Mondo e Missione - maggio 2013
Un nuovo libro raccoglie le lettere di padre Calegari, missionario del Pime che gestisce un ostello per ragazzi in Bangladesh. Al centro, la sfida educativa.
Si intitola "Il cuore altrove" pubblicato da Pimedit (pp. 144) in questo mese di maggio. Raccoglie storie di vita e di missione, raccontate con passione e poesia da padre Fabrizio Calegari, che da molti anni opera in Bangladesh, dove si occupa dei più giovani.
Un libro per immergersi nei tanti volti della missione, con le sue fatiche e le sue gioie. Un libro per incontrare la sofferenza ma soprattutto la speranza.
Un grande anelito di futuro condiviso con i giovani del St. Philip Hostel.
Anticipiamo un capitolo.
Potrò forse pentirmi di tante cose, tra quelle che ho fatto qui in missione. Mai del tempo speso per i bambini. È certamente più facile tirar su case e chiese, o far produrre i terreni, che educare persone. Abbiamo centinaia di bambini, ragazzi e ragazze che passano gli anni decisivi della loro vita, l'infanzia, l'adolescenza, la prima giovinezza, negli ostelli delle nostre missioni. Noi offriamo loro vitto, alloggio e un'istruzione scolastica e religiosa. Una cosa magnifica, certo: ricevono quello che la stragrande maggioranza non può e non potrà permettersi mai. Eppure a mio parere si può fare qualcosa di più. Altro, infatti, è istruire una persona, altro è formarla.
Le occasioni, poi, possono essere le più diverse. Quelle che la quotidianità mi mette a disposizione e quelle che m'invento io.
Quando i ragazzi studiano, per esempio, mi piace andare nelle loro classi e aiutarli in alcune materie. Oppure preparo lezioni di geografia, di scienze, spiegando come funziona un vulcano, raccontando delle balene o di come l'uomo è andato sulla Luna. In mancanza di libri specifici mi aiuto con i disegni alla lavagna e con le bellissime foto che trovo sul National Geographic.
Cerco di stimolare la loro curiosità e il loro interesse, ma la mancanza di materiale didattico "ad hoc" è frustrante. Se penso alle possibilità e ai mezzi che un loro coetaneo ha in Italia, mi si gonfia il fegato come una zampogna per la rabbia: libri, televisione, computer, pennarelli, matite... Da voi ad affogarsi di spese ad ogni anno scolastico (eh sì, perché i quaderni, lo zainetto, l'astuccio devono essere di marca!), e qui a stento i bambini hanno carta e matita, i quaderni sono fatti a mano con grandi fogli piegati in quattro e cuciti insieme, i libri scolastici di una carta che non va bene neppure per il cesso e con brutti disegni in bianco e nero, le copertine rivestite con le pagine colorate di Famiglia Cristiana che scartiamo noi. Non importa se la lingua è incomprensibile, la speranza è sempre quella di trovare una bella foto, meglio se di un calciatore.
Lo so che i paragoni sono a volte odiosi, ma come faccio a non farli? Dovresti venire a vedere per capire cosa voglio dire. Quando i bambini arrivano da noi, all'inizio del nuovo anno scolastico, vengono con tutto quello che hanno: in pratica poco più di quello che indossano. Una cassa di metallo contiene tutto il loro tesoro: un paio di magliette, forse un paio di jeans o di calzoncini, un lunghi (tubo di stoffa da annodare in vita, n.d.r.), una gamcia (pezza di cotone), sapone di infima qualità, spazzolino e dentifricio in polvere, un pettine e l'immancabile olio di cocco o di colza per ungere i capelli e il corpo, un sacchetto di muri (riso soffiato) e magari la gavetta con dentro il tor-carry (condimento tipico) che la mamma ha preparato apposta per loro, i quaderni e i libri di scuola.
Tento di essere presente dovunque. Spesso, dopo pranzo, mi ficco nel piccolo dispensario per le medicazioni. Diversi vengono anche se in realtà non hanno niente, o magari solo un graffietto. Ma è un modo come un altro per ricevere attenzioni e sentirsi accolti.
Naturalmente non mancano i giochi. In questi giorni stiamo facendo gli allenamenti di pallone per i più grandi di quarta e quinta. C'è da preparare il torneo, la Four Mission's Cup. Una vera bomba. Parteciperanno altre tre squadre da altrettante missioni e ci sfideremo per un giorno in un quadrangolare. Verranno da Chandpukur, Nijpara e Boldipukur.
In realtà per me anche questa è una scusa. Ogni cosa lo è, pur di centrare l'obbiettivo. Vedi, quello che è veramente importante per me, quello che è fondamentale, è dare a questi ragazzi la possibilità di fare l'esperienza di un Dio che li ama. Se non diamo loro questo, non diamo niente. Ma se solo si riesce, io sono certissimo che questa luce non sarà persa mai. Rimarrà sempre nel cuore il ricordo di una cosa bella alla quale magari non si saprà dare un nome e un volto preciso, ma di cui si ha nostalgia. Perché è Dio che rivela se stesso anche al cuore di chi non lo conosce.
La storia di Radika, in questo senso, è esemplare. Radika era una bambina non cristiana della tribù oraon, morta poco tempo fa mentre era a casa in vacanza. Stroncata in un giorno, forse per difterite. Pensa: capendo cosa le stava accadendo, Radika ha prima chiesto alla sua famiglia di pregare insieme, ha spiegato che stava andando da Gesù, ha chiesto perdono e ha infine cercato i padri e le suore della missione. Ed è morta. Mi credi? Ho capito che in realtà non la conoscevo, ma soprattutto che il cuore dell'uomo è un mistero, ed è impossibile pretendere di sapere quale risonanza abbiano nei bambini le cose che facciamo insieme. Cosa cercava Radika, cercando noi, se non quel Gesù che aveva trovato? Io non so spiegarlo altrimenti. Adesso il suo papà, vedendo come è morta, ha deciso di fare anche lui chiesa, la domenica, con gli altri cristiani.
Il grande Romano Guardini scriveva: «Solo nello spazio creato dall'amore, colui che è amato ha la libertà di distendere tutta la sua statura». La statura di Radika era questa e non lo sapevamo.
Il sogno è dare a ciascuno, nello spazio dell'amore, la possibilità di rivelare la propria.
Suihari – 30 marzo 2013
La ricerca della felicità ha impegnato da sempre l’uomo, a differenti gradi di consapevolezza, su strade le più diverse, sconfinando non di rado in scelte negative.
Il cristiano sa che qui sulla terra abbiamo soltanto degli assaggi, non certo la totalità della gioia, visto che essa coincide solo con l’abitare in Dio.
Forse però non è un esercizio inutile provare a fermare degli attimi, sviluppare delle istantanee che certificano questi “già e non ancora”, frammenti solo accennati di felicità che andiamo mendicando ogni giorno nel vivere quotidiano. Talora cristallini nella loro limpidezza, altre volte mescolati a fatiche o difficoltà. A volte elevati o invece, più spesso, molto umani. Ho provato a segnarmene alcuni nell’ultimo anno. Talmente semplici certi, da apparire banali. Me ne rendo conto. Eppure coglierli o meno fa la differenza. Aiuta a vivere con gratitudine e a capire che tutto è caparra di una totalità di gioia che ci aspetta: non è ancora la torta tutta intera ma solo degli assaggi gustosi. Qui solo dei barlumi, di là la pienezza. Una felicità dell’altro mondo.
*****
Quando pranziamo insieme sul campo da calcio a gruppetti, io e i ragazzi, nelle pezze d’ombra che i mogani disegnano sul prato, le dita della mano destra tuffate nel piatto di riso, e si rimane lì a chiacchierare solo per il piacere di stare insieme.
La sera, quando vedo la luce accesa nella cappella dell’ostello, da fuori i vetri colorati che si animano e dentro le anime che si illuminano.
“Sono partito adesso da Dhaka, arriverò stasera verso le undici!”, mi dice al cellulare Jibon, uno dei ragazzi che sono stati qui e sono adesso altrove, lontano, a studiare o lavorare. Capita spesso che passino dall’ostello durante le vacanze prima ancora di andare a casa, da soli o a gruppetti. Si fermano per qualche ora o qualche giorno, danno una mano ai più piccoli, vogliono parlare e raccontare come va. E’ una gioia rivederli e mi piace, appena arrivano, farli sentire a casa, preparare la tavola e servire il riso con il tor-curry tenuto al caldo da parte.
Ripon, Joseph, David, Pius, quando suonano la chitarra. Mi metto lì in un angolo e li ascolto appagato.
Domenica sera, la fraternità della cena alla PIME House. Dopo, la briscola chiamata in comunità. Quando sono arrivato in Bangladesh quello che mi era chiaro del gioco era che non una sillaba andava proferita, non un gesto poteva essere fatto per comunicare le proprie intenzioni al compagno. Silenzio totale. Qui, tutto l’opposto: un mercato con contrattazioni, urla, strepiti e minacce, tentativi di raggiro psicologico, furti nel conteggio dei punti. Enzo che passati gli ottanta riesce ancora a mentire spudoratamente per avere i tuoi carichi, Massimo che fa il maestro e si imbestialisce al primo sbaglio, Quirico che alla penultima mano chiede “chi ha chiamato cosa”, Emilio che chiama anche quando ha in mano solo donna, sette e cinque e sostiene che è il compagno che ti fa vincere.
Ci sono giornate di caldo soffocante che scatenano fisiologicamente gavettoni per tutto il giorno. Allora ogni angolo, ogni spigolo, può nascondere un’insidia. Come Oli, un metro e cinquanta di altezza, che mi aspetta in fondo alle scale con un secchio d’acqua. Io non sono meno perfido. Conficco con uno spillo una moneta di carta sul terreno e poi aspetto con calma dalla terrazza la mia preda.
La polenta, una volta che l’hanno portata dall’Italia, mangiata con il latte in scodella. Più evocativa di una maddalenina per Proust.
Gunjon mi chiama a casa sua perché è morto lo zio e vuole che ci sia anch’io. Vado un po’ a disagio da questi amici musulmani perché non so bene come muovermi in una circostanza come questa. Invece si rivela subito un’esperienza straordinariamente bella e commovente perché ci ritroviamo a condividere gli stessi dolori e le stesse speranze. Finiamo col parlare, io, Gunjon, la vecchia zia e altri parenti, di paradiso e vita eterna, di Dio e del suo amore più forte della morte. Siamo e restiamo diversi, ma di certo ci sentiamo anche più fratelli.
Indosso il panjabi[1] con i ragazzi di decima, per festeggiare il capodanno bengalese. Poi foto di gruppo, un figurone. “La trovo una moglie, vestito così?”, ho chiesto scherzando alle nostre cuoche. “Oh, sì padre, la trova di sicuro!”, mi hanno assicurato loro entusiaste.
Stare sotto la pioggia torrenziale del monsone e arbitrare una partita che, ormai, non è più di calcio.
Quando spezzo il Pane e sono conscio, così come può mai esserlo un uomo, del miracolo che accade nonostante la mia povertà. L’Eucaristia è e rimane il cuore della mia vita di sacerdote. Intanto perché lì imparo cosa significa amare e donarsi, a vivere come pane spezzato. E poi perché resta il luogo della misericordia. Chissà quante volte mi hai accolto, Gesù, durante la Messa, mentre io a stento sapevo cosa stavo facendo. Quante Eucaristie ho accumulato senza avere la consapevolezza del miracolo che si compiva per mezzo mio. L’Amore ha strade impensabili per dichiararsi.
[1] Elegante camicione ricamato, tipico del sub-continente indiano, spesso abito da sposi.
Anche quella di scegliere la pochezza degli uomini per farsi presente. E di accettare che la mia fragilità ne possa offuscare lo splendore. Ricordo Mariano [1] che mi diceva: “Bisogna liberarsi dalla tentazione della “bella Messa”, quasi che essa abbia solo valore se è stata ben partecipata, coi canti, una bella omelia… Invece il suo senso rimane intatto anche quando siamo pochi, vecchi, ammalati, senza popolo”.
“Non perdere mai una comunione per colpa tua: una comunione è più della vita, più di tutti i beni del mondo, più dell’intero universo, è Dio stesso, sono Io, Gesù. Puoi preferirmi qualcosa? Amami con tutte le possibilità e tutta la semplicità del tuo cuore…” (Charles de Foucauld)
“Gesù, quando tu vieni nel nostro cuore, vorremmo chiederti tante cose. Ma proprio perché Tu in persona vieni nel nostro cuore, non abbiamo più nulla da chiederti” (Chiara Lubich).
Passare due ore con Topu, quando viene a trovarmi e mi inonda di domande di tutti i generi. E’ quello di sempre, con i suoi dubbi esistenziali e la sua voglia di sapere.
Ricon, quando infila il sette direttamente su punizione.
Il senso di sicurezza e fiducia che mi trasmette Shumon, un bambino magro e lungo come la quaresima quando era con me a Suihari e adesso un uomo, non solo per la stazza. Tempo fa è venuto con Regina, conosco bene anche lei, per dirmi che si sono fidanzati, col permesso delle rispettive famiglie. Evento rarissimo in Bangladesh, perché in genere il matrimonio è combinato dai genitori. Passerà qualche anno prima delle nozze e intanto si preparano e imparano a conoscersi. Vederli insieme così, belli e semplici, mi riempie il cuore di gioia.
Aprire la sdraio sul campo da calcio, godere il primo sole tiepido di febbraio con un buon libro fra le mani.
Fotografare i volti della gente per scoprirvi, in filigrana, frammenti dell’unico Volto che davvero mi importi. C’è tanta bellezza attorno a noi che non cogliamo o che sottovalutiamo fino a che non la centriamo nell’obbiettivo.
Mina, col suo carattere dolce e ribelle insieme. Mina e il suo primo figlio. Mi ha telefonato subito appena l’hanno ricoverata per il travaglio. La guardo nel suo letto d’ospedale insieme al nascituro e la rivedo bambina girare nel cortile dell’ostello con addosso un vestitino stinto e sdrucito, sempre lo stesso tutti i giorni. Tanto che una volta sgridai suo padre, accusandolo di trascurarla. Povero Patras, vittima della mia stupidità di giovane e inesperto missionario. Era ed è, lo avrei scoperto dopo, un ottimo padre e un buon prayer leader su cui fare conto in villaggio. Mina però ebbe un vestitino nuovo e almeno di questo deve essermi grata, anche se ridendo dice di non ricordare l’episodio. A vent’anni è mamma ma la tengo ancora per mano pregando insieme e dando una benedizione speciale per lei e il bambino. Mi sorride felice.
La nostra squadra di calcio, quando gioca “comediocomanda”, la manovra fluida, i ragazzi che si divertono e si vede, i triangoli fatti bene e in pochi passaggi mettono Gabriel davanti alla porta, lui che non sbaglia. Nella partita contro l’ostello di Dhanjuri il gol di Erenius, che va a prendere di testa un cross di Lal. Salta benissimo e inzucca ancora meglio impattando la palla in piena fronte e mandandola appena sotto la traversa. Siamo scattati come molle dalla panchina impazziti perché un gol così bello è una scarica adrenalinica di gioia.
Preparare tortelli e ravioli per il pranzo di Natale con Iaio, nella tranquillità ovattata della nostra cucina alla PIME House. Con calma, senza gli assilli di tutti i giorni, solo il gusto di cucinare qualcosa di buono per la comunità.
Non ci vediamo da anni. Eppure Dipok non manca mai di telefonarmi, di tanto in tanto, a orari impossibili, solo per chiedermi come sto. E’ un furbacchione, scaltro, un po’ come suo padre. Quando dodici anni fa, dopo la mia prima vacanza sono tornato a Suihari, nel caos di festeggiamenti che i bambini mi facevano ammassandosi attorno, ho sentito lui che diceva: “Il nostro papà è tornato!”. Mi ha dato un brivido, perché non ha detto: “E’ tornato il padre!”, ma “il nostro papà”. Ho ribattuto: “Tu il papà ce l’hai al villaggio.” “Lo so – mi ha risposto – ma qui per noi sei tu”.
E continua a volermi bene.
[1] P. Mariano Ponzinibbi (1951-2007) missionario del PIME in Bangladesh e Cambogia.
Girare in città con i giovani del college alla ricerca della moklai porota[1] migliore, ogni volta un posto diverso, diversa farcitura, ma sempre lo stesso stupido che deve pagare.
Il Vangelo. Non ci sono altri libri, non ci sono altre parole capaci di far trasalire il mio cuore, di dargli gioia e stupore, emozione, coinvolgimento e speranza come il Vangelo. La buona notizia di Cristo risorto che non mi lascia tranquillo mai, che mi mostra orizzonti sempre nuovi e che allo stesso tempo mi basta. Per questa parola sono stato creato, amato, chiamato, mandato.
Uno dei ragazzi migliori che abbia conosciuto qui, Matul. Ha due figli, la prima moglie è già morta per il morso di un serpente e la seconda è tornata a casa sua dopo pochi mesi perché non voleva occuparsi di figli non suoi. Mi viene a trovare spesso, le mani rovinate, i vestiti logori e lo vedo invecchiare velocemente, sciupato dal molto lavoro, uno qualunque pur di portare a casa due soldi. Non ha mai ricevuto il Battesimo anche se è dalle elementari che lo desidera. L’ostilità della sua comunità indù non lo aiuta ma lui non molla. Per me un esempio straordinario di lotta per vivere.
Philip, quando ride in quel modo contagioso.
Quaresima. Come ogni anno, invito i ragazzi a qualche sacrificio penitenziale e lo stimolo ulteriormente suggerendo di donare il ricavato a qualche bisognoso. Si decide insieme di rinunciare alla colazione del venerdì e alla carne, che mangiamo una volta la settimana. Sono sacrifici veri. Raccogliamo quasi quattrocento euro che destiniamo al villaggio di Jogonathpur, colpito dal tifone, con molte case senza tetto e alcune crollate. Vedo i ragazzi motivati e contenti di aver rinunciato a qualcosa perché altri possano ricevere. Sono orgoglioso di loro.
Due volte alla settimana, a turno, una delle classi dei più grandi, prepara il pane per la colazione di tutti. Alle cinque ci alziamo e si comincia a impastare. All’inizio si prega e poi a gruppi c’è chi continua l’impasto, chi stende con i mattarelli, chi cuoce i ciapati[2] sulle piastre roventi. Alle 6.45 deve essere tutto pronto, insieme al buonissimo brodo di lenticchie che le nostre cuoche hanno preparato.
Andare in bicicletta o anche solo camminare con il ginocchio rimesso a nuovo. Il piacere di fare un passo dopo l’altro senza sentire il dolore costante che mi ha accompagnato negli ultimi sei anni.
Il nuovo impegno alla scuola tecnica è stata una benedizione. Mi sono dovuto sdoppiare e mentirei se dicessi che è stato facile o la scelta la migliore possibile. Neppure è stata una questione di fare necessità virtù. Ho avuto l’opportunità di misurarmi con un diverso orizzonte educativo e mi ha fatto bene. Mi da gioia girare nelle officine e vedere i ragazzi imparare un mestiere, aiutarli a crescere come uomini e cristiani.
Shika mi viene a trovare con il piccolo Philip e mi guarda raggiante: “Cammina padre! Il Signore ha ascoltato la mia preghiera! Ho pregato tanto la Madonna per questo dono!”. La giovane mamma che mi sta davanti è così contenta da strappare commozione anche a me e il motivo c’è. Shika è malata di tumore linfatico, ha scoperto la malattia al secondo mese di gravidanza. Ha voluto portarla a termine ad ogni costo e solo poi cominciare la terapia. Le cure fatte si sono rivelate solo palliative e i tempi drammaticamente contati. Qualche mese fa, qui sotto la nostra veranda, mi aveva detto tra le lacrime:“So che non vivrò padre. Al Signore chiedo solo di poterlo vedere camminare”.
[1] Sorta di frittella farcita di verdura o uovo o carne.
[2] Pane non lievitato, tipo piadina.
Quando vedo i ragazzi in tutti gli angoli della biblioteca a godersi un libro, chi al tavolo, chi sulla poltrona, chi sdraiato per terra sui gomiti, in due o tre che guardano i grandi libri illustrati.
Ascoltare dai nostri vecchi i racconti delle loro esperienze, una missione che ormai non c’è più, una fede però che è stata trasmessa. Starei ad ascoltarli per ore, anche se son narrazioni sentite molte volte. E mi cresce dentro un affetto per loro e una stima che aumenta ogni volta. P. Luigi Scuccato[1] una sera ci tenne inchiodati a sfogliare album di vecchie fotografie spiegando, lui novantenne con barba patriarcale, storia e preistoria di questo o quel padre, luogo, catechista, villaggio…Tre generazioni di missionari lì ad ascoltare come i nipoti con il nonno.
Quando iniziamo l’anno e, secondo la cultura tribale, accogliamo i nuovi lavando loro i piedi, ho sempre in cuore una contentezza particolare. Cominciamo io e il mio assistente con i ragazzini di sesta e continuano i più grandi con tutti gli altri. Non è solo un benvenuto inculturato che mi sta a cuore, ma il Vangelo. E’ come se ci dicessimo (ed è quello che spiego): vogliamo vivere così quest’anno, con questo amore, con quest’anima da servitori gli uni per gli altri. Anni dopo molti mi hanno detto di essere rimasti totalmente sorpresi da quel gesto e di averne avuto molta gioia.
L’inizio e la fine: non solo quando arrivano ma anche quando partono. Mi si spezza sempre un po’ il cuore perché vederli andar via dopo cinque anni mi costa. Ma sono contento perché questo è il ciclo della vita ed è giusto così: l’amore crea legami ma non imprigiona. Parecchi di loro mantengono i contatti, chi per telefono, chi tornando di tanto in tanto a trovarci. Lo scorso marzo al momento del saluto Ripon e Philip, diciottenni, mi si sono aggrappati al collo piangendo come vitelli e non mi mollavano più, nonostante cercassi di liberarmi dalla morsa perché dovevo salutare anche gli altri. E nel cuore gioia e fatica insieme, il paradosso dell’amore.
Pascal è partito in quinta quest’anno. Reattivo, responsabile, attento. L’altro sera è saltata la corrente. Succede, in questo periodo anche un po’ di più. Mi ritrovo al buio mentre mi dirigo subito al generatore e sto per gridare: “Una pi…”, che già Pascal accende la pila e mi fa luce. Entro, comincio a smanettare per farlo partire ma più che ingolfarlo non riesco. Penso ad un guasto ma poi con la torcia guardo la spia della benzina e vedo che il serbatoio è vuoto. Sto per smoccolare contro i miei assistenti che dovrebbero tenerlo d’occhio, ma il grido: “La benz…”, mi si strozza in gola perché Pascal è già davanti a me con la tanica.
Alle 22.10 del martedì, quando concludiamo l’adorazione iniziata due ore prima. Partecipazione libera. Si finisce, assieme a chi c’è, con la Compieta. Poi do la benedizione con il Santissimo. E nel farlo, la vedo con gli occhi raggiungere anche quelli che stanno ancora studiando, gli altri che dormono al piano di sopra, e poi via in Italia verso tutte le persone che amo.
Il fresco che le giornate di novembre ci regalano alla mattina presto e la sera. Quel brivido leggero che corre sulla pelle e la piacevole sensazione di refrigerio dopo i mesi della stagione monsonica passati a macerare nel sudore.
La mamma è venuta per la prima volta a trovarmi in Bangladesh. Mi pare un sogno. E’ emozionante osservarla girare nella mia quotidianità di solito slegata della sua presenza fisica, tra le persone e nei luoghi che per tutti questi anni sono stati la mia vita missionaria: seduta a leggere a bordo campo mentre i ragazzi giocano, in cucina a prepararmi il risotto con i porri, in cappella a dire il rosario mentre io sono impegnato nelle classi, nelle officine a vedere i lavori dei giovani, al fiume a prendere le vongole in una bella giornata di sole, nei villaggi e guardarla divertirsi a lanciare caramelle, per far contenti i bambini. Non ho da mostrarle grandi costruzioni fatte, villaggi convertiti, risultati misurabili a vista d’occhio. Ho solo la gioia profonda di farle conoscere i ragazzi che ho cresciuto e cresco: sono loro “l’oro”, i tesori che il Signore mi ha affidato.
Quando con lucida consapevolezza comprendo che la mia sola fortuna, l’unica cosa davvero sensata che abbia fatto in vita, è stata seguire Cristo. E che, nonostante la mia assoluta nullità, gli appartengo.
Buona Pasqua!
p. Fabrizio
[1] P. Luigi Scuccato (1920-2011) missionario in Bangladesh dal 1948 al 2011.