differenze, etniche e religiose. E sicuramente questo ci fa ben sperare per il futuro.
Nel nostro piccolo in missione abbiamo cercato di far fronte come potevamo a questi eventi.
Nonostante la chiusura delle scuole, l'ennesima a danno degli studenti, ho deciso di non mandare a casa comunque i ragazzi dell'ostello ma di offrire loro delle ripetizioni attraverso giovani della missione e un tempo di studio per ripassare le materie.
Non sono bastati i due anni di stop totale causa del covid, con le scuole chiuse in tutto il paese, con danni incalcolabili per l'istruzione.
Il governo precedente aveva anche deciso un nuovo sistema di insegnamento e di esami prendendo a modello il sistema finlandese, con risultati fin qui disastrosi in termini di apprendimento e di impegno scolastico. C'è da augurarsi che il prossimo governo torni al vecchio sistema che sicuramente non era il migliore, ma almeno con quello i ragazzi qualcosa imparavano.
A volte mi arrabbio veramente perché sembro tenere di più io alla loro crescita e alla loro istruzione che le loro stesse famiglie o il loro governo.
La strada lunga è difficile ma non molliamo!
Vi chiediamo una preghiera per tutto il Bangladesh e in particolare per le nostre comunità cristiane, soprattutto per Dhanjuri.
Un abbraccio a ciascuno di voi mentre vi godete ancora un po' d'estate nel bellissimo golfo di Gaeta.
p. Fabrizio Calegari
di Giorgio Bernardelli - Mondo e Missione
Dinajpur - febbraio 2024
Una rivista scritta dai giovani e per i giovani. Un'idea apparentemente semplice, ma che rappresenta una prima volta importante per la comunità cattolica di Dinajpur in Bangladesh. E sono pagine che oggi fanno brillare gli occhi a padre Fabrizio Calegari, missionario del Pime, che da tanti anni questi ragazzi accompagna quotidianamente nel loro cammino in un Paese dove i cristiani sono una piccola minoranza in un contesto a grande maggioranza musulmana. La rivista si chiama "Noi insieme"; è un bimestrale di 24 pagine a colori e sta diventando numero dopo numero un punto di riferimento per la pastorale giovanile nelle diocesi del Bangladesh. Proprio la formazione dei giovani è l'ambito a cui padre Fabrizio si sta dedicando da quando tre anni fa è rientrato nel suo Paese di missione dopo alcuni anni di servizio all'Istituto in Italia.
«Ai ragazzi la rivista piace perché il cuore sono le loro storie, il modo concreto in cui ciascuno vive il proprio essere cristiano in un contesto come quello del Bangladesh», racconta Calegari. Scorrendo le pagine di percorsi se ne incontrano davvero tanti e tra loro molto diversi. C'è chi fa l'operaio e chi il danzatore professionista, la ragazza che è diventata un'artista, il poliziotto, il calciatore che dalla squadra della missione è arrivato fino alla nazionale. Non poteva mancare nemmeno la storia di padre Dulal, originario di questa diocesi, che l'anno scorso è stato ordinato sacerdote per il Pime e ora vive il suo apostolato in Italia a Ducenta. Sono i percorsi delle ragazze e dei ragazzi delle comunità tribali che per poter frequentare la scuola lontano dal villaggio sono stati accolti negli ostelli della diocesi, realtà dove padre Calegari - in Bangladesh dal 1996 - ha vissuto a lungo il suo ministero di missionario.
«In uno degli ultimi numeri - racconta - abbiamo pubblicato la storia di Pius, un giovane che oggi è un fotoreporter professionista. Lavora per un sito di informazione locale, ma i suoi scatti sono stati pubblicati anche da grandi testate come il Guardian, la Cnn o il Wall Street Journal. A fotografare imparò con me in ostello: era uno dei gruppi di interesse che proponevamo ai ragazzi; lui si è talmente appassionato che ha frequentato una scuola a Dhaka e adesso questo è il suo lavoro. Fa fotografie bellissime, segue anche manifestazioni e contesti non semplici. Quando ci siamo visti gli ho chiesto: tu da cristiano come vivi questo tuo lavoro? Mi ha risposto citando il Vangelo e la gamcha (l'asciugamano) che ho consegnato a lui come a tutti gli altri quando lasciano l'ostello per prendere la loro strada. Lo faccio per ricordare che il giorno in cui siamo arrivati abbiamo lavato loro i piedi, che è un gesto tribale di accoglienza ma anche quello compiuto da Gesù; è un modo per dire loro che vogliamo vivere volendoci bene. Per questo Pius mi ha detto: non mi sono dimenticato della gamcha e del Vangelo. Cerco di vivere il mio mestiere di fotografo - ha aggiunto - facendomi voce di chi non ha voce, di raccontare con la fotografia chi soffre le ingiustizie. Queste sue parole mi hanno colpito: vi ho visto un frutto molto bello, maturato nella sua vita».
La sfida dell'educare come frontiera quotidiana, dunque. E che oggi vede i giovani cattolici di Dinajpur impegnati in prima persona attraverso la rivista, che è un modo per sostenersi a vicenda nel cammino di fede. Sulle pagine di "Noi insieme" non mancano gli spazi di spiritualità, con gli episodi del Vangelo raccontati in maniera semplice attraverso un fumetto, le riflessioni, le immagini delle iniziative della pastorale giovanile (compreso il piccolo gruppo che è arrivato fino alla Gmg di Lisbona).
«Quando arrivai in Bangladesh -ricorda padre Fabrizio - una delle cose che mi colpirono subito fu la folla dei poveri. Uno si chiede: che cosa posso fare per così tanta gente? Ce ne sono sempre, mi dicevo, non ho le forze sufficienti, non sono la persona adatta. Ma a un certo punto ho capito che, è vero, non potevo aiutare tutti, ma forse potevo aiutare qualcuno. E che potevo farlo con l'educazione: è l'ambito attraverso cui il Signore mi ha parlato di più in tutti questi anni».
Guardando indietro il missionario del Pime racconta di aver sperimentato negli anni trascorsi a seguire i ragazzi negli ostelli la dimensione della paternità: «Mi sono sentito davvero padre: il Signore mi metteva accanto a loro per camminare insieme. È un percorso: condivido quello che posso, ma ricevo anche tantissimo. E soprattutto camminiamo insieme dietro all'unico Maestro, che è il Risorto».
Ed è il senso anche del servizio che padre Calegari continua oggi nell'ufficio di pastorale giovanile della diocesi di Dinajpur. «Nel mio impegno missionario in Bangladesh - spiega - mi sono fatto un'idea molto forte: va bene ed è giusto offrire loro istruzione, mezzi, risorse economiche, possibilità di sviluppo. Ma se io missionario non dessi loro il Vangelo li tradirei. È l'unica cosa che io posso donare loro veramente. Immaginiamo che con una bacchetta magica potessi anche portarli a un livello di sviluppo, di educazione, di professionalità paragonabile a
quello dell'Italia. Ma poi? Anche da voi non vedo in giro tutta questa felicità... Serve un centro da dare alla propria esistenza, una vita spirituale profonda. Altrimenti è tutto inutile». "Noi insieme", recita la testata della rivista dei giovani di Dinajpur. Ma con una meta ben precisa: l'amicizia con Gesù. «È quello che mi ha portato in missione - racconta padre Fabrizio -. E che mi tiene ancora qui».