Anno Domini 1845 Pag. 3 Cesarina Bo, Enrico Bo
I nuovi balangeresi Pag. 32 Autori vari
Appendice: "La santa" Pag. 79 Simona Tomaino
Illustrazioni di Elena Cattelino Toni contenute nell'articolo "Anno Domini 1845"
[...] Il nostro studio che, appunto, riguarda nomi, cognomi e soprannomi delle famiglie balangeresi di metà dell’Ottocento, nasce dal ritrovamento di un manoscritto custodito nell’archivio parrocchiale, redatto da don Stefano Tesio (parroco a Balangero dal 1826 al 1850), di formato in quarto, composto da 127 pagine più 12 di indice alfabetico, rilegato, privo di copertina: si tratta del registro delle anime del 1845.
Con molta precisione il parroco ci trasmette la situazione anagrafica del paese senza tralasciare anche fuochi costituiti da un solo individuo o altri in cui alcuni componenti per vari motivi sono residenti fuori dal paese. In questo registro annota capofamiglia, matrimoni, nascite e morti, in pratica lo stato di famiglia della popolazione balangerese. Il fine ultimo di queste annotazioni era quello di verificare periodicamente chi poteva essere ammesso ai vari sacramenti, che a tutti gli effetti rappresentavano la parte essenziale della vita sociale e religiosa di quell’epoca. Infatti, accanto a ogni nome, don Tesio specifica se la persona aveva ricevuto la comunione e/o la cresima.
Dopo aver letto e riletto questo documento, abbiamo compreso che esso poteva consegnare, oltre a cognomi, nomi e soprannomi, una sintesi dello spaccato di vita di quegli anni, proprio a metà del secolo XIX, quando anche nel nostro paese le cose stavano per cambiare. [...]
Qui di seguito l'elenco degli articoli che compaiono sul Quaderno sotto il titolo generale "I nuovi balangeresi", suddivisi per regioni e per famiglie. Tra parentesi è indicato l'anno o il periodo in cui sono arrivati a Balangero.
EMILIA
Due cuori (1960, Antonelli)
Le famiglie Cavalli e Ferrari (rispettivamente 1956 e 1957, Cavalli e Ferrari)
Una famiglia di autotrasportatori (fine anni Quaranta, Fenocchi)
Dalla Bassa Padana alle Valli di Lanzo: l’integrazione di Angelo a Balangero (1962, Ronchini)
Nello e Nerina, una vita alla Cartiera Lambriana (metà anni Trenta, Adorni)
LOMBARDIA
La maestra bergamasca (inizio anni Quaranta, Bertocchi)
MARCHE
Il ragazzo della canonica (1962, Leli)
TOSCANA
I merciai Onorato e Armanda (1952, Lusardi)
La Maremma di Rita e Franco (1972, Zorzi e Nenci)
SICILIA
I siciliani dal cognome piemontese (1967, Bertino)
ABRUZZO
Un abruzzese con la passione della meccanica (1962, Angelucci)
LAZIO
Adolfo Caporossi (1926, Caporossi)
FRIULI VENEZIA GIULIA
Da Driolassa Teor a Balangero, passando per Caselle (1975 e 1976, Regini e Pitton)
Un lungo viaggio dall’Est (1925, Di Valentin)
VENETO
I fratelli Tessarin (inizio anni Cinquanta, Tessarin)
Nomen omen: i sette fratelli Sette (anni Cinquanta, Sette)
La «dinastia» dei Braghin (1927, Braghin)
Mario Resente e i suoi fratelli (metà anni Cinquanta, Resente)
Tra Veneto e Friuli (1951, Padoan)
Irio, il barbiere (metà anni Cinquanta, Marsilio)
Le vite parallele dei fratelli Battiston (inizio anni Quaranta, Battiston)
Ernesto, il tabaccaio (1946, Pasquali)
La famiglia Dal Pont (1926, Dal Pont)
Amore «foresto» (1926, Mezzavilla)
Ermenegildo, il carabiniere (1942, Berto)
CALABRIA
Le famiglie calabresi a Balangero: storie di vita, speranza e resilienza (inizio anni Sessanta, Tomaino, Catanzariti, Cubello, Soluri, Spilla, Jeraci, Paone, Sirianni, Rocca)
Alcuni estratti
Silvano Antonelli
[...] I«Quando superi, per la prima volta, il confine del luogo in cui sei nato sei straniero tutta la vita.»
Non ricordo esattamente dove ho letto questa frase. Non ricordo quale autore l’avesse scritta.
Non ricordo neppure se fosse esattamente così.
So solo che quella sensazione di essere un po’ stranieri, rispetto al luogo in cui abiti magari da sempre, ma nel quale non sei nato, non ti abbandona mai.
Un po’ come se uno avesse due cuori. Uno che ha portato con sé, che è quello che ti accompagna e ti abita dentro e un altro che hai lasciato là, in quel posto da cui sei partito. Per me quel posto è Ferrara, in Emilia. [...]
Simona Ronchini
Il volto di Balangero, come quello di molte comunità, è stato plasmato non solo da chi vi è nato, ma anche da chi, arrivando da lontano, ha scelto di farne la propria casa.
Storie come quella di Angelo Ronchini offrono uno spaccato autentico e toccante di un’epoca di grandi spostamenti, in cui le necessità economiche si intrecciavano con i destini personali, dando vita a nuove radici e a un forte senso di appartenenza.
Angelo Ronchini era un uomo dell’Emilia, nato il 26 gennaio del 1939 a Busseto, in provincia di Parma, la terra di Giuseppe Verdi e del Parmigiano Reggiano. Cresciuto in una famiglia di mezzadri, Angelo imparò fin da giovane la fatica del lavoro agricolo e l’incertezza legata ai continui spostamenti per la scadenza dei contratti. La sua vita, segnata dalla prematura perdita della madre a soli 18 anni, prese una svolta radicale nel 1962 quando, spinto dalla necessità di trovare nuove opportunità, decise di lasciare la sua terra. [...]
Catina Bertocchi
[...] Nel 1952 mi fu assegnata la 6a (o scuola popolare) istituita per i ragazzi che avevano finito la classe 5a, in attesa della riforma scolastica che istituirà le scuole formative fissando l’età lavorativa a partire dai 14 anni. Iniziai così a conoscere le famiglie balangeresi e la «maestrina bergamasca» divenne ben presto la maestra alla quale le madri confidavano le loro pene e chiedevano consigli vari sull’educazione dei figli.
In attesa di passare di ruolo feci molte supplenze nella Valle di Viù.[...]
Nei miei trentacinque anni di insegnamento, di cui trenta in Balangero, si stabilì un rapporto sereno con le famiglie i cui figli, divenuti genitori, portarono a scuola la seconda generazione e, nel 1986 quando andai in pensione, lasciai alcuni loro nipoti, arrivando così alla terza generazione di allievi. Ancora oggi, per tutti i balangeresi, sono «la maestra» e immancabilmente mi salutano con un «Buongiorno, maestra», dimostrandomi il loro affetto. [...]
Franco Zorzi e Rita Nenci
[...] Franco, dopo aver frequentato senza successo l’anno di avviamento, fu mandato dal padre a lavorare in una piccola carpenteria in ferro, un’occupazione ingrata e mal pagata. Nel 1961, su invito di uno zio impiegato nella ditta Tagliafico di Genova, decise di seguirlo a Balangero dove la ditta era impegnata a eseguire dei sondaggi minerari all’Amiantifera. Al termine dei lavori, nel salutare l’allora direttore ing. Berrino, Franco chiese se fosse possibile avere un lavoro in cava. La risposta fu immediata: «Certamente». Venne così assunto nel reparto d’insaccatura della fibra – dove rimase per trent’anni – e messo nella squadra di Tancredi Mattioli che lo prese a benvolere. L’impatto con quel nuovo ambiente non fu facile, tra la polvere d’amianto che aleggiava e la parlata in dialetto che gli era incomprensibile dei colleghi originari di Balangero, Coassolo e Corio. [...]
Tindara Bertino
[...] Nella primavera del ’67 [Sebastiano] torna in paese e propone a sua moglie di andare a vedere com’è Balangero. Ripartono con Flavia, la maggiore, e con Tonino il più piccolo di casa. Alla fine, seppure un po’ a malincuore, mamma accetta di trasferirsi al Nord, nonostante il parere fortemente contrario di suo padre. Con non poche difficoltà organizzano il viaggio, mettono in grandi bauli tutto ciò che era possibile e utile e li spediscono. Al mattino del 17 agosto saliamo con i nostri bagagli su una FIAT 600 multipla, mentre nonno Giuseppe ci saluta da una balconata piangendo. Dopo 24 ore di viaggio in treno arriviamo a Torino dove prendiamo due auto di piazza che ci avrebbero portato a Balangero.
[...] Abbiamo fatto amicizia con i balangeresi e con chi, come noi, arrivava da lontano. E, a proposito di amicizia e di affetto siamo riconoscenti ad amici e amiche conosciuti sui banchi di scuola o al lavoro. Questi legami continuano tuttora e di chi non c’è più portiamo il ricordo nel cuore.
Abbiamo imparato a conoscere le tradizioni e ad apprezzare le specialità culinarie locali. Ormai sono 58 anni che viviamo a Balangero, dove ci troviamo bene. Nostro padre Bastian, mancato nel 2007, è ricordato da chi lo ha conosciuto come un grandissimo lavoratore. [...]
Annamaria Cardone e Nando Pitton
[...] Proprio grazie alla conoscenza tra Giuseppina [Pitton] e Maria [Cardone] nel maggio 1972 i due cugini Marino e Nando salgono a Balangero per la prima volta e si recano in via Corio presso il cortile di Mandolin (famiglia Cardone), dove era in corso l’ubada dei coscritti. Il ’72 rappresenta un anno significativo per i diciottenni balangeresi in quanto, a partire da quella data, la festa non sarà più riservata solo ai maschi, ma aperta anche alle femmine. E sicuramente è stato un anno importante anche per le sorelle Anna Maria e Nicoletta Cardone che in quell’occasione incontrarono i due ragazzi friulani e da quel momento iniziarono a frequentarsi con assiduità. Anna Maria sposerà Marino nel 1975 e Nicoletta si unirà in matrimonio con Nando l’anno successivo. [...]
Daniela Tessarin e Daniela Cardone
[...] Il 18 novembre 1951 ci fu l’alluvione del Polesine, un evento catastrofico che colpì gran parte del territorio della provincia di Rovigo, interessando anche Contarina e sconvolgendo la vita dei suoi abitanti.
Tutta la zona dovette essere evacuata e furono lasciati solo gli uomini in grado di lavorare per garantire il parziale ripristino del territorio e dei servizi.
Così la moglie di Marcello con i figli Giovanni, Cesare e Daniela dovette lasciare il paese. Le famiglie venivano caricate sui camion militari e portate a Bologna dove, dopo le regolari formalità di registrazione presso l’ACLI, i vari componenti famigliari venivano affidati a persone del posto che avevano dato la loro disponibilità a ospitare gli sfollati. I Tessarin vennero divisi e destinati a tre famiglie di Rastignano, un paese in provincia di Bologna, allora un modesto borgo. Daniela la più piccola in casa dell’ingegnere Ivo Tagliaventi, amorevolmente accudita dalla madre di questi come la figlia da sempre desiderata, Cesare a casa del macellaio, Giovanni e la madre Palmira presso il mugnaio. La loro vita da sfollati terminò nella primavera dell’anno successivo quando poterono finalmente fare rientro a Contarina.
L’alluvione aveva sconvolto il territorio. Il ponte sul Po era crollato e, alla bisogna, sostituito da chiatte. Tutto ciò aveva determinato una nuova attività, l’unica possibile in quel periodo, ovvero il trasporto del materiale necessario per effettuare la bonifica: troppo poco per garantire a tutte le famiglie una vita dignitosa, seppur povera. A questo punto Marcello decide di raggiungere il fratello [Giuseppe Tessarin] in quel piccolo paese del Piemonte con pochi abitanti, ma tante industrie che gli avrebbero garantito un lavoro sicuro. La famiglia con i suoi effetti più cari giunge a Balangero una sera di fine maggio del ’56, sul camion di Giuseppe. Ai ragazzi Tessarin il paesaggio appare da subito incredibile: ci sono le montagne con qualche isolata luce accesa nelle borgate, tanto da sembrare loro un presepe fuori stagione. [...]
Marisa, Mariella e Valter Sette
A Vighizzolo d’Este, un piccolissimo paese della Bassa Padovana, lontano dalle principali vie di comunicazione e con un’economia prevalentemente agricola, viveva la famiglia Sette composta da mamma Maria e dai suoi sette figli maschi che la donna, in pratica, aveva allevato da sola essendo rimasta vedova anzitempo. Non solo, Maria Bozzolan accudiva i genitori di suo marito Samuele e uno zio scapolo. Non serve molta immaginazione per capire gli ostacoli che la donna dovette superare in una situazione già estremamente difficile di per sé per il periodo storico in corso, il secondo dopoguerra.
L’unico lavoro possibile che la zona offriva era quello di bracciante agricolo, ma si trattava di lavorare «a giornata» su chiamata dei proprietari terrieri. Troppo poco per garantire un minimo di sicurezza economica.
Così rimase a Vighizzolo con la mamma solo il figlio maggiore, Mario. Tutti gli altri dovettero emigrare in cerca di lavoro: il secondogenito Giovanni, reduce di guerra, andò a Pavia come Egidio, il fratello minore; Ivo, il terzo nato, a Varese; Ezio, Ottavio e Rodolfo a Balangero. [...]
Francesco e Tonino Resente
[...] La famiglia di Mario Resente e di Augusta Rinaldo, conosciuta da tutti in paese come Agnese, con il piccolo Gianni (nato nel 1954) si trasferì dal Veneto nel 1955, dopo che i fratelli e la sorella di Mario già risiedevano a Balangero da qualche anno.
Subito andarono ad abitare nella casa di proprietà di Canale, all’incrocio tra viale Copperi e via I Maggio, dove viveva Penna, poi si trasferirono in via Sant’Anna da Fiorina Serbò (detta «la Rossa»). In quel cortile, per un periodo, abitò anche Iolanda (Landa) Rinaldo, sorella maggiore di Agnese, con il marito Enrico Salaro e il loro figlio Pierangelo, nato nel 1957.
All’inizio ebbero problemi con la lingua, visto che tutti parlavano in dialetto. Agnese raccontava che, arrivata a Balangero, il primo ad aver incrociato era stato il macellaio Giovanni Possio il quale le si era rivolto con un «Cerea madamin» e lei si era chiesta che cosa mai le avesse detto. [...]
Leonella Marsilio
[...] Irio era nato nel 1928 da Pietro e Zaira Segantin a Sant’Urbano, un paese del padovano territorialmente esteso, costituito da quattro frazioni e attraversato dal fiume Adige.
Il padre era cantoniere e anche barbiere. Ad esclusione della figlia femmina Anice, Pietro insegnò il mestiere di barbiere ai suoi quattro figli maschi che ne fecero la loro professione: Aquino a Sant’Urbano, Giulio (ferito in guerra da una scheggia di bomba) insieme al fratello minore Tiziano a Gattico (Novara), Benito a Carmignano (una frazione di Sant’Urbano) e Irio, il penultimo dei suoi figli, a Balangero. [...]
Fiorella Baima
[...]Com’era usuale per quei tempi la mamma di Gilina, Maria Cardone (Nonin per noi nipoti), donna di memorabile dolcezza, fu la prima ad essere messa al corrente dalla figlia del sentimento che stava nascendo. L’impresa più ardua spettò proprio a lei: aprire il discorso con il marito Battista, ovvero nonu Molàt.
Battista era conosciuto come gran lavoratore e capo di famiglia indiscusso, ma, ahinoi, assolutamente piemontese nell’animo e nel cuore: sospettoso nei confronti del resto dell’Italia, ma comunque sempre riguardoso purché essa restasse al di fuori della cinta del proprio focolare domestico.
Il nocciolo del discorso non fu più l’età dei due innamorati, né la disponibilità al lavoro del pretendente, neanche il garbo del giovane e la serietà della famiglia di provenienza, ma di certo la regionalità che all’epoca poteva quasi ancora essere considerata come una nazionalità diversa. Fiore era forestiero e per giunta veneto! E questo rappresentava uno scoglio indiscutibilmente insormontabile per Battista che si oppose con tutta la sua autorità, senza manco giustificare più di tanto il diniego, al massimo sentenziando: «I veneti sono malfidati e cattivi con le mogli». [...]
Simona Tomaino
Quando al primo anno di superiori il mio professore di musica chiese a tutte noi, aspiranti maestre, da dove venissimo, la mia risposta lo sorprese. Parlai dopo Vigna Grap, di Coassolo. Ricordo benissimo.
– E tu, Tomaino, di dove sei? Dal cognome, non verrai da lontano nemmeno tu, come Vigna Grap.
– Abito a Mathi, ma il mio cognome è calabrese.
Ricordo anche l’espressione incredula del professore e il mio pudore nel rispondergli.
Eh sì, perché a quattordici anni subivo ancora un po’ quella voglia di nascondere una parte delle mie origini, per conformarmi agli altri, per non essere definita «napûla, oriunda» e via discorrendo, a seconda della fantasia dei miei interlocutori.
Per i miei nonni e per mio padre, certo, fu tutto molto più difficile.
Giunsero alla stazione di Porta Nuova nel 1961, dopo ventitré ore di viaggio su uno dei cosiddetti «Treni del sole» che partivano da Palermo e raccoglievano siciliani, calabresi e campani che volevano trasferirsi al nord. Visto l’affollamento, il rischio maggiore era quello di farsi il viaggio in piedi. Nessuna cuccetta, troppo costosa. Tutti gli averi raccolti in un’unica valigia e in una scatola di cartone legata con uno spago. Mio padre Antonio aveva quattro anni ed era ancora figlio unico, primo dei quattro fratelli che sarebbero poi diventati in seguito. [...]
Da "La santa"
di
Simona Tomaino
A volte la si vedeva seduta su una pietra lassù, alla «Irta»[1], appoggiata al bastone curvo e bitorzoluto. Come le sue mani, come lei. Vestita di nero dalla testa ai piedi, nascondeva i capelli in un fazzoletto. Nessuno avrebbe saputo dire di che colore fossero, forse fili d’argento aggrovigliati l’uno sull’altro, un tempo ricami rossi avvolti in tante spirali. I pochi vecchi del paese sì, loro avrebbero saputo dirlo, l’avevano sicuramente vista quando era una ragazzina, ma non ricordavano, non sapevano, non ne volevano parlare.
E lei, quanti anni poteva avere? Si raccontava che fosse nata prima che sul campanile comparisse la crepa, più di cento anni prima. Certo, quelle due fessure azzurre che scrutavano l’orizzonte, facendosi spazio tra il copricapo e lo scialle avvolto fin sopra al naso, di cose ne avevano viste, sentite e vissute tante.
Qualcuno diceva che era nata brutta, altri che si era imbruttita con il tempo e i dispiaceri. Di fatto, nessuno sapeva esattamente come fosse il suo volto, perché camminava tenendolo coperto dallo scialle, anche d’estate, quando il caldo faceva venire voglia di togliersi i vestiti e buttarsi nel mare appena lì sotto.
Ma non era sempre stata così.
Ultimogenita dopo sei figli maschi, fino all’adolescenza aveva condotto una vita pressoché simile a quella delle altre ragazze di Tiriolo: andava al pascolo, alla fontana a prendere l’acqua, si occupava delle faccende domestiche, serviva e riveriva il padre e i fratelli. A nessuno veniva in mente che anche lei avesse dei desideri e non provasse piacere nel faticare e basta. [...]
[1] Irta: parte più in alto del paese di Tiriolo.