“Tu mi hai fatto conoscere ad amici che non conoscevo.
Tu mi hai fatto sedere in case non mie,
Tu mi hai portato vicino il lontano e reso l’estraneo un fratello.”
(Tagore)
Carissimi amici,
ancora un mese ed il raccolto sarà pronto, il riso verdeggia alto nei campi ed è una bellezza vederlo rilucere nel sole del tramonto. Anche i contadini - ai quali di solito è difficile strappare un commento positivo - stavolta ammettono che sì, sarà un buon raccolto.
A guardarsi attorno, qui da noi al nord, non sembra nemmeno di vedere lo stesso Bangladesh che per giorni le immagini della tv ci ha mostrato, colpito al sud dalla peggiore alluvione degli ultimi anni, forse più grave di quella dell'88.
I grandi fiumi hanno creato e reso fertile questa terra, ne sono la ricchezza naturale, e la gente è abituata a conviverci anche nei giorni di bonna (alluvione), con un misto di rassegnazione e fatalismo. Sanno che quello che oggi il fiume ti dà domani ti toglie. Infatti due mesi di piogge monsoniche hanno riempito oltre misura il Gange e il Brahmaputra, che arrivavano già in piena dall'India e che solitamente trovano nel Golfo del Bengala il loro delta naturale. Invece un persistente fenomeno di alta marea ne ha impedito il deflusso e quella che poteva essere un'alluvione "normale" si è trasformata in una catastrofe. L'acqua, salita inesorabile, ristagna da mesi distruggendo raccolti, case, uccidendo persone e bestie, portando malattie. Si calcola che almeno 30 milioni (!) di persone siano state colpite, perdendo tutto il poco che avevano, senza riso da mangiare, senza legna per fare un fuoco, senza acqua potabile da bere. Ma sono cifre che non dicono niente perché nei numeri le persone scompaiono, ed invece dietro ci sarebbero altrettante storie, altrettante miserie da raccontare.
Tre settimane fa sono stato a Dhaka, la capitale, e dall'aereo ho avuto modo di vedere chiaramente la portata del disastro: acqua a non finire, villaggi totalmente isolati, strade scomparse, campi sommersi.
Per le strade allagate della capitale, anche nella "zona-bene" delle ambasciate, un numero impossibile da dirsi di disperati si accampava lungo le strade improvvisando baracche di graticcio, teli di plastica, cartoni. Gente che per settimane ha dormito sul tetto in lamiera della loro baracca, facendo la spola tra un posto e un altro con una barchetta. I bambini sguazzavano nell'acqua di fiume - mista ai liquami fetidi delle fogne - come in una piscina, trovando modo, loro solo, di divertirsi.
Un divertimento che, c'è da giurarci, potrebbe costare dissenterie mortali. Di fatto sta già accadendo, e sono centinaia le persone, bambini e anziani soprattutto, falciati dal colera e dalla dissenteria. Gli aiuti sono arrivati e arriveranno, tramite soprattutto le Organizzazioni Non Governative (ONG), la Caritas ecc., enti dei quali i governi esteri si fidano più del governo locale, sia per la ramificazione capillare del servizio, sia - penso malignamente io - per evitare che gli aiuti finiscano in massa sul mercato nero tramite ministri compiacenti.
Andrà avanti così per mesi, e solo il Cielo sa cosa costerà in vite umane alla fine.
Ho voluto cominciare così amici miei questa mia nuova lettera, dandovi alcune notizie certo non rasserenanti, per darvi materiale di preghiera e per colmare un vuoto che presumibilmente persiste nelle informazioni dei mass-media italiani: è difficile che tra uno scandalo americano e una vincita al super-enalotto una tragedia silenziosa come quella bengalese possa trovare spazio.
Com'è che si dice? Non alza l'ascolto...no?
Qualcuno si è lamentato perché scrivo troppo poco. Può darsi. Di certo c'è che negli ultimi mesi ho volutamente interrotto quasi completamente la corrispondenza con l'Italia, e non senza una ragione. Entrare in una cultura nuova con tutto quello che questo comporta - dal modo di guidare nel traffico a quello di contrattare o di affrontare un problema; l'accettare almeno parzialmente il patteggiamento come normale anziché la giustizia; imparare una nuova lingua, adattarsi al clima e al cibo - tutto questo e molto altro è un processo che non si compie in due giorni e non è indolore. Chiede completamente le energie di mente e cuore per una immersione totale e profonda, almeno nelle intenzioni, se non nella riuscita. Io invece mi sono accorto di essere ancora troppo in Italia e per questo diviso e non presente qui dove la volontà di Dio mi vuole. Da qui la decisione di "chiudere i rubinetti" con la corrispondenza e provare ad inserirmi di più. Non è facile, ma qualche risultato, devo dire, adesso lo vedo.
Vi avevo lasciato lo scorso Dicembre con la notizia del mio inizio nella missione di Suihari. Ora, a quasi un anno di distanza, credo doveroso darvi su di essa almeno qualche informazione sommaria.
Intanto va detto che mi trovo in città e anche se Dinajpur non è Dhaka, la missione è un po' differente da quelle rurali più tradizionali. La zona è completamente agricola, con campi di riso a perdita d'occhio. Fabbriche praticamente non ne esistono.
La parrocchia di Suihari sorge appena fuori Dinajpur e si trova nella stessa grande area che ospita costruzioni diverse e totalmente indipendenti tra loro: la casa dei padri del PIME e quella dei Fratelli laici, che gestiscono anche una scuola tecnica.
Lavoro con p. Emanuele Meli, il mio parroco, bergamasco del PIME e da 25 anni in Bangladesh, una grande passione per la missione e per il formaggio grana. A lui devo un grazie speciale per l'accoglienza e la pazienza, perché quando ho cominciato a Gennaio anziché parlare facevo dei versi.
La cura pastorale della parrocchia deve provvedere a circa 4000 cristiani sparsi nel raggio di 50 km, che tradotto significa più di 40 villaggi di battezzati, sei di catecumeni, una decina di non cristiani al primo approccio e molti altri da contattare se solo ci fosse altra forza a disposizione.
Quattro catechisti a tempo pieno, stipendiati dalla parrocchia, ci aiutano comunque non poco nel lavoro di catechesi. In ogni villaggio inoltre è presente un catechista che cura questo aspetto nella propria comunità. Ogni inizio mese facciamo una riunione con tutti loro per preparare le liturgie domenicali, le letture, le preghiere, così che possano ripeterle in villaggio. Credo non vi sfuggirà l'importanza di queste persone e della loro formazione.
Una peculiarità importante della nostra zona è la presenza numerosa delle popolazioni tribali, alle quali soprattutto si rivolge il nostro lavoro. Abbiamo quindi a che fare con Oraon, Mahali e, soprattutto, Santal. Vi sono poi i Kotrio, provenienti dalla bassa casta indù (e quindi non tribali!) e ovviamente i Bengalesi. Tenuto conto che ogni gruppo etnico ha una sua lingua - anche se più o meno tutti parlano il bengalese - e una sua cultura, non potete immaginare cosa questo comporti in mille risvolti pratici, anche solo nel modo di salutarsi a gesti e a parole.
Talvolta per esempio è frustrante per me che da quasi due anni studio bengalese, andare in un villaggio Santal e nelle confessioni prima della Messa non capire nulla di quello che il penitente dice. Mi pare di ripetere l'esperienza fatta quando confessavo in alcuni paesini del foggiano. Anche allora dopo la frase introduttoria ("Eh, padre..."), il pugliese stretto delle vecchiette vestite di nero mi risultava totalmente incomprensibile.
Nel cortile della missione sorgono anche la casa delle suore (le Shanti Rani Sisters, una congregazione locale), un piccolo dispensario medico per gli ammalati, un centro di cucito per dare modo ad un gruppo di ragazze di imparare un mestiere, e un ostello per i bambini e le bambine: quest'anno sono 240 in un'età compresa tra i 6 e i 13 anni circa, provenienti tutti dai nostri villaggi. In questo modo diamo loro la possibilità di avere un'istruzione scolastica e religiosa che sarebbe impossibile se rimanessero a casa. In qualche caso, specie di questi tempi, l'ostello offre loro anche un'abbondanza di cibo che nel loro villaggio non trovano...
Ad un centinaio di metri da noi, appena fuori dalle mura della missione, c'è la scuola primaria costruita pochi anni fa con l'aiuto generoso di un parroco di Novara. E' aperta anche ad un numero chiuso di esterni, musulmani ed indù, ed attualmente conta quasi 700 alunni.
Tutto questo volume di attività presenta una sua validità ma anche, ovviamente, dei costi. Il solo ostello (è notorio che i bambini non campano d'aria!) costa in cibo 12 milioni ogni sei mesi. Globalmente per provvedere alle spese ordinarie della missione occorrono circa 160 milioni all'anno, che aumentano se ci fosse bisogno di costruire una cappella in un villaggio, o una scuoletta ecc., come di fatto è in programma.
A questo proposito mi pare giusto dirvi - caso mai qualcuno si chiedesse che fine avessero fatto - che sto usando i soldi raccolti in occasione della mia prima Messa e della partenza, per i bisogni quotidiani elencati e per alcune ristrutturazioni urgenti. Stiamo pensando anche alla ristrutturazione dell'ostello che ha bisogno di gabinetti nuovi e di docce. Non farò appelli particolari. Chi ha orecchi per intendere...
Adesso che ho cominciato a lavorare tra la gente, la mia gente, comprendo di più quanto siano stati pesanti gli anni trascorsi nello studio delle lingue, senza una vita pastorale degna di questo nome.
Duri ma anche preziosi, perché soprattutto in questi momenti si cresce. Vedo che la missione a poco a poco mi cambia, specie se trovo anche il tempo per fermarmi e assimilare nella preghiera quel che succede in me e attorno a me, per scoprirvi i doni e la presenza amorosa di Dio. Più il tempo passa e più posso dirvi con franchezza che nulla mi appassiona come l'andargli dietro, il cercarlo, nonostante la mia povertà. Non sono qui per filantropia, né per un volontarismo fuori luogo. Mi ci ha portato Lui qui, e se smetto di cercarlo, se smetto di desiderarlo, quello che faccio cessa semplicemente di avere un senso. Sono una barca alla deriva.
Questi primi mesi trascorsi a Suihari sono stati ovviamente densi e importantissimi per il mio ambientamento. Devo dire che il feeling con la gente e il paese è buono, nessuna crisi di rigetto per ora ma neppure entusiasmi facili. Sto passando da un atteggiamento difensivo, tipico di chi si sente circondato, ad uno di apertura, di accettazione. Mi sto smollando, insomma.
Con la lingua faccio progressi anche se non stratosferici. Continuo a studiarla e i meccanismi a poco a poco si muovono. Anche le mie omelie si sono allungate e qualche volta senza bisogno di scriverle. Non mancano come sempre le figuracce. Si potrebbero scrivere libri interi sugli errori che i missionari hanno fatto nel praticare una lingua, ed anch'io ho voluto dare il mio contributo. Vi racconterò solo gli ultimi due incidenti che in ordine di tempo mi sono capitati. Una sera preparavo l'omelia per la mattina seguente. Mi occorreva la parola umiltà ed invece di cercarla sul vocabolario mi sono rivolto a due preti bengalesi ospiti in parrocchia. Solo che loro hanno capito umidità (anche in inglese come in italiano sono parole molto simili) e mi hanno detto quella. Così la mattina dopo sotto lo sguardo confuso delle suore e dei bambini, ho insistito sull'importanza dell'umidità nella correzione fraterna...
Anche in bengalese esistono parole simili. Tra queste guru e goru, che significano rispettivamente maestro e mucca. Non mi dilungo, vi dirò solo che non ho detto come avrei voluto: "Gesù è il nostro maestro"...
In una parrocchia come la mia, dove la presenza dei cristiani è disomogenea per cultura e numero dei villaggi, diventano indispensabili le visite periodiche alle diverse comunità. Anche se i catechisti ci danno una mano spesso la presenza del padre è la sola capace di risolvere i problemi presenti. Stando nei villaggi per qualche giorno ci si accorge dei loro problemi e di come siano diversi i ritmi e le abitudini della gente. Intanto bisogna dimenticarsi discorsi difficili o troppo astratti: si parla del raccolto, del tempo, del tetto nuovo da costruire, dei loro figli. Creare prima di tutto un rapporto personale è la prima fondamentale base per poi far passare anche il resto, cioè il Vangelo. Non è facile. Occorrono tempi lunghi perché, come dice a volte il mio parroco, "i poveri spesso sono anche poveri dentro". Hanno cioè una maturità umana lacunosa, per cui dobbiamo preoccuparci della loro promozione pari passo all'annuncio del Vangelo, puntando sulla scolarizzazione dei bambini e dei ragazzi, sulla promozione della donna. Anche a questo scopo un padre del PIME si è impegnato a realizzare un progetto diocesano creando nel villaggio di Singra un centro di formazione per catechisti e laici, così che abbiano tempo e materiale per approfondire la bellezza della propria fede.
Un problema serio rimane il modo di aiutare la gente quando è nel bisogno. E' facile creare una mentalità di dipendenza che diventa poi difficilissimo estirpare. Guardando i missionari ho capito che non è semplice mantenere l'equilibrio tra il "paternalismo-assistenziale" che caratterizzava spesso la missione di una volta, e il "vivere-con-loro-come-loro" sessantottino: il primo è dannoso e controproducente, il secondo utopico.
Per noi missionari novellini andare nei villaggi significa anche misurarci con disagi a cui non si è abituati: dormire per terra, chiedere dove sia il gabinetto e vedersi mostrare l'aperta campagna; spingere la moto nel pantano per km. e ridursi come a Boario per la cura dei fanghi, lo sforzo di mangiare cibo piccante. Immaginate, mentre tutta la famiglia è lì a guardare me per vedere come me la cavo a mangiare con le mani, qualcuno chiede se gradisco il cibo. "Buonissimo!", dico io, mentre un pezzo di peperoncino mi ha appena bruciato tutte le papille gustative e fatto scendere un lacrimone così.
Disagi dei quali è bene non parlare con i confratelli, che ne hanno viste di tutti i colori, perché c'è sempre qualcuno capace di riprenderti con toni da reduce della Campagna di Russia.
Capita però anche, nei villaggi, di celebrare la Veglia Pasquale, il Sabato Santo, con un cielo così bello, con una luna tanto luminosa che avrei potuto leggere dal messale senza bisogno di lampada; capita di danzare con uomini e donne per celebrare la festa e fare la figura dell'elefante in una cristalleria. Capita di farsi la doccia a secchiate con l'acqua fredda della pompa, mentre si canta a squarciagola.
Sono all'inizio in tutto. Anche la realtà dei giovani comincio ad accostarla adesso, andando a trovarli nelle loro famiglie, ascoltandoli pur senza comprendere tutto quel che dicono, cercando di capire come si muovono, cosa cercano. Diversi per molti aspetti da quelli italiani ma con la stessa sete nel cuore. Purtroppo i modelli occidentali arrivano e si impongono con il peggio delle loro proposte, amplificando fenomeni già presenti: la televisione, la droga, il sesso, l'alcool, i soldi. Storie già viste decine di volte in Italia si ripetono tali e quali qui, con la differenza che qui si è molto meno preparati e rischiamo di vederci sfuggire questo mondo di mano senza saper dare risposte adeguate.
I giovani. Si dice spesso, non senza un filo di retorica, che sono la speranza della Chiesa. Sarebbe bello se riuscissimo a mostrare che la Chiesa è la speranza per loro.
Carissimi, per stavolta credo che possa bastare. E' già molto se siete riusciti a leggermi fin qui.
A molti di voi, a quelli soprattutto che dopo più di due anni non hanno mai mandato nemmeno una cartolina, ricordo che per non scrivere deve esserci una ragione. Scrivetemi almeno per dirmi quale...
Scherzi a parte voi sapete che sono felice di avere vostre notizie, ci si arricchisce reciprocamente e aiutate la mia preghiera ad essere concreta.
Vi mando una benedizione via aerea, con un abbraccio.
p. Fabrizio
p.Fabrizio Calegari
Catholic Church
P.O. Suihari 5200
Dt. Dinajpur - Bangladesh