Nota: Inserisco, a puntate per gustarlo meglio, un articolo di p. Fabrizio Calegari che riassume l'attività dell'ultimo anno, con particolare riferimento ai ragazzi che hanno brillantemente superato l'esame della classe X (corrispondente alla nostra II superiore). È questo un esame importantissimo che è un po' l'equivalente del nostro esame di maturità e che è "condicio sine qua non" per procedere negli studi. Durante il mio ultimo viaggio in Bangladesh ho avuto modo di stare un po' di tempo con i ragazzi, che avevo avuto modo di conoscere negli anni precedenti, di fare con loro e Fabrizio un picnic, per passare almeno una mezza giornata rilassati, di condividere le loro ansie .. la notte prima degli esami..
La sera poi, verso le 11, era una lotta continua per mandarli a dormire, e a chiudere di forza i loro libri, su cui qualcuno dormicchiava già.
Anche per me, come naturalmente per Fabrizio che ha vissuto con loro 24 ore su 24, questa è stata la prima classe in cui mi sono sentito "accettato" come amico ed è stata un'esperienza bellissima. In due-tre anni ho potuto vedere i loro miglioramenti (riuscivamo a parlare in inglese!), la loro crescita, ma anche la loro fiducia in me, semplice visitatore e non sacerdote o fratello consacrato. Sono proprio loro che si sono aperti e mi hanno parlato dei soprusi dei loro insegnanti, delle violenze (fisiche e morali) subite a scuola, (che non osavano ancora confidare a p. Fabrizio… non conoscendolo ancora bene e temendo di prenderle anche da lui!), che mi chiedevano di tanto in tanto una vietatissima sigaretta.
Con Fabrizio li abbiamo accompagnati, tutti tirati a lucido (loro, non noi!!), alla sede degli esami.
Nei giorni successivi e poi, quando ero già tornato in Italia, mi hanno sempre tenuto al corrente del procedere degli esami e vi confesso che spesso ero in ansia per tutti loro, come tanti figli o nipotini.
Anch'io mi sono sentito in dovere di dare a tutti loro un piccolo ricordo, il "Vangelo di Marco" pubblicato dall'onnipresente padre Silvano Garello, affiché li accompagni nella loro vita.
Per quanto riguarda il nuovo fabbricato, a cui fa riferimento Fabrizio, si può dire che l'ho visto nascere e sono sicuro che, nel prossimo viaggio, saranno più le cene che faremo nel nuovo refettorio che quelle nella "ufficiale" Bishop House. Mi risulta poi che quest'anno, ad agosto, un gruppo di ragazzi di Roseto degli Abruzzi si recherà in Bangladesh, al st. Philip. Sarà senz'altro un'esperienza bellissima e spero che anche gli amici di Banglanews avranno modo di conoscere qualcosa, a meno che non siano anche loro colpiti dalla ormai endemica artrite alle mani.
Dopo questa piccola premessa lascio spazio a Fabrizio.
Bruno
Dinajpur, 18 luglio 2007
Carissimi amici,
vi raggiungo mentre molti di voi sono in vacanza e altri si stanno preparando ad andarci. Un briciolo d’invidia c’è, inutile negarlo.
Eccomi dopo molto tempo per darvi qualche notizia e raccontarvi qualcosa della mia vita e del mio lavoro. E’ già passato un anno dalla vacanza in Italia e con molti, troppi, di voi non ci siamo neppure visti, complice un’operazione al ginocchio che mi ha costretto a cambiare brutalmente programmi. Mi è rimasto a lungo un rimpianto, per questo, consapevole del fatto che altri anni dovranno passare prima di riaverne ancora l’occasione.
Qui la vita è sempre piena e non mancano davvero doni di Dio uno più bello dell’altro. Passo la gran parte del mio tempo vivendo 24 ore su 24 con i ragazzi del mio ostello: quest’anno siamo 119, appartenenti a 11 etnie differenti e dentro un arco d’età che va dagli 11 ai 19 anni. Un lavoro che non cessa di affascinarmi e appassionarmi ogni giorno, nonostante le fatiche e le difficoltà. Aiutare a crescere un ragazzo, vederlo fiorire, dargli la possibilità di far amicizia con Cristo, è quanto di più bello ci possa essere dato di vivere, non credete?
La domenica mi dedico ad un po’ di pastorale, andando in diversi villaggi per la Messa e la cura delle nostre comunità.
Dei ragazzi, di alcuni di loro almeno, scrivo più diffusamente nel racconto che troverete sotto.
Come forse saprete lo scorso dicembre abbiamo cominciato la costruzione di un nuovo edificio per l’ostello. Due piani, dei quali solo uno per il momento verrà utilizzato: a piano terra il nuovo refettorio, al primo un’aula di studio, la biblioteca e la sala computer, quest’ultima una novità assoluta a lungo sognata dai ragazzi e da me. Il secondo per ora rimarrà una grande sala che potremo utilizzare per diverse occasioni, soprattutto quando piove. Ormai il grosso è fatto, gli operai stanno dando l’intonaco esterno e interno. Probabilmente potremo inaugurarlo per la fine dell’anno, perché in ogni caso bisognerà aspettare la fine della stagione delle piogge per tinteggiare, quindi non prima di ottobre. Sul retro, poi, si sta costruendo anche la nuova cucina e una nuova serie di gabinetti (12).
Tutto questo grazie alla vostra generosità e a quella di tanti sconosciuti che non hanno esitato a dare fiducia al nostro progetto. Il Signore ricompensi tutti come solo Lui può.
Vi lascio con un racconto nel quale presento alcuni dei miei gioielli. Anch’io però aspetto vostre notizie! Quando volete farmi un regalo, mandatemi due righe.
Un grande abbraccio a tutti e buone vacanze!
Abbiamo salutato la classe dei più grandi. Lasciano l’ostello dopo aver sostenuto l’esame scolastico più importante, un po’ come la nostra maturità. Lo abbiamo fatto con un momento di preghiera, durante il quale i ragazzi partenti ne hanno letta una che diceva tra il resto:
“Signore Gesù,
ora che comincia
un nuovo cammino per me,
voglio impegnarmi, sul tuo esempio,
ad amare tutti, senza fare distinzione
tra grandi e piccoli,
ricchi o poveri, colti o ignoranti;
ad amare per primo, senza aspettare una ricompensa;
a riconoscere e amare Te in ogni mio fratello,
soprattutto i più deboli e bisognosi,
i piccoli, i poveri
e quelli che nessuno ama.”
Parole importanti, come una promessa fatta davanti a tutta la nostra comunità.
Io ho consegnato loro una Bibbia e una gamcia, uno strofinaccio grezzo che qui in Bangladesh è comunissimo per molteplici usi. L’ho presa a simbolo dell’impegno a servire i fratelli come Gesù, che durante l’ultima cena ne usò una per lavare i piedi ai discepoli. Dandola ho ricordato loro questo nostro unico dovere: quello di amare.
Poi fiori per tutti, abbracci, qualche lacrima, tanta emozione.
Anche la mia. Siamo stati insieme tre anni e mezzo, con alcuni anche di più perché li avevo con me in parrocchia già nove anni fa. Mica poco.
E’ stata una splendida classe, scolasticamente brillante, vivace, con la quale si è instaurato un rapporto speciale di fiducia reciproca, di responsabilità condivise, di maggiore libertà. Diciassette ragazzi, tutti tra i diciassette e i vent’anni, con un’amicizia bella tra loro, nonostante diversi caratteri forti e quattro etnie differenti.
La prima classe nella quale mi sono sentito accolto davvero e la prima, in quattro anni, che ho promosso all’esame per me più importante: quello della vita quotidiana nell’ostello.
Non sono mancati momenti di fatica e frizioni, ma sempre ho colto da parte loro la voglia di crescere e imparare. Una voglia che, alla fine, ha pagato.
Vado a ripescare dall’archivio la foto di gruppo scattata all’inizio di quest’anno.
Ci sono tutti, in piedi e accosciati. Li rivedo, partendo da destra, in piedi: Utpol, elegante, il nostro miglior centrale a calcio; Polas, brillante e acuto; Rubel, un timido che trovava coraggio quando c’era da farmi un gavettone; Johon, scatenato durante le recite; Lucas, il capitano della squadra di basket; Topu, vulnerabile e sempre in ricerca; Ronjit, il cantautore che non t’aspetti; Bipul, atletico e insicuro; Ismail, il buon senso. Accosciati: Dulal, trascinatore entusiasta; Roni, un miracolo di tenuta; Obinash, una caparbietà commovente; Shushil, mite e mai una parola di troppo; Francis H., domande, domande, domande; Proshonno, l’intelligenza di chi deve solo sfiorare i libri per passare; Robi, sveglio dietro una faccia d’angelo; Francis M., casinaro e irrequieto.
Provo a tirarne fuori quattro dal mazzo e a farne un primo piano. Quattro ragazzi diversi, quattro etnie differenti: un bengalese, un oraon, un kottrio, un santal.
Ad ogni anno nuovo che cominciava, lo guardavo dormire durante lo studio serale, io in piedi davanti al suo banco, lui con la testa reclinata indietro, la bocca aperta, un rivoletto di bava a lato, il volto non esattamente il ritratto dell’intelligenza e mi domandavo ogni volta se ce l’avrebbe fatta ad essere promosso. L’ha sempre spuntata: anche quest’anno – e bene – al termine dell’esame più impegnativo.
Se poi penso allo stato d’animo col quale per due anni ha convissuto, credo che ci sia qualcosa di eroico nei suoi risultati. Il padre di Roni è malato. Matto. Ha perso progressivamente il buon lavoro che aveva, ha costretto la moglie a scappare da casa col figlio più piccolo, vaneggia di avere capacità taumaturgiche capaci di curare malanni e vive di lavoretti che rimedia.
Roni da due anni non vede la mamma, gli è proibito espressamente dal padre. La sente di tanto in tanto col mio cellulare. All’inizio la odiava per averlo lasciato e non aveva compreso la follia del padre. Io non osavo dirgli la verità. Adesso essa è talmente manifesta da non lasciare dubbi. Quando è a casa in vacanza e deve vivere con lui, Roni non esce nemmeno per la vergogna di sentire quello che la gente in villaggio dice sul suo conto.
Mi confidava queste cose piangendo, una sera che diluviava e lui aveva trovato il coraggio di sfogarsi. Poi altre volte, dopo questa, è diventata una abitudine vuotare il sacco e liberare le paure, il dolore.
Tempo fa mi ha detto di aver notato di essere cambiato, cresciuto in meglio e di essere migliorato anche a scuola. Vero, l’avevo visto anch’io. Tra qualche mese Roni inizierà il college a Dhaka. Finalmente vicino alla mamma e lontano dal padre. Ieri mi ha ringraziato per averlo sostenuto e ascoltato: “Senza il suo incoraggiamento non ce l’avrei fatta”, mi ha detto. “Ma va là!”, gli ho detto, mollandogli una pacca da fargli perdere l’equilibrio.
Lo conosco da quando era alle elementari, uno scricciolo d’uomo, pieno di allegria, espansivo e con una sensibilità speciale. La sua presenza era un’iniezione di gioia. Anche adesso che ha 19 anni ed è alto solo un metro e cinquanta, questo ragazzo della tribù oraon ha conservato le caratteristiche di allora. Ma, a dispetto della statura fisica, è quello che, come maturità umana e spirituale, è cresciuto più di tutti. Difficile non accorgersi del lavoro che Dio ha fatto in lui.
Ha dei talenti rari, Dulal: la sincerità e la trasparenza nei rapporti, l’attenzione ai bisogni degli altri, il senso di responsabilità e di leadership naturale che esercita positivamente, la voglia di comprendere la nostra fede e di crescere spiritualmente, la passione nell’annunciare il Vangelo che gli sprizza dagli occhi illuminati, quando te la comunica. Un fuoriclasse.
Le nostre chiacchierate, sempre ricche, durerebbero ore se non lo interrompessi a un certo punto, perché ha una fila di cose da chiedere, tutte segnate diligentemente sul suo quaderno e mai banali.
Mi stupiscono la maturità nei giudizi e la profondità di certe intuizioni, le prese di posizione controcorrente di fronte a tutta la comunità. Lo faceva anche quando non era il più grande ed era ancora più difficile esporsi così.
Recentemente, durante una settimana formativa per 200 ragazzi di tutta la diocesi, ha fatto delle proposte e degli interventi che mi hanno lasciato di sasso. Perché nelle sue parole appassionate c’era la sintesi di quello che stiamo proponendo all’ostello, ma visto con gli occhi di un tribale. Mi è parso così straordinariamente bello da commuovermi di gioia. Guardando Dulal, ecco: mi sembra che il futuro sia già cominciato.
Se Dulal era l’anima entusiasta della decima, Topu ne era l’anima inquieta.
Brillantissimo a scuola, orfano di madre fin da bambino, un padre che lo rifiuta – e per un figlio è peggio che se fosse morto – Topu è il classico timido estremamente sensibile che arriva alle lacrime quando si emoziona. Gioca bene a basket, divora libri su libri e aspetta con la bava alla bocca il quinto volume di Harry Potter tradotto in bengalese. Formalmente è ancora un indù, ma a tutti gli effetti, per formazione e desiderio, è cristiano. Da anni vuole ricevere il battesimo, ma prima le obiezioni del papà e poi il fatto di essere solo al villaggio senza una comunità cristiana a sostenerlo, hanno fatto sempre rimandare la scelta. Che deve essere sua e di nessun altro. Io non gli faccio nessun tipo di pressione, anche perché ci pensa già da solo a tormentarsi.
Durante la Quaresima abbiamo visto un film su San Pietro. Bello perché i ragazzi hanno potuto farsi un’idea della comunità dei primi cristiani e rendersi conto che tante problematiche che essi vivevano allora, le vivono oggi anche loro.
Topu né è rimasto colpito in modo profondo e per giorni e giorni non mi ha dato tregua con domande a raffica. Lo ha impressionato non solo Pietro ma anche Paolo, il modo in cui entrambi affrontano il martirio. Non credo che tra la gente in Italia abbia avuto la stesa risonanza. Altro è essere cristiani in Italia, altro esserlo qui. La conversione comporta davvero un passo decisivo e pieno di difficoltà.
Ad inquietarlo è il dubbio sulla sua fedeltà una volta ricevuto il battesimo: “E se poi tradisco?”. Ho provato a spiegargli che questo dubbio è vero per ciascun cristiano, prima di ogni grande scelta, non solo per il battesimo: non è lo stesso prima del matrimonio o prima dell’ordinazione? Chi di noi è in grado di assicurare fedeltà a Dio per tutta la vita?
Sappiamo già che non saremo fedeli, che tradiremo, che avremo dubbi, incertezze. Il cristiano è uno che è consapevole non solo della propria debolezza ma soprattutto dell’amore infinito e fedele, lui sì, di Dio Padre. E di questo si fida.
Dopo l’esame, prima che andasse a casa, viene a fare due chiacchiere sul suo futuro. La speranza di tutti gli studenti, anche degli scarsi, è quella di poter andare a Dhaka al miglior college del paese. Scuola cattolica, naturalmente, gestita dai missionari Holy Cross.
Topu però – pur avendo questo desiderio e pur meritandolo come nessuno, visto che ha preso il massimo dei voti – non ha avuto la lettera di presentazione del parroco. Con essa egli si fa garante dello studente e carico di tutte le spese. Senza, non c’è speranza di ammissione. Ogni parrocchia può mandarne solo un paio e i posti erano esauriti. Mi comunica quindi che inizierà il collage qui a Dinajpur.
Lo fisso per un po’, poi gli sparo la mia proposta: “La lettera te la do io”. Topu mi guarda, le dita irrequiete che si annodano tra loro: “Anche se non sono ancora battezzato?”. “Questo è un problema tuo, non mio”, gli dico secco. “Quando i tempi saranno maturi, se lo vorrai, farai anche questo passo, non temere”.
Ha un fremito, gli occhi si riempiono subito di lacrime: “Le costerà parecchio…”, balbetta senza riuscire a continuare. “Questo invece è un problema mio, non tuo”, gli rispondo sorridendo.
Per più di tre anni una spina nel fianco, ma anche una delle sfide più stimolanti. Lucas non è un ragazzo facile: è generoso e disponibile ma ha un carattere spigoloso, facilmente permaloso, diffidente. Ci siamo scontrati più volte, anche a causa di incomprensioni puramente “culturali”: mai dare per scontato che le tue parole e i tuoi gesti siano accolti con lo stesso significato che intendevi dargli. I malintesi a causa della cultura diversa possono essere tanti e fonte di contrasti. Lucas sembrava li andasse a cercare apposta pur di trovare una ragione di scontro.Ho avuto la netta impressione di vedere in lui una rabbia nascosta a covare, che veniva chissà da dove. Infatti a volte esplodeva, nel gioco ad esempio, o nelle discussioni. Lucas ha una dote che è anche un suo limite: nel gruppo è portato al comando, ma in un modo che rasenta l’arroganza. Fa molta fatica a chiedere scusa, a riconoscere il proprio sbaglio o a perdonare nel caso sia stato offeso.
Però è migliorato molto in questi tre anni e mezzo, è cresciuto. Conosce i propri limiti e cerca sinceramente di cambiare in meglio. Non mi avrebbe cercato così spesso per parlarne altrimenti. Non sempre si è fidato, anzi, ma sempre ha mantenuto un rapporto aperto e franco, nonostante gli attriti.
Non è stato facile per me stargli accanto, soprattutto recuperare ogni volta il rapporto dopo le fratture. Ma avevo nel cuore una certezza che si è fatta strada via, via, soprattutto dopo aver visto le condizioni della sua famiglia: Lucas “doveva” testarmi per vedere se esistesse un adulto di cui potersi veramente fidare, uno che non lo molli alla prima difficoltà.
Se gli abbracci non mentono - quello che mi ha dato al saluto pareva un placcaggio da rugby - credo di avere avuto ragione, alla fine.
Li ho guardati andarsene ognuno con le sue quattro carabattole, i libri, ma soprattutto i sogni, le speranze e le ansie per il futuro. Quattro o cinque entreranno in diversi seminari, la maggioranza tenterà la fortuna dove e come potrà. Spesso non potranno proseguire per mancanza di fondi. Purtroppo io, anche volendolo, non posso imbarcarmi in troppi aiuti quando ho già le spese ordinarie che sono tante. Come me, e anche di più, le nostre parrocchie.
Il risultato è che la nostra comunità cristiana (con una maggioranza di tribali, marginalizzati e oppressi), non ha dottori, avvocati, agronomi, ingegneri, periti, architetti... Mi piacerebbe poter aiutare di più tanti dei ragazzi che conosco e che meritano di andare avanti. E' un investimento che non so che risultati potrà dare, su dieci magari solo la metà arriverà fino in fondo, ma so che è necessario provarci.
Salutandoli, ho detto loro semplicemente: “Buon viaggio, ragazzi. Questa è sempre casa vostra, venite quando volete”.
Dinajpur, 15 dicembre 2007
Carissimi amici,
per noi del St. Philip l’anno scolastico si è chiuso proprio in questi giorni. La scuola, infatti, coincide quasi completamente con l’anno solare. Ricominceremo il 5 gennaio, con i nuovi arrivi e tutti gli altri.
Rispetto a quello passato, questo è stato un anno particolare e per me un po’ più difficile: gestire una comunità di 119 ragazzi, in maggioranza adolescenti con tutte le problematiche che questa età comporta, non è sempre agevole. Soprattutto non si può dare niente per scontato.
A parte alcuni casi individuali per i quali ho sudato un poco, è stato particolarmente difficile il rapporto con la classe dei più grandi. Una buona classe con bravi ragazzi che però sono rimasti, per scelta, sotto le loro possibilità, senza mai davvero buttarsi, preferendo essere più spettatori che protagonisti.
Da loro speravo una collaborazione, una condivisione del lavoro, una maturità diversa, perché tutto così diventa più facile e bello per tutti, perché l’esempio dei grandi trascina anche gli altri. Raramente però, quest’anno è stato così. A loro si sono aggiunti i più piccoli di sesta, che si sono distinti soprattutto per la grande vivacità, non proficua però soprattutto nello studio.
Naturalmente quando in una squadra qualcosa non gira, non tutta la colpa è dei giocatori. Anche l’allenatore deve assumersi le sue responsabilità, così io mi prendo le mie, anche se spesso non riesco a capire dove e come avrei potuto fare di più e meglio. Ma sono grato a Dio per ogni giorno che passo con i ragazzi, perché è davvero un’avventura straordinaria vederli crescere e poter partecipare alla loro maturazione. Le gioie sono immensamente di più delle difficoltà.
Non sono mancati momenti dolorosi. In un anno quattro ragazzi sono rimasti orfani di padre. L’ultimo in ordine di tempo è il papà di Rashel Soren, uno dei nostri cuccioli di sesta, morto per infarto proprio pochi giorni fa. Sono episodi che mi ricordano la precarietà della vita in Bangladesh. In media la gente qui arriva ai 56 anni, mentre da noi in Italia a quella di 80…
Novembre l’ho dedicato come sempre ai colloqui personali con tutti i ragazzi.
E’ un momento a cui tengo molto anche se un po’ faticoso per via del numero. Lo reputo necessario per diversi motivi: aiutarli a prendere coscienza del cammino fatto e comprendere dove, come e se si è cresciuti, umanamente e spiritualmente. Per me è importante anche perché mi aiuta a capirli e conoscerli meglio.
C'era un clima sereno nelle chiacchierate, aiutato anche da quello atmosferico che in Novembre è bellissimo. A pranzo si mangiava sul campo da pallone, si rimaneva lì a chiacchierare e, dopo aver steso una coperta, magari anche a fare una pennicchella…
Quello che spesso mi è difficile è combinare la guida della comunità – che richiede talvolta misure disciplinari certe – e l’assistenza spirituale, che invece lavora su un altro livello; guidare una comunità cercando di cogliere dove il Signore ci conduce e l’assistenza al singolo, che è appunto lo sforzo di capire dove lo porta il Signore.
Avrete certamente saputo del tifone che ha colpito il Bangladesh lo scorso mese. Qui da noi al nord la situazione è tranquilla e non ci sono stati danni perché del ciclone è arrivata solo la coda estrema, portando un vento forte ma non distruttivo. Al sud invece è stato il disastro.
La situazione è in continua evoluzione ed è difficile dare delle cifre: in un paese sprovvisto d’anagrafe e con le difficoltà attuali di raggiungere tutte le zone colpite, è quasi impossibile dare una stima precisa delle vittime.
Questo ciclone è stato il più devastante che ha colpito il Bangladesh dal 1991.
Mentre si stila con difficoltà il bilancio, circa quattro milioni di persone sono state evacuate dalla costa meridionale, che è sotto il livello del mare, dopo che le loro case e villaggi sono stati distrutti dall'uragano.
Radio e giornali dicono che il sistema dei "Rifugi anticiclone", avviato dopo il grande ciclone del 1991, s'è rivelato molto utile: questa volta migliaia di persone si sono salvate, anche se hanno perso tutto, proprio correndo nei rifugi. Ne aveva fatti costruire molti anche la Caritas italiana, e alcuni anche il PIME.
In molte aree, il 95% delle coltivazioni di riso, che avrebbe dovuto essere raccolto adesso, sono state gravemente danneggiate o distrutte.
Pregate per questa povera gente, sempre provata e costantemente con la vita sul filo del rasoio.
Nel nostro piccolo abbiamo cercato anche noi di fare qualcosa, raccogliendo tra quello che potevamo e destinando tutto a questo scopo.
Un anno fa scrivendovi v’informavo che erano cominciati i lavori per la costruzione di una nuova ala dell’ostello destinata al nuovo refettorio, un’aula di studio, la biblioteca, sala computer, nuova cucina e nuovi bagni esterni. Mi pare giusto dirvi ora che i lavori sono quasi terminati. Siamo agli sgoccioli con le rifiniture che richiedono attenzione e un po’ di tempo supplementare. Spero di inaugurarlo in Gennaio. I ragazzi non stanno più nella pelle e smaniano soprattutto di imparare ad usare il computer.
Se ce l’abbiamo fatta grazie all’aiuto di tantissimi amici, molti a me sconosciuti (ma non al Signore), che ci hanno sostenuto con generosità e fiducia.
La nostra gratitudine è grande e il solo modo che abbiamo per ripagarli del loro sostegno è la nostra preghiera e un utilizzo proficuo della nuova struttura.