Femminismo,
le tre ondate
le tre ondate
Pagina redatta con il contributo di Giovanna Russo
Nonostante alcune pioniere (Christine de Pisan nel XIV secolo, Marie de Gournay nel XVI, Olympe de Gouges nel XVIII...), si può parlare di "ondata" solo a partire dalla rivoluzione industriale del XIX secolo.
Tuttavia, in particolare nel mondo francese, c'erano discussioni, soprattutto tra intellettuali uomini, sul ruolo delle donne nella società e sulla questione della parità dei diritti. Questi uomini parlavano di "querelle des femmes" (lite delle donne).
Christine de Pisan
Marie de Gournay
Olympe de Gouges
La "Querelle des femmes"
La prima lotta relativamente massiccia delle donne fu quella per ottenere il diritto di voto e, più in generale, riforme che garantissero la parità giuridica con gli uomini. Si protrasse dalla fine del XIX secolo fino alla metà del XX secolo circa. Il movimento delle "suffragette" (usiamo questo termine anche se all'epoca fu usato in maniera spregiativa: sarebbe meglio dire "suffragiste") è emblematico di questa ondata, dominata da un femminismo borghese che si collocava nel solco del liberalismo politico. Tuttavia, anche il femminismo del movimento operaio (Internazionale socialista delle donne...) ha svolto un ruolo importante in questa battaglia (Giornata internazionale della donna...). Il rapporto tra questi due femminismi è stato complesso, tra conflitti e alleanze di fronte ai reazionari.
L'obiettivo unificante di questo movimento era quello di conquistare diritti specifici (diritto di voto, diritto al lavoro...), il che ha mascherato le divergenze che potevano esserci al suo interno. La maggior parte delle femministe dell'epoca non metteva fondamentalmente in discussione i ruoli tradizionali. Al contrario, gran parte di loro rivendicava una maggiore considerazione per le donne in nome di ciò che era percepito come "femminile": dolcezza, rispetto per la vita, compassione, altruismo e, in particolare, la maternità, che volevano vedere riconosciuta e protetta. Rimane quindi prevalentemente essenzialista.
Solo alcune pioniere mettevano in discussione queste norme, desiderando uscire dal ruolo di madre o metterlo in secondo piano. I socialisti (e le socialiste) non sono particolarmente all'avanguardia su questa questione. La maggior parte di loro parla del "doppio compito sociale della donna": produzione e riproduzione (quest'ultima basata su una specificità biologica delle donne). Ciò li porta a stigmatizzare le rivendicazioni egualitarie di alcune femministe. Anche l'Internazionale comunista e Alexandra Kollontaï riprendono questa nozione di ruolo riproduttivo delle donne.
Ci sono tuttavia delle eccezioni, come il socialista August Bebel che nel 1879 riteneva che, una volta raggiunta l'emancipazione, «la donna vorrà godere della sua indipendenza e non passare metà o tre quarti dei suoi anni migliori in stato di gravidanza o con un bambino al seno». O Madeleine Pelletier, che, nella Revue socialiste, nel 1906, criticava aspramente il conformismo delle donne, comprese le femministe del suo tempo, al ruolo di genere loro assegnato:
«Le donne, anche dopo la realizzazione del femminismo, così come lo concepiamo noi, rimarranno comunque donne, così come gli uomini rimarranno uomini. Ciò che vogliamo eliminare non è il sesso femminile, ma la servitù femminista, servitù perpetuata dalla civetteria, dalla riservatezza, dall'esagerata pudicizia, dalla sdolcinatezza dello spirito e del linguaggio; tutte cose che non sono in alcun modo caratteristiche sessuali secondarie, ma semplicemente il risultato dello stato di dipendenza fisica e morale in cui sono tenute le donne. »
In Giappone, la rivista Seitō (1911-1916) esprimerà, sotto l'influenza di Noe Itō, un femminismo mescolato a rivendicazioni anarchiche.
Negli Stati Uniti, la femminista Charlotte Perkins Gilman ebbe una notevole influenza con i suoi scritti, ad esempio con la sua utopia Moving the Mountain (1911).
Sylvia Pankhurst (nelle foto ai due lati), suffragista e comunista, inizialmente partecipò all’associazione fondata da sua madre Emmeline Pankhurst, la WSPU (Women’s Social and Political Union), che fu di gran lunga la più grande ed influente delle associazioni suffragiste britanniche, ma poi se ne separò per fondare una sua organizzazione, la East London Federation of Suffragettes (ELFS) con l’idea di coinvolgere le proletarie nelle lotte per il voto femminile, combinando tematiche femministe e socialiste. Nel 1918, la ELFS fu rinominata Workers's Socialist Federation (WSF) e fu la prima organizzazione britannica ad affiliarsi all’Internazionale comunista di Lenin. Ma poi emersero differenze di opinioni con Lenin, per le sue posizioni anti-parlamentariste. Continuò la militanza nel movimento del comunismo consiliarista britannico e nelle cause dell’antifascismo e dell’anticolonialismo, in particolare nell’opposizione all’invasione italiana in Etiopia (Selassie le conferì un titolo honoris causa).
Dopo la seconda guerra mondiale (periodo dei cosiddetti Trenta gloriosi), si verificano una serie di trasformazioni. Le donne entrano in modo più massiccio nel mercato del lavoro e nelle università. Ciò conferisce loro una maggiore autonomia finanziaria e favorisce la riflessione di un numero piuttosto consistente di loro.
Inoltre, in questo periodo alcune innovazioni consentiranno potenzialmente alle donne di controllare il proprio corpo, in particolare la scoperta di una nuova tecnica contraccettiva (la pillola) e del metodo "Karman" per l'aborto...
Le donne si scontrano tuttavia con l'eredità della disuguaglianza, con leggi e pregiudizi reazionari... Diventano consapevoli della loro oppressione nella famiglia, nella sessualità, nella politica... Sulla scia del Maggio '68, la nuova generazione sarà portatrice di un movimento femminista radicale (la "seconda ondata") in contrapposizione al dominio maschile. Il nuovo movimento femminista nasce inizialmente tra le donne con un livello di istruzione più elevato. In Europa, ad esempio, le donne delle classi popolari erano piuttosto influenzate dai partiti comunisti tradizionali (spesso ultraconservatori in materia di sessualità e di genere) o dal cattolicesimo.
A partire dalla metà degli anni '60 e per tutti gli anni '70, emerge un nuovo femminismo che rifiuta l'obiettivo dell'uguaglianza "all'interno" del sistema. Per le femministe di questa seconda ondata, nessuna uguaglianza tra i sessi può essere ottenuta all'interno dell'attuale sistema "patriarcale", se non qualche compromesso temporaneo che sarebbe perennemente minacciato. Per la maggior parte, la soluzione è quindi quella di rovesciare questo sistema, il patriarcato, e instaurare nuovi valori e nuovi rapporti tra i sessi.
Negli Stati Uniti, il Women's Lib (Women Liberation movement) riunirà queste attiviste. Il movimento era allora fortemente legato al movimento per i diritti civili (contro l'oppressione dei neri) in cui molte donne si erano impegnate (in particolare perché si identificavano con un'altra categoria di oppressi). Shulamith Firestone, in La dialettica dei sessi: autoritarismo maschile e società tardo-capitalistica (1970), riconosce queste interazioni, ma sostiene che le ondate del femminismo hanno una loro dinamica:
«Ma sarebbe sbagliato attribuire la rinascita del femminismo solo alla spinta di altri movimenti e altre idee. Perché anche se questi hanno potuto agire da catalizzatori, il femminismo ha in realtà acquisito una forza ciclica propria. Nella nostra interpretazione storica, il femminismo è la risposta inevitabile delle donne allo sviluppo di una tecnologia che è diventata in grado di liberarle dalla tirannia del loro ruolo sessuale e riproduttivo, cioè in grado non solo di liberarle dal loro condizionamento biologico fondamentale, ma anche dal sistema di classi sessuali costruito su questo condizionamento e destinato ad accentuarlo ulteriormente».
Oggi, il movimento Women's Lib americano è incarnato da diverse organizzazioni, come NOW (National Organization of Women), Feminist Majority, Planned Parenthood...
Il Mouvement de libération des femmes (MLF) è stata l'organizzazione che ha riunito questa corrente (nella sua diversità) in Francia. Il suo atto di nascita simbolico può essere considerato nel 1970 il deposito di una corona di fiori sotto l'Arco di Trionfo con lo striscione «C'è qualcuno di più sconosciuto del soldato sconosciuto, sua moglie». Nel 1975 viene approvata la legge Veil sull'aborto.
Un movimento equivalente di "liberazione delle donne" interessò il Giappone degli anni '70.
Lo slogan rivoluzionario e politico “Non c’è rivoluzione senza la liberazione della donna, non c’è liberazione della donna senza rivoluzione” fu coniato e promosso dal collettivo "il Cerchio spezzato".
Il Movimento per il Salario al Lavoro Domestico fu una campagna internazionale, guidata da Mariarosa Dalla Costa e Selma Jones, che partì dagli USA ed ebbe in Italia una base fondamentale a Padova, con il gruppo Lotta femminista.
Christine Delphy (nella foto in alto) fu una pioniera del femminismo materialista (per quanto eretico), conosciuta prevalentemente per una teoria che individuava un ”modo di produzione domestico” come base economica del sistema patriarcale, ma la sua riflessione assai più ampia sul sistema di sfruttamento e subordinazione delle donne fece dire a Simone de Beauvoir che era la più “entusiasmante” tra le femministe francesi degli anni 60-70.
Sono state importanti e da non dimenticare le istanze femministe delle lavoratrici italiane negli anni 1970, nel periodo culminante della lotta sindacale. Come spesso accade nelle vicende operaie, tanto più quando i soggetti sono "anonime" donne lavoratrici, non ci furono "protagoniste" di primo piano. Inoltre quell'esperienza fu di breve durata, ma nei luoghi di maggiore concentrazione operaia (Milano, Torino, Bologna e altre città) nacquero coordinamenti di sole donne all'interno dei Consigli di fabbrica, in particolare nella FLM, e anche intercategoriali, per discutere liberamente senza la presenza dei delegati maschi.
Si contestava non solo lo sfruttamento capitalistico ma anche la divisione sessuale del lavoro e il modello maschile dell’organizzazione del lavoro, un modello incurante della salute femminile. Si metteva in discussione la doppia presenza (lavoro in fabbrica e lavoro domestico), si sosteneva il movimento per l’aborto, la contraccezione, i consultori. Con lo scioglimento dei Consigli di fabbrica (sostituiti dalle più docili RSU) e le prime ristrutturazioni padronali, il sindacato chiuse il discorso.
L'irruzione del femminismo della seconda ondata in Italia può essere datata nel 1968, l'anno della rivolta studentesca, anche se già nel 1966 era presente a Milano un gruppo di sole donne, il DEMAU (DEMistificazione AUtoritarismo patriarcale), con l'obiettivo di superare le tradizionali concezioni "emancipazioniste" delle organizzazioni storiche femminili, in particolare dell'UDI (Unione Donne Italiane).
Nel 1970 si costituisce l'MLD (Movimento di Liberazione Della Donna), federato al Partito radicale, che consente al suo interno anche gli uomini come possibili alleati nella lotta per la liberazione. L'MLD denuncia la "natura specifica dell'oppressione della donna a livello economico, psicologico e sessuale" e propone:
un disegno di legge per la legalizzazione dell'aborto
la liberalizzazione degli anticoncezionali
l'istituzione di asili nido antiautoritari.
Ugualmente aperto agli uomini ma con una maggiore attenzione agli aspetti sociali della discriminazione verso le donne nasce nel 1970 il FILF (Fronte Italiano di Liberazione Femminile). Crisi occupazionale, crisi della famiglia, esplosione demografica e inquinamento, sono i temi fondamentali sui quali si muove il FILF, con la rivista Quarto Mondo.
Il gruppo Rivolta Femminile assume al contrario un'impostazione rigidamente separatista, ritenendo che solo partendo dalle condizioni specifiche di donne ci si possa sottrarre a ogni forma di subordinazione alla società attuale, senza delegare ad altri la propria liberazione. Le militanti di Rivolta Femminile si dividono in piccoli gruppi di "auto coscienza", per individuare attraverso il confronto tra le singole esperienze elementi di unità tra le donne, affermando che tutte le donne subiscono un'oppressione a "prescindere da proletariato, borghesia, tribù, razza, età e cultura".
Nell'università di Trento, si forma il collettivo Il Cerchio Spezzato che elabora uno tra i più noti documenti ("non c'è rivoluzione senza liberazione della donna"), che è anche all'origine del libro La coscienza di sfruttata, la prima analisi femminista sulla condizione della donna in Italia.
Gran parte del movimento comincia ad assumere i caratteri antileaderistici e antiburocratici che lo caratterizzeranno anche in seguito, diffondendo i temi dell'autonomia politica e organizzativa e del separatismo: "Il nostro deve essere un movimento di sole donne perché non può esserci un'unità tra uomini e donne se non c'è prima unità tra donne". Si diffonde la pratica dei "piccoli gruppi di autocoscienza" che diventerà poi uno dei cardini del femminismo ovunque. Al di là dell'"intervento sociale" tipico di tutta la sinistra, emergono i temi del "salario al lavoro domestico", dell'intervento verso i luoghi di lavoro a prevalente occupazione femminile, nell'ambito della tendenza generale a collegare la liberazione della donna a un cambiamento sociale generale e profondo.
Nel 1973, in occasione del processo a Gigliola Pierobon, accusata di procurato aborto, si svolge a Padova una prima manifestazione nazionale femminista, pratica che, sempre sul tema dell'aborto, si ripeterà anche in altre città. Da segnalare la grande manifestazione tenutasi a Roma alla fine del 1976 contro la violenza, con lo slogan "riprendiamoci la notte, riprendiamoci la vita".
Si sviluppa il self-help: gruppi di donne che approfondiscono la conoscenza tecnica e psicologica del corpo femminile e che rivendicano una medicina che risponda alle loro esigenze (Centri di salute della donna, consultori femministi, centri per l'aborto autogestito, anche in collaborazione con il CISA-Centro Italiano Sterilizzazione e Aborto, o con il CRAC-Comitato Romano Aborto e Contraccezione).
Le riviste femministe fioriscono: il mensile Effe, i periodici Sottosopra, Differenze, Le Operaie della casa. La creazione delle Edizioni delle donne permetterà la traduzione e la diffusione di numerosi testi italiani e stranieri. Le femministe inoltre sono presenti in varie città con trasmissioni radio autogestite (la più conosciuta è "Radio Donna" a Roma, come estensione femminista di "Radio Città Futura").
Il femminismo, le sue lotte e la radicalità delle sue impostazioni ebbero un ruolo fondamentale nel far emergere le debolezze e le fragilità della sinistra italiana nella seconda metà degli anni 70 del Novecento. In particolare, la sottovalutazione, la irrilevanza, se non addirittura la negazione della "questione femminile", in particolare se messa a confronto con la "centralità operaia", furono i principali elementi che misero in crisi la sinistra extraparlamentare italiana e, prima fra tutte, la sua principale organizzazione: Lotta Continua.
Il rapporto tra femminismo e militanza, la retorica del "proletariato" come "soggetto" per antonomasia furono al cetro dell'ultimo congresso di quell'organizzazione. La teorica del femminismo Lea Melandri spiega questo conflitto nel suo libro L’infamia originaria del 1977: «In questi ultimi anni, mentre partiti grandi e piccoli rinsaldano le loro strutture gerarchiche e burocratiche, piramidi immaginarie di antiche geometrie familiari, la spontaneità rivoluzionaria scopre sempre più chiaramente la verità di tutto ciò che l’ideologia borghese ha cacciato fuori dalla sfera pubblica, nel ghetto delle case, del rapporto uomo-donna, della devianza individuale. La ricerca di circolarità e sintesi tra personale e politico, artificiosamente separati, sembra l’ultima sponda oltre la quale, o nasce un modo nuovo di esistere politicamente, o muore la politica stessa come progetto collettivo di liberazione».
Fu questa sponda a rompersi al congresso di Rimini di Lotta Continua, quando le donne del movimento contestarono il gruppo dirigente e i militanti, accusandoli di non curarsi delle loro compagne, di non ammetterle nei momenti decisionali, ma anche di perpetrare le dinamiche patriarcali nel privato e nell’intimità, pur mantenendo un’aura da rivoluzionari in pubblico. «Questa volta le donne hanno preso la parola collettivamente e non hanno ceduto di una virgola. Sono state spietate, perché hanno parlato anche del sesso, di come si comportano gli uomini a letto», racconta un militante nel libro di Aldo Cazzullo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. La reazione da parte dei militanti maschi (e del Servizio d'ordine, maschile e maschilista) agli interventi delle militanti, fu l'elemento determinante che mise in crisi il gruppo dirigente e l'intera organizzazione di Lotta continua, peraltro già attraversata da una complicata discussione sulla "lotta armata".
Barbara Findlen, che ha scritto molto sulla terza ondata, descrive in questi termini la congiuntura distintiva da cui sono nate la generazione X e la generazione Y:
"Questa generazione è stata plasmata da eventi e circostanze unici, propri della nostra epoca: l'HIV/AIDS; gli attacchi al controllo delle nascite; il declino delle azioni positive (affirmative action); la crescente visibilità delle diverse forme di famiglia; il progresso degli studi femministi; l'ascesa delle tecnologie, del consumo e dei mass media; il multiculturalismo; l'affermarsi di una coscienza planetaria; l'ascesa del movimento lesbico/gay/bi/trans; una migliore conoscenza della sessualità; e infine il femminismo, che già nella nostra infanzia era una forza sociale importante. Tutte queste realtà hanno alimentato e plasmato il nostro approccio al femminismo".
A partire dagli anni '80, dagli Stati Uniti, la "terza ondata" è stata portata avanti soprattutto da attiviste appartenenti a gruppi minoritari (donne vittime di razzismo, lesbiche, prostitute...). Da queste diverse critiche emerge il concetto di "intersezionalità" tra diverse forme di oppressione: di genere, di classe, di "razza", di orientamento sessuale... La seconda ondata aveva lasciato da parte molte donne che non si riconoscevano nella categoria omogenea di "donna", sottovalutando le oppressioni di "razza", omofobe, di classe...
Si ritiene comunemente che il concetto e il termine "intersezionalità" siano stati introdotti dalla giurista e attivista per i diritti umani Kimberlé Crenshaw, nel suo celeberrimo saggio "Critical Race Theory" del 1989 sulle discriminazioni che colpiscono le donne afroamericane. In realtà a parlare di “intersezionalità” negli anni '70 fu per primo il Combahee River Collective, una delle più importanti organizzazioni del black feminism. La sua leader si chiamava Barbara Smith. Nel suo "Manifesto" (1977) il collettivo elaborava l’idea che fosse necessario sviluppare una pratica di lotta “intersezionale” contro sistemi intrecciati di oppressione razziale, sessuale e di classe.
Successivamente numerose teoriche e attiviste hanno sostenuto questa idea e il relativo rinnovamento teorico, in genere intellettuali cresciute con identità multiple, come Angela Davis, Audre Lorde e bell hooks (nella foto a lato, in alto), che ha dovuto conciliare sesso e razza nelle sue analisi dei rapporti sociali e che ha dato un contributo essenziale al concetto di ibridità, di cui la terza ondata femminista è fortemente permeata.
Anche l'identità sessuale è stata un motore importante. Grazie alla loro esperienza di un mondo eterosessuale e dominato dagli uomini, diverse autrici lesbiche hanno fatto emergere un pensiero originale che teneva conto di diversi livelli di oppressione. La teoria queer, così come definita dalle americane Judith Butler ed Eve Sedgwick (nella foto a lato, sotto), propone uno schema di analisi che aggiunge l'orientamento sessuale e il suo corollario, l'eteronormatività, come elemento fondamentale dell'oppressione delle donne e degli esseri umani nel loro complesso. La scrittrice Monique Wittig, la cui opera La Pensée straight è considerata un riferimento fondamentale nel movimento queer, aveva già sviluppato teorie in questo senso, dimostrando in particolare come l'eterosessualità costituisse un sistema politico.
Oggi il termine “intersezionalità”, che nell'idea delle sue ideatrici alludeva ad una lotta politica generale a partire da una specifica condizione, nel senso della convergenza di movimenti diversi, viene usato con contenuti ed ispirazione piuttosto diversi da quelli originari.
Concentrando i loro studi sulla sessualità e sulla costruzione dei generi, le teoriche queer hanno anche riportato in primo piano nel dibattito le questioni che avevano notevolmente diviso il movimento femminista negli anni '80: pornografia, prostituzione e transidentità. Ma al di là di queste questioni specifiche, è la sessualità nel suo complesso che, con l'emergere della terza ondata, beneficia di una nuova attenzione e di un'immagine più positiva. Questo femminismo, che negli Stati Uniti si proclama sex-positive (in inglese), In sintesi, si batte per la rimozione dello stigma sessuale, sostenendo che l'emancipazione passa anche attraverso la libera espressione della propria sessualità.
Questa ondata non è caratterizzata da un forte movimento unificato, ma da un vasto insieme di pratiche sia politiche che artistiche... Ciò è oggetto di critiche, poiché il risultato è una frammentazione dell'identità "femminile" e della sorellanza che era stata messa in primo piano dalla seconda ondata. Ad esempio, Kristin Rowe-Finkbeiner nel suo libro The F-Word, pubblicato nel 2004, evoca l'assenza di una causa comune e unificante nel concetto di terza ondata. Le militanti della prima ondata femminista si erano unite nella battaglia per il diritto di voto; quelle della seconda ondata per ottenere la parità salariale e la fine della discriminazione basata sul sesso. Quanto alle femministe della terza ondata, si sarebbero disperse in una moltitudine di lotte, spesso frammentate e meno unitarie di quelle che le hanno precedute.
Dal punto di vista dell'analisi, la terza ondata è in gran parte alimentata dal pensiero postmoderno, che rifiuta le "totalità" e i modelli di analisi strutturalisti che intendevano fornire visioni globali della società. Le oppressioni sono analizzate più come "sistemi" giustapposti che come aspetti di un sistema comune. In ciascuno di questi sistemi, gli aspetti materiali sono solo uno dei tanti elementi e non sono necessariamente centrali rispetto alle oppressioni simboliche.
Inoltre, in contrapposizione al femminismo differenzialista e ai discorsi reazionari basati sul naturalismo, la tendenza a favorire il costruttivismo sociale (cioè l'importanza delle costruzioni sociali nelle spiegazioni di fenomeni come il genere), già maggioritaria nella seconda ondata, è diventata ancora più egemonica nella terza.
Intorno al 2012, inizia a delinearsi una quarta ondata femminista, in particolare in Europa e in Sud America. Il movimento si riunisce in gran parte attraverso i social network come Twitter o Instagram. Le preoccupazioni riguardano in particolare le molestie per strada e sul posto di lavoro, la cultura dello stupro e gli omicidi di donne.
Diversi scandali galvanizzano il movimento, come lo stupro di gruppo a Nuova Delhi (2012), la strage di Isla Vista (2014) o gli stupri commessi dal produttore cinematografico Harvey Weinstein (2017), che danno il via al movimento #MeToo.
Esempi di campagne condotte dalla quarta ondata femminista includono l'Everyday Sexism Project, Ni una menos, No More Page 3, Stop Bild Sexism, Mattress Performance (Carry That Weight), 10 Hours of Walking in NYC as a Woman, Free the Nipple, One Billion Rising, le Marce delle donne del 2017 e del 2018, Time's Up e il movimento dei manifesti contro il femminicidio.
Negli ultimi anni, si osserva che le giovani donne sono nettamente più a sinistra rispetto ai giovani uomini. Di fatto, parallelamente, si registra un aumento del maschilismo (e più in generale dell'estrema destra) tra i giovani uomini.
Nel 1920, l'americana Elizabeth Sarah diffonde attraverso la sua opera Reassessments of «First Wave» la metafora dell'onda per descrivere le fasi successive del femminismo moderno.
Il termine "terza ondata femminista" è utilizzato negli Stati Uniti solo a partire dagli anni '90, per definire una nuova generazione di femministe che integrano nelle loro lotte questioni e pratiche che si collocano in rottura, e altre volte in continuità, con quelle della generazione precedente, nata dalla "seconda ondata". Tra le altre differenze, l'importanza attribuita alla diversità all'interno dei gruppi, in particolare attraverso una maggiore visibilità delle donne considerate doppiamente emarginate o stigmatizzate: donne di colore, indigene, lesbiche, prostitute, transgender, con disabilità o anche donne obese, solo per citare alcuni gruppi.
La prima a parlare di una terza ondata è stata l'americana Rebecca Walker nel 1992. In un articolo intitolato Becoming the Third Wave, fa risalire l'emergere di questa nuova generazione all'inizio degli anni '80, quando un numero sempre maggiore di attiviste di colore – Gloria Anzaldúa, bell hooks, Chela Sandoval, Cherrie Moraga e Audre Lorde, tra le altre – si ribellarono contro il carattere bianco e borghese del femminismo radicale. Interrogandosi anch'esse sulla data di nascita della terza ondata, alcune pensatrici – «influenzate dal carattere decisamente globale del femminismo in questo momento, parlano piuttosto del 1985, che ha posto fine al decennio delle donne decretato dall'ONU e che ha segnato la minorizzazione delle donne bianche occidentali nei raduni internazionali, in particolare a Nairobi», osserva l'autrice Micheline Dumont in una raccolta di testi pubblicata in Québec.
Dialogues sur la troisième vague féministe, la stessa raccolta pubblicata nel 2005, costituisce inoltre una delle prime opere in lingua francese a interessarsi specificamente al concetto di terza ondata. Il termine tarda infatti a entrare nel vocabolario corrente delle femministe francofone, molte delle quali preferivano utilizzare il termine «giovani femministe» per descrivere il nuovo movimento. Un'altra manifestazione di questo divario è il fatto che le opere di punta della terza ondata sono raramente tradotte in italiano, o lo sono con un ritardo di molti anni. Ad esempio, Gender Trouble, il famoso saggio della femminista lesbica Judith Butler, pubblicato negli Stati Uniti nel 1990, è apparso in italiano solo nel 2023 (con il titolo: Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità).
Questa periodizzazione è molto criticabile in quanto nasconde il fatto che in ogni epoca sono esistite correnti diverse. Tuttavia, permette di mettere in evidenza le ideologie che hanno conosciuto il maggior progresso o che sono emerse, e quindi di tradurre eventualmente una corrispondenza di queste ideologie con i cambiamenti strutturali.
Inoltre, in ogni epoca, la "ondata" non abbraccia il mondo in modo omogeneo. Si può notare che il movimento per l'ottenimento della parità dei diritti, quando prende piede alla fine del XIX secolo, riguarda quasi esclusivamente l'Europa occidentale e gli Stati Uniti. Lo stesso vale per la seconda e poi la terza ondata, che si concentrano sui paesi capitalisti più ricchi durante la loro ascesa.