L’aria di gennaio entrava ad ondate attraverso la finestra senza vetri portando con sé pioggia e cristalli di ghiaccio. Sonia si era raggomitolata a terra nell’angolo più lontano di quella squallida stanza che, un tempo, era la portineria di una fabbrica, ora dismessa. Con la schiena appoggiata al muro e le braccia che circondavano le gambe, se ne stava immobile e soltanto piccoli sbuffi di fiato gelato tradivano la sua presenza. La ragazza si guardava attorno muovendo solo gli occhi e sfruttando la debole luce di un lampione stradale, incurante dello squallore che la circondava. Un materasso portato da chissà chi era abbandonato vicino alla porta, tra una sedia zoppa e un mobiletto di ferro dall’anta aperta; per terra, in mezzo a calcinacci e vetri rotti, c’erano bottiglie vuote, lattine, resti di miseri bivacchi e sui muri le scritte e i disegni erano talmente fitti da sovrapporsi e diventare indecifrabili.
Da quanto tempo era lì? Non lo sapeva, forse un’ora, forse più. Fuori era buio, ma lo era già quando si era allontanata da casa, non appena il convivente di sua madre se n’era uscito per andare al bar. Aveva atteso qualche minuto per sicurezza, poi era sgattaiolata fuori dalla casa vuota.
Al pensiero di quell’uomo, Sonia sentì la nausea salire, tanto da ritrovarsi in bocca il solito gusto di acido. Provò a deglutire, anche se sapeva bene che non sarebbe servito a sciogliere il grumo che sentiva in gola e che le faceva male. Anche quella sera, mentre sciacquava i piatti, l’uomo le si era avvicinato, fino ad appoggiarsi alla sua schiena, schiacciandola contro il lavello, mentre con le mani le aveva afferrato i seni e glieli aveva strizzati. Lei si era fermata e si era irrigidita.
-Continua a lavare i piatti, stupida!
Sonia aveva silenziosamente pregato affinché l’uomo se ne andasse, senza pretendere nulla.
-Hai ancora le tue cose schifose?
Lei aveva fatto sì con la testa e trattenuto il fiato. Dopo qualche istante l’uomo aveva allentato la morsa ai seni e se n’era andato bofonchiando qualcosa sulla sua inutilità.
Sulla parete di fronte c’era un crocefisso appeso, che sembrava dimenticato in mezzo a quella sordidezza. Anche lei era stata dimenticata: da sua madre, che preferiva chiudere gli occhi e tenere la testa china, stordirsi con un lavoro dagli orari impossibili e di vino pur di non affrontare la realtà; da suo padre che un bel giorno se n’era andato dietro ad una ragazza giovane con la prospettiva di fare soldi in un paese straniero e da allora era sparito; da tutti. Era arrivata a rimpiangere la scuola, nonostante non le fosse mai piaciuto studiare. L’esame di terza media superato con “sufficiente” e l’indicazione sulla scheda “si consiglia l’inserimento nel mondo del lavoro” avevano decretato la fine della sua vita sociale. Sonia aveva avuto il dubbio che quel “sufficiente” fosse stata una scappatoia degli insegnanti per liberarsi in fretta di lei, una ragazza difficile, come l’avevano definita sin dai primi giorni; anzi le era sembrato di cogliere un sospiro corale di sollievo da parte dei professori quando aveva concluso l’orale e già si stava allontanando dall’aula. A quel punto l’uomo aveva stabilito che sarebbe rimasta a casa a dare una mano nelle faccende domestiche, perché, intanto, a lavorare già ci pensavano lui e sua madre. Quest’ultima, in quell’occasione, aveva semplicemente abbassato la testa e bevuto un bicchiere di vino in più.
Sonia, persa nei suoi pensieri, sobbalzò nel sentire un rumore di passi e il suo nome pronunciato da una voce maschile, sgradevolmente acuta. Si alzò a fatica, con le gambe intorpidite dal freddo e dalla scomoda posizione.
-Sono qua.
Un ragazzo allampanato si affacciò nel vano della porta. Reggeva in mano una pila e per un attimo diresse il debole fascio di luce sul volto della ragazza, poi l’abbassò e disse:
-Non ti trovavo. Pensavo che avessi cambiato idea.
-Non mi conosci abbastanza, allora.
Conosceva Rasko dai tempi delle medie: di un paio di anni più grande di lei, più volte ripetente, non aveva neppure terminato di studiare. Semplicemente, un giorno, aveva smesso di andare a scuola, aveva fatto per un po’ di tempo lavoretti saltuari, fino ad entrare nel giro. Da allora vestiva con jeans firmati e occhiali alla moda.
-Hai portato i soldi?
Sonia infilò la mano nella tasca dei jeans ed estrasse diverse banconote che porse al ragazzo senza dire nulla.
-Questa roba è la migliore che c’è sul mercato! Vedrai che viaggio farai... Anzi ne farai più di uno con tutte queste pasticche. A meno che non sia tua intenzione dare una festa…
Terminò la frase con una breve risata, mentre Sonia scuoteva impercettibilmente la testa in segno di diniego.
-Va beh! Ma che hai? Sei incazzata o cosa? Non hai ancora detto una parola! Scommetto che è la prima volta. E, allora? Mica ti devi vergognare o chissà che cosa… Tranquilla, questo affaruccio resterà un segreto tra di noi. Okay?
Di fronte all’ostinato silenzio della ragazza, Rasko alzò le spalle e sbuffò. Alla fin fine non erano fatti suoi e aveva ancora altre consegne da fare.
Rimasta sola Sonia si lasciò scivolare a terra. Aprì la bottiglia di vodka che si era portata da casa e svuotò il contenuto della busta nell’incavo della mano. Rimase fissare quelle piccole pasticche dal colore biancastro, fino a quando le lacrime non le offuscarono la vista. Poi, una alla volta, le inghiottì bevendo lunghe sorsate di liquore: chiuse gli occhi, pronta per il lungo viaggio.
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Segnalazione di merito al concorso Montalto Dora – Salvator Gotta