Che cos’è
il valore?
il valore?
Correntemente si pensa che se un oggetto ha un certo valore e che si è pronti a pagare un certo prezzo per averlo, significa che se ne ha bisogno. D’altra parte questa è l’idea che diffonde l’ideologia capitalista. Per i capitalisti, se io sto morendo di sete nel deserto ed incontro la sola persona che possiede dell’acqua nel raggio di molti chilometri, sarò disposto a pagare qualunque prezzo per comprare da lui un bicchiere d’acqua. Nella misura in cui la mia sete andrà spegnendosi bevendo un po’ d’acqua, io sarò disposto a pagare sempre meno per avere altri bicchieri d’acqua. E’ la cosiddette “legge della domanda e dell’offerta”, della “utilità marginale”, su cui si regge il castello di carte del racconto capitalista. Nella metafora del deserto e dell’acqua è teoricamente vera ma del tutto paradossale.
Se fosse noto che in quel punto del deserto giungono puntualmente passanti allo stremo e assetati in pochi giorni si moltiplicherebbero i chioschi di vendita di acqua e il gioco cambierebbe radicalmente.
In generale, sempre per restare nell’ambito della sete, il problema che si ha nelle società capitalistiche quando ci e rinfrescare la gola è di scegliere se bere una una bibita in lattina, una bottiglietta di acqua minerale o un bicchiere di acqua del rubinetto.
Pensiamo alla soluzione più “capitalistica”: una lattina di Cocacola. Il suo prezzo in un supermercato sarà, poniamo, di un euro. Nessun supermercato adotterà prezzi significativamente diversi, pena perdere tutta la clientela. Se l’andremo a comperare in un autogrill autostradale o nel bar interno ad un aeroporto potremo arrivare a pagare 2, al massimo 3 euro, dovuti alla difficoltà di reperire alternative vicine e accessibili. Il prezzo comunque resterà all’interno di quella gamma. Non esistono chioschi di Coca cola che vendono le lattine a 100 euro.
Se la Coca cola imponesse ai suoi rivenditori di applicare un prezzo esorbitante farebbe la fortuna della Pepsi cola!
Esiste dunque una base comune che fa sì che un certo prodotto resti all’interno di una certa gamma di prezzo. Il prezzo di vendita, per numerosi fattori, può oscillare, ma restando sempre attorno ad uno stesso asse. Questo asse costituisce “il valore” di quella merce. In realtà il prezzo non è che una forma particolare che prende il valore quando quella merce è messa in vendita. Una forma in cui il valore è tradotto in euro, o in dollari, o in qualunque altra unità di misura monetaria utilizzata nel mondo capitalista.
Certamente, se una merce vale qualche cosa è perché si ha interesse ad usarla. E’ per servirsi di un bene che si decide di acquistarlo. Ma questo “valore d’uso” non è quantificabile, perché non interessa il capitalismo.
Al capitalista non interessa sapere quanto vale il gusto fresco di una Coca cola in un’afosa serata estiva. Per il capitalista, produrre lattine di Coca cola, lamiere zincate o quinoa biologica non cambia nulla: per lui, l’unica cosa che importa è sapere che riesce a vendere quel che produce ad un prezzo tale da intascare un sufficiente profitto. Per il capitalista non esiste il valore d’uso del suo prodotto. Esiste solo il “valore di scambio”, che appare nello scambio con un controvalore monetario, nella vendita.
E’ per questo che ad esempio può capitare che migliaia di tonnellate di cibo vengano distrutte, perché ritenute “senza valore” nonostante i milioni di persone che soffrono la fame e che potrebbero gioire se quel cibo venisse loro regalato.
Nelle nostre città esistono migliaia di appartamenti che nessuno compera nonostante sia grandissimo il numero dei senza casa. Se vigesse la “legge” della domanda e dell’offerta, le imprese immobiliari che li posseggono dovrebbero calare vistosamente i prezzi di vendita. Perché non lo fanno?
Il “valore” di quel cibo distrutto o di quelle case vuote può anche essere quantificato, paragonandolo al prezzo medio di vendita dello stesso prodotto che ha trovato mercato. Se io ha a casa una scorta di 50 lattine di Coca cola, posso dire di avere in dispensa un valore di circa 50 euro, anche se non ho nessuna intenzione di vendere a chicchessia quelle bibite. Dunque, il “valore di scambio”, nella società capitalistica, diventa il “valore” tout court, indipendentemente dalla vendita della merce.
E’ questo “valore” che ci consente di accomunare sotto lo stesso termine di “merce” oggetti diversissimi, un chilo di riso, uno smartphone, una lattina di bibita, un litro di benzina, consentendo di metterli anche in paragone quantitativo. Quante lattine di Coca cola vale un Iphone?
Ma se non è l’utilità di uso, né la rarità, né la domanda e l’offerta che fissano il valore di una certa merce, da dove nasce?
I capitalisti ci dicono che se una determinata merce vale tot è perché è costato tanto il produrla e che dunque perderebbero il loro denaro se la vendessero più a buon mercato. Guardiamo dunque più da vicino che cosa, per il padrone, costituisce il “costo” di una merce:
il lavoro delle operaie e degli operai, che il padrone ha pagato come salario corrisposto ai suoi dipendenti per acquistare la loro forza lavoro;
le materie prime, che hanno anch’esse un “valore”, perché c’è voluto anche per esse che un certo numero di persone vendesse la propria forza lavoro per produrle. Non ci sarebbe acciaio senza il lavoro dei minatori per estrarre il carbone e il ferro e senza quello dell’operaio siderurgico che li ha fatti fondere insieme;
i macchinari e l’elettricità, che hanno anch’essi un “valore” perché ci sono state lavoratrici e lavoratori che hanno venduto la propria forza lavoro per fabbricarli e produrli. Non ci sarebbero macchinari senza operai che li montassero e che ne facessero la manutenzione, né ci sarebbe elettricità senza lavoratori che la producessero e che sorvegliassero le centrali elettriche.
E’ dunque la somma di tutto il lavoro che è stato necessario per produrre una determinata merce, quello che ha prodotto le materie prime, quello che ha prodotto i macchinari e quello che ha trasformato le materie prime nel prodotto finale, la famosa lattina di Coca cola, che ne costituisce il “valore”. Tutto il valore viene dal lavoro!
E, dunque, come sopravvive (il più delle volte lussuosamente) il capitalista? Se il valore delle merci che vende va tutto al lavoro?
In realtà il capitalista vive non pagando ai “suoi” operai una parte (spesso cospicua) del lavoro che essi utilizzano per produrre quella merce (e tutte le merci):
questa parte di lavoro che i padroni non pagano (a tutti gli stadi della produzione: nella produzione di energia, nell’estrazione della materie prime, nella costruzione dei macchinari, nella fabbricazione del prodotto finale) ma di cui si appropriano per produrre il loro profitto viene definita “plusvalore”.
Il capitalismo dunque considera il lavoro come un costo nella produzione e cerca dunque di diminuire il più possibile l’incidenza di questo fattore nella produzione delle merci, ma non considera che il valore di una merce è costituito dalla somma di tutto il lavoro che è stato necessario accumulare per produrla. Dunque, diminuendo l’incidenza del lavoro il capitalista automaticamente diminuisce il valore di quella merce. E’ un po’ come segare il ramo su cui si è seduti.
Questa è una delle principali contraddizioni del modo di produzione capitalistico, alla base delle sue crisi, compresa quella attuale.